"Ragazze di campagna", di Edna O’Brien

Complicato separare l’opera di Edna O’Brien dalla scrittrice stessa, una delle firme irlandesi contemporanee più note, all’attivo oltre cinquant’anni di impegno letterario e una mole impressionante di materiale che spazia dal romanzo (16) e dai racconti (8 raccolte) alle opere teatrali (5), alle sceneggiature, alla poesia, alle biografie (James Joyce e Lord Byron) e all’autobiografia. Complicato perché tale produzione sconfinata, poliedrica e spesso di origine autobiografica fa il paio con la vita altrettanto ricca, eclettica e discussa vissuta da questa elegante e sofisticata signora oggi ultraottantenne.

Ragazze di campagna”, scritto in tre settimane, è pubblicato nel 1960 (nota a margine: per l’Italia poco dopo, 1961, da Feltrinelli) e alcuni anni più tardi viene incorporato con altri due romanzi a prosieguo, “La ragazza sola” e “Ragazze nella felicità coniugale”, all’interno di una trilogia ben presto divenuta per contenuti e per lingua – un inglese profondamente codificato e di matrice nettamente letteraria – un classico della letteratura anglosassone.

Un’opera prima dal carattere molto personale, bruciata sui sagrati delle chiese della cattolicissima Irlanda a causa della scabrosità e licenziosità, giudicata eccessiva, delle due amiche protagoniste, le adolescenti Caithleen e Baba. Ragazzine di campagna, appunto, nate e cresciute nell’Irlanda contadina e bigotta degli anni cinquanta, che faticosamente cercano di emanciparsi sia emotivamente sia fisicamente da quell’ambiente gretto e asfissiante; l’una, Caithleen, figlia intelligente e dotata – ma ingenua, eccessivamente romantica e facilmente influenzabile – di un fattore ubriaco, molesto e fannullone e di una donna dolce e troppo remissiva nei confronti del marito e del destino; l’altra, Baba, secondogenita prediletta del veterinario della contea, benestante, viziata e sfrontata.

Non temete, le cinquanta sfumature d’Irlanda ci sono soltanto se si guarda al fiabesco di quel verde mondo oltremanica che innegabilmente (e nonostante tutto) pervade l’opera e verso cui la giovane Caithleen – conscia dei limiti delle sue origini ma anche degli indiscussi tesori offerti dalla sua terra generosa – proverà sempre la più acuta nostalgia.
Le parti del testo a sfondo sessuale infatti sono francamente ingenue e pudiche, lo sono oggi ma lo erano anche all’epoca, vien da dire, mentre lo scandalo attribuito a certe scene era in realtà soltanto un pretesto necessario e sufficiente per giustificare la censura anche verso altri punti più oscuri del testo, quasi tutti parte di una denuncia più ampia, di chiara impronta sociale. Quella verso il mondo bigotto del cattolicesimo di provincia e verso i suoi frutti più perversi: donne costrette al ruolo di fattrici e serve di casa, remissive e assoggettate a mariti ubriaconi e violenti oppure impiegate sì, ma in lavori umili, ben al di sotto delle reali capacità, di nuovo sottomesse a maschi padroni o peggio ancora ad altre donne che, vittime di comportamenti e schemi di pensiero vecchi di anni, ormai inconsciamente assimilati, di quei padri padroni ne riprendono i paradigmi, esacerbandoli.

Un inno all’emancipazione femminile, insomma, che passa dalla rivendicazione del diritto allo studio a quella delle pari opportunità sociali e professionali, fino ad arrivare, anche ma non soltanto, all’autodeterminazione sul proprio corpo.

“Abbiamo diciotto anni e ci annoiamo a morte. Vogliamo vivere, bere gin, andare in giro su belle macchine e scendere negli hotel più grandi ed eleganti. Vogliamo vedere il mondo” (“RdC” p205)

Un desiderio di affrancamento che Edna O’Brien ha provato prima di tutto su se stessa: nata e cresciuta a Drewsboro, borgo rurale irlandese, poco più che ventenne sposa contro la volontà della famiglia lo scrittore Ernest Gébel – ammogliato già di suo, per altro – e diviene madre di due bambini. Il suo romanzo d’esordio, censurato in terra natìa, decreta irrimediabilmente la rottura dei rapporti con la famiglia di origine e anche quella del matrimonio (“Tu sai scrivere e io non te lo perdonerò mai”, pare l’affermazione, lapidaria, che pronunciò Ernest terminata la lettura del manoscritto di “Ragazze di campagna”). Segue il trasferimento dell’autrice a Londra, città che non abbandonerà mai più, dopo aver strenuamente lottato per ottenere l’affidamento esclusivo dei figli, vivendo una vita da “bohéme” (Livia Manera, CorSera 26/07/2013) con frequentazioni eccezionali tra cui Robert Mitchum, Sean Connery, Jane Fonda, Shirley MacLean (e tanti altri: Laurence Olivier, Harold Wilson, Richard Burton, Marlon Brando, Philip Roth, Norman Mailer…) e una, parallela, da scrittrice di estremo talento naturale sostenuto dallo studio costante e solitario delle lettere.

“E’ l’unico momento in cui sono contenta di essere donna, quell’ora della sera in cui tiro le tende, mi spoglio dei soliti vestiti e mi preparo per uscire. L’eccitazione cresce, minuto per minuto. Mi spazzolo i capelli alla luce della lampada e hanno i colori delle foglie d’autunno sotto il sole. Metto un po’ di ombretto scuro sulle palpebre e mi stupisco dell’aria misteriosa che dona ai miei occhi. Non mi piace essere una donna: vanitosa, frivola, superficiale. Basta dire a una donna che sei innamorato di lei e quella ti chiederà di metterlo nero su bianco, per farlo vedere alle amiche. Ma a quell’ora della sera mi sento sempre felice. Provo tenerezza per il mondo intero” (op cit. p228)

Buona lettura [anche dell’autobiografia da poco uscita sempre per Elliot] 🙂

"La Collina", di Andrea Cedrola e Andrea Delogu

Quando ci si imbatte in certi racconti l’unica necessità è quella di sospendere il giudizio, mostrando così il rispetto dovuto nei riguardi di una esperienza personale dirompente e per questo indiscutibile a prescindere – a meno di non averne vissuta una simile in prima persona.
Questo è ciò che capita quando si affronta “La Collina”, romanzo scritto a due mani (Andrea Cedrola, 33 anni, sceneggiatore, e Andrea Delogu, 32, conduttrice tv, attrice, appassionata di musica e seguitissima blogger) che racconta le vicende accadute a Valentina Carrau, dieci primavere quasi tutte trascorse all’interno della comunità di recupero presso cui i genitori, vittime dell’eroina, avevano trovato rifugio all’inizio degli anni ’80.
Esperienza in parte realmente vissuta proprio da Andrea Delogu, figlia di uno dei primi assistiti dalla comunità di San Patrignano poi divenuto, col tempo, addirittura l’autista e l’uomo di fiducia di Vincenzo Muccioli. La narrazione infatti prende spunto dalla vita di Andrea, cresciuta in comunità durante l’infanzia, ma poi ripercorre – attraverso i ricordi personali dell’autrice e di tutti coloro che le hanno offerto testimonianza nel corso degli anni – anche le vite di tanti altri tossicodipendenti che la comunità ha salvato, o anche, purtroppo, irrecuperabilmente spezzato. E’ un documento forte, sebbene non contenga nulla di nuovo rispetto a quanto si è detto e scritto nei confronti della comunità di San Patrignano negli ultimi trent’anni, ed emotivamente coinvolgente – specie se si pensa al silenzio dell’autrice a riguardo, quasi ventennale.
Lo sguardo di Valentina è sincero e aperto al mondo che la circonda, un microcosmo che Andrea Delogu ricorda e descrive con premura e tenerezza: fatto di natura, spazi aperti, animali, avventure con i coetanei; una realtà innegabilmente altra rispetto alla vita esterna e per tanti versi migliore, più semplice e più adatta alle necessità primordiali dell’essere umano: la condivisione dei successi e delle difficoltà in un clima di forte supporto collettivo, reciproco e autosufficiente, affetto e, paradossalmente, serenità emotiva.
Verrà poi, inevitabile, il momento delle domande, della critica, dei dubbi e addirittura dei sospetti verso quel sistema di pedagogia autoritaria di cui Riccardo Mannoni, leader carismatico della “Collina”, è fautore, e verso l’istituzione stessa della comunità terapeutica, un’enclave chiusa dall’interno e sufficiente a se stessa, in cui talvolta le relazioni sociali, lungi da essere pari, finiscono per nascondere invece fortissime gerarchie di potere basate sulle fragilità degli individui che la compongono e la alimentano.
“La Collina” è un’opera narrativa pensata e studiata attentamente, nelle forme e nei contenuti. Non è soltanto una (auto)biografia intima e accorata ma anche una testimonianza corale di un mondo e soprattutto di un’epoca. Un lungo momento di riflessionedall’equilibrio notevole; un testo deciso, teso, in vibrazione costante, mai aggressivo o esagerato né nei toni né nelle rappresentazioni.
Buona lettura 🙂

"1913, l’anno prima della tempesta", di Florian Illies

Potrebbe sembrare soltanto un divertissement da salotto. Ad uso ed esclusivo consumo, per altro, di lettori già avvezzi alla materia e al modus scrivendi tipico di questo genere letterario che sta a metà strada tra l’approccio analitico dello stile giornalistico e la poesia del romanzo d’invenzione.   

Già, perché qui sta il punto, di che cosa parliamo quando parliamo di 1913. 
Florian Illies, giornalista del quotidiano tedesco Die Zeit e storico dell’arte (appunto, vedi sopra), riesce nell’impresa di raccontare un anno particolare e unico della storia mondiale – quello precedente allo scoppio della prima guerra mondiale – partendo non dai fatti ma dagli individui
Un metodo di analisi né convenzionale né nuovo (ricordiamo per esempio la “Storia confidenziale della letteratura italiana” di Giampaolo Dossena, Milano 1987-94), sempre interessante e non certo di facile gestione quanto più i personaggi si fanno tanti, famosi – chi già, chi non ancora – geograficamente itineranti e caratterialmente sfaccettati.

Sì perché Illies, dei fatti, quelli importanti, quelli che hanno fatto la Storia, non parla mai. Si possono leggere sui manuali – dice. Quello che sui manuali non puoi leggere è, invece, l’interconnessione
Per esempio, pochi forse hanno mai dato peso alle passeggiate invernali dell’esiliato Josif Stalin negli splendidi giardini di Schonbrunn – Vienna. Escursioni digestive che il suddetto probabilmente condivideva – almeno geograficamente – con un giovane, anonimo acquarellista di strada pure lui appassionato podista viennese: Adolf Hitler. Nello stesso periodo, sempre a Vienna, Stalin e Trotzkij si stringono la mano mentre due vip del momento, Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, litigano di brutto e si lasciano – per sempre – in malo modo. Ce n’è per tutti: futuri dittatori, capi di stato, militari di professione ma anche artisti, pittori, filosofi, scrittori, socialitè. Duchamp fa il botto a New York, Proust ha da combattere le stroncature parigine al primo, monumentale volume della sua Ricerca. Schonberg viene letteralmente preso a schiaffi dal suo pubblico (le sperimentazioni musicali non sono certo per tutti); a Praga Kafka scrive e combatte le sue paranoie amorose, Mann e Rilke cercano di fare lo stesso nelle rispettive location. 
Ci vorrebbe googlemaps, per tracciare tutti i sentieri, gli scarti del pensiero, la geografia degli spostamenti di questi uomini che, nel bene e nel male, hanno poi fatto la Storia.

Solo un divertimento letterario, si diceva, anche abbastanza colto e di non facile lettura? Attenzione a non farsi ingannare dall’approccio finto-divulgativo. Sì perché Illies ci strizza l’occhio e come nella fiaba di Pollicino semina briciole di pane che occorre essere abili a raccogliere. C’è qualcosa, che accomuna questa girandola di personaggi, questi labirinti praticamente inestricabili di lettere, messaggi, parole sussurrate, incontri fortuiti: un’inquietudine sottile, una febbre leggera, sottopelle, che a poco a poco, col passare dell’anno, si fa più insistente e fastidiosa. Tra le personalità più eminenti della letteratura e dell’arte (o quelli che famosi lo diventeranno poi) serpeggia un malessere tutto intimo e personale (la famosa “nevrastenia”) che si fatica ad ascrivere a una situazione con molta probabilità esterna al sé. E’ quel non stare bene da nessuna parte che spinge gli Uomini all’azione e al cambiamento ma che talvolta li rende anche ciechi di fronte all’universale, persi nell’intento di gestire la propria, dirompente, individualità. E quando l’universale si fa tempesta, allora l’importante è sì studiare il passato per trarne insegnamento ma anche essere consapevoli delle interconnessioni praticamente infinite – e soltanto intuibili – che ci circondano. 

L’opera di Illies è stata accostata, in sede critica, a un’altra di recente uscita: “I sonnambuli – Comel’Europa arrivò alla Grande Guerra” di Christopher Clark – Laterza 2013.

“1914. Re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali: chi aveva le leve del potere era come un sonnambulo, apparentemente vigile ma non in grado di vedere, tormentato dagli incubi ma cieco di fronte alla realtà dell’orrore che stava per portare nel mondo”.

Recita la sinossi. Un livello di consapevolezza assai scarso, paragonabile (ahinoi) a quello odierno. I parallelismi, insomma, sono evidenti e vale la pena analizzarli. Se Clark affronta il tema col piglio autorevole del professore (di Storia moderna all’Università di Cambridge), Illies sfodera uno stile giornalistico mitigato dalla fascinazione propria del romanziere, lasciando ampio spazio alla creatività dell’Uomo, di cui viene lodato l’estro artistico, la flessibilità mentale, la resilienza.

Un’opera dal potenziale iconografico enorme, una sfida per la nuova frontiera degli enanched book.

Buona lettura 🙂

"Promettimi che ci sarai", di Carol R. Brunt


Con lievità, ecco come a volte si riesce a parlare della morte.


New York, dicembre 1986. Domenica. Interno – giorno.
June e Greta Elbus posano per un ritratto.

Davanti al cavalletto è seduto zio Finn, pittore di fama internazionale.
E’ un artista poliedrico, eccentrico: il suo appartamento rivela gusto per l”arredamento esotico e di antiquariato, uno stile personale e variegato che deriva dall’esperienza accumulata nel corso dei tanti anni trascorsi in viaggio per le Americhe e l’Europa, gran cultura musicale – specie per la musica classica – ed enogastronomica.

Sarebbe tutto perfetto se non fosse che zio Finn sta morendo. A causa per altro di una malattia orribile, poco conosciuta, che nel 1986 l’America perbenista ancora condanna e stigmatizza a marchio di una ben precisa categoria di individui – che purtroppo hanno come unica colpa di esserne state, al principio dell’epidemia, le vittime più conosciute.

June, che ci racconterà in prima persona tutta questa storia, ha 14 anni. E’ la nipote prediletta di zio Finn, che ama profondamente. Con lui condivide l’estro artistico, la stravaganza e un profondo anticonformismo. Indossa gonne lunghe e calzature (steam)punk, porta i capelli raccolti in acconciature particolari ed è appassionata di storia e arte medievale, epoca in cui avrebbe desiderato vivere.
Al liceo non ha molti amici e conduce una vita selvatica e introversa a differenza della sorella Greta, di 16 anni, perfettamente inserita (o così sembra) nel tessuto scolastico grazie anche alla popolarità raggiunta con il gruppo teatrale, di cui è esponente di riconosciuta bravura.

La morte di zio Finn scardina la quotidianità familiare e proietta coniugi e sorelle Elbus in un complicato labirinto emotivo fatto di sentimenti mai espressi, fraintendimenti di vecchia data e incomprensioni generazionali: tutti nodi che in qualche modo dovranno (e “vorranno”) venire al pettine.

Perché Danielle, mamma di June e sorella maggiore di Finn, da molti anni nasconde a tutti – figlie comprese – il suo innegabile talento artistico (forse superiore a quello del fratello)? Perché Finn, partito per l’Europa appena maggiorenne e nonostante le promesse di un sollecito rientro, è rimasto lontano dalla famiglia per quasi un decennio?

Chi è l’uomo misterioso che i genitori di June accusano di essere addirittura la causa della morte di Finn? E se veramente esiste una persona così vicina al pittore, perché zio Finn non l’ha mai presentata a June? Ciò significa forse che June non è – agli occhi di zio Finn – quello che credeva di essere, ossia la nipote amata e preferita ma soltanto una delle tante, indistinte, persone di famiglia?

E poi che dire di Greta, da qualche tempo distante, scontrosa e vendicativa? Cosa si nasconde dietro quell’aria da ultimate-teen che non manca mai di mostrare al proprio parterre, quasi fosse un costume teatrale di cui vantarsi e dentro cui nascondersi, più che un reale stato dell’animo?

Piccoli e grandi segreti la cui conoscenza segnerà indelebilmente, per June e Greta, il passaggio dalla vita dell’infanzia a quella dell’età adulta.

Carol R. Brunt con questo romanzo di formazione invita i teens (ma non solo) – con una delicatezza di pensiero che non scade mai nel moraleggiante – a mettere da parte quegli occhiali rosa che spesso alterano la verità delle cose: il dramma della malattia e della morte esiste, permea il nostro mondo e a nulla valgono le mediazioni (neanche quelle letterarie…). La gente muore, così è e così sarà. 
Peggio ancora, l’esperienza quotidiana ci dice che spesso siamo tutti vittime di una certa propensione al giudizio, che tuttavia, ci avverte l’autrice, non è altro se non un banale trucchetto messo in atto dalla nostra psiche ogni volta che la mente si trova costretta a cercare una spiegazione logica a quel che di logico non ha nulla.

C’è un unico insegnamento da trarre quando si affronta la morte, specialmente se essa ci sfiora veramente da vicino:

Il sole continuava a scivolare via, e pensai a quante possono essere le piccole cose belle della vita che poggiano sulle spalle di qualcosa di terribile” (p273)

(Un unico appunto: il titolo originale “Tell the Wolves I’m Home” – maiuscole comprese – ci piaceva assai – di più)

Buona lettura 🙂

"Storia delle terre e dei luoghi leggendari", di Umberto Eco

Che cos’è la #storiadelleterreedeiluoghileggendari ce lo racconta Umberto Eco fin dalla prefazione:

“Qui non ci occuperemo di luoghi “inventati” (…). Si tratta di luoghi romanzeschi, che lettori fanatici tentano talora di individuare senza grande successo. Altre volte si tratta di luoghi romanzeschi ispirati a luoghi reali, dove i lettori cercano di ritrovare le tracce dei libri che hanno amato. (…) Addirittura accade che luoghi fittizi siano stati indentificati con luoghi reali (…). Ma qui ci interessano terre e luoghi che, ora o nel passato, hanno creato chimere, utopie e illusioni perché molta gente ha veramente creduto che esistessero o fossero esistiti da qualche parte”. (p7)

Si parte da Atlantide (“Terre che certamente non esistono più ma che non è da escludere siano esistite”) per arrivare a Shamballa (“A cui alcuni attribuiscono una esistenza totalmente ”) senza dimenticarsi dei luoghi menzionati solo dalle fonti bibliche, come il paradiso terresteo il paese di Saba, ma verso le quali si mossero in molti, primo tra tutti Cristoforo Colombo. E infine terre realmente esistenti alle quali l’uomo ha assegnato nel corso dei secoli una precisa mitologia: Alamut, Glanstombury, Rennes-le-Chateau, Gisors.

Che cosa hanno in comune quindi tutti questi luoghi?

Sia che dipendano da leggende antichissime (…) sia che siano effetto di una invenzione moderna, essi hanno creato dei flussi di credenze” (ibid.)

Un’opera da consultazione, questa, che si avvale di supporto consistente, fatto prima di tutto di un packaging prezioso. L’apparato iconografico è composto da illustrazioni imperdibili (le abbiamo condivise recentemente anche in qualche twitt) ed estremamente interessante è l’analisi delle fontiin calce ad ogni sezione.

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Da leggere con tenacia e leggiadria insieme, lentamente, lasciando decantare ogni capitolo.
ADC lo sta facendo ora, in queste lunghe notti di influenze e di febbri di bambini. Perché se come disse FS Fitzgerald “In una notte dell’anima veramente oscura sono sempre le tre del mattino”, studiare l’ingegno umano (e sorprendersi sempre di come sia giunto a tanto, ecco la magnificenza dell’Uomo), giusto giusto alle 3:30am – un caffettino in una mano e nell’altra termometro digitale e boccetta di tachipirina in gocce – fa sempre piacere.

Buona lettura 🙂
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"La fabbrica dei cattivi", di Diego Agostini

Il racconto, narrato in prima persona, si apre con Alex, padre di famiglia di circa quarantacinque anni, steso su un letto d’ospedale vittima di un problema neurologico di dubbia origine: una improvvisa perdita di coscienza a cui ha fatto seguito il ricovero urgente al pronto soccorso. Forse si tratta di una infezione.

Il protagonista è separato dalla famiglia che avrebbe dovuto raggiungere di lì a poco (la moglie Mara e i due figli, Giulia, cinque anni e Lorenzo, dieci, si trovano addirittura all’estero), immobilizzato a letto, circondato da flebo e monitor: per il momento è completamente ignaro delle sue reali condizioni di salute. Mentre attende con angoscia crescente – e oppresso da un forte senso di claustrofobia – che i medici svolgano le analisi adeguate non può fare altro, date le circostanze e le similitudini (poi si capiranno quali), che tornare con la mente alle vicende drammatiche che hanno interessato proprio la sua famiglia nell’anno appena trascorso. 
Già preda della suspance di conoscere il destino di Alex, effettivamente appeso a un filo, ci immergiamo quindi in questa lunga, lunghissima rievocazione di un evento passato che sembra aver lasciato segni indelebili nella psiche (e forse anche nel fisico, ci viene da pensare) del protagonista stesso.

Alex e Mara sono una coppia di estrazione sociale medio-alta. Fanno parte dell’upperclass europea laureata, poliglotta, benestante, esterofila. Quarantenni in buona salute e forma fisica, svolgono una professione creativa e di prestigio che consente un tenore di vita oggettivamente alto. Hanno due bambini, un maschio e una femmina, vivaci, esuberanti ma beneducati e responsabili per quanto l’età lo consente.

Alex e Mara, esperti conoscitori della lingua inglese e ferventi ammiratori della cultura e del mondo anglosassone, e specialmente dell’american way of life di cui apprezzano l’ “unità sorprendente” (p14) della società di fronte agli eventi avversi, la cordialità delle persone, “il pragmatismo unito alla capacità di sognare, la voglia di fare, il costante desiderio di migliorare le cose” (p14), per le ferie estive hanno l’abitudine consolidata ormai da alcuni anni di partire per la Florida. Per diverse settimane risiedono in una bella villetta ammobiliata nella tranquilla e borghese community di Port Florence, un sobborgo d’elite creato con l’arte ordinata, “omogenea e gradevole” (p15) dei tipici quartieri residenziali della provincia americana, e si godono gli amici, l’oceano, il sole, i paesaggi mozzafiato di cui questo tratto di America non è avaro. 

Tuttavia, qualcosa va storto. Durante la vacanza oggetto del flashback, capita che la famiglia, un pomeriggio, venga sorpresa in spiaggia da un forte temporale. Si riparano tutti in auto e si recano in fretta in un mall poco distante per acquistare degli indumenti asciutti. Nel tragitto, Giulia si è addormentata legata al seggiolino; quindi il papà, non volendo interrompere il suo riposo, parcheggia il monovolume e rimane con lei. Dopo poco però Mara lo chiama nel negozio: ci sono problemi con la carta di credito. L’auto è all’ombra, la temperatura mite dato il brutto tempo, Giulia dorme tranquilla e sarebbe meglio lasciarla continuare, anche su consiglio del pediatra, perché se la si sveglia con troppa energia è vittima di attacchi isterici – comuni a tanti bambini – che poi si risolvono con molta difficoltà. Alex allora decide, non senza preoccupazione, di lasciare la piccola da sola in macchina qualche minuto, il tempo necessario per entrare al negozio (da cui cerca di non perdere di vista l’auto nemmeno per un secondo) e risolvere l’imprevisto. Tempo sufficiente perché qualcuno, avendo assistito alla scena, chiami immediatamente le forze dell’ordine, che arrivano sul posto in pompa magna: auto della polizia, pompieri, detective preposto all’analisi del caso, finanche una troupe televisiva. I tutori della legge si fanno strada tra la folla sempre più fitta accalcatasi intorno alla vettura. I cristalli della macchina vengono infranti, il portellone divelto, la bambina estratta dall’auto ancora legata al seggiolino e portata (naturalmente in lacrime per lo spavento) di corsa all’ospedale per delle analisi. Alex è rinchiuso a forza nella macchina-prigione dello sceriffo: i genitori di Giulia vengono accusati di abbandono di minore, arrestati e imprigionati. Secondo le imputazioni a loro carico, i bambini rischiano addirittura di essere dati in affido. 


Inizia qui l’inquietante, mostruosa, claustrofobica avventura di Alex nell’intricato mondo della giustizia americana – non sappiamo quanto vera ma assolutamente plausibile vista l’accurata descrizione degli eventi, estremamente dettagliata sia nello svolgersi delle procedure, sia nella descrizione di luoghi e tempi.


Quando in tv guardiamo uno dei tanti telefilm di matrice americana non possiamo evitare di domandarci quanto sia reale ciò che viene descritto: scene del crimine recintate dal nastro giallo, macchine della polizia impegnate in vertiginosi inseguimenti sulle highways, detective devoti alla legge e votati all’azione. Ebbene, Alex ci dimostra che sì, è tutto vero. Se poi la fiction abbia preso spunto dalla realtà, o viceversa, questo è un altro punto della questione. “Tecnicamente” (p138), Alex ha commesso un errore: la legge della Florida (e anche la nostra, invero, seppure declinata in maniera diversa) è chiara, non è possibile lasciare un minore da solo in un’auto chiusa, senza aria condizionata, per più di una decina di minuti; e l’ignoranza della legge non è una giustificazione. Ma quando il “tecnicismo” si sostituisce in tutto e per tutto al buon senso, all’analisi dei fatti, all’ascolto dell’imputato e alla verifica super-partes delle prove, allora non siamo di fronte all’applicazione della legge: siamo di fronte alla creazione, eseguita a tavolino, di un malvivente fatto e finito, e al trionfo del supereroe made in USA. Ecco a voi “la fabbrica dei cattivi”.
Questo è il paese degli eroi, la loro patria di elezione. Anzi, di più. E’ il paese dei supereroi. Sono nati qui, e non è un caso. (…) Superman, il primo , il più potente, l’uomo di acciaio. Proprio Superman, che sulle copertine fa sfoggio di grande patriottismo, in realtà nelle sue storie si guarderà bene dal battersi al fronte aiutando le truppe alleate con i suoi superpoteri e continuerà, imperterrito, a dare la caccia ai nemici di sempre, in patria. Da Lex Luthor ai criminali comuni, come se la pace nel mondo contasse meno della tranquillità delle strade di Metropolis, come se alla fine supereroe fosse sinonimo di superpoliziotto. I supereroi vivono in un mondo autoreferenziale, privo di qualsiasi legame equilibrato con il contesto esterno. Sono dall parte del giusto e combattono contro il male. Non puoi metterli in discussione, altrimenti sei contro di loro. E se sei contro di loro, tu sei il male” (p48)
Alex affronta così una moderna discesa agli inferi costellata da personaggi di ogni tipo e grado, che sfidano con sfrontatezza ogni possibile limite al concetto di stereotipo: lo sceriffo borioso e un po’ imbolsito che applica le procedure alla lettera; il detective che ha fatto del suo impiego una missione al limite del fanatismo più estremo e che non esita a falsificare le prove spinto più dal desiderio di incastrare un colpevole che dall’urgenza di reperire la verità dei fatti; l’assistente sociale che, visto il ruolo, dovrebbe condividere con genitori e bambini sentimenti di empatia e indulgenza ma che, in nome di una presunta tutela dei minori a lei affidati, sradica intere famiglie utilizzando menzogne e strumenti di coercizione e basandosi esclusivamente su supposizioni personali (sue e degli altri colleghi) ed indizi non ancora verificati. Sono queste le persone preposte all’analisi del caso di Alex. C’è da averne paura. Ma c’è da avere paura anche del sistema in sé, che punisce ma non premia, che rinchiude e non rieduca: l’individuo, spogliato dei suoi effetti personali, viene denudato e spersonalizzato nel corpo, rivestito di una tuta arancione identica a quella di tutti gli altri detenuti, e nella psiche, perché costretto ad interagire con un sistema-carcere che impedisce, di fatto, qualsivoglia rapporto tra il carcerato e gli esponenti delle forze dell’ordine a cui è affidato. 
Se la potente e onnipresente forza di polizia ha lo scopo di ridurre il crimine, in teoria non ci dovrebbero essere recidivi. La proporzione dovrebbe essere inversa, i nuovi arrivati dovrebbero essere la maggioranza. Eppure quasi tutti gli uomini che sono in questa stanza conoscono già la prigione. Se questo è un campione del risultato del sistema, una cosa è certa: il sistema non riesce a disincentivare il crimine. (…) E se invece sortisse proprio l’effetto contrario?” (p118)
Fioriscono le agenzie che offrono servizi di pagamento delle cauzioni; fioriscono gli studi legali, specializzati in qualsivoglia crimine civile e penale. L’industria dei cattivi è abile nel proporre una strategia di marketing vincente: creare il bisogno e insieme l’oggetto che a questa necessità fittizia può offrire concreta risposta. “Se non capisci una situazione, prova a seguire il percorso che fa il denaro. Follow the money” (p142), suggerisce ad Alex l’amica Kelly.
Il terrore raggiunge l’apice e si mescola al grottesco nelle scene in cui acquista parte rilevante la nazionalità non-americana di Alex, limitato dall’utilizzo di una lingua che per quanto conosciuta non è mai la propria, oppure al claustrofobico quando si analizza l’immenso potere dei media che possono, attraverso la pubblicazione di materiale riservato (a cui tutti possono tranquillamente accedere on line, in nome di una trasparenza che non è tanto dissimile dalla violazione della privacy), condannare l’imputato ancora prima che il caso venga dichiarato chiuso e giudicato.
Sta ad Alex decidere: se raccogliere le forze e divenendo nuovamente un soggetto attivo continuare ad avere fiducia in un sistema che – per il momento – lo sta distruggendo e sta danneggiando, probabilmente in maniera irreversibile, anche la sua famiglia, oppure soccombere passivamente all’orrore che pare delinearsi all’orizzonte. 
Sta a noi considerare l’individuo in quanto tale, ben attenti ad evitare le sabbie mobili del dualismo buoni/cattivi. Se avere com-passione dell’essere umano non significa per forza giustificare, tuttavia la comprensione e l’ascolto dell’altro sono elementi necessari ed imprescindibili per la creazione di una società giusta ed equa.
Grazie a tutti i lettori per aver condiviso con ADC le quotes da #lafabbricadeicattivi che per qualche giorno ancora ci accompagneranno.
Buona lettura 🙂

"Il bordo vertiginoso delle cose", di Gianrico Carofiglio

Equilibrio, veniva da pensare leggendo questo Carofiglio.


Perché racconta un’esperienza personale dettagliata e inconfondibile, senza però che l’autobiografia risulti così invasiva da limitare un’eventuale immedesimazione da parte del lettore. La storia di Enrico, il suo romanzo di formazione, è intima e circoscritta ma è anche un manifesto di una generazione all’interno della quale molti non faranno fatica a collocare il proprio vissuto giovanile. 
Gli anni settanta, gli studi classici in un liceo fortemente politicizzato, i primi approcci con le estremizzazioni sociali; i fatti di cronaca, l’Italia del boom economico; la formazione scolastica tra le lettere antiche e quelle moderne, la filosofia, la musica, la poesia. 
Un contesto strutturato e contestualizzato con forza, anche geograficamente, cui va riconosciuto il merito del non-autocompiacimento: non siamo di fronte al solito romanzo sugli anni Settanta farcito di tutti quegli attributi (dagli eventi di cronaca più invasivi alla nota marca popolare della crema per le mani, per dire) che soltanto perché inseriti con agio nel contesto sembrano delle volte sufficienti a caratterizzare l’epoca. Gli anni Settanta di Carofiglio passano a volo, spesso solo intuiti, come è giusto che sia, mischiati com’erano anche nella realtà concreta di chi li ha vissuti alle esperienze pregresse e ai decenni precedenti in un turbinio di passato-presente difficile da riconoscere, identificare e catalogare.

Per i personaggi: credibili e ben delineati ma mai eccessivi. Il protagonista, Enrico, uno scrittore quarantottenne in crisi di ispirazione, è sì un personaggio da romanzo, con una vita particolare, ricca di eventi ed esperienze. Eppure non è dissimile dall’uomo della porta accanto, vittima della salute che va e che viene, di un matrimonio fallito per le cause più banali, di una certa (colpevole) inedia di azione e di espressione che tutti conosciamo bene, avendo essa fatto parte, almeno per qualche momento, della vita di ognuno. Celeste, la professoressa supplente di filosofia che tanta parte ha nell’impianto narrativo: intellettualmente affascinante, coltissima, giovane e di bell’aspetto, non manca di presentare zone d’ombra inevitabili e “naturali” – una certa fascinazione per gli estremismi politici per esempio, o certi “cedimenti” passionali, sentimentali e ideologici – attribuibili certamente alla giovane età e ad una maturità professionale ancora lontana da raggiungere. Il compagno di classe Salvatore, il deus ex machina che mette in moto, inconsapevolmente, tutta la vicenda, quella presente e quella passata: un ragazzone figlio dei vicoli di Bari vecchia, intelligente, desideroso di emancipazione sociale ma incostante negli studi, irrefrenabilmente irretito dalle lusinghe della lotta di classe e dalla violenza di strada, alla quale inizia anche il protagonista.

Per stile, forma, lessico. Esemplificativa la scelta della seconda persona singolare, secondo la stessa ammissione dell’autore nelle numerose interviste rilasciate: un “tu” che scinde il protagonista da se stesso creando una struttura complessa e bipolare tra un “presente-tu” (Enrico adulto) e un “passato-io” (Enrico adolescente). 
Una scrittura quasi colloquiale, intima, ricca di aggettivazione ma mai ridondante, specifica nelle subordinate eppure sempre lineare nella consecutio della narrazione.

Un romanzo (magari, meglio: un racconto lungo) studiato, che a prima vista parrebbe osare poco, specie nel finale che è lasciato quasi incompiuto. Eppure un’opera completa proprio nella sua sospensione di giudizio: una narrazione pulita, in cui è giusto che non tutto vada raccontato.

Buona lettura 🙂

"Ida" – "Legami di sangue", di Irene Némirovsky

Giorni passati, su Twitter, girava questo intervento qui, a firma Paolo Di Paolo, pubblicato sul blog di #Masterpiece in data 19 Dicembre (aperta e chiusa parentesi: leggetela, l’Officina Masterpiece, capita che spesso sia più interessante del programma in sé). 

In specie, quindi, si parlava del diventare scrittori: processo che, non v’è dubbio alcuno, presuppone una sistematica, metodica, difficile, ardua, infinita gavetta …da lettore.

Ora. Parlando di scrittori da imitare, io pensavo che se proprio dovessi mai cimentarmi nella difficile arte della scrittura, ecco, una da tenermi cara sarebbe davvero l’Irene, con le sue descrizioni dell’Essere Umano, di cui non è mai avara, in nessuna delle sue opere.

Perché l’Irene ha del metodo. Se l’è studiata la questione, questo è evidente, aggiungendo a quel talento narrativo che innegabilmente possiede – condito da una buona dose di sensibilità e intuito – un’osservazione analitica che, si capisce, viene dallo studio e, a sua volta, dalle letture personali di cui non ha mai fatto mistero, anzi: spesso nelle interviste rilasciate alle riviste dell’epoca la si vede soffermarsi con affetto e reverenza sulle proprie frequentazioni letterarie.

Maestrina dalla penna rossa sempre in lotta con se stessa alla ricerca dell’eccellenza intellettuale, è avvantaggiata da una condizione patrimoniale evidentemente di prestigio – almeno al principio – che le offre del materiale ricco e sempre nuovo su cui riflettere e con cui esercitarsi. 
Frequentazioni d’elite, alta letteratura internazionale ma non solo. L’Irene mostra un interesse vivo, sincero e curioso, indubbiamente scevro da patemi neo-veristi, anche – e vien da dire nonostante il di cui sopra status sociale – per qualsiasi espressione artistica che abbia il merito di impiegare la fisicità dell’espressione individuale: variété, avanspettacolo, café-chantant e cinema, prima muto e poi parlato, tutto fa numero e poco importa che poi questa materia venga utilizzata per completare il romanzo di una vita o per recuperare (come in questo caso) il denaro necessario a tirare avanti attraverso collaborazioni a contratto.

Sicché l’Irene si inventa uno standard tutto personale, una firma leggera e onnipresente, briciole di pane a guidarla sulla difficile strada della scrittura come erano gli esametri delle formule omeriche per gli aedi alla corte dei vecchi re barbuti.

Prima solitamente guarda al volto: gli occhi, la forma del viso, la carnagione, il naso, la bocca. Poi un passo indietro, per dar forma a capelli, orecchie, spalle. E’ un primo piano cinematografico che meticolosamente sposta e allarga: tronco, arti, altezza, peso, portamento; poi abiti, movimenti in campo lungo a ricollocare la figura nello spazio teatrale della scena. Conoscere l’Uomo per interpretare il presente, alla luce del passato, e dar forma al futuro.

“Gabriel… cerca di ricordarsi il suo volto, e subito lo rivede, come se fosse ancora seduto al suo fianco, chino verso di lei. Un gran naso aquilino, quasi adunco, come un becco da uccello rapace, delle guance ossute, con le superfici marcate, gli occhi chiari con la pupilla dilatata dei drogati, un lungo corpo magro e sinuoso, delle belle mani agitate da un tremito impercettibile, ma una bocca fremente e sensibile da vecchio guitto. Il suo volto era pallido e trasparente, il pallore degli uomini che scrivono tutto il giorno con la carne che alla lunga sembra riflettere il bianco della carta. Esagerava l’agilità silenziosa dalla sua andatura, ed esagerava la curva satanica delle belle sopracciglia che si depilava come una vecchia civetta…” (Ida, p29-30)

“Era una donna anziana, piccola e pesante. Si sforzò di conferire ai suoi lineamenti un’aria gioiosa e spensierata, ma gli occhi stanchi, sotto le palpebre rotonde e pallide, si illuminarono appena. Sorrise solo con gli angoli della bocca, e il volto avvizzito, invaso dal grasso, si atteggiò subito involontariamente in una smorfia imbronciata” (Legami di sangue, p5)

“I fratelli erano diversi l’uno dall’altro, ma in una maniera misteriosa si somigliavano. Albert era un cinquantenne con il viso tondo, il cranio e la pelle rosati, gli occhi malinconici. Augustin era più piccolo, magro, con i capelli argentati sulle tempie. Aveva un volto piacevole, che stava cominciando a imbolsire, e un’aria freddolosa e assente lo faceva somigliare ogni tanto a un gatto addormentato” (Ibid., p6)

– Ida, in “Marianne”, 82, 16 maggio 1934; ripreso in Films parlés, “Renaissance de la nouvelle”, Gallimard, Paris, 1934
– Liens du sang, in “Revue des Deux Mondes”, 15 marzo e 1° aprile 1936
@Elliotedizioni, 2013, nell’eccezionale traduzione di Monica Capuani

Buona lettura 🙂

"Atti mancati", di Matteo Marchesini

Il viaggio raccontato in “Atti mancati” è una cruda e lineare presa di coscienza: uno strumento di analisi personale, e professionale, che rispecchia al meglio i tempi in cui ci tocca vivere.

Si parte dalla vicenda di Marco Molinari – alter ego dell’autore, Matteo Marchesini (classe 1979, firma delle pagine bolognesi di CorSera, Foglio e Sole24 e uno dei più brillanti critici letterari della sua generazione): stessa età dello scrittore, Molinari, bolognese, è come lui giornalista freelance e si guadagna da vivere nuotando nel grande mare del precariato delle lettere, tra articoli su commissione, traduzioni, piccoli volumi di composizioni e saggi – e un romanzo monco e abbozzato chiuso nel cassetto del comodino. Tutto comincia quando a Molinari viene commissionato un pezzo sul “Bolognino d’oro”, onorificenza letteraria assegnata per l’occasione al letterato, saggista e scrittore Bernando Pagi, che in passato è stato il grande mentore del protagonista (da poco più di cinque vive ritirato in campagna, abbandonati studi e vita pubblica). Alla premiazione Marco inaspettatamente incontra anche Lucia, la sua fidanzata dell’epoca, scappata misteriosamente giusto cinque anni prima senza una spiegazione plausibile, e riapparsa – pare – proprio in occasione di questa cerimonia.

Se l’illustre studioso (figura che senza tanto mistero è modellata su quella, quasi identica, del famoso critico Alfonso Berardinelli) ha deliberatamente abbandonato il mondo universitario – che talvolta, specie quando si tratta di narrativa ed editoria in genere, si risolve in un panorama infecondo di giovanissimi questuanti e stucchevoli professoroni, su cui si posa l’occhio del critico, ora più che mai ironico e distaccato [“Bernardo è già seduto dietro la cattedra, tra assessori e membri del senato accademico, tutti intabarrati e sonnolenti” (p17). “Non è riuscito a disfarsi del capannello di professori e funzionari che gli s’è appiccicato addosso appena terminata la cerimonia, e dovrà andare a pranzo con loro” (p21)] – anche in Lucia – osserva Marco – qualcosa è cambiato: ha lo sguardo velato e il suo fisico rivela una magrezza estrema, improvvisa; nei suoi occhi Marco scorge l’urgenza di un riavvicinamento, urgenza a cui, vuoi per ignavia, vuoi per una certa viva curiosità che nonostante tutto riesce a far capolino, non è in grado di opporsi nei giorni successivi all’incontro. 
Difatti Lucia, portando a pretesto la sua lunga assenza dalle terre di casa, costringe Marco ad una serie di pellegrinaggi apparentemente senza senso nei luoghi della loro memoria condivisa, tutti caratterizzati da una specie di pena a contrappasso, come in una sorta di commedia dantesca: se le gite fuori porta che tanto avevano caratterizzato i primi mesi dell’amore erano liete, spensierate ricche di cibi, vini e soprattutto parole [“Una pura voglia fisiologica di chiacchiere”(p69)] ora la guida si fa a strappi, rigida; il clima non è affatto clemente [“Procediamo a braccetto, intontiti da un sole che acceca senza scaldare e si nasconde in una luce lattiginosa” (p87)], la conversazione è tesa, aguzza, centellinata e guardinga. E nella maggior parte dei casi, è Lucia a troncare di netto l’escursione, vittima di un malessere che inquieta e imbarazza.
Una provincia, quella Bolognese, la cui dettagliatissima descrizione anziché mortificare il racconto (in nome di una globalizzazione e conseguente spersonalizzazione del contesto ambientale che tanta parte ha ultimamente nella creazione del prodotto-romanzo) lo trasforma, lo completa e lo caratterizza, creando sfumature ineguagliabili di suono, parola e immagine, dandogli corpo e spessore, vivido e poetico. Piazze e monumenti, strade strette poco battute, vicoli e portici, bar di quartiere e osterie di periferia – tutti i luoghi dell’amore di Marco e Lucia, teatro della loro giovinezza – si trasformano in fondali di teatro slightly out of focus, necessari e mai invadenti, su cui si stagliano le due figure protagoniste, illuminate dalla luce cruda del presente e dell’esperienza, fino alla destinazione finale: una casa di cura per malati mentali presso cui risiede Davide, il fratello di Ernesto; Ernesto, l’amico di sempre dei due fidanzati e vittima, giusto cinque anni prima, di un terribile incidente stradale avvenuto proprio in prossimità della clinica e di cui non è stata mai chiarita la dinamica.

Qual è la linea sottile che separa la colpa dall’irresponsabilità, si domandano il protagonista e, assieme a lui, l’autore. Qual è la differenza tra una piccola bugia e un’omissione colpevole.

Lucia, attraverso questi pellegrinaggi distillati di cui si farà regista indiscussa e nei tempi e nei modi, costringerà Marco a rianalizzare le proprie, personali esperienze di vita squarciando il velo che nasconde il passato e riempie il presente di dubbi e domande per le quali Molinari non sa, e non vuole, trovare risposta, preferendo rinchiudersi in un mondo quasi virtuale, asettico e di esperienze e di rapporti umani. Una non-vita insomma, come candidamente ci illustra il protagonista – una voce quasi fuori campo al principio della lettura, mentre la cinepresa dall’alto dell’incipit scende verso il dettaglio della narrazione:

“A un certo punto, senza accorgertene, hai trentatré anni. E non puoi neanche dire di non aver raggiunto, almeno in parte, ciò che volevi. Fai un lavoro che non ha orari e quasi non ha gesti, asettico, ripulito da ogni sgradevole contatto umano. Non ricordi nemmeno più quando ha preso piede in te questa necessità di limare, escludere, cancellare tutto: rapporti, viaggi, imprevisti quotidiani. Sai solo che ora che hai quasi raggiunto l’obiettivo, lisciato ogni contorno, pareggiato ogni asperità, non ricordi più perché l’hai fatto. Ti chiedi per quanto tempo sarà possibile barare scrivendo il tuo articolo giornaliero senza lasciar capire che dietro è stato tolto l’audio dell’esperienza” (p10)

Che cosa (o chi) si nasconde dietro la morte di Ernesto?
Perché Molinari non riesce a terminare la stesura di quel romanzo, iniziato giusto cinque anni prima, che giace ancora in bozza nel cassetto più inaccessibile della sua scrivania?
Cosa ha a che fare l’improvvisa scomparsa di Lucia con questo suo altrettanto improvviso e inspiegabile ritorno?
Qual è il senso dell’interesse quasi morboso di Lucia nei confronti dell’opera di Ernesto, pagine in forma narrativa, vivide e brucianti, stese poco prima della morte improvvisa?

Si parte dalla vicenda personale, dicevamo, per approdare a qualcosa di diverso che travalica il senso intimo del viaggio di formazione. O, per meglio dire, forse lo caratterizza.
Alfonso Berardinelli (Roma, 1943) raffinato critico letterario specializzatosi in “critica della cultura nel 2011 dà alle stampe il discusso saggio “Non incoraggiate il romanzo” (Marsilio).
Ecco un estratto dalla quarta di copertina:
“Che il romanzo è un genere di consumo e di intrattenimento “per tutti”, lo si è sempre saputo. Ma il consumo è diventato più veloce, più distratto e l’intrattenimento lo si trova in abbondanza altrove. Quanto a qualità artistica, valore conoscitivo e documentario, la maggior parte dei romanzi che si pubblicano sono poco convincenti e non dimostrano nessuna memoria letteraria. Anche quando funzionano come trappole acchiappa-lettori, non provocano riflessioni e interpretazioni critiche impegnate, “non fanno storia”. L’attuale sovrapproduzione di narrativa dà perciò l’impressione di essere più un segno di patologia che di salute”.

Analisi non c’è dubbio sconfortante, che il nostro Molinari fa propria in maniera metaletteraria, e nelle lunghe digressioni letterarie al principio dell’opera, e successivamente, nei momenti più intimi del racconto:

“I pezzi rifiniti, quelli che coincidono esattamente col progetto che avevo in mente, sono anche i più chiusi, i più ingessati, i più sterili. Viceversa, i fuor d’opera sono brillanti, elettrici: ma non riesco a infilarli in una trama che vorrei somigliasse a una tagliola – un meccanismo secco, perfetto, scarno, che però non coincide con le mie esigenze espressive, e a cui pure non so rinunciare. È come se dovessi dimostrare a qualcuno di saper creare una storia tenuta in piedi da un’economia implacabile – come se dovessi provare oltre ogni ragionevole dubbio che i miei dubbi sulla forma-romanzo non dipendono da un qualche volgare ressentiment” (p28).

Eccolo qui, il dramma dell’individuo moderno: l’atto mancato della non-azione che si mangia l’iniziativa e del silenzio che ingoia, a buco nero, la capacità espressiva:
“Non abbiamo parole condivise per affrontare il dolore” (P84) dice Molinari. E’ un atto di accusa verso se stessi, più che verso la società, a quel sé intimo e nostro assuefatto a un certo lieve tepore confortevole e auto-referenziante che ci viene offerto da una vita sempre più facile e senza scosse.

La soluzione dell’empasse viene recuperata prima di tutto attraverso il valore salvifico delle lettere: il romanzo che Molinari finalmente riesce a concludere affonda nelle radici della realtà e nel dolore dell’esperienza, che attraverso un meccanismo catartico dischiude il velo dello scibile. Chissà che il processo (psicanalitico – a cui rimanda anche il titolo dell’opera) non valga anche per la risoluzione della coscienza personale.

Per ora al protagonista è concessa un’altra opportunità: suo compito sarà farla fruttare nel migliore dei modi:
“Scendo le scale in fretta, quasi correndo, e giù in strada mi ritrovo in mezzo alla folla carica di pacchi pasquali. M’infilo a occhi chiusi tra due comitive, e mi lascio trascinare da quel fiume lento e ronzante verso le luci della Porta” (p112)

Buona lettura 🙂

"Il weekend", di Peter Cameron

Più riguardo a Il weekend Cameron insegna al lettore l’arte della lettura lenta e continua. A concedergli fiato, frammentandola, ci pensa lui. Placido – ma risoluto – ti ordina di seguirlo.

“The weekend” è un’opera acerba (la prima edizione è del 1994), a tratti destrutturata, ma contiene in sé già tutti i germogli che andranno poi a comporre, maturati a frutto, le narrazioni successive.

Primo tra tutti, il gusto per il dipinto di atmosfera che tanto piace all’autore, utile e futile allo stesso tempo.

Sono i passi che più abbiamo condiviso su Twitter:

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“Lyle tornò tenendo in mano la lampadina come se fosse una rarità. Era smerigliata, di un tenue rosa conchiglia. <> disse. Tolse alla lampada il paralume di carta marrone e fece il cambio. La stanza si accese di un colore rosato” (p30)

“Per un’estate va bene – rispose Laura – ma ha quella terribile aria da casa in affitto” (…) “Hanno portato via tutte le cose decenti. Ho dovuto comprare delle lenzuola di cotone e della cristalleria. C’erano i bicchieri di plastica” (p49)

Nelle descrizioni degli ambienti predominano le nuance pastello, uno shabby-chic molto retrò che spazia dal rosa confetto, alle mille gradazioni del giallo (“Il colore delle pareti […] una sfumatura delicata ma brillante, come il burro genuino” – p67) , al color acquamarina (p119) di bagni e piscine – onnipresente la dimensione liquida e fredda che Cameron associa, come caratterizzante, alla stagione estiva, malinconica e sensuale allo stesso tempo: dagli specchi d’acqua assoggettati e ricreati ad arte dall’uomo (“<>” – p125) a quelli selvatici, dal fascino potente e inconscio: “Non poteva dire che il fiume fosse più bello di mattina, anzi, c’erano certe sere quiete in cui veniva da piangere a guardarlo: prendeva un colore viola e sembrava fermo, come un livido in fondo al prato. Scorreva profondo e freddo e determinato, limpido e tonificante” (p11)

I passi narrativi, per la maggior parte impiegati in descrizione d’ambiente, creano quasi sempre uno scostamento percettivo: si tratta spesso di inserti creati ad arte all’interno di una scena o di un dialogo serrato e pregnante tra i protagonisti. Quasi come se le questioni si facessero troppo personali, l’autore entra in campo lungo ristabilendo le giuste, e civili, prospettive, come a voler in qualche modo preservare l’intimità e la privacy dei suoi protagonisti, limitando il lettore nella sua conoscenza di fatti e personaggi.

Altro tratto caratterizzante della narrazione, ancora in fieri (e per questo forse ancora troppo accentuata ed evidente), è l’attenzione per quella patina di teatralità, glassata e zuccherosa, o cupa e dirompente, con cui tutti noi, a volte, amiamo dipingerci la vita e su cui lo scrittore Cameron riflette, con disincantata autoironia (usufruendone e, allo stesso tempo, criticandone l’utilizzo):

“Voleva toccarlo di nuovo, accarezzargli la pelle tesa e levigata dell’avambraccio, ma gli parve un gesto eccessivo, troppo consapevole, scontato. Sembrava un’indicazione di scena in un’opera teatrale: (Lyle tocca il braccio di Robert)” (p19)

“<> (…) <>” (p22)

“Durante la partita, con la mazza in una mano e il cocktail o la sigaretta nell’altra, sembrava indifferente, senza una tattica, distratto, ma verso la fine metteva da parte il bicchiere o il tabacco e in pochi colpi concludeva vittorioso la partita. Letale! esclamava, sono letale!” (p60)

“<>” (p66)

“Basta che la conversazione passi dal particolare all’astratto, pensò Marian, e stai sicura che avrai l’attenzione di Lyle. (…) <> <>. <<Quindi tu parli dell’arte narrativa? (…) Ma quella è una forma morta” (p70)

“<> <> rispose lei. <> <> <> <>” (p170)

Cameron in “The Weekend” riflette. Sui rapporti umani prima di tutto, come di consueto nelle sue opere, nelle quali non si può dire di certo che l’azione prevalga sul momento riflessivo, di cui essa è spesso soltanto un pretesto. E su quelle convenzioni sociali che regolano le relazioni interpersonali e a cui, volenti o nolenti, ci troviamo a dover sottostare:

“<> disse Robert. <<Be’, non credo che oggi si possa vivere diversamente, a meno di non essere degli idioti. Ma è una seconda natura, una corazza che copre quella vera” (p130)

“Te l’ho detto che i weekend in campagna con gli eterosessuali possono essere un pericolo per la salute mentale. E’ stato orribile? Avete mangiato hamburger e giocato a croquet?” (p165)

Il mondo di Cameron è un raffinato gioco di scatole cinesi, amaro e commovente: sotto le maschere da teatro che comunemente indossiamo e che –crediamo – ci differenziano l’uno dall’altro rendendoci unici e speciali (l’ereditiera italiana di mezza età, la di lei figlia attricetta hollywoodiana, il gay critico d’arte, la coppia di eterossessuali rigidamente NewYorkesi…) vivono e bruciano i medesimi sentimenti: il timore di non essere amati abbastanza, l’angoscia per il senso della vita, l’amore filiale che porta con se, più che felicità e senso di appagamento, l’ansia e le preoccupazioni per il futuro, nostro e di chi ci sta accanto.

“Ci sono cose che si perdono e non tornano indietro; non si possono riavere mai più, se non nella copia carbone della memoria. Ci sono cose a cui sembra impossibile rassegnarsi ma a cui rassegnarsi è inevitabile. Lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai. Un piccolo bassotto di porcellana delle White Mountains. Una marionetta del teatro delle ombre di Bali. E guarda: un calzascarpe d’avorio di un hotel a quattro stelle di Zurigo. E qua, come un sasso che porto ovunque, c’è un pezzetto di cuore altrui che ho conservato da un vecchio viaggio” (p159-160)

Vi invito a leggere le belle cose scritte, a riguardo, da @FNall.

Buona lettura 🙂