"La lotteria", di Shirley Jackson

Se volete concludere la domenica con un buon libro non dovete fare altro che prendere in mano questo agile volumetto di racconti
La più riuscita short storydella raccolta è sicuramente “La lotteria” – il componimento che dà il titolo all’opera – già di per sé caso letterario all’epoca della pubblicazione. La breve novella infatti, prima di diventare un grande classico della narrativa horror americana (adattato perfino per cinema e tv) comparve sul New Yorker il 26 Giugno 1948 e sollevò, per lo stupore della stessa autrice, un incredibile vespaio di polemichee un coro quasi unanime di voci scandalizzate: basti sapere che decine di lettori sconvolti cancellarono il loro abbonamento e centinaia furono le lettere indirizzate alla redazione, sia per criticare apertamente l’opera sia per domandare, inevitabilmente e nei toni più angosciati, dei chiarimenti che venivano sentiti come necessari e imprescindibili.

Lo stile è quella paratassi lineare e di stampo prettamente giornalistico a cui Shirley Jackson ci ha abituati; le descrizioni sono pennellate spesse e rapide, impreziosite da qualche dettaglio vivido e particolare, inciso col cesello come una miniatura. L’ambientazione, l’America rurale e postbellica tanto cara all’autrice che sa magistralmente coglierne le luci – e naturalmente anche le ombre più cupe.
Avvertenza: poi però sarete costretti a osservare da tutt’altra prospettiva la cara, vecchia e innocua tombola di Capodanno, con le tessere mangiate agli angoli da decenni d’uso e i segnaposti sbeccati.  

“Gli attrezzi originari della lotteria erano andati perduti molto tempo addietro, e la bussola nera che ora stava sullo sgabello era entrata in uso ancora prima della nascita del Vecchio Warner, l’uomo più anziano del paese. Mr. Summers parlava spesso ai paesani dell’opportunità di fare una cassetta nuova, ma l’idea di alterare anche quel poco di tradizione rappresentato dalla bussola nera non piaceva a nessuno” (pag. 14)


"Il cardellino", di Donna Tartt

La lettura de “Il Cardellino” è questione per cuori impavidi.

Prima di tutto per la sostanza formale e strutturale del testo. 
Punto uno: le dimensioni. In edizione cartacea fanno 892 (ottocentonovantadue) pagine scritte fitte. Il tutto suddiviso in parti (5 – i cui titoli devono essere mandati a memoria), un numero che pare illimitato di capitoli, per altro in ordine progressivo, e poi via di sottocapitoli, come se non ne avessimo già abbastanza.
Punto due: una struttura in flashback che occupa i nove decimi dell’opera. Ciò significa convivere con quel tipico, leggero ma persistente affanno da lettura compulsiva per 700 pagine almeno. Non quisquilie, anche perché “The Goldfinch”, se piace, crea assuefazione: prepararsi a fare le tre di notte e anche oltre.
Tutto merito di una trama ricca di momenti di suspance creati ad arte – non tanto incardinati ad un singolo atto pratico che si risolva in un unico, dirompente episodio, quanto più a vaghi, piccoli indizidisseminati qua e là, mine vaganti, inesplose, addormentate sotto qualche centimetro di terra, che deflagrano all’improvviso (a distanza di centinaia di pagine dalla loro sepoltura) ricolme di una violenza inaudita generando tzunami oceanici, cerchi concentrici di conseguenze imprevedibili – e di una costruzione prolissa fatta di lunghe digressioni labirintiche, l’una dentro l’altra come scatole cinesi che occorre per forza aprire.

Incontriamo il protagonista (Theo Decker – 30 anni circa, americano, New York la città da cui proviene) ad Amsterdam: palesemente strafatto e in preda a un forte delirio di febbre, da giorni è costretto all’immobilità nella stanza di un hotel della città vecchia. Non può uscire, indossa vestiti sporchi e inadatti alla stagione invernale (mancano pochi giorni al Natale) e a quanto pare, vista l’ossessione con cui controlla le cronache locali al telegiornale e sui quotidiani, l’ha combinata proprio bella. Il lettore impiegherà altre 800 pagine per venire a capo dell’enigma e recuperare, riannodandone faticosamente i fili, uno per uno, lentamente, le vicende che hanno portato questo giovane uomo fino a quell’albergo lussuoso e decadente affacciato su uno dei mille canali che trafiggono il centro di Amsterdam:

“Fuori, una pioggerella ghiacciata picchiettava contro il vetro della finestra e gocciolava sopra il canale; e malgrado la ricchezza dei broccati e la soffice carezza dei tappeti, la luce portava con sé una gelida eco di quella del ’43, un sentore di privazione e austerità, tè annacquato senza zucchero e a letto senza cena” (pag.14)


Fatti che Theo stesso tenterà di raccontar(ci) in prima persona, a cominciare da quella mattina in cui, per sua stessa ammissione: 

“Fu come perdere l’unico punto di riferimento in grado di guidarmi verso un luogo più felice, verso un’esistenza più ricca di legami e più congeniale” (pag.16) 

Theo si riferisce alla morte della madre avvenuta a New York 14 anni prima, in circostanze improvvise e fortemente drammatiche. Morte di cui Theo, per vari motivi, si sente responsabile. 
Quel giorno comincia per il ragazzino appena tredicenne un calvario fatto di affidi precari, traslochi improvvisi e sradicamenti altrettanto repentini: dalla casa dell’amico Andy Barbour, facoltosa famiglia dell’Upper East Side, presso cui trova conforto nonostante l’estrema formalità cui docilmente si sottomette – e che nasconde l’equilibrio instabile in cui versa ognuno dei sei membri del nucleo familiare – e i sentimenti di inadeguatezza che lo attanagliano:

“Quando mi accomodai ai margini del gruppo – setto o otto centimetri più in basso del resto dei commensali, su una seggiolina di bambù apparentemente fragile, diversa dalle altre – lo sguardo di Platt incrociò il mio senza troppo interesse e passò oltre” (pag.141)

fino a Las Vegas, la città in cui risiede il padre di Theo, un ex attore holliwoodiano con il vizio dell’alcool, fuggito da casa da quasi un anno dopo aver lasciato la famiglia in balia dei creditori:

“A New York ogni cosa mi ricordava la mamma – ogni taxi, ogni angolo di strada, ogni nuvola che compriva il sole – ma lì fuori, in quel rovente vuoto minerale, era come se lei non fosse mai esistita (…). Era come se ogni traccia di lei fosse stata bruciata dal nulla del deserto” (pag.258)

“La piscina era vuota, con due dita di sabbia sul fondo, senza nemmeno un giardinetto o un cactus. Tutte le superfici – elettrodomestici, banconi, pavimento della cucina – erano coperte da un sottile strato di sabbia” (pag.281) 

“Non mi ero ancora reso conto di quanto fosse inquietante la periferia di Canyon Shadows: una città giocattolo, che sfumava nel deserto sotto cieli minacciosi. La maggior parte delle case sembrava non essere mai stata abitata” (pag.280)


Le memorie ballardiane di questa città perduta si mescolano con la penombra e la decadenza di una New York misteriosa e crepuscolare: quella del mondo antiquario che Theo, alla ricerca della sua personale salvezza, inizia a frequentare poco prima della sua partenza per LA, e poi al suo ritorno, dopo la morte del padre.

“Una giungla di dorature risplendeva nell’ambiente rischiarato dalla luce che filtrava dai vetri sporchi della finestra: putti dorati, cassettoni e candelabri in oro e – a coprire l’odore del legnno antico – un tanfo di trementina, pittura a olio e vernice” (pag.150)


Theo percorre senza paura la propria infanzia, poi la giovinezza e la maturità, con un’urgenza drammatica e necessaria, tra stream of consciousness di matrice alcolica, pericolose derive solipsistiche e sprazzi di lucidità spaventosa e assoluta. 

L’amore non corrisposto, la passione salvifica per la letteratura, la musica e il cinema (numerosissimi i testi citati, da “Disperazione” di Nabokov a “Ladri di biciclette”) e per l’arte (alcune pagine monografiche sono un modello di competenza e rigore); il senso di colpa che attanaglia l’anima del sopravvissuto e le manie ossessivo-compulsive che ne derivano – la componente post-traumatica è analizzata con perizia, e come non potrebbe esserlo:

“Sapevo che la sua morte non era colpa mia, ma a un livello viscerale, irrazionale e inscalfibile, ero convinto che lo fosse” pag453)


la ricerca di una famiglia elettiva, il valore dell’amicizia (Pippa, Andy, e per ultimo Boris); l’orrore della tossicodipendenza e dell’alcolismo e infine il dramma dell’illegalità.

Sono le atmosfere, più che la trama (che risente a volte di qualche coup-de-théâtre di troppo, è stato notato dai critici), a incatenare al testo il lettore in un susseguirsi di similitudini e assonanze oniriche:

“Un pallore che mi fece venire in mente i martiri gesuiti rappresentati negli affreschi delle chiese che avevo visto durante la gita a Montréal: europei robusti e valenti, bianchi come la morte, torturati e bruciati nei territori degli Uroni” (pag.152)  

“Una candela si scioglieva in un bicchiere rosso tra ciondoli e rosari, spartiti musicali, fiori di carta velina e vecchi biglietti di San Valentino (pag.170) 

“Più su, il tramonto splendeva, sgargiante e spietato, e le nuvole rosso sangue sembravano l’apocalittica conseguenza di qualche catastrofe, detonazioni su atolli nel Pacifico, e la fauna selvaltica che fuggiva su uno sfondo di fiamme” (pag.311)


Quel che vale la lettura è proprio il fascino del contenente che, talvolta e inaspettatamente, si apre a mostrare il contenuto: una riflessione aspra sul senso della vita in sé. Su ciò che comunemente chiamiamo “famiglia” e “casa”: “(…) Qualche volta ci svegliavamo abbracciati come naufraghi o bambini piccoli” (pag.347)Su ciò che intendiamo quando parliamo di “felicità”: 

“Per quanto mi rendessi conto di essere stato fortunato, non riuscivo a esser felice o riconoscente per la mia buona stella. Era come se il mio spirito avesse subito una trasformazione chimica (pag.473)  

“Immobile in quell’incerto pomeriggio di primavera, mentre i bambini appena usciti da scuola mi correvano intorno, mi sentivo tradito e confuso come di fronte a uno scherzo di pessimo gusto” (pag.500-01)


di “ricordi” e di “passato”: Nel sentire quel tono di voce (…) fui travolto da una profonda tristezza, e quando ci guardammo fu come se in quel preciso istante tutto il passato venisse ridefinito e messo a fuoco, limpido come il cristallo, una immobile complessità fatta di piovosi pomeriggi primaverili, una sedia scura nel corridoio, il tocco quasi impalpabile della sua mano sui miei capelli” (pag.513) e di “amore”:

“Per anni era stata la prima cosa a cui pensavo appena sveglio, l’ultima quando andavo a dormire, e durante il giorno ci pensavo di continuo, in modo intrusivo, ossessivo e doloroso” (pag.534) 

“Lei era il mio regno scomparso, la parte illesa di me che avevo perso insieme a mia madre. (…) Paesi che non avevo mai visto” (pag.535).


Donna Tartt ci strizza l’occhio. Scivola leggera, disinteressata, sulla specificità della trama, sulla realtà delle cose, sulla concretezza degli avvenimenti e sui trucchetti cinematografici di cui è così parca (ma che sa utilizzare benissimo). Solo una questione rimbalza ossessiva: il perché dell’esistenza e di un suo, ipotetico, auto-determinismo
E’ a questa domanda che cerca di rispondere Theo Decker fin da quel giorno in cui, tredicenne, visitando il MET con sua madre, lega indissolubilmente la sua vita non solo alla versione più truculenta della Morte ma anche a un uccellino minuscolo, vivo e palpitante di sentimento, dipinto da uno dei più promettenti allievi di Rembrandt: il capolavoro di Carel Fabritius (1622-54) salvatosi miracolosamente all’esplosione di un magazzino di polvere da sparo che distrusse gran parte della città di Delft e in cui perì anche il suo autore, assieme a quasi tutte le sue opere: “Una creatura fatta di luce, che solo nella luce poteva vivere” (pag.581).

“Vecchiaia, malattia, morte. Nessuno aveva scampo. Anche i più belli non erano che morbidi frutti sul punto di marcire. Eppure, per qualche strana ragione, la gente continuava a scopare, a riprodursi e a sfornare altro cibo per vermi, mettendo al mondo altri esseri umani destinati alla stessa sofferenza, come se questo fosse uno strumento di redenzione, un’azione giusta o, persino, degna di ammirazione: trascinavano creature innocenti in un gioco senza vincitori. Neonati che si dimenavano, mamme dolci e compiaciute, drogate di ormoni, Ma non è adorabile? Ooohh. Bambini che schiamazzavano e correvano al parco, totalmente ignari dell’inferno che li aspettava: lavori monotoni e mutui esorbitanti e matrimoni sbagliati, calvizie, protesi all’anca, solitarie tazze di caffè in una casa vuota e una sacca per colostomia in ospedale. La maggior parte delle persone sembravano soddisfatte della sottile patina ornamentale e del sapiente gioco di luci che, di tanto in tanto, facevano apparire più misteriosa o meno ripugnante la sostanziale atrocità della condizione umana” (pag.552).


E’ nell’epilogo che si comprenderà appieno il senso della personale discesa agli inferi di Theo Decker, un viaggio necessario e irrimediabile: quello di tutta l’umanità.

Buona lettura 🙂

Nota: le citazioni sono tratte dall’edizione italiana (Rizzoli 2014), in traduzione di Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai

"Come finisce il libro", di Alessandro Gazoia

“Come finisce il libro” ha un merito: una fruibilità che rimane comunque a largo spettro nonostante il target a cui si riferisce sia di necessità circostanziato.
L’approccio tuttavia non indugia mai nel generalista: ciascun lettore può, a seconda dell’interesse, approfondire le proprie conoscenze senza il timore di affrontare il “già detto” ma anche avere l’opportunità di confrontarsi con temi magari non di propria competenza certo di accedere a informazioni chiare, complete e mai scontate (anche grazie al ricchissimo apparato in nota).

Nell’introduzione, seguendo l’iter di un immaginario lettore medio/forte alle prese con la scelta e l’utilizzo un testo, l’autore illustra brevemente la filiera completa del processo editoriale alla luce dei profondi cambiamenti introdotti dalla rivoluzione digitale, soffermandosi in particolare sull’analisi delle necessità del lettore (scelta del supporto, facile reperibilità del testo, necessità o meno della relazione “social” con altri lettori etc) in rapporto all’offerta proposta dalle case editrici – e/o dai colossi dello shopping on line / della pubblicazione a pagamento / del selfpublishing.

Seguono poi tre parti di approfondimento dei temi trattati nell’introduzione. 
– Il capitolo “Pubblicazione” si propone di affrontare temi quali l’editoria a pagamento sia nella “tradizionale” versione cartacea sia in quella di “ecosistema” – cartacea o unicamente digitale – offerta dal web (Kindle Direct Program, Amazon CreateSpace, IlmioLibro etc – numeri alla mano sempre citati sia nel testo sia in nota). Prospettiva che viene a stravolgere l’idea stessa di “pubblicazione” da sempre conservata nella mente del lettore quale imprescindibile punto di riferimento:

“La pubblicazione non è insomma un interruttore della luce che prevede solo lo stato di acceso e spento: quando diciamo che un autore “debutta con Mondadori” intendiamo che ha meritato di pubblicare il suo primo romanzo presso quella grande casa, e diamo per scontato che si sia fatto conoscere con altre prove più brevi: in questi anni avrà pubblicato sul suo blog personale, su un sito culturale collettivo, su un giornale locale e poi nazionale, in una racconta di racconti di giovani talenti presso una piccola casa editrice, ecc” (kindle, pos. 723)


(Digressione interessante è quella, stimolata dall’analisi di un brano da “Il pendolo di Focault”, sul sistema adottato da sempre più CE che si vedono “costrette” a pubblicare testi di qualità letteraria perlomeno dubbia ma di risultato soddisfacente al botteghino per poter poi permettersi l’eventuale flop di vendite dell’autore colto).

Al pari dell’autore autoautorizzato, viene a crearsi quindi tutta una serie di lettori digitali “autoautorizzati” che:

“commentando direttamente e in prima persona il testo pubblicato, elimina il ruolo di mediazione del critico” (829)

siamo qui all’analisi del fenomeno del social reading tra blogs, piattaforme di lettura condivisa, newsgroup “letterari”. Interessantissima tutta la bibliografia in proposito, citata sia nel testo sia in nota. Discorso a parte – e infatti anche questo intrapreso – merita il concetto di “discoverability”, ossia la capacità dell’autoatore di auto-promuoversi utilizzando tutti i canali di cui si possa disporre, dal filtraggio algoritmico operato da Amazon, ai blog, alle CE tradizionali che sempre più spesso vanno a caccia di nuovi talenti surfando sui siti di selfpublishing (con tutte le questioni che ne derivano, culturali, etiche ed economiche).

Nella seconda parte (“Digitale”), l’autore concentra l’analisi sull’aspetto che contraddistingue e differenzia profondamente l’editoria passata da quella presente, ossia la fruizione del testo in maniera digitale: ereader, ebook, formati open e protetti, Amazon e il meccanismo tutto Kindle del “being locked-in” e non si dimentichi la questione economica del costo marginale zero e il problema delle biblioteche digitalizzate e digitalizzabili). L’acquisizione di una conoscenza un po’ più profonda dell’argomento val bene la fatica di star dietro a qualche tecnicismo.

La terza parte “Miti/Social” è dedicata alla socialità del libro, ossia a tutti quei fenomeni di studio, analisi e rielaborazione comunitaria del testo esplosi con l’avvento delle nuove tecnologie. Piattaforme come fanfiction.net assecondano il desiderio del lettore (sempre esistito per la verità) di approfondire, ricreare e riscrivere, quindi senza mai abbandonarle, le storie degli eroi preferiti, siano essi i mitici Sherlock Holmes e Watson, o i personaggi di Harry Potter – senza dimenticare che uno dei più impressionanti “casi editoriali” del 2013 è rappresentato dalle famose cinquanta sfumature, niente più che, alle origini, una fanfiction basata su alcuni personaggi della Twilight trilogy.

“Come finisce il libro” non offre soluzioni, al contrario concede al lettore una pausa di riflessione per far sì che si concentri sulla materia e sulla forma del testo che tiene tra le mani. 

Ed ecco qui le misere note a margine di ADC – condivise anche su Twitter.
  • Che cos’è un lit-blog? In che modo, attraverso quali mezzi, e soprattutto da chi viene definito tale?
    Si scherzava, ma non troppo, relativamente alla questione.
    E’ spesso abbastanza sottile il confine che separa il “lit-blog” specie monoautore e il sito web di “uno che legge e che si trova, così tanto per, a scrivere di quel che legge”. Anche perché se tutti i website che parlassero di lett(erat)ura venissero così  d’emblée (auto)definiti “lit-blog”, a qualcuno non verrebbe la necessità di dover trovare un altro, più efficace modo, di fornire attributi di genere a un “mostro sacro” come, per esempio, Nazione Indiana (forse… Senior lit-blog?)? Sicché: cos’è, un lit-blog? Questione complessa e probabilmente al momento irrisolvibile, ma tant’è, qualche domanda occorre sempre porsela.
  • Posto che il lit-blog sia stato creato quale terreno fertile di confronto, scambio e condivisione di cultura fra i curatori e gli utenti, in che modo esso si pone nei confronti del materiale preso in esame?
    Per il (lit)blogger si apre un ventaglio di opzioni difficilmente quantificabile a causa dell’estrema vastità e variabilità dell’offerta: si va dalla posizione ferma, dura e pura di che non accetta alcun testo in copia promozione stampa e parimenti non fa certo del rapporto diretto con lo scrittore o con le CE uno dei temi core del proprio sito web, a “redazioni” all’opposto aperte a variegati esempi di collaborazione con CE ed autori, dall’ “anteprima”, alle “impressioni”, alle interviste con lo scrittore fino all’ospitata di autori e referenti delle CE in incontri on line appositamente creati. Due paradigmi completamente opposti che forse vale la pena di considerare attentamente, con tutto quel che sta loro nel mezzo, perché non si tratta di una situazione esclusivamente autoreferenziale ma coinvolge un soggetto imprescindibile quando si parla, appunto, di terreno fertile di confronto, scambio e condivisione di cultura: il pubblico, fruitore del blog.
  • “Come l’autore autoautorizzato insidia la figura dello scrittore ed elimina il ruolo di mediazione dell’editore, così il lettore digitale, commentando direttamente e in prima persona il testo pubblicato, elimina il ruolo di mediazione del critico. (il blog) si propone come una forma di superamento della mediazione critica, o meglio di opposizione alla mediazione tradizionale” (829)
    E quindi? Probabilmente a tutt’oggi “noi bloggers” (ehm) non possiamo fare altro che tenere sempre bene a mente il concetto di responsabilità individuale nei confronti di terzi (ossia “quelli che ci leggono”) e agire un po’ di conseguenza ognuno secondo le proprie sensibilità, per altro senza cadere mai nell’equivoco, foriero di fraintendimenti, del: il lit-blogger “lavora nell’editoria”.

//platform.twitter.com/widgets.js

//platform.twitter.com/widgets.js

E infine, che dire? Anche sui prodotti editoriali sarà utile e necessario, per salvaguardare il criterio di libera scelta del lettore, inserire la lista dettagliata degli ingredienti? Chi mi ha risposto su Twitter, anche in DM, ha detto di sì.

Buona lettura 🙂

//platform.twitter.com/widgets.js
//platform.twitter.com/widgets.js

"Shiver", di Maggie Stiefvater

Di “Shiver” – lettura antica ormai (questo volume, capofila della Wolves of Mercy Falls Trilogy, risale al 2010) – prima prova letteraria di impatto della brava novelist statunitense Maggie Stiefvater, s’è raccontato ovviamente già molto, dato il tempo di permanenza sugli scaffali delle librerie e il successo ricevuto da pubblico e critica. 

E’ tuttavia uno di quei lavori dalla coda lunga, che emergono rari dal mucchio e che senza tanti clamori, men che meno quelli di sapore hollywoodiano, resistono nel tempo conquistandosi una serie di ammiratori e di elogi pressoché infinita e durevole sia per quanto concerne i mesi se non addirittura gli anni di presenza nelle classifiche generaliste e in quelle di segmento, sia per la continua citazione dell’opera stessa nei blog a tema urban fantasy e sui siti di social reading; e a questo proposito non si può non citare il neonato The Book Girls, bel blog, tutto made in Italy, riservato alla narrativa YA, che proprio “Shiver” raccomanda in uno degli ultimi post.

ADC come si sa non si occupa frequentemente di YA, non perché non consideri meritevole questo tipo di lettura ma semplicemente perché gli interessi personali vertono più sulla literary fiction e non sulla narrativa di genere che per altro, per certe nicchie come per esempio quella che The WMFT va a coprire, è di natura spesso serialeEppure questa bella novella poetica ed evocativa, che rientra prettamente nel sottogruppo paranormal romance della letteratura YA, funziona bene – ed è così che noi qui la si è letta – anche come stand-alone story. Punti a favore: un’ottima scrittura, varia, armonica ed equilibrata sia nel lessico sia nella struttura, una tramadelicata, intelligente e ben disposta grazie al punto di vista interno, multiplo e alternato e fornita di un finale dirompente; infine, la caratterizzazione dei personaggi che forse più di tutto – specie per antitesi con “quell’altra” serie di opere YA/paranormal aventi per soggetto licantropi, ragazze e vampiri (si, proprio “quella”) pubblicata quasi esattamente nello stesso periodo – ha scolpito nella memoria del lettori un’esperienza suggestiva e indelebile.

La storia di Grace e Sam è il racconto di un amore acerbo, vellutato e fragile come solo possono essere i sentimenti adolescenziali.
Grace, sedicenne molto lontana dall’immagine di una certa femminilità succube e lievemente disturbata che ha fatto ultimamente capolino in svariate opere appartenenti al medesimo genere narrativo (vedi sopra), è una ragazza allegra e ben integrata nel contesto sociale in cui vive. Ha due amiche per la pelle e frequenta con profitto la high school della cittadina di Mercy Falls (Minnesota); le piace la buona musica e non disdegna caffeina e cibi ipercalorici, che cucina personalmente tra profumi di cannella, zenzero, burro e sale, spesso in compagnia delle amiche.
Di carattere è tuttavia un po’ riservata e spesso capita, specie di inverno, che al chiasso delle combriccole preferisca la veranda di casa che si affaccia direttamente sul bosco ai limiti della città. Grace infatti nasconde un segreto: da piccola è stata rapita e morsa da un branco di lupi e da quel giorno nulla per lei è stato come prima.

Sam, invece, è un diciottenne schivo, alto e dinoccolato, saldo e consapevole di sé ma assai distante dallo stereotipo del macho tutto muscoli e anacronistiche certezze a cui, parimenti, qualcuno voleva abituarci. D’estate lavora in una libreria piena di carta, polvere e sole e passa il tempo libero suonando la chitarra e leggendo poesie (Rilke il suo preferito); d’inverno vive nel profondo della foresta, perché anche Sam condivide la stessa sorte di Grace: morso da piccolo da un licantropo, nella stagione estiva con l’avanzata del caldo assume forma umana e poi, al calare del ghiaccio, riprende le sembianze di lupo (affascinante la titolazione di ogni capitolo: i gradi centigradi della temperatura esterna, naturalmente sempre in ribasso) . Fin da quanto era piccola Grace osserva da lontano il bel lupo scuro con gli occhi gialli fare capolino dal limitare del bosco, da anni ne ascolta gli ululati che le inquietano il sonno ma di cui, per uno strano incantesimo, non potrebbe fare a meno; da anni Sam siede nella neve, protetto appena dagli ultimi alberi radi che segnano la fine del suo territorio, e aspetta Grace, guardando fisso verso di lei: quando infine un drammatico imprevisto li pone uno di fronte all’altra, per la prima volta nelle medesime sembianze umane, è come se un puzzle, diviso in mille pezzi da molto tempo, si ricomponesse per magia.
Tuttavia il tempo a disposizione di Sam per vivere tra gli umani sta volgendo al termine: la trasformazione permanente in lupo è vicina, il suo ritorno alla forma umana avviene sempre più tardi durante la stagione estiva e dura sempre meno.

Ciò che affascina dell’amore impossibile (poi, se così impossibile sarà, questo ovviamente è top secret) tra Sam e Grace è lo struggente desiderio di entrambi di vivere nella più completa e umana normalità: serate passate a guardare un film sul divano, a cena fuori, a chiacchierare tra buoni amici, nell’intimità della coppia (e il sesso prima del matrimonio non è peccato, basta che sia consapevole!); umana normalità che si declina anche, e soprattutto, nell’impegno costante a scuola e nel lavoro.
La vita della provincia americana è descritta nella sua realtà talvolta asfissiante e monotona, tuttavia mai demonizzata. I rapporti con i rispettivi genitori sono spesso difficili ma le colpe quasi sempre attribuibili agli adulti (con lucida autoanalisi: la scrittrice ha due figli), spesso vittime di quell’american dream & way of life che se ha dato modo agli US di diventare una potenza mondiale ha anche distrutto parte delle responsabilità educative che di fatto dovrebbero appartenere alle figure parentali.
La costituzione di una famiglia elettiva che prenda il posto di quella tradizionale è desiderio profondo di tutti i protagonisti (per Sam il branco dei lupi, per Grace le amiche predilette, per entrambi la vita in comune con la persona amata), assieme a un’altra, importantissima necessità: costruirsi concretamente il mondo in cui vivere il proprio futuro. Che non è un mondo fantastico e post-mortem in cui ogni aspetto dell’essere umano venga cancellato in nome di una atarassia senza confini né di tempo né di spazio, ma è la realtà concreta ed emozionante dell’esistenza umana.

**
Note a margine: 
  • il fatto che in un video, pubblicato sul suo web, Maggie Stiefvater stessa abbia motivato il finale aperto della trilogia (attenzione: contiene spoiler!) e in varie interviste giustifichi il suo diniego verso le opzioni cinematografiche dell’opera che pure le erano state offerte non fa che alimentare la stima nei confronti di questa brava e intelligente scrittrice contemporanea
  • Il talento della Stiefvater si esplica anche nel ritmo cadenzato e composito dello stile, ma non solo: musicista di professione (suona l’arpa celtica e altri strumenti), riversa questa sua inclinazione nelle interessanti parti poetiche che frequentemente inserisce nel testo, tutte afferenti a Sam e al suo estro artistico nel comporre versi e canzoni (e che si apprezzano sia lette nella fluida traduzione di Mari Accardi, sia in lingua originale)

“It’s summer when she smiles, I’m laughing like a child,
It’s the summer of our lives; we’ll contain it for a while / 
She holds the heat, the breeze of summer in the circle of her hand / I’d be happy with this summer if it’s all we ever had”


Soundtrack: Spotify, Late Night Reading Playlist. Video: Helios, Coast off.


Buona lettura 🙂

"I nuotatori", di Joaquin Perez Azaustre

Anche Peter Cameron – per rifarci soltanto a materiale recente – ci aveva messo in guardia, con il suo consueto aplomb da gentleman britannico:

“Adoro nuotare. Da me c’è una piscina, ma le piscine sono sempre un po’ deprimenti” (“The Weekend”, p125)


E poi che dire dell’esordio di Giuliana Altamura nel regno del romanzo e in quello, parimenti complicato, degli specchi d’acqua artificiali di cui sopra:

“Nic è sdraiato sul bordo della piscina. Il Grand Hotel di Riva è un palazzone di vetro circondato da chilometri di terra rossa, ruderi, ulivi e poi più niente. Una distesa di auto costose lastrica il parcheggio. Al tramonto è fagocitato dal sole come un impero che va a fuoco” (“Corpi di Gloria”, p27)

“Dei bambini urlano inseguiti da signore piene di anelli tuffandosi in acqua. Due ragazze dall’altra parte della vasca gli sorridono stringendo l’asciugamano al seno” (ibid.)

“Gloria, Dave, Nic e Cristina scavalcano il cancello della villa J201. E’ notte fonda. (…) Il giardino della villa sembra un buco nero assediato dagli alieni. Nic s’inoltra seguendo le mattonelle di pietra, facendosi luce col cellulare. (…) La piscina appare dal niente, lucida, come scolpita nel ghiaccio. I ragazzi si lasciano abbagliare dai riflessi opalescenti. Cris inizia a spogliarsi.

Da lontano gli echi della discoteca sulla spiaggia invadono il buco nero pulsando nelle loro teste. Nic si siede sul bordo e guarda Cris tuffarsi, perdersi nell’acqua scura, sparire” (op. cit. p36)


Dejavù? E pare ovvio, perché sta per scendere in campo Colui che dell’acqua (naturale, artificiale, di mare, di lago, di fiume, di pozza, trasparente, paludosa, putrida, foriera di vita e messaggera di morte etc etc) se n’era fatto proprio una malattia:

“La piscina si stendeva al mio fianco, e l’acqua era così calma che una pellicola di polvere rivestiva la superficie. Scrutando nelle sue profondità fresche, sul fondo inclinato potevo scorgere una monetina, forse un pezzo da un franco sfuggito dalla tasca di un costume da bagno. Lucidata dal detergente per la piscina, brillava come un grumo d’argento distillato dalla luce della Costa Azzurra, una perla di un genere che si trova solo nelle piscine dei ricchi” (GJBallard, “SuperCannes”, p49) 

“Ero in piedi sul bordo della piscina, e scrutavo l’acqua in profondità. La luce forte del sole aveva smosso un atlante di correnti che gettavano le loro ombre sul fondo piastrellato, ma riuscivo lo stesso a vedere il profilo tremolante della moneta sotto il trampolino. (…) Lo spazio ristretto era pieno di sacchi di detergente per piscine, la polvere a base di cloro che Monsieur Anvers versava dentro l’apposito portello. Due volte al giorno quella polvere finissima si spandeva in acqua, formando una serie di onde lattiginose che scioglievano il lieve redisuo di grassi corporei sulla superficie” (op. cit. p63) 

“Fra breve il caldo sarebbe diventato insopportabile. Affacciato al balcone dell’albergo, poco dopo le otto, Kerans guardò il sole levarsi fra i fitti cespugli di gimnosperme giganti che crescevano sui tetti dei grandi magazzini abbandonati, quattrocento metri più in là, sulla sponda orientale della laguna” (“Il mondo sommerso”, incipit – Feltrinelli 2008)

Insomma, pare che l’unico modo per affrontarlo, questo fascino inquietante per la mattonella azzurra, sia cercare di domarlo o a parole o a bracciate. Ci prova anche Joaqun Perez Azaustre con un racconto surreale e claustrofobico, ancor più inquietante perché assai verosimile*, che dà forma e ripercorre con precisione chirurgica le più profonde aspirazioni e i peggiori incubi del nuotatore-da-piscina
Da una parte, il desiderio costante, pungente di dominio, una fantasia perversa di potere assoluto verso qualcosa che, costruito dall’uomo e per questo, ah, che ovvietà, incontestabilmente a lui soggetto, mantiene tuttavia in sé quella caparbietà di istinto naturale che non permette all’essere umano, padrone fittizio e meramente pro-forma del contenente, un governo se non temporaneo, zoppicante, farlocco del contenuto. Dall’altra quindi, il timore reverenziale – perché ancestrale – del nuotatore nei confronti di quel liquido misterioso e insondabile (per quanto trasparente sia) che è monito indiscutibile delle nostre origini, preistoriche e uterine e che potrebbe benissimo, con una facilità di onda anomala o respiro mozzato, riprendersi in un sol colpo tutto il magnanimamente concesso.

“Se la respirazione è buona, se il suo corpo si adatta al ritmo di bracciate e gambate, malgrado il grande sforzo entra in una specie di strana quiete. Se ne accorge soprattutto se si ferma a riposare, e se chiude gli occhi e si lascia cadere, come un peso morto trascinato verso il basso” (kindle, pos.78 – 2%) 

“Ma se in quel momento chiude anche gli occhi, e lascia che l’ossigeno inizi lentamente a indebolire il proprio effetto, l’acqua si trasforma in oscurità e non vede più l’agitarsi delle gambe degli altri nuotatori, né gli impulsi lenti né quelli rapidi, e nemmeno percepisce il rumore sordo dell’acqua; non vede e non sente nulla, eccetto quel battito contundente e marcato del suo stesso cuore, in quell’oscurità senza i segnali del mondo” (pos. 82 – 3%) 

“Alcune volte pensa addirittura che forse nuota per arrivare fino a lì e lasciarsi cadere, ascoltare il proprio corpo scuotersi ai deboli battiti del petto in quell’opacità, se chiude bene gli occhi, e poi risalire come appena nato” (pos. 85 – 3%) 

“Se la respirazione è buona e la circolazione pulsa briosa nel sangue può nuotare tutto il giorno, né veloce né lento, fino al tramonto e ancora oltre, quando si spegneranno le luci del padiglione, Jonas potrà continuare addirittura al buio: ed è in quell’istante di consapevolezza, senza dover forzare la propria resistenza, che esce dalla piscina” (pos. 131 – 4%) 

“Oggi non ce la faccio. (…) Le gambe cariche come sacchi di sabbia, e le spalle non compensano, che succederà oggi che sono gelate? E l’acqua è pesante, sempre più densa, un’acqua mercuriale, lo trascina verso il fondo dalle piastrelle di demarcazione azzurre” (pos. 783 – 25%)


Quindi, cosa succederebbe se un giorno lo specchio si ribaltasse? Cosa potrebbe capitare se il desiderio più profondo del nuotatore-da-piscina, il ritrovarsi unico e indiscusso padrone dello specchio d’acqua, la bracciata che fende solitaria quelle trasparenze profonde, mesozoiche, primordiali, illuminate dal sole, si tramutasse in una realtà concreta palpitante di essenza propria anche all’esterno, fuori, nel mondo di tutti i giorni?

“Ho sempre cercato di riflettere nelle mie foto l’estinguersi dei luoghi (…): edifici sul punto di essere demoliti, strade transennate, lavori rimasti a metà, interni di palazzi che non abita più nessuno, negozi che hanno abbassato la serranda e non hanno più riaperto. (…) Si tratterebbe di riflettere solo l’istante in cui tutte quelle realtà si spengono” (pos. 1724-28 – 55%)


E se lentamente, quasi senza averne percezione, il mondo della gente normale, da cui il nuotatore-da-piscina solitamente fugge, piano piano si modificasse? Cosa poi potrebbe accadere se il nuotatore-da-piscina, alla fine, giungesse proprio lì,

“nel luogo in cui la luce è una pulsazione buia e silenziosa, il pantano una falda di neri ossari” ? (pos. 2851 – 91%)


Buona lettura 🙂

*La realtà è il punto di partenza: conquistarla per manipolarla. L’equilibrio fra quella conquista e la sua manipolazione posteriore è la verosimiglianza. Ed è quella verosimiglianza che provoca la finzione di realismo” (pos. 1737 – 55%)

"Andorra", di Peter Cameron

Se è vero che l’hipster look&mood sta perdendo il suo fascino, inficiato da ciò che più aborriva agli esordi – la codificazione dello stile – è certo invece come il dandy di invenzione Cameron-esca goda al contrario di ottima salute. Anche in maniera retroattiva, come dimostra questo racconto lungo (e siamo sempre qui quando si tratta di Peter, invischiati a dibattere sulla questione non di lana caprina del “o racconto lungo o romanzo breve” – e lui sorride) datato addirittura 1997.
Curiosi e peculiari i protagonisti delle sue opere, attori che paiono uscire direttamente da un romanzo d’appendice. Incuranti del tempo che li circonda, fisicamente estranei al contesto di una quotidianità che vivono solo in funzione dell’interesse personale, sono espressione di un gusto shabby-chic colto, ricco e raffinato, molto newyorkese nei modi e nelle inclinazioni (adeguatamente sprovincializzate) e nettamente in debito col vecchio mondo, specie quello d’oltralpe e d’oltre manica, per le maniere, il contegno, la profondità del pensiero, la consapevolezza del sé. 

“Veniva voglia di applaudire all’idea di vita realizzata che offrivano: sembrava che sino a quel momento avessero vissuto ogni istante, che fin dalla nascita fossero stati preparati proprio per quell’evento: l’apogeo, la dorata serata estiva a cui erano giunti tutti insieme” (p139) 

Cameron inizia presto, insomma, a descrivere la upper-class americana, luce e ombre, pregi e difetti di una società autoreferenziale che porta con sé, nell’essenza di ogni suo discendente, tutti i meriti e le pecche delle generazioni passate, presenti e future. E lo fa anche qui, in “Andorra”, nel modo cui ci ha abituati, o meglio nel modo in cui per lui diverrà abituale: per gradi, centellinando i bocconi, quasi che quelli buoni siano così rari e preziosi da dover essere serviti con cura e quelli indigesti talmente malsani da dover essere somministrati al paziente solo se accompagnati da uno zuccherino di consolazione: una medicina amara, necessaria ed imprescindibile.

“All’improvviso fui sopraffatto da una specie di felicità effervescente e sciocca. Era una felicità esteriore, legata al luogo, una felicità che a volte mi prende quando mi pare di essere nel posto giusto al momento giusto, quando il mondo intorno a me sembra perfetto, ogni cosa disposta ad arte come nella vetrina di una boutique, e io m’arrendo: credo in quella perfezione, mi sento al sicuro e senza più responsabilità, quasi la bellezza del mondo visibile impedisca che mi accadano delle brutte cose. Immagino che sia una sensazione comune e che per questo motivo viaggiamo, stipiamo i bauli e prenotiamo le cuccette, visitiamo le cattedrali e i castelli, sostiamo a guardare le praterie africane e le spiagge sabbiose con al macchina fotografica o il Baedeker in mano, rassicurandoci che la comprovata magnificenza di quel che vediamo in qualche modo ci comprenda e ci coinvolga, e ce ne abbeveriamo per poi perderla nel sonno, fra le lenzuola fragranti di un albergo” (p168) 

“Viaggiare ci dà l’opportunità di reinventarci, di assumere altre identità”
“Se siamo persone perbene, non dovremmo averne bisogno. Una sola identità dovrebbe essere più che sufficiente” (p133)

Poco importa il palcoscenico, sia esso rappresentato dalla dimora estiva di una coppia di Newyorkesi in vacanza, come in “The Weekend“, o, come in questo caso, dalla dorata enclave andorese che ospita un selezionato ed elitario minestrone farcito di expatried Francesi, Inglesi, Americani, Australiani, ben riforniti tutti, nei propri armadi di legno pregiato svuotati e riordinati da solerti cameriere e servitori, di bauli, valigie, panciotti, vestaglie, smoking e scheletri più o meno ingombranti, la cui descrizione non diventa mai petulante ma al contrario si tinge spesso di una vena auto ironica difficile da equivocare.

“Era il luogo perfetto, l’argento caldo nel palmo, il burro che si ammorbidiva nella ciotolina, unico rumore lo sporadico schizzo di un pesce che bucava la superficie dell’acqua nella fontana, il suo universo” (p95) 

“Lei organizzava le nostre apparizioni in pubblico il più spesso possibile, quasi fosse una terapia, come l’esposizione al sole per un bambino itterico. Sembrava che essere una coppia felice dipendesse dal mostrarsi tale agli altri” (p164) 

“Non sei una persona molto sensibile. Forse sei sensibile nei tuoi confronti, in modo anche eccessivo, secondo me, ma non lo sei nei confronti degli altri” (p173) 

“Ho sempre detestato questo svergognato inganno dell’abito, lo stesso delle truccatrici che gironzolano nei reparti cosmetici travestite da fisici nucleari” (p89) 

“Non (era) uno di quei ragazzi inglesi rozzi e nerboruti – i detriti dell’Impero – che zia Charlotte invitava sempre a cena” (p196)

Cameron fin dagli inizi quindi rivela tutta la sua fascinazione per l’antico passatempo delle scatole cinesi creando opere all’interno delle quali una storia ne racchiude in sé un’altra, in un continuo gioco di rimandi, riferimenti, indizi e briciole di pane disseminate dall’autore stesso che furbescamente se la ride, sornione, di fronte ai nostri dubbi e alle minime intuizioni a cui ci concede di arrivare.

La lettura delle opere di Cameron si fa indiscutibilmente gioco metaletterario per quanti livelli di interpretazione il testo è capace di offrire. 
E’ possibile gustare in tutta la sua perfezione l’incontestabile bravura dell’autore quando si cimenta nella difficile arte descrittiva dell’ambientazione scenica, in questo caso identificata da un costante, mai invasivo, riferimento al glorioso periodo del colonialismo inglese, fra grand tours (con cui il viaggio andorese di Alexander Fox può al principio – solo al principio – essere facilmente confuso), piantagioni di teak, ricchi possedimenti nelle terre di Ceylon, madreperle, volumi preziosi rilegati in stoffa di fattura batik
Ed è anche possibile osservare il testo nella sua interezza di opera sociale e filosofica, vòlta com’è all’analisi dell’individuo in sé e in rapporto con la società che lo circonda, prediligendo le parti più introspettive siano esse svolte a monologo o a confronto dialettico tra i protagonisti, specie nell’analisi del rapporto di coppia:

“Sei un uomo orribile. Tu fai finta di essere una persona perbene, uno degli inganni peggiori che esista” (p175) 

“Penso che ti dispiace nella misura in cui sei capace di dispiacerti” (p207)

senza dimenticare la trama vera e propria, un esempio assai riuscito di giallo classico a metà strada tra le indagini poliziesche di Hercule Poirot e il noir di sottomatrice hard-boiled.
Da cosa fugge l’americano Alexander, giunto a La Plata un mattino di primavera con il treno notturno da Parigi? Cosa nascondono i coniugi Dent, ricchi latifondisti australiani trasferitisi ad Andorra anni prima con lo scopo (vero o presunto) di godersi l’unico buen-ritiro europeo a detta loro degno di un certo status sociale? E l’anziana Sophonsobia Quay, che vive con le due figlie zitelle eredi della fortuna accumulata dal consorte – quale delle due donne punta a maritare per prima, con chi e utilizzando quali mezzi?
Che ne è poi dell’anziana proprietaria del glorioso Hotel Excelsior, la saggia Lucille Guinevere Houck, che dicono abiti una delle suite a lei dedicate, trascorrendo gli ultimi anni della vecchiaia tra antichi volumi, gioielli e mobilia di pregio a ricordare i fasti di un passato immortale? 

“ (…) i corridoi silenziosi e senza finestre, illuminati tutta la notte, anno dopo anno, coi temporali e le tormente, come quelli di una prigione, senza stagioni come il fondo dell’oceano” (p220)

E infine, cosa possiamo pensare dei due corpi inerti e disfatti che il mare (?!) ha consegnato nelle mani del Tenente Afgroni, cravatta stretta sulla camicia inamidata e brillantina nei capelli, impaziente di trovare il colpevole del duplice omicidio? 

Buona lettura 🙂

"Le ore lunghe", Colette

“Per chi ha conosciuto, durante le ultime tre estati a Parigi, solo i luglio bagnati e gli agosto nebbiosi, l’arrivo sulle rive del lago di Como è accompagnato da una gioia fisica che si contiene solo per abitudine e pudore: ‘No no, E’ troppo presto; nessun paradiso per noi prima della fine della guerra!’ Distogliamo, dunque, il nostro discorso dal lago, coppa incoronata che tenta le labbra. Ma la gioia è dappertutto, inevitabile. Diremo che è lei a vibrare, nella distesa dai sette colori dell’iride, al di sopra della salvia di un rosso letale, nel momento in cui il fascio dei raggi del sole colpisce il lago. E che trasforma l’acqua in specchi, in scalini, in fusi, in serpenti. Il profumo dell’alloro scivola sotto quello del cipresso; il fico che cola, il melone al sangue, entrambi insidiosi e la lotta rende più voluttuosa la disfatta. Noi veniamo da un Paese in cui la lunga guerra ci ha fatto credere che c’è del peccato nel desiderare, nel ridere, nell’ascoltare, nel dimenticare”. 

“L’autunno, con dispiacere, scende dall’alto dei monti. Lanzo d’Intelvi, là in alto, è già bagnato di un oro o di un rosso leccato di viola che con gli alberi cola lungo i sentieri in pendenza: Lanzo d’Intelvi che guarda la Svizzera, le Alpi aeree, Lugano e il suo lago freddo, verde come una pietra di giada. 

Ma qui, tranne che la bruma del mattino, che calma e lustra il lago, tranne qualche albero di marroni da dove piovono frutti e foglie, è ancora una giornata d’estate. (…) Il rapido e breve crepuscolo sorprende come un intruso e un giorno rimaniamo stupiti da un’aura di ombra che si abbatte, alle cinque, su di un angolo di terrazza in cui alla stessa ora, il mese passato, un sole attizzava una pira di vespe”.

Cit. : Colette, “Le ore lunghe”, Del Vecchio Editore, 2013 – “Lago di Como”, pagg. 155-165.

Credits:

Del Vecchio Editore: gentilezza di coloro che – al #salto14 – mi hanno presentato, con emozione e professionalità, il progetto di restyling editoriale. Una magia

– Senzazuccheroblog, un motivo in più per alzarsi dal letto alla mattina: leggerlo mentre bevo il caffè
– @FNall che è sempre fonte (ineguagliabile) di bei pensieri e belle cose. Anche su Colette
Buona lettura 🙂

NdR: “Le ore lunghe”, Colette, Del Vecchio Editore, 2013: acquistato da ADC al #salto14

//platform.twitter.com/widgets.js //platform.twitter.com/widgets.js

"Dovunque, eternamente", di Simona Rondolini

Spaventa, la calibrata lungimiranza di questo testo, finalista della XXVI edizione del Premo Calvino e menzione speciale della Giuria:

“Per l’originalità della struttura, per la competenza con cui affronta complessi temi musicali, psicanalitici e animalistici, per il pregio di dar voce a un sentimento lacerato dalla vita, per l’eccellenza della scrittura”

In terza persona è narrata la vicenda di Laura, unica figlia – prima studentessa universitaria, poi adulta – di Luigi e Olga Paliani: lui, famoso direttore d’orchestra; lei, celebre cantante lirica. 

“È una famiglia inusuale e complicata quella di Laura: si parla poco, e la musica, sempre al centro di tutto, sostituisce le parole, avvicina e allontana i tre. Specialmente Luigi, che dal confronto con l’arte dell’amato Mahler esce ogni volta spossato fisicamente e psicologicamente” (*)

Proprio al termine di un ciclo di concerti mahleriani il grande direttore cade vittima di uno stato di profonda depressione. La famiglia si disgrega di fronte al dramma: vengono interpellati i medici migliori, somministrate le medicine più all’avanguardia, annullati i concerti e le apparizioni in pubblico della coppia, modificati i ritmi e le abitudini familiari, ma il gorgo inesorabile del disagio psicologico inghiotte Luigi – e di riflesso, infine, anche sua moglie e sua figlia.

“Laura, in seguito a profondi contrasti con la madre, decide di lasciare casa, far perdere le sue tracce e iniziare una nuova vita in un’altra città (…). Poi un giorno un telegramma la raggiunge costringendola a fare i conti con tutto ciò che si è lasciata alle spalle” (*)

L’autrice affronta l’argomento della malattia mentale in tutta la sua crudezza e scabrosità, avendo ben cura di evitare l’autocompiacimento nel dipingere non solo i fenomeni ciclicamente depressivi del direttore d’orchestra Luigi Paliani ma anche e soprattutto il doloroso cammino auto-analitico della protagonista, di cui non ci troviamo mai, nemmeno per un attimo, ad invidiare lo status di ragazza interrotta
Sia perché Simona Rondolini non si mostra mai condiscendente verso alcuno degli aspetti più critici del percorso di crescita di Laura Paliani, piuttosto osservandone il succedersi con piglio decisamente esegetico, sia perché, di conseguenza alla praticità verso il disagio psicologico la cui scienza l’autrice padroneggia in maniera ineccepibile, la malattia mentale viene descritta per com’è, senza orpelli: subdola, serpeggiante, discontinua, e spesso nascosta alla vista – sia esterna (non vale insomma il vestirsi di nero o una vita bohémien, per evidenziarla e rappresentarla), sia interna, personale, fatta com’è spesso di eventi minimi, quasi irrisori che sovente non vogliono essere (o non riescono a essere) considerati pregnanti né da chi di disagio mentale soffre, né da coloro che lo compartecipano.
Per paradosso, questa studiata oggettività clinica nella descrizione, che pare così facile alla penna ma non lo è, a partire dalle scelte stilistiche e lessicali sempre accurate, mai né esageratamente minimaliste né stucchevolmente ridondanti, porta il lettore (ma anche l’autrice) ad una naturale empatia nei confronti dei personaggi principali verso i quali viene facile rapportarsi in un sentimento sempre com-passionevole e mai di giudizio critico.
Una famiglia particolare in cui i semi del disagio nascono presto e lentamente crescono nascosti nell’ombra, impercettibili ma costanti come solo lo sanno essere le creature vegetali nel loro sviluppo lento di mesi e di anni. Piccole schegge di vetri rotti che nessuno dei tre protagonisti è capace né di osservare né di comprendere in tutta la gravità che meriterebbero, in una serie ininterrotta di proiezioni del se stesso nell’altro, che lungi dal mostrare la verità dei fatti, la ingarbuglia ancora di più creando una mescolanza implosiva e letale di autogiustificazioni, di minimizzazioni o al contrario di amplificazione e drammatizzazione. 

“C’erano voluti tutti quei chilometri di distanza ma purtroppo è così che succede: fin quando ci stai dentro, a qualunque realtà ci si abitua e si finisce per trovarla normale” (p256)

“Dovunque, eternamente” è un’opera profondamente drammatica sia per la vicenda narrata, che pur di fantasia non manca certo di verosimiglianza, sia per il messaggio che veicola: l’assoluta impossibilità di una realtà oggettiva, di un unico punto di vista, di un criterio logico di scelta e discriminazione consapevole che possa portare al raggiungimento di un fine ultimo e perfetto, la piena realizzazione del sé. Ne è paradigma l’arte musicale di Mahler, materia che Simona Rondolini tratta con sensibile professionalità e che diviene parte necessaria nell’economia strutturale del romanzo – sia quando presente, sia ancora di più quando assente.


Ciò che rende il romanzo altamente commovente, non votato al pessimismo più nero ma ricco di speranza, è la risposta alla domanda principe che Luigi Paliani per primo, e poi Olga e Laura continuano a porsi – assieme all’autrice e al lettore – per tutta la lunghezza dell’opera (e anche oltre):

“Quel dovunque, eternamente non risolveva nulla. Finché durava la musica ci credeva, ma poi l’ewig rimaneva a fluttuare nell’aria, non più reale e neanche scomparso del tutto, oscillante fra se stesso e il proprio contrario: eternamente, mai più, eternamente, mai più” (p142) 

“Ce l’aveva a morte con tutti loro. Ce l’aveva con Mahler che aveva stregato anche lei, corpo e anima, con quell’ansia affamata di bellezza e quella sensualità tormentosa; e adesso che era incapace di sottrarsi, pretendeva di venderle sottobanco questo dovunque, eternamente come soluzione buona per tutti i conflitti, dopo che non aveva fatto altro che mostrarne l’insanabilità. Lei non la voleva, quella pacificata rassegnazione, se doveva morire per averla. Che se ne faceva? Lei voleva l’eternità subito, lì e allora, non in quella patria lontana di cui non voleva sapere niente. Non voleva sentirsi dire che fa male ma tutte le cose belle finiscono. (…) Il passato, il presente e il futuro li voleva sempre con sé, tutti insieme, non voleva rimpiangere né aspettare. E voleva con sé, per sempre, tutte le persone che aveva amato e che amava” (p143)

Se perseverare fino all’autodistruzione nella ricerca di una perfezione sconfinata nel tempo e nello spazio o accettare umilmente l’ideale adattato di una vita di necessità limitata dalla stessa condizione umana, questa è una scelta che spetta ad ogni individuo: un cammino profondamente intimo, da compiersi spesso in solitudine ma la cui destinazione finale deve essere condivisa con chi ci è più caro.

“Se per ottenere questo doveva annullare se stesso, ridursi a una forma tanto più permeabile quanto più indistinta, allora l’avrebbe fatto, qualunque presso ci fosse da pagare” (p84)

“Dopo un po’ smetti pure di roderti il fegato perché ti sono capitate delle brutte carte, e cominci a capire che è proprio il mazzo che è truccato. (…) Ogni tanto ti capita perfino di pensare che non in fondo non è tanto male, ma devi saperci fare” (p201-202)

Buona lettura 🙂

"Germania anni dieci", di Gunter Wallraff

Gunter Wallraff (Burscheid 1942) è giornalista e scrittore tedesco, noto a livello internazionale per i suoi reportage basati per la maggior parte sul metodo della notizia di prima mano ricavata da un’esperienza sotto copertura.
Figlio di un meccanico della Ford, appassionato di scrittura e giornalismo fin da ragazzo, operaio in gioventù e attivista politico – subì anche la reclusione in Grecia tra il 1974 e il 1976 – cominciò presto ad interessarsi al mondo del servizio di inchiesta testimoniando a soli vent’anni le difficili condizioni di lavoro degli operai della fabbrica ThyssenKrupp presso cui lavorava e raggiungendo poi la notorietà a seguito della pubblicazione di queste inchieste. 

Da qui, un escalation di narrazioni di impegno sociale e politico – sempre ottenute dall’esperienza diretta sotto copertura – volte a documentare alcune delle più difficili realtà professionali del Paese.
Si va dall’inchiesta Bild-Zeitung, nota rivista scandalistica che, secondo la testimonianza del giornalista, adottava metodi discutibili per ottenere il materiale desiderato, che poi veniva per altro pubblicato in maniera volutamente distorta, all’incredibile reportage “Faccia da turco” – divenuto un testo di valore internazionale – che riferisce dei due anni trascorsi alle dipendenze di un McDonald’s prima e poi della stessa Thyssen sotto il camuffamento di un emigrato turco.
Nel volume “Notizie dal migliore dei mondi” sono raccolte invece alcune delle inchieste a sfondo prettamente sociale (condizione degli immigrati, verifica delle realtà assistenziali di emergenza per senzatetto etc) che Wallraff realizzò per il settimanale Die Zeit a partire dal 2007.

In questo “Germania anni dieci” sono raccolte cinque storie di “ordinario malcostume tedesco” in fatto di lavoro e politiche sociali ad esso collegate. Wallraff, fattosi assumere come operaio (mentendo sulla sua età – da 70 a 50 anni – senza che nessuno si prendesse la briga di controllare seriamente documenti e referenze) presso un panificio industriale fornitore del colosso Lidl, testimonia una realtà disperata fatta di stipendi minimi, precarie condizioni igieniche, inesistenti misure di sicurezza tra esalazioni tossiche, piastre bollenti e panini ammuffiti. Medesima realtà ritratta ascoltando le numerose rivelazioni, anonime e no, dei dipendenti (baristas e Store Managers) degli Starbucksnazionali, vittime di turni h0-24 non stop (con relativo “pisolino” tra i sacchi del caffè nel momento in cui, in barba alle norme vigenti, non ci sia il tempo per tornare a casa) e mobbing aziendale nel caso di assenza per malattia o infortunio. Altro livello professionale ma identica condizione di sudditanza pratica e psicologica per i dirigenti delle ferrovie statali tedesche, o meglio per quelli tra loro non allineati con la recente politica di estrema espansione adottata attraverso la privatizzazione e l’esternalizzazione dei servizi core e delle infrastrutture, messa in atto dagli amministratori delegati e dal CDA di gruppo: si va dal mobbing professionale e personale (ottenuto anche attraverso lo spionaggio di emails e pc), alle minacce, ai demansionamenti. E su tutto, i ritardi sempre più frequenti – e gli incidenti, anche gravi – di cui sono vittime le migliaia di ignari (?) passeggeri che ogni giorno salgono su un treno DB o su un convoglio della metropolitana. Per non parlare del capitolo riservato al corriere GLS, i cui autisti, tra cui l’infiltrato Wallraff, assunti spesso attraverso subappalti in odore di criminalità, conservano nel cruscotto dei fatiscenti furgoni che sono costretti a guidare (e che lanciano a velocità folli lungo tutte le strade del Paese) casse intere di energy drinks e analgesici senza i quali non riuscirebbero a sostenere il peso psicologico e fisico di 15 ore di turni ininterrotti.

“Tutto quello che i colleghi in questo periodo mi hanno raccontato, la devastazione di corpo e anima che questo lavoro gli ha provocato… Credevo che dal primo capitalismo in poi cose del genere non esistessero più, o che si verificassero solo in quei continenti che noi definiamo <>” (p175: “Il Fardello dell’altro – autista e fattorino per il corriere GLS”)

Una Germania inedita, dunque, lontana dallo stereotipo di buona condotta a cui siamo stati abituati: perché se è vero che – ma altri dati sembrano smentire i comunicati ufficiali – il tasso della disoccupazione teutonica è il più basso di sempre e i numeri della produttività sfiorano il massimo europeo, è anche ormai assodato che l’obolo pagato per ottenere simili risultati ha la forma dei mini-jobs (lavori con uno stipendio massimo di 450eu/mese e con un monte ore – teorico naturalmente – di 15/week), del subappalto in mano a criminalità più o meno organizzata, di condizioni di lavoro precarie non solo dal punto di vista contrattuale ma anche da quello della sicurezza, dell’igiene e di stipendi medi che si aggirano sulla cifra limite di 4-5eu/h.

Realtà che Gunter Walgraff testimonia con lucidità e coerenza, certificate proprio dal metodo utilizzato, quello dell’esposizione in prima persona, che ne garantisce la veridicità. Un giornalista d’assalto che tuttavia, mantenendo il piglio del letterato, mai scade né in un facile paternalismo né in uno scontato populismo legato con filo doppio a contesti eccessivamente politicizzati – e da show televisivo.

Buona lettura 🙂

"Come fossi solo", di Marco Magini

Piace pensare (e avere poi anche conferma del fatto) che la letteratura italiana contemporanea sia ancora in grado di occuparsi della realtà delle cose. 

A MMagini si deve il coraggio di un esordio non convenzionale che pur rientrando a pieno titolo nei canoni della narrazione di fiction si inserisce con prepotenza all’interno di una tradizione giornalistico-documentaria di più ampio respiro. 

L’autore infatti si confronta con un fatto storico di clamorosa portata, la strage di Srebrenica del 1995 e il successivo processo ai colpevoli istituito dal Tribunale Internazionale dell’Aia, innestando su una trama per due terzi fittizia (ma assolutamente verosimile, poi si vedrà il perché) un enorme lavoro di documentazione storica durato più di tre anni, volto alla ricerca della verità dei fatti – e poi alla testimonianza e alla memoria – così come avvenuti nella loro orribile brutalità.  
Il che non vuol dire creare personaggi simulati per inserirli poi in un contesto storico, sociale e/o politico preciso e significativo, che quindi viene a ritrovarsi semplice struttura scenografica di appoggio utile unicamente allo sviluppo della trama, strettamente collegata ad essi e su di essi tailor-made; significa piuttosto raccontare una storia – anzi La Storia – innegabilmente costruita dagli individui, siano essi (nel bene e nel male, occorre sottolineare questo punto) protagonisti, comprimari o semplici comparse. Questo accade in “Come fossi solo”:  immaginarie sono le figure di Dirk, casco blu olandese di stanza a Srebrenica, e del giudice spagnolo Gonzales, inviato all’Aia in qualità di giudice internazionale nel processo Erdemovic. Drazen Erdemovic, appunto, il terzo protagonista, il personaggio più scomodo dei tre, e quello – l’unico – realmente esistito: un giovane serbo-croato che vede nell’arruolamento all’esercito serbo l’unica speranza per sopravvivere alla guerra e per salvare la moglie e la figlioletta di pochi mesi, nonché unico reo-confesso del genocidio e per questo condannato dal Tribunale Internazionale a dieci anni di carcere, poi ridotti a cinque.

Tre uomini, tre voci, tre simboli: chi c’era e ha partecipato, chi c’era e non ha potuto impedire lo svolgersi della tragedia, chi non c’era ma ha poi ricevuto l’investitura per giudicare l’accaduto. 
Magini non cede allo spirito giustizialista del romanzo (giallo) e non si accanisce sul colpevole: primo perché è ben conscio della linea che l’opera deve di necessità seguire, secondo perché di cattivi non ce n’è. O meglio, co-responsabili lo sono tutti: il protettore che anziché preservare l’incolumità di innocenti civili si fa inerme spettatore se non addirittura complice del nemico; la giustizia che al posto di cercare e punire i veri colpevoli (ricordiamo, ancora oggi tutti dediti al gioco del gatto col topo) si limita ad emettere una sentenza le cui motivazioni non sempre appaiono limpide e super-partes; il soldato inerme che, pur di salvaguardare la propria incolumità, si trasforma in carnefice, stupratore e pluriomicida. 

Da qui la necessità per l’autore di utilizzare il medesimo registro linguistico per tutti e tre i personaggi (scelta da alcuni giudicata inopportuna): per evitare un’eccessiva focalizzazione narrativa sul singolo, enfatizzando piuttosto – attraverso l’assoluta mancanza di retorica che il livellamento della lingua tiene efficacemente a bada –  l’unicità e la complementarità dell’esperienza dei tre protagonisti; esperienza che in questo modo risulta ampiamente credibile e assolutamente verosimile ma al contempo universale e paradigmatica. 

“L’imputato doveva essere assolto, ma la sentenza avrebbe dovuto porre l’accento anche su come un individuo maturi le sue scelte. Quella che noi siamo abituati a chiamare Storia non è altro che l’insieme delle azioni di grandi uomini, siano essi esempio di grandezza assoluta o sintesi di malvagità estrema. Ma il motore della Storia è un altro. Il motore della Storia sono i milioni di uomini che lottano con le loro inadeguatezze, con le loro paure e le loro ambiguità. Persone che non prendono decisioni nette, ma che fanno del loro meglio” (Giudice Romeo Gonzales, p179)

La profondità dell’opera naturalmente sta non solo nel tentativo di offrire una chiave di lettura veritiera e utile per interpretare un fatto storico recentissimo su cui l’Europa pare non aver riflettuto ancora a sufficienza,  ma anche in quello di porsi con occhio critico di fronte al ruolo che le organizzazioni internazionali hanno ricoperto e ricoprono tutt’ora all’interno dei recenti conflitti. Riflessioni tanto più importanti perché originate da una mente giovane evidentemente digiuna – per cause meramente anagrafiche – del ricordo di prima mano che viene dall’esperienza vissuta.    
Non per nulla “Come fossi solo” è risultato il destinatario della “menzione speciale giuria” al Premio Calvino 2013, diventato con gli anni “una delle migliori officine letterarie in Italia,  in grado di scoprire sempre autori, non solo di buon livello, ma anche di indubbia autenticità nella scelta dei temi da raccontare” (Fulvio Panzeri, Avvenire 16/01/2014 p21), con questa motivazione: “Un esempio di letteratura di testimonianza che affronta con coraggio e in maniera attentamente documentata una pagina vergognosa e rimossa dell’Occidente”. 

Buona lettura 🙂