"Tradimento", di Adriaan van Dis

Più riguardo a Tradimento Adriaan van Dis (Bergen, Olanda – 1946), celebre anchormen della televisione nederlandese, giornalista e scrittore di narrativa e di libri di viaggio, con questo nuovo titolo affronta ancora una volta i temi a lui più cari: “Figlio di genitori rimpatriati dall’Indonesia dopo la Seconda Guerra Mondiale e cresciuto con le sorelle nate da un precedente matrimonio della madre con un indonesiano, lo scrittore ha fatto del tema dell’identità e della diversità, del contatto interculturale e della discriminazione i temi centrali della sua opera già a partire dal primo romanzo, ‘Nathan Sid’, pubblicato nel 1983” (Fulvio Ferrari, postfazione, p271-272).
Van Dis si reca in Africa già nel 1990, al momento della liberazione di Nelson Mandela. Da questo viaggio nasce “La terra promessa”, un reportage in forma narrativa che ha come protagonisti gli afrikaaner (sudafricani bianchi di lingua afrikaans) della regione del Karoo e che ben descrive la situazione di estrema incertezza in cui versa il Paese, diviso al suo interno dalle secolari lotte tra gruppi etnici e inerme di fronte a così repentini cambiamenti politici e sociali. Più di dieci anni più tardi van Dis torna in Sudafrica (passando anche per Namibia e Mozambico) e gira un corposo docu-reportage per la televisione olandese: sette puntate a forma di intervista, in onda nel 2008, nelle quali il giornalista, interagendo con una gran varietà di persone di ogni ceto sociale e gruppo politico, dipinge con maestria la realtà multi-sfaccettata del Sudafrica contemporaneo. 

E’ da queste esperienze ventennali che nasce il romanzo “Tikkop”, uscito in Olanda nel 2010
Il titolo in traduzione italiana, “Tradimento”, fa riferimento, in doppia interpretazione, prima di tutto alla macro-vicenda sociale e politica dell’apartheid sudafricano e poi alla storia personale dei due personaggi di cui van Dis ci narra – e nel passato, e nel presente – in un costante intreccio di piani narrativi sia verticali, attraverso i numerosi flashback, sia orizzontali, grazie all’intreccio delle vicende personali dei protagonisti, Mulder e Donald, con quelle delle varie realtà che popolano la narrazione. 

Il racconto scorre fluido e unisce sapientemente la finzione narrativa alla veridicità del reale. Nella prima parte assistiamo all’incontro dei due protagonisti, l’olandese Mulder e il sudafricano Donald, che si ritrovano dopo quasi quarant’anni di lontananza. Entrambi, da giovani, erano membri di una organizzazione clandestina che combatteva contro l’apartheid: Mulder era un brillante studente universitario interessato alle vicende di un Paese legato al passato colonialista della sua patria. Donald invece un giovane in volontario esilio, figlio di un alto esponente dell’elite afrikaaner da cui si è per scelta allontanato. Ma nulla è come era un tempo. Oppure non lo è mai stato; comunque sia, il presente, da qualsiasi parte ci si giri a guardarlo, nn corrisponde certo alle aspettative del passato. 


Donald, medico, è in Sudafrica da ormai molti anni. Vive sulle colline insieme ad una moglie che vede di rado e che per sei mesi all’anno risiede in Francia, con la sorella; abita in un’enclave per afrikaaners e stranieri, lontano dal villaggio di pescatori in cui vorrebbe professare la medicina; a causa della delinquenza locale si è fatto costruire una villa fortificata da mura e chiavistelli ed è vittima di episodi di intimidazione da parte di esponenti delle istituzioni municipali la cui corruzione e ignavia spesso denuncia attraverso lettere e proclami; battaglie civili che ai pescatori del villaggio spesso fanno più male che bene poiché alterano uno status quo che nel suo insieme, pur zoppicante, permette alle poche cose che funzionano di continuare a funzionare. 
Mulder invece, da brillante studente e viaggiatore indefesso, deve fare i conti con una malattia invalidante che lo costringe ad assumere numerosi medicinali e gli procura delle gravissime perdite di memoria. 
Si ritrovano dunque, Mulder e Donald, a fare i conti con un passato ingombrante e con un presente incerto; con le proprie memorie, intime e labili come solo sanno esserlo i ricordi dei tempi della giovinezza, e con quella, forse molto più labile, di un Paese che dimentico degli slanci di euforia e del sentimento di speranza che animava la classe dirigente dei primi anni Novanta si trova nella necessità di confrontarsi quotidianamente con la corruzione politica e con uno sviluppo a macchia di leopardo che vede realtà ipertecnologiche ed estremamente europeizzate convivere accanto a sacche di non-sviluppo segnate ancora da povertà, malattia, analfabetismo, droga e violenza, in un amalgama sociale e politico solo in superficie modificato da una lotta all’apartheid spesso unicamente formale, sotto cui ribolle ancora la discriminazione, la lotta di clan e quella di razza. 

A fare da contrappunto romanzato a questa realtà multiforme, le due figure d’invenzione che assieme a Mulder e Donald costituiscono il fulcro della “parte-romanzo” dell’opera.

Da una parte il fantasma della bella Cathérine, attivista del movimento clandestino, ragazza di Morten e come Donald – che conosceva fin da ragazza e con cui forse ebbe una relazione – figlia di un esponente di spicco del partito nell’era pre-Mandela. Tradita da uno scambio di documenti finito male, operazione in cui erano coinvolti sia Donald sia Mulder (che per questo nutrono l’uno verso l’altro un rancore antico e mai esploso, nella convinzione comune che sia stato l’altro la causa dell’errore), e condannata ad una lunga pena detentiva, da anni ha fatto perdere le sue tracce. 
Dall’altra l’adolescente Hendrik che i due protagonisti si prefiggono di salvare – ultima propaggine e colpo di coda della lotta intrapresa in passato – dal tik, la famosa, potente amfetamina ricavata da un mollusco, una delle tante piaghe sociali dell’Africa contemporanea. E anche qui, lo scollamento tra ideale e realtà è in agguato, poiché alle (buone) intenzioni di Mulder e Donald fa da contrappeso la riottosità del giovane tossicodipendente (fino all’inevitabile conclusione) nonché la deflagrante maldicenza del vicinato e della popolazione locale che legge nell’interesse dei due uomini verso il ragazzo una cura viziosa ammantata di perversità. 

Van Dis è giornalista e come tale affronta la materia letteraria: fraseggio limpido ed essenziale, aggettivazione ridotta all’osso, paratassi – queste le caratteristiche stilistiche dell’opera che pur nella sua fondamentale impronta narrativa mantiene intatto lo spunto redazionale che la caratterizza fin dal principio, anche dal punto di vista strutturale. L’autore infatti ha come fine ultimo e ben chiaro l’obbedienza non tanto ad una struttura circolare quanto a quel carattere intrinseco del reportage che sta nel porre domande ed aprire questioni, piuttosto che chiuderle in un finale auto-conclusivo, tipico della narrativa tradizionale. In questo senso anzi vanno letti i personaggi della “fiction-Tradimento”, come meri strumenti di cui l’autore si serve per risvegliare, attraverso un reportage che non è solo esterno, ma anche “interno” (un viaggio nella memoria, intima e personale, e dell’autore, e dei suoi personaggi, ma anche in quella collettiva di un Paese in continua evoluzione e cambiamento), l’interesse del proprio pubblico nei confronti di un tema sociale e politico che da molti anni oramai non è più al centro dell’interesse internazionale ma che continua ad avere un peso notevole all’interno del sistema-mondo contemporaneo.

Buona lettura 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...