"Andorra", di Peter Cameron

Se è vero che l’hipster look&mood sta perdendo il suo fascino, inficiato da ciò che più aborriva agli esordi – la codificazione dello stile – è certo invece come il dandy di invenzione Cameron-esca goda al contrario di ottima salute. Anche in maniera retroattiva, come dimostra questo racconto lungo (e siamo sempre qui quando si tratta di Peter, invischiati a dibattere sulla questione non di lana caprina del “o racconto lungo o romanzo breve” – e lui sorride) datato addirittura 1997.
Curiosi e peculiari i protagonisti delle sue opere, attori che paiono uscire direttamente da un romanzo d’appendice. Incuranti del tempo che li circonda, fisicamente estranei al contesto di una quotidianità che vivono solo in funzione dell’interesse personale, sono espressione di un gusto shabby-chic colto, ricco e raffinato, molto newyorkese nei modi e nelle inclinazioni (adeguatamente sprovincializzate) e nettamente in debito col vecchio mondo, specie quello d’oltralpe e d’oltre manica, per le maniere, il contegno, la profondità del pensiero, la consapevolezza del sé. 

“Veniva voglia di applaudire all’idea di vita realizzata che offrivano: sembrava che sino a quel momento avessero vissuto ogni istante, che fin dalla nascita fossero stati preparati proprio per quell’evento: l’apogeo, la dorata serata estiva a cui erano giunti tutti insieme” (p139) 

Cameron inizia presto, insomma, a descrivere la upper-class americana, luce e ombre, pregi e difetti di una società autoreferenziale che porta con sé, nell’essenza di ogni suo discendente, tutti i meriti e le pecche delle generazioni passate, presenti e future. E lo fa anche qui, in “Andorra”, nel modo cui ci ha abituati, o meglio nel modo in cui per lui diverrà abituale: per gradi, centellinando i bocconi, quasi che quelli buoni siano così rari e preziosi da dover essere serviti con cura e quelli indigesti talmente malsani da dover essere somministrati al paziente solo se accompagnati da uno zuccherino di consolazione: una medicina amara, necessaria ed imprescindibile.

“All’improvviso fui sopraffatto da una specie di felicità effervescente e sciocca. Era una felicità esteriore, legata al luogo, una felicità che a volte mi prende quando mi pare di essere nel posto giusto al momento giusto, quando il mondo intorno a me sembra perfetto, ogni cosa disposta ad arte come nella vetrina di una boutique, e io m’arrendo: credo in quella perfezione, mi sento al sicuro e senza più responsabilità, quasi la bellezza del mondo visibile impedisca che mi accadano delle brutte cose. Immagino che sia una sensazione comune e che per questo motivo viaggiamo, stipiamo i bauli e prenotiamo le cuccette, visitiamo le cattedrali e i castelli, sostiamo a guardare le praterie africane e le spiagge sabbiose con al macchina fotografica o il Baedeker in mano, rassicurandoci che la comprovata magnificenza di quel che vediamo in qualche modo ci comprenda e ci coinvolga, e ce ne abbeveriamo per poi perderla nel sonno, fra le lenzuola fragranti di un albergo” (p168) 

“Viaggiare ci dà l’opportunità di reinventarci, di assumere altre identità”
“Se siamo persone perbene, non dovremmo averne bisogno. Una sola identità dovrebbe essere più che sufficiente” (p133)

Poco importa il palcoscenico, sia esso rappresentato dalla dimora estiva di una coppia di Newyorkesi in vacanza, come in “The Weekend“, o, come in questo caso, dalla dorata enclave andorese che ospita un selezionato ed elitario minestrone farcito di expatried Francesi, Inglesi, Americani, Australiani, ben riforniti tutti, nei propri armadi di legno pregiato svuotati e riordinati da solerti cameriere e servitori, di bauli, valigie, panciotti, vestaglie, smoking e scheletri più o meno ingombranti, la cui descrizione non diventa mai petulante ma al contrario si tinge spesso di una vena auto ironica difficile da equivocare.

“Era il luogo perfetto, l’argento caldo nel palmo, il burro che si ammorbidiva nella ciotolina, unico rumore lo sporadico schizzo di un pesce che bucava la superficie dell’acqua nella fontana, il suo universo” (p95) 

“Lei organizzava le nostre apparizioni in pubblico il più spesso possibile, quasi fosse una terapia, come l’esposizione al sole per un bambino itterico. Sembrava che essere una coppia felice dipendesse dal mostrarsi tale agli altri” (p164) 

“Non sei una persona molto sensibile. Forse sei sensibile nei tuoi confronti, in modo anche eccessivo, secondo me, ma non lo sei nei confronti degli altri” (p173) 

“Ho sempre detestato questo svergognato inganno dell’abito, lo stesso delle truccatrici che gironzolano nei reparti cosmetici travestite da fisici nucleari” (p89) 

“Non (era) uno di quei ragazzi inglesi rozzi e nerboruti – i detriti dell’Impero – che zia Charlotte invitava sempre a cena” (p196)

Cameron fin dagli inizi quindi rivela tutta la sua fascinazione per l’antico passatempo delle scatole cinesi creando opere all’interno delle quali una storia ne racchiude in sé un’altra, in un continuo gioco di rimandi, riferimenti, indizi e briciole di pane disseminate dall’autore stesso che furbescamente se la ride, sornione, di fronte ai nostri dubbi e alle minime intuizioni a cui ci concede di arrivare.

La lettura delle opere di Cameron si fa indiscutibilmente gioco metaletterario per quanti livelli di interpretazione il testo è capace di offrire. 
E’ possibile gustare in tutta la sua perfezione l’incontestabile bravura dell’autore quando si cimenta nella difficile arte descrittiva dell’ambientazione scenica, in questo caso identificata da un costante, mai invasivo, riferimento al glorioso periodo del colonialismo inglese, fra grand tours (con cui il viaggio andorese di Alexander Fox può al principio – solo al principio – essere facilmente confuso), piantagioni di teak, ricchi possedimenti nelle terre di Ceylon, madreperle, volumi preziosi rilegati in stoffa di fattura batik
Ed è anche possibile osservare il testo nella sua interezza di opera sociale e filosofica, vòlta com’è all’analisi dell’individuo in sé e in rapporto con la società che lo circonda, prediligendo le parti più introspettive siano esse svolte a monologo o a confronto dialettico tra i protagonisti, specie nell’analisi del rapporto di coppia:

“Sei un uomo orribile. Tu fai finta di essere una persona perbene, uno degli inganni peggiori che esista” (p175) 

“Penso che ti dispiace nella misura in cui sei capace di dispiacerti” (p207)

senza dimenticare la trama vera e propria, un esempio assai riuscito di giallo classico a metà strada tra le indagini poliziesche di Hercule Poirot e il noir di sottomatrice hard-boiled.
Da cosa fugge l’americano Alexander, giunto a La Plata un mattino di primavera con il treno notturno da Parigi? Cosa nascondono i coniugi Dent, ricchi latifondisti australiani trasferitisi ad Andorra anni prima con lo scopo (vero o presunto) di godersi l’unico buen-ritiro europeo a detta loro degno di un certo status sociale? E l’anziana Sophonsobia Quay, che vive con le due figlie zitelle eredi della fortuna accumulata dal consorte – quale delle due donne punta a maritare per prima, con chi e utilizzando quali mezzi?
Che ne è poi dell’anziana proprietaria del glorioso Hotel Excelsior, la saggia Lucille Guinevere Houck, che dicono abiti una delle suite a lei dedicate, trascorrendo gli ultimi anni della vecchiaia tra antichi volumi, gioielli e mobilia di pregio a ricordare i fasti di un passato immortale? 

“ (…) i corridoi silenziosi e senza finestre, illuminati tutta la notte, anno dopo anno, coi temporali e le tormente, come quelli di una prigione, senza stagioni come il fondo dell’oceano” (p220)

E infine, cosa possiamo pensare dei due corpi inerti e disfatti che il mare (?!) ha consegnato nelle mani del Tenente Afgroni, cravatta stretta sulla camicia inamidata e brillantina nei capelli, impaziente di trovare il colpevole del duplice omicidio? 

Buona lettura 🙂

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