"Cacciatori di frodo", di Alessandro Cinquegrani

Più riguardo a Cacciatori di frodo Alessandro Cinquegrani, 39 anni, ricercatore di Letteratura comparata all’Università Ca’ Foscari, scrive un’opera prima (finalista al @PremioCalvino XXIII edizione) piuttosto scomoda, ruvida carta vetrata a grana fine, sia per lo stile sia per i temi trattati.
L’impatto con la pagina è notevole, fitta com’è di segni e lettere che si inseguono l’una con l’altra senza neppure il respiro di un a-capo. Peggio ancora quando si scopre, fin dalle prime righe, di trovarsi di fronte ad un testo zoppo perché ripetitivo, ciclico, ipnotico: intere frasi e paragrafi identici l’uno all’altro fino all’ultima virgola, copiatiincollatie ripetuti all’infinito e inframmezzati (soltanto) da pochi, centellinati singhiozzi di parole nuove che spingono in avanti la narrazione, passi di gambero eleganti e minuscoli, avanti ma anche, inaspettatamente, indietro.
Un approccio alla forma evocativo, per altro, perché rimanda direttamente all’archetipo primitivo della trasmissione orale del testo, di matrice indoeuropea: quella dell’aedo, che battendo sulla terra nuda il bastone con cui segnava (per sé e per il pubblico) l‘esametro omerico, non disponendo di un testo scritto diventava a sua volta compositore avvalendosi di uno stiletipicamente formulare caratterizzato da ripetizioni, appellativi e topoi che – funzione pratica – giungevano in soccorso nel momento in cui il cantore avesse dimenticato la strofa successiva e che – funzione poetica – ammaliavano il pubblico trascinandolo in una dimensione evocativa mistica e quasi religiosa, grazie al potere ritmico dell’esametro.

Accade lo stesso in “Cacciatori di frodo” con incisività tanto maggiore poiché la scelta della forma è direttamente collegata a quella del contenuto: il dolore di una tragedia orribile che, evocata all’infinito non solo nella sua oggettività (mai del tutto chiarita) ma anche nel suo fardello di “acerbe espiazioni” (cit.) tra sensi di colpa per vecchi rancori infantili mai sopiti, tragiche sciocchezze giovanili ed errori ancor più gravi perché commessi in età adulta, trascina inevitabilmente verso il gorgo della malattia mentale che nelle sue forme più gravi e distruttive priva l’essere umano di qualsiasi personale consapevolezza del mondo reale per confinarlo all’interno di universi paralleli e distorti in cui il tempo e lo spazio non percorrono più traiettorie lineari ma girano e si arrotolano su se stessi in un continuo ritorno di percezioni falsate e ossessioni.

Tra i boschi spogli che costeggiano le rive del Piave rieccheggiano degli spari. Sono quelli dei cacciatori di frodo che si aggirano cauti nella nebbia alla ricerca della preda ma sono anche quelli, molto più antichi e profondi, appena udibili, dei soldati caduti in battaglia: sì, proprio quelli del Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio”, la cantilena ossessiva che accompagna i pensieri e i passi di Augusto, protagonista dell’opera. Augusto ci racconta la sua storia – ma anche quella della sua famiglia – un monologocostruito passo dopo passo, un particolare in più ogni mattina mentre percorre tra sterpi e sassi, facendo attenzione a non rovinare l’ultimo paio di scarpe buone rimastogli, i dodici chilometri della ferrovia abbandonata che separa la casa cantoniera in cui vive dal luogo in cui la moglie, Elisa, dopo essere uscita dall’abitazione, si reca ogni mattina.

Cacciatore di frodo è però (o meglio era) anche il fratello gemello di Augusto, Cesare, un cacciatore di demoni infernali, propri e altrui, con la memoria del quale Augusto ha da confrontarsi inevitabilmente. Augusto: un’esistenza “passiva” com’egli stesso la definisce, trascorsa nell’attesa e quasi mai nell’azione. Un buon uomo che, fin dall’infanzia non troppo serena, ha sempre cercato di appianare gli screzi e tutelare le persone care, rattoppando alla bell’e meglio strappi profondi che non potevano in alcun modo essere ricuciti, sempre fedele ad una personale, cieca fiducia – e a un pizzico di codardia di troppo – a valori familiari e sociali autoimposti a cui, per sopravvivere, era necessario aderire: la buona creanza, l’accomodamento delle criticità interpersonali, il successo socialecostruito da sé, l’idea rassicurante della famiglia perfetta. Dall’altra parte, specchio dolente di ricordi mal sopiti, sensi di colpa e – ancora una volta – “acerbe espiazioni” – il gemello Cesare, o meglio, quel che di lui, oltre il ricordo, rimane: ancora una volta, un refrain, e che refrain (che vi lascio scoprire da soli).

Buona lettura 🙂

Nota a margine: anche qui s’è parlato di “Cacciatori di frodo”, entrato nella nostra personale hit-parade #certilibrivannolettidicarta. Perché la copertina (“nuda e vestita”, come si è detto su Twitter) già mostra, in germoglio, quel che l’opera poi renderà esplicito.

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