“Gli attrezzi originari della lotteria erano andati perduti molto tempo addietro, e la bussola nera che ora stava sullo sgabello era entrata in uso ancora prima della nascita del Vecchio Warner, l’uomo più anziano del paese. Mr. Summers parlava spesso ai paesani dell’opportunità di fare una cassetta nuova, ma l’idea di alterare anche quel poco di tradizione rappresentato dalla bussola nera non piaceva a nessuno” (pag. 14)
lettura lenta
"Il cardellino", di Donna Tartt
Prima di tutto per la sostanza formale e strutturale del testo.
Punto uno: le dimensioni. In edizione cartacea fanno 892 (ottocentonovantadue) pagine scritte fitte. Il tutto suddiviso in parti (5 – i cui titoli devono essere mandati a memoria), un numero che pare illimitato di capitoli, per altro in ordine progressivo, e poi via di sottocapitoli, come se non ne avessimo già abbastanza.
Punto due: una struttura in flashback che occupa i nove decimi dell’opera. Ciò significa convivere con quel tipico, leggero ma persistente affanno da lettura compulsiva per 700 pagine almeno. Non quisquilie, anche perché “The Goldfinch”, se piace, crea assuefazione: prepararsi a fare le tre di notte e anche oltre.
“Fuori, una pioggerella ghiacciata picchiettava contro il vetro della finestra e gocciolava sopra il canale; e malgrado la ricchezza dei broccati e la soffice carezza dei tappeti, la luce portava con sé una gelida eco di quella del ’43, un sentore di privazione e austerità, tè annacquato senza zucchero e a letto senza cena” (pag.14)
“Fu come perdere l’unico punto di riferimento in grado di guidarmi verso un luogo più felice, verso un’esistenza più ricca di legami e più congeniale” (pag.16)
“Quando mi accomodai ai margini del gruppo – setto o otto centimetri più in basso del resto dei commensali, su una seggiolina di bambù apparentemente fragile, diversa dalle altre – lo sguardo di Platt incrociò il mio senza troppo interesse e passò oltre” (pag.141)
“A New York ogni cosa mi ricordava la mamma – ogni taxi, ogni angolo di strada, ogni nuvola che compriva il sole – ma lì fuori, in quel rovente vuoto minerale, era come se lei non fosse mai esistita (…). Era come se ogni traccia di lei fosse stata bruciata dal nulla del deserto” (pag.258)
“La piscina era vuota, con due dita di sabbia sul fondo, senza nemmeno un giardinetto o un cactus. Tutte le superfici – elettrodomestici, banconi, pavimento della cucina – erano coperte da un sottile strato di sabbia” (pag.281)
“Non mi ero ancora reso conto di quanto fosse inquietante la periferia di Canyon Shadows: una città giocattolo, che sfumava nel deserto sotto cieli minacciosi. La maggior parte delle case sembrava non essere mai stata abitata” (pag.280)
“Una giungla di dorature risplendeva nell’ambiente rischiarato dalla luce che filtrava dai vetri sporchi della finestra: putti dorati, cassettoni e candelabri in oro e – a coprire l’odore del legnno antico – un tanfo di trementina, pittura a olio e vernice” (pag.150)
“Sapevo che la sua morte non era colpa mia, ma a un livello viscerale, irrazionale e inscalfibile, ero convinto che lo fosse” pag453)
“Un pallore che mi fece venire in mente i martiri gesuiti rappresentati negli affreschi delle chiese che avevo visto durante la gita a Montréal: europei robusti e valenti, bianchi come la morte, torturati e bruciati nei territori degli Uroni” (pag.152)
“Una candela si scioglieva in un bicchiere rosso tra ciondoli e rosari, spartiti musicali, fiori di carta velina e vecchi biglietti di San Valentino (pag.170)
“Più su, il tramonto splendeva, sgargiante e spietato, e le nuvole rosso sangue sembravano l’apocalittica conseguenza di qualche catastrofe, detonazioni su atolli nel Pacifico, e la fauna selvaltica che fuggiva su uno sfondo di fiamme” (pag.311)
“Per quanto mi rendessi conto di essere stato fortunato, non riuscivo a esser felice o riconoscente per la mia buona stella. Era come se il mio spirito avesse subito una trasformazione chimica (pag.473)
“Immobile in quell’incerto pomeriggio di primavera, mentre i bambini appena usciti da scuola mi correvano intorno, mi sentivo tradito e confuso come di fronte a uno scherzo di pessimo gusto” (pag.500-01)
“Per anni era stata la prima cosa a cui pensavo appena sveglio, l’ultima quando andavo a dormire, e durante il giorno ci pensavo di continuo, in modo intrusivo, ossessivo e doloroso” (pag.534)
“Lei era il mio regno scomparso, la parte illesa di me che avevo perso insieme a mia madre. (…) Paesi che non avevo mai visto” (pag.535).
“Vecchiaia, malattia, morte. Nessuno aveva scampo. Anche i più belli non erano che morbidi frutti sul punto di marcire. Eppure, per qualche strana ragione, la gente continuava a scopare, a riprodursi e a sfornare altro cibo per vermi, mettendo al mondo altri esseri umani destinati alla stessa sofferenza, come se questo fosse uno strumento di redenzione, un’azione giusta o, persino, degna di ammirazione: trascinavano creature innocenti in un gioco senza vincitori. Neonati che si dimenavano, mamme dolci e compiaciute, drogate di ormoni, Ma non è adorabile? Ooohh. Bambini che schiamazzavano e correvano al parco, totalmente ignari dell’inferno che li aspettava: lavori monotoni e mutui esorbitanti e matrimoni sbagliati, calvizie, protesi all’anca, solitarie tazze di caffè in una casa vuota e una sacca per colostomia in ospedale. La maggior parte delle persone sembravano soddisfatte della sottile patina ornamentale e del sapiente gioco di luci che, di tanto in tanto, facevano apparire più misteriosa o meno ripugnante la sostanziale atrocità della condizione umana” (pag.552).
Nota: le citazioni sono tratte dall’edizione italiana (Rizzoli 2014), in traduzione di Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai
"Come finisce il libro", di Alessandro Gazoia
“La pubblicazione non è insomma un interruttore della luce che prevede solo lo stato di acceso e spento: quando diciamo che un autore “debutta con Mondadori” intendiamo che ha meritato di pubblicare il suo primo romanzo presso quella grande casa, e diamo per scontato che si sia fatto conoscere con altre prove più brevi: in questi anni avrà pubblicato sul suo blog personale, su un sito culturale collettivo, su un giornale locale e poi nazionale, in una racconta di racconti di giovani talenti presso una piccola casa editrice, ecc” (kindle, pos. 723)
“commentando direttamente e in prima persona il testo pubblicato, elimina il ruolo di mediazione del critico” (829)
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Che cos’è un lit-blog? In che modo, attraverso quali mezzi, e soprattutto da chi viene definito tale?Si scherzava, ma non troppo, relativamente alla questione.E’ spesso abbastanza sottile il confine che separa il “lit-blog” specie monoautore e il sito web di “uno che legge e che si trova, così tanto per, a scrivere di quel che legge”. Anche perché se tutti i website che parlassero di lett(erat)ura venissero così d’emblée (auto)definiti “lit-blog”, a qualcuno non verrebbe la necessità di dover trovare un altro, più efficace modo, di fornire attributi di genere a un “mostro sacro” come, per esempio, Nazione Indiana (forse… Senior lit-blog?)? Sicché: cos’è, un lit-blog? Questione complessa e probabilmente al momento irrisolvibile, ma tant’è, qualche domanda occorre sempre porsela.
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Posto che il lit-blog sia stato creato quale terreno fertile di confronto, scambio e condivisione di cultura fra i curatori e gli utenti, in che modo esso si pone nei confronti del materiale preso in esame?Per il (lit)blogger si apre un ventaglio di opzioni difficilmente quantificabile a causa dell’estrema vastità e variabilità dell’offerta: si va dalla posizione ferma, dura e pura di che non accetta alcun testo in copia promozione stampa e parimenti non fa certo del rapporto diretto con lo scrittore o con le CE uno dei temi core del proprio sito web, a “redazioni” all’opposto aperte a variegati esempi di collaborazione con CE ed autori, dall’ “anteprima”, alle “impressioni”, alle interviste con lo scrittore fino all’ospitata di autori e referenti delle CE in incontri on line appositamente creati. Due paradigmi completamente opposti che forse vale la pena di considerare attentamente, con tutto quel che sta loro nel mezzo, perché non si tratta di una situazione esclusivamente autoreferenziale ma coinvolge un soggetto imprescindibile quando si parla, appunto, di terreno fertile di confronto, scambio e condivisione di cultura: il pubblico, fruitore del blog.
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“Come l’autore autoautorizzato insidia la figura dello scrittore ed elimina il ruolo di mediazione dell’editore, così il lettore digitale, commentando direttamente e in prima persona il testo pubblicato, elimina il ruolo di mediazione del critico. (il blog) si propone come una forma di superamento della mediazione critica, o meglio di opposizione alla mediazione tradizionale” (829)E quindi? Probabilmente a tutt’oggi “noi bloggers” (ehm) non possiamo fare altro che tenere sempre bene a mente il concetto di responsabilità individuale nei confronti di terzi (ossia “quelli che ci leggono”) e agire un po’ di conseguenza ognuno secondo le proprie sensibilità, per altro senza cadere mai nell’equivoco, foriero di fraintendimenti, del: il lit-blogger “lavora nell’editoria”.
L’espressione “Lit-Blog” #autoautorizzata presuppone l’esistenza di SeniorLitBlogs? ExecutiveLitBlogs? @jumpinshark #comefinisceillibro
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 13 Agosto 2014
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E’ possibile/necessario risalire alla genesi di quel che si legge? #selfpublishing #Kindleworlds #wattpad @jumpinshark #comefinisceillibro
— Appunti di carta (@appuntidicarta) 13 Agosto 2014
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Buona lettura 🙂
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"Shiver", di Maggie Stiefvater
- il fatto che in un video, pubblicato sul suo web, Maggie Stiefvater stessa abbia motivato il finale aperto della trilogia (attenzione: contiene spoiler!) e in varie interviste giustifichi il suo diniego verso le opzioni cinematografiche dell’opera che pure le erano state offerte non fa che alimentare la stima nei confronti di questa brava e intelligente scrittrice contemporanea
- Il talento della Stiefvater si esplica anche nel ritmo cadenzato e composito dello stile, ma non solo: musicista di professione (suona l’arpa celtica e altri strumenti), riversa questa sua inclinazione nelle interessanti parti poetiche che frequentemente inserisce nel testo, tutte afferenti a Sam e al suo estro artistico nel comporre versi e canzoni (e che si apprezzano sia lette nella fluida traduzione di Mari Accardi, sia in lingua originale)
“It’s summer when she smiles, I’m laughing like a child,
It’s the summer of our lives; we’ll contain it for a while / She holds the heat, the breeze of summer in the circle of her hand / I’d be happy with this summer if it’s all we ever had”
Buona lettura 🙂
"I nuotatori", di Joaquin Perez Azaustre
“Adoro nuotare. Da me c’è una piscina, ma le piscine sono sempre un po’ deprimenti” (“The Weekend”, p125)
“Nic è sdraiato sul bordo della piscina. Il Grand Hotel di Riva è un palazzone di vetro circondato da chilometri di terra rossa, ruderi, ulivi e poi più niente. Una distesa di auto costose lastrica il parcheggio. Al tramonto è fagocitato dal sole come un impero che va a fuoco” (“Corpi di Gloria”, p27)
“Dei bambini urlano inseguiti da signore piene di anelli tuffandosi in acqua. Due ragazze dall’altra parte della vasca gli sorridono stringendo l’asciugamano al seno” (ibid.)
“Gloria, Dave, Nic e Cristina scavalcano il cancello della villa J201. E’ notte fonda. (…) Il giardino della villa sembra un buco nero assediato dagli alieni. Nic s’inoltra seguendo le mattonelle di pietra, facendosi luce col cellulare. (…) La piscina appare dal niente, lucida, come scolpita nel ghiaccio. I ragazzi si lasciano abbagliare dai riflessi opalescenti. Cris inizia a spogliarsi.
Da lontano gli echi della discoteca sulla spiaggia invadono il buco nero pulsando nelle loro teste. Nic si siede sul bordo e guarda Cris tuffarsi, perdersi nell’acqua scura, sparire” (op. cit. p36)
“La piscina si stendeva al mio fianco, e l’acqua era così calma che una pellicola di polvere rivestiva la superficie. Scrutando nelle sue profondità fresche, sul fondo inclinato potevo scorgere una monetina, forse un pezzo da un franco sfuggito dalla tasca di un costume da bagno. Lucidata dal detergente per la piscina, brillava come un grumo d’argento distillato dalla luce della Costa Azzurra, una perla di un genere che si trova solo nelle piscine dei ricchi” (GJBallard, “SuperCannes”, p49)
“Ero in piedi sul bordo della piscina, e scrutavo l’acqua in profondità. La luce forte del sole aveva smosso un atlante di correnti che gettavano le loro ombre sul fondo piastrellato, ma riuscivo lo stesso a vedere il profilo tremolante della moneta sotto il trampolino. (…) Lo spazio ristretto era pieno di sacchi di detergente per piscine, la polvere a base di cloro che Monsieur Anvers versava dentro l’apposito portello. Due volte al giorno quella polvere finissima si spandeva in acqua, formando una serie di onde lattiginose che scioglievano il lieve redisuo di grassi corporei sulla superficie” (op. cit. p63)
“Fra breve il caldo sarebbe diventato insopportabile. Affacciato al balcone dell’albergo, poco dopo le otto, Kerans guardò il sole levarsi fra i fitti cespugli di gimnosperme giganti che crescevano sui tetti dei grandi magazzini abbandonati, quattrocento metri più in là, sulla sponda orientale della laguna” (“Il mondo sommerso”, incipit – Feltrinelli 2008)
“Se la respirazione è buona, se il suo corpo si adatta al ritmo di bracciate e gambate, malgrado il grande sforzo entra in una specie di strana quiete. Se ne accorge soprattutto se si ferma a riposare, e se chiude gli occhi e si lascia cadere, come un peso morto trascinato verso il basso” (kindle, pos.78 – 2%)
“Ma se in quel momento chiude anche gli occhi, e lascia che l’ossigeno inizi lentamente a indebolire il proprio effetto, l’acqua si trasforma in oscurità e non vede più l’agitarsi delle gambe degli altri nuotatori, né gli impulsi lenti né quelli rapidi, e nemmeno percepisce il rumore sordo dell’acqua; non vede e non sente nulla, eccetto quel battito contundente e marcato del suo stesso cuore, in quell’oscurità senza i segnali del mondo” (pos. 82 – 3%)
“Alcune volte pensa addirittura che forse nuota per arrivare fino a lì e lasciarsi cadere, ascoltare il proprio corpo scuotersi ai deboli battiti del petto in quell’opacità, se chiude bene gli occhi, e poi risalire come appena nato” (pos. 85 – 3%)
“Se la respirazione è buona e la circolazione pulsa briosa nel sangue può nuotare tutto il giorno, né veloce né lento, fino al tramonto e ancora oltre, quando si spegneranno le luci del padiglione, Jonas potrà continuare addirittura al buio: ed è in quell’istante di consapevolezza, senza dover forzare la propria resistenza, che esce dalla piscina” (pos. 131 – 4%)
“Oggi non ce la faccio. (…) Le gambe cariche come sacchi di sabbia, e le spalle non compensano, che succederà oggi che sono gelate? E l’acqua è pesante, sempre più densa, un’acqua mercuriale, lo trascina verso il fondo dalle piastrelle di demarcazione azzurre” (pos. 783 – 25%)
“Ho sempre cercato di riflettere nelle mie foto l’estinguersi dei luoghi (…): edifici sul punto di essere demoliti, strade transennate, lavori rimasti a metà, interni di palazzi che non abita più nessuno, negozi che hanno abbassato la serranda e non hanno più riaperto. (…) Si tratterebbe di riflettere solo l’istante in cui tutte quelle realtà si spengono” (pos. 1724-28 – 55%)
“nel luogo in cui la luce è una pulsazione buia e silenziosa, il pantano una falda di neri ossari” ? (pos. 2851 – 91%)
"Andorra", di Peter Cameron
“Veniva voglia di applaudire all’idea di vita realizzata che offrivano: sembrava che sino a quel momento avessero vissuto ogni istante, che fin dalla nascita fossero stati preparati proprio per quell’evento: l’apogeo, la dorata serata estiva a cui erano giunti tutti insieme” (p139)
“All’improvviso fui sopraffatto da una specie di felicità effervescente e sciocca. Era una felicità esteriore, legata al luogo, una felicità che a volte mi prende quando mi pare di essere nel posto giusto al momento giusto, quando il mondo intorno a me sembra perfetto, ogni cosa disposta ad arte come nella vetrina di una boutique, e io m’arrendo: credo in quella perfezione, mi sento al sicuro e senza più responsabilità, quasi la bellezza del mondo visibile impedisca che mi accadano delle brutte cose. Immagino che sia una sensazione comune e che per questo motivo viaggiamo, stipiamo i bauli e prenotiamo le cuccette, visitiamo le cattedrali e i castelli, sostiamo a guardare le praterie africane e le spiagge sabbiose con al macchina fotografica o il Baedeker in mano, rassicurandoci che la comprovata magnificenza di quel che vediamo in qualche modo ci comprenda e ci coinvolga, e ce ne abbeveriamo per poi perderla nel sonno, fra le lenzuola fragranti di un albergo” (p168)
“Viaggiare ci dà l’opportunità di reinventarci, di assumere altre identità”
“Se siamo persone perbene, non dovremmo averne bisogno. Una sola identità dovrebbe essere più che sufficiente” (p133)
“Era il luogo perfetto, l’argento caldo nel palmo, il burro che si ammorbidiva nella ciotolina, unico rumore lo sporadico schizzo di un pesce che bucava la superficie dell’acqua nella fontana, il suo universo” (p95)
“Lei organizzava le nostre apparizioni in pubblico il più spesso possibile, quasi fosse una terapia, come l’esposizione al sole per un bambino itterico. Sembrava che essere una coppia felice dipendesse dal mostrarsi tale agli altri” (p164)
“Non sei una persona molto sensibile. Forse sei sensibile nei tuoi confronti, in modo anche eccessivo, secondo me, ma non lo sei nei confronti degli altri” (p173)
“Ho sempre detestato questo svergognato inganno dell’abito, lo stesso delle truccatrici che gironzolano nei reparti cosmetici travestite da fisici nucleari” (p89)
“Non (era) uno di quei ragazzi inglesi rozzi e nerboruti – i detriti dell’Impero – che zia Charlotte invitava sempre a cena” (p196)
“Sei un uomo orribile. Tu fai finta di essere una persona perbene, uno degli inganni peggiori che esista” (p175)
“Penso che ti dispiace nella misura in cui sei capace di dispiacerti” (p207)
“ (…) i corridoi silenziosi e senza finestre, illuminati tutta la notte, anno dopo anno, coi temporali e le tormente, come quelli di una prigione, senza stagioni come il fondo dell’oceano” (p220)
Buona lettura 🙂
"Le ore lunghe", Colette
“Per chi ha conosciuto, durante le ultime tre estati a Parigi, solo i luglio bagnati e gli agosto nebbiosi, l’arrivo sulle rive del lago di Como è accompagnato da una gioia fisica che si contiene solo per abitudine e pudore: ‘No no, E’ troppo presto; nessun paradiso per noi prima della fine della guerra!’ Distogliamo, dunque, il nostro discorso dal lago, coppa incoronata che tenta le labbra. Ma la gioia è dappertutto, inevitabile. Diremo che è lei a vibrare, nella distesa dai sette colori dell’iride, al di sopra della salvia di un rosso letale, nel momento in cui il fascio dei raggi del sole colpisce il lago. E che trasforma l’acqua in specchi, in scalini, in fusi, in serpenti. Il profumo dell’alloro scivola sotto quello del cipresso; il fico che cola, il melone al sangue, entrambi insidiosi e la lotta rende più voluttuosa la disfatta. Noi veniamo da un Paese in cui la lunga guerra ci ha fatto credere che c’è del peccato nel desiderare, nel ridere, nell’ascoltare, nel dimenticare”.
“L’autunno, con dispiacere, scende dall’alto dei monti. Lanzo d’Intelvi, là in alto, è già bagnato di un oro o di un rosso leccato di viola che con gli alberi cola lungo i sentieri in pendenza: Lanzo d’Intelvi che guarda la Svizzera, le Alpi aeree, Lugano e il suo lago freddo, verde come una pietra di giada.
Ma qui, tranne che la bruma del mattino, che calma e lustra il lago, tranne qualche albero di marroni da dove piovono frutti e foglie, è ancora una giornata d’estate. (…) Il rapido e breve crepuscolo sorprende come un intruso e un giorno rimaniamo stupiti da un’aura di ombra che si abbatte, alle cinque, su di un angolo di terrazza in cui alla stessa ora, il mese passato, un sole attizzava una pira di vespe”.
– Del Vecchio Editore: gentilezza di coloro che – al #salto14 – mi hanno presentato, con emozione e professionalità, il progetto di restyling editoriale. Una magia
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"Dovunque, eternamente", di Simona Rondolini
“Per l’originalità della struttura, per la competenza con cui affronta complessi temi musicali, psicanalitici e animalistici, per il pregio di dar voce a un sentimento lacerato dalla vita, per l’eccellenza della scrittura”
“È una famiglia inusuale e complicata quella di Laura: si parla poco, e la musica, sempre al centro di tutto, sostituisce le parole, avvicina e allontana i tre. Specialmente Luigi, che dal confronto con l’arte dell’amato Mahler esce ogni volta spossato fisicamente e psicologicamente” (*)
“Laura, in seguito a profondi contrasti con la madre, decide di lasciare casa, far perdere le sue tracce e iniziare una nuova vita in un’altra città (…). Poi un giorno un telegramma la raggiunge costringendola a fare i conti con tutto ciò che si è lasciata alle spalle” (*)
“C’erano voluti tutti quei chilometri di distanza ma purtroppo è così che succede: fin quando ci stai dentro, a qualunque realtà ci si abitua e si finisce per trovarla normale” (p256)
“Quel dovunque, eternamente non risolveva nulla. Finché durava la musica ci credeva, ma poi l’ewig rimaneva a fluttuare nell’aria, non più reale e neanche scomparso del tutto, oscillante fra se stesso e il proprio contrario: eternamente, mai più, eternamente, mai più” (p142)
“Ce l’aveva a morte con tutti loro. Ce l’aveva con Mahler che aveva stregato anche lei, corpo e anima, con quell’ansia affamata di bellezza e quella sensualità tormentosa; e adesso che era incapace di sottrarsi, pretendeva di venderle sottobanco questo dovunque, eternamente come soluzione buona per tutti i conflitti, dopo che non aveva fatto altro che mostrarne l’insanabilità. Lei non la voleva, quella pacificata rassegnazione, se doveva morire per averla. Che se ne faceva? Lei voleva l’eternità subito, lì e allora, non in quella patria lontana di cui non voleva sapere niente. Non voleva sentirsi dire che fa male ma tutte le cose belle finiscono. (…) Il passato, il presente e il futuro li voleva sempre con sé, tutti insieme, non voleva rimpiangere né aspettare. E voleva con sé, per sempre, tutte le persone che aveva amato e che amava” (p143)
“Se per ottenere questo doveva annullare se stesso, ridursi a una forma tanto più permeabile quanto più indistinta, allora l’avrebbe fatto, qualunque presso ci fosse da pagare” (p84)
“Dopo un po’ smetti pure di roderti il fegato perché ti sono capitate delle brutte carte, e cominci a capire che è proprio il mazzo che è truccato. (…) Ogni tanto ti capita perfino di pensare che non in fondo non è tanto male, ma devi saperci fare” (p201-202)

















