"I doni della vita" – "I falò dell’autunno", di Irene Némirovsky

Più riguardo a I falò dell'autunno Più riguardo a I doni della vita   Per far fronte alle spese sempre ingenti, tra la prima e la seconda metà del 1941 Irene Némirovsky si rivolge nuovamente a Horace de Carbuccia, Chief Executive della rivista “Gringoire” (“Una banderuola dal punto di vista ideologico ma un genio della carta stampata” – OPhilipponat / PLienhardt “La vita di Irène Nemirovsky”, Adelphi 2010 p340), proponendogli alcuni racconti inediti, tra i quali spicca “Les Biens de ce Monde”. Racconto che Carbuccia, naso fino, occhio lungo e affetto profondo per la scrittrice, si impegna a pubblicare, a puntate, sulla sua rivista: “un romanzo inedito scritto da una giovane donna” (di cui viene naturalmente mantenuto l’anonimato) recita la presentazione del feuilleton
Risultato: le vicende di Pierre Hardelot, giovane erede designato delle omonime cartiere, tengono in scacco centinaia di lettori per ben 30 capitoli, dal 10 Aprile al 20 Giugno. 
La famiglia Hardelot incarna perfettamente l’iconografia classica della media borghesia francese tipica della Belle Epoque: la saga familiare, incentrata su Paul e sua moglie Agnes, sposata per altro contro la volontà dei parenti poiché appartenente al ceto medio, prende il via negli anni appena precedenti il primo conflitto mondiale, termina con l’occupazione della Francia ad opera dei Tedeschi e si snoda epica, sciorinando una serie infinita di protagonisti e comprimari, attraversando trent’anni della storia francese tra nascite, matrimoni, funerali, guerre, sorti avverse ma anche favorevoli. “Les Biens de ce Monde è il grande classico di Irene Némirovsky, nel quale l’autrice svela quale sia il segreto della Francia: la solidità a prova di bomba della borghesia provinciale, che non si lascia mai abbattere e affronta con coraggio la sorte” (op cit p358)
L’opera non sottende né lo spessore né l’impegno politico / sociale di altri racconti ma funziona perché, nella sua mole dettata in primis, per altro, dalle mere questioni economiche che tanto assillavano l’autrice, risulta un’epopea estremamente accattivante per il pubblico specie per le decine di personaggi presenti e ben contestualizzati nella realtà contemporanea, tecnica che permette un meccanismo di immedesimazione quasi perfetto. 
Incoraggiata quindi dal buon esito del romanzo, INémirovsky affronta subito una nuova saga familiare, che andrà a coprire il periodo delle due guerre fino al 1941: “Les Feux de l’automne”. 
Non si tratta, tuttavia, di opere gemelle e neppure di un tentativo meramente commerciale volto a “cavalcare l’onda”. Anzi. 
Nel 1914 il giovane e promettente Bernard Jacquelin, appartenente ad una famiglia parigina della piccola borghesia, spinto dal fervore patriottico si arruola nell’esercito e parte per la guerra. Quattro anni di trincea, tuttavia, lo trasformeranno in uno sciacallo cinico ed arrivista al soldo di un vecchio amico di famiglia, Raymond Détang, ora divenuto potente imprenditore, abile finanziere e influente politico senza scrupoli. Se in “Les Biens de ce Monde” INémirovsky celebrava la forza di una certa classe sociale che aveva avuto (e avrebbe dovuto avere, agli occhi della scrittrice) il merito e il dovere di fungere da “collante” per la società, al contrario nell’ “Les Feux de l’automne” la scrittrice non fa mistero delle sue disillusioni: la Belle Epoque si è definitivamente conclusa (nel peggiore dei modi) e la guerra, (con il suo “culto ipocrita del sacrificio predicato dal pulpito” – op cit p379) non ha fatto altro che creare una nuova razza di giovani disillusi, attratti solamente (dopo anni passati in trincea a offrire la propria vita ad una Patria che mal li ha ricompensati) dal denaro facile e dal mondo corrotto dei piaceri, terra di avidi politici, faccendieri meschini e amori prezzolati. 
Eppure, all’Irene e al suo inguaribile ottimismo dovremmo essere ormai abituati. “Les Feux de l’automne” non è certo “un romanzo della rassegnazione” (op cit p384). La vecchia nonna, la signora Pain, la notte prima di morire sogna se stessa; cammina in mezzo ad un campo, tenendo per mano la nipote: “Vedi – le diceva – sono i fuochi dell’autunno che purificano la terra e la preparano per nuove sementi” (II, 9). 
Insomma, Irene Némirovsky ancora una volta ci stupisce per la sua profonda umanità, tanto più apprezzabile quanto più difficile da sostenere: “Accettò con falsa umiltà il bicchiere di acqua di Vichy che le offriva Thérèse e, non appena questa le voltò le spalle, scese dal letto, aprì la finestra e gettò il contenuto giù in cortile” (II, 9) 
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Irene Némirovsky non ebbe mai la soddisfazione di vedere pubblicati questi due romanzi: “Les Biens de ce Monde” uscirà in edizione integrale nel 1947.  Dieci anni di attesa in più toccheranno a “Les Feux de l’automne” (prima ed. 1957).
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Nota a margine: si è scelto di identificare le due opere oltre che con le consuete etichette anche con la tag #booksformums sia per via dei contenuti sia per la forma. La sensibilità di Irene Némirovsky nei confronti dei temi legati alla maternità è evidente, manifesta e soprattutto reca con sé elementi di profonda attualità. Per quanto riguarda la forma, il carattere intrinseco del feuilleton favorisce una lettura agile, di largo respiro, che non viene penalizzata ma semmai esaltata da una cadenza temporale lunga e inframmezzata dalle pause tipiche che il genere letterario porta inevitabilmente con sè. 
Buona lettura 🙂

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