“Il morso della reclusa”, di Fred Vargas (trad. di Margherita Botto)

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“La garbure è un piatto tradizionale dei Pirenei, e probabilmente bisogna esserci cresciuti insieme per apprezzare quella zuppa di cavolo, avanzi dell’orto e, se possibile, stinco di maiale. Alla Garbure vi aggiungevano confit de canarad” (pag.65-66)

“Ma che stupido sono! Marie-Hélène mi ha portato una tartre tatin alla cannella! E sono le quattro! Quella donna è un dono del cielo” (pag.149)

“Mercadet e Froissy avevano dato un’occhiata alla zuppiera portata per Adamsberg e Veyrenc e, dopo quell’esame, avevano optato per la “gallina farcita alla Enrico IV”” (pag.221)

” – Bel fuoco – apprezzò. – Quel che conta, di un fuoco, è la sua armonia. L’efficacia è una conseguenza. Veyrenc sistemò sui tizzoni una grossa griglia, dispose cotolette e salsicce, accese il camping gas per riscaldare i fagioli in scatola. (…) Adamsberg provò una completa soddisfazione nell’aspirare il profumo della carne arrosto. (…).

Condì con sale, pepe, e servì carne e legumi. Mangiarono in silenzio per un bel po’” (pag.382)

Adamsberg torna tra noi, ed è pure in gran forma. O meglio, a esserlo è la sua creatrice, la scrittrice Frédérique Audoin-Rouzeau (in arte Fred Vargas) che dopo un momento di lieve incertezza – diciamocelo, “Tempi glaciali” non era stato uno dei suoi lavori migliori seppure degno d’onore per alcuni interessantissimi spunti descrittivi – consegna al commissario parigino e alla sua scalcagnata truppa di colleghi del XIII Arrondissment un nuovo caso di cronaca nera su cui indagare.

Una nuova indagine che coniuga in sé, mescolati stavolta con sapienza, tutti quegli elementi polar-noir che da sempre hanno contraddistinto i casi del “commissiario tra le nuvole”.

Sembra difatti che Fred Vargas in questo paio di anni ci abbia pensato su: con “Il morso della reclusa” ha infatti trovato il modo – da una parte – di tornare a quegli schemi formali e narrativi che avevano fatto la fortuna del primo Adamsberg e che negli ultimi lavori si erano forse un po’ persi – dall’altra – di rinnovare la struttura della trama grazie all’inserimento di elementi nuovi vòlti a stimolare la curiosità del lettore; rimarcando in questo modo la continuità con le vicende passate e allo stesso tempo creando concrete aspettative per il futuro della serie, questione che ultimamente era stata oggetto di riflessione tra i lettori più affezionati (uno su tutti, il rapporto Adamsberg-Danglard, ma di ciò qui non si può raccontare, come ovvio).

Va detto, l’autrice sembra a prima vista aver giocato un po’ di furbizia, data la scelta di confrontarsi con uno dei temi di cronaca più attuali e più scottanti, che non possono non polarizzare l’opinione pubblica e suscitare l’interesse costante di media e istituzioni: parliamo in questo caso di violenze domestiche.

La verità però è che l’autrice fa centro non tanto perché in qualche modo cerchi di solleticare in maniera opportunistica il guilty pleasure del lettore (e lo escludiamo a priori, perché se avesse puntato su questo cavallo, “Il morso della reclusa” sarebbe a ben guardare un completo fallimento), quanto perché ancora una volta si mostra al proprio pubblico per quello che è: una raffinata indagatrice del quotidiano. Quel quotidiano orrore purtroppo così comune, che spesso si nasconde dietro la porta sprangata dei nostri vicini di casa, dietro la figura di un padre irreprensibile e di una famiglia “un po’ troppo riservata”, dentro lo sguardo serio di bambini eccessivamente taciturni.

Quindi, chi cercasse nelle indagini del commissario Adamsberg le stigma del thriller ad alto tasso di azione e adrenalina resterà deluso di nuovo, perché “Il morso della reclusa” si conferma aver preso le mosse ancora una volta dalla tradizione del classico poliziesco deduttivo che alla resa dei conti finale “one-to-one”, specie se connotata da azione violenta, preferisce un approccio focalizzato sull’indagine investigativa; ma che poi, come di consueto, scivola facilmente e felicemente in un finale aperto – vicino alla tecnica del noir – all’interno del quale l’estrema contestualizzazione e la critica sociale non sono certo elementi accessori.

Indagine investigativa che come una tela di ragno si dipana da un centro unico (lo stalking, la condizione sociale della donna – quella passata e quella contemporanea, che come dimostra la Vargas differiscono purtroppo di poco, nonostante l’impegno profuso da istituzioni e società civile) in una struttura a raggiera che colpisce direttamente e indirettamente i soggetti più disparati e da cui, come ben fa notare l’autrice, nessuno più sentirsi né immune, né al sicuro, né completamente innocente.

Perché in certi casi, come quello della violenza domestica, anche il solo avere il sospetto costituisce – e così prende netta posizione la Vargas – già di per sé la motivazione che deve spingere a fare i conti con la propria coscienza.

“Miraggio 1938”, di Kjell Westö (Trad. Laura Cangemi)

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“Nella stanza cominciava a fare freddo, così prese un po’ di legna, aprì gli sportelli della stufa e riaccese il fuoco. Fuori dalla finestra regnava la nebbia, fitta e stillante umidità. Kaserntoget era deserta, un silenzioso mondo subacqueo: i coni di luce dai contorni indistinti dei lampioni somigliavano a pallide meduse. Si sentiva un cretino.” (p37)

Come lettura da fine settimana vorrei consigliarvi il romanzo #Miraggio1938 dello scrittore e giornalista finlandese (madrelingua svedese però, questione non di poco conto) Kjell Westo. Che è indubbiamente lettura perfetta se avete bisogno di fiction, perché si tratta di noir dai toni intensissimi, ma che contando su una iper-contestualizzazione gestita con rigore e senza cedere a inutili piaceri voyeuristici regala al lettore un affresco sapiente di un periodo prebellico, quello ugro-finnico, che pochi conoscono e che viceversa dovrebbe godere di maggiore divulgazione. In realtà è proprio con questo intento che Westo da anni ha orientato la sua carriera di scrittore verso una fiction ambientata nella Finlandia (in specie Helsinki) del XX secolo, grazie alla quale ha saputo coniugare con successo la vocazione al romanzo di invenzione con la necessità intima di raccontare la storia, la politica e la società del proprio Paese.

Dal punto di vista narrativo Westo mette in scena il più classico dei triangoli noir (come dire, la fine è nota): lei, lui e l’altro. Dove lei è una competente e silenziosissima segretarietta di provincia (ça va sans dire, ecco svelato il perché del mio interesse personale), innamorata dei divi del cinema e della manicure perfetta, abbandonata dal marito in circostanze misteriose e vittima di un passato non proprio lindo. Lui invece è un avvocato competente, un uomo buono che torna a Helsinki dopo una carriera diplomatica di scarso successo. Poco passionale e un po’ agée, più di testa che di fisico, mite e di famiglia benestante, si trova a fare i conti con un divorzio tardivo e inaspettato richiesto da una moglie bellissima e fedifraga – nonché autrice di romanzetti porno-soft di cui pubblico e librai vanno ghiotti – invaghitasi (classico nel classico) del di lui migliore amico, psichiatra di fama nazionale. Dell’altro… spiace, ma dell’altro nulla si può dire.

“Forse era colpa della nebbia e dell’umidità, ma il suo unico desiderio era starsene seduto davanti a un fuocherello caldo a leggere romanzi. (…). Lei indossava un soprabito autunnale grigio perla e aveva in testa un cappellino di velluto rosso a forma di basco. Portava eleganti scarpe a tacco alto – sia il cappello che le scarpe apparivano assurdamente estivi nella foschia novembrina – e quando si sfilò il guanto per salutarlo Thune vide che aveva le unghie laccate di fresco. Mentre si stringevano la mano le guardò le ciocche bionde sfuggite dal basco” (p382-383)

E già ci sarebbe da aprire dei bei paragrafi relativi alla notevole capacità dell’autore di creare atmosfere e caratterizzare i personaggi: da Gabriella “Gabi” Linde, la femme fatale dall’alter ego erotico prorompente, a Robert Lindemark, stimatissimo medico specializzato nel trattamento e nella cura di pazienti schizofrenici, fino alla Signora Matilda Wiik, inappuntabile assistente, tailleur a buon mercato, orfana di guerra, sorella di un musicista alcolizzato e violento a cui versa ogni mese metà del proprio stipendio. (Ma… e dell’altro… ? Ah spiace, ma dell’altro nulla si può dire).

E le cose si complicano ancora – difatti, direte voi, che ci azzecca la politica con tutto questo? Sì, c’entra.

“Con la mente sarebbe volata lontano, a Brent-wood e Beverly Hills, a ville da venti stanze e lussuose decapottabili e piscine, a un mondo di giardini curati con palme e acacie e bouganville, con autisti in livrea fino alle caviglie e prosperose domestiche negre dalla battuta pronta ma consolatoria. Un mondo diverso dal suo ingrato, crudele e grigio” (p14-15)

Perché la Signora Wiik altro non è se non una delle centinaia di vittime della guerra civile finlandese del 1918, scoppiata a seguito della Rivoluzione d’Ottobre. Decine e decine di finlandesi sradicati dai propri villaggi, separati dal resto della famiglia, deportati nei campi di prigionia comandati dai “Bianchi”, la milizia paramilitare finlandese conservatrice e nazionalista appoggiata da Germania e Svezia, che ebbe la meglio sulla fazione dei “Rossi”, filo-bolscevichi. Migliaia di persone tra cui anche la Signorina Milja (ndr: no, non ho sbagliato, ho scritto proprio Milja) Wiik. (Uhm).

Perché Claes Thune non è solo un mite avvocato ma anche un opinionista rispettato, umanista liberale, che comincia a farsi nemici a destra e a manca – pestaggi notturni compresi – quando inizia a pubblicare sui più influenti quotidiani alcuni editoriali di certo non favorevoli nei riguardi di quel tedesco tanto caro, l’astro nascente della politica germanica, maniere un po’ spicce eh, ma d’altra parte… , che di nome fa Adolf.

Perché il rispettabile Dottor Robert Lindemark, punta di diamante della moderna psichiatria finlandese, si trova a dover fare i conti con il serpeggiante dilagare di certe teorie di selezione della razza che, così gli suggeriscono gentilmente dall’alto, sarebbe il caso di approfondire.

E sì c’entra perché, infine, il “circolo degli amici” – una sorta di salotto maschile e altoborghese capeggiato da Thune, uso a riunirsi all’incirca una volta al mese tra sigari, buona musica, tanto alcool, discussioni eterogenee e sodalizi che si giurano eterni – è composto, oltre che dall’avvocato stesso e dall’ex amico Robert, dal giornalista impegnato Guido Roman, dal poeta e attore (ebreo) Joachim “Jogi” Jary – depresso, maniaco ossessivo-compulsivo, ridotto alla povertà e paziente pro-bono del dottor Lindemark – dallo spregiudicato uomo d’affari Leopold Gronroos e dal medico Lorens “Zorro” Arelius. (E dell’altro… ? Ah spiace, ma dell’altro nulla si può dire).

“Lunghe cascate di parole da una manciata di uomini che avevano un’alta opinione di sé. Toni magniloquenti, a volte tali da farli sembrare pessimi attori che declamavano su un palcoscenico. Nessuna umiltà, battute rozze e volgari, senza eccezioni. Thune era stato il più taciturno e meno vanaglorioso degli altri. La sua voce si era sentita abbastanza poco e suonava distratta e poco interessata. Gli altri, invece! Come facevano a non capire che per diventare saggi bisogna saper ascoltare e non blaterare, innamorati della propria voce, ripetendo le stesse opinioni già espresse chissà quante volte?” (p50)

“Era così che si esprimevano gli uomini come il Capitano e Thune. Usavano parole che costringevano le persone normali a investire del tempo per scoprire cosa significassero e in questo modo si procuravano – o si illudevano di procurarsi – un vantaggio. Quello che non sapevano, o che forse sapevano infischiandosene, era che la gente normale rideva di loro” (p282)

Capite che ce n’è per tutti, la deflagrazione sarà dirompente e il ritorno alla quotidianità ovviamente impossibile.

“Era quella malinconica settimana in cui con il bel tempo il cielo notturno è ancora chiaro ma l’estate si prepara a cambiare aspetto e si avvia a passi da gigante verso il buio e l’autunno” (p239)

Che dire. A me sono piaciute le atmosfere scurissime e l’utilizzo di un linguaggio volutamente retrò*, ben reso in traduzione. E’ innegabile la capacità dell’autore nell’introspezione e nella caratterizzazione dei personaggi: in specie il delicato equilibrio tra l’avvocato Thune e la Signora Wiik, che è reso in tutta la sua fragile ed elastica tensione, scandagliato in ogni suo interstizio.

“La signora Wiik aveva di nuovo oltrepassato il confine invisibile. Questa volta non lo aveva interrotto, ma aveva fatto una domanda che contravveniva alle convenzioni vigenti tra datore di lavoro e impiegata, tra principale e dipendente. Aveva trasgredito le regole non scritte che prescrivevano chi potesse dire cosa a chi” (pag251).

“…la compassione l’aveva indotta a pensare che in altre circostanze, in una vita diversa, lei e Thune avrebbero potuto avvicinarsi di più. Forse avrebbe addirittura potuto consolarlo. Ma considerata la situazione, non aveva importanza. Ormai era troppo tardi per l’amicizia” (pag388)

Non è da sottovalutare il ruolo della psicanalisi all’interno del testo, ruolo che qui non può essere indagato pena lo smascheramento della trama, e l’analisi puntuale dei traumi psicologici, spesso sottovalutati, derivati dall’esposizione prolungata a situazioni gravissime.

Anche il passaggio da un punto di vista interno all’altro risulta convincente, in particolar modo nell’accentuazione del divario sociale, economico ed esperienziale dei protagonisti, allo stesso modo della tensione narrativa, con la vicenda che si risolve soltanto all’ultima pagina (sì, quindi non leggetela in anticipo come faccio io di solito, qui mi sono salvata giusto per divina provvidenza).

Buon week-end e buona lettura.

*che dirvi, d’altra parte io sono una fan di Franzosini…

“L’animale notturno”, di Andrea Piva – feat. Daniele Rielli, “Storie dal mondo nuovo”

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“Scrittore e sceneggiatore, Andrea Piva a un certo punto della sua vita ha deciso che ne aveva abbastanza del cinema romano e di quel genere di persone per cui un giorno sei una divinità azteca da sfamare a oro e vergini sacrificali per via della tua visionarietà artistica, e il giorno dopo tutto quello che ti offrono di scrivere sono storie di preti, medici e suore eroiche che salvano cani da pastore.

 – L’ultimo ingaggio che mi proposero era un progetto per la tv che si chiamava Morte di un artista. Lo presi come un segno del destino e decisi di cambiare vita.

Solitamente è qualcosa più facile a dirsi che a farsi, come mi spiega una volta seduti ai tavolini di un bar di piazza del Ferrarese, da dove si vede il ristorante delle sequenze iniziali di Mio cognato, di cui Piva ha scritto la sceneggiatura.

 – Tu non ci crederai ma proprio non sapevo cos’altro fare – e qui Andrea Piva (persona d’ingegno e invidiabile cultura, nonché titolare di un’incongrua laurea in Giurisprudenza) mi ha detto testualmente: Allora ho cercato *come fare soldi* su Google. E una delle cose che ho trovato è stata il poker on line”

E così che Daniele Rielli, l’enfant prodige del reportage italiano, introduce al lettore la figura di Andrea Piva nel long-form “L’Anomalia” dedicato appunto al variegato mondo dei professionisti italiani del poker on line. Che non ha tanto a che fare, sia bene inteso, con individui loschi e fumose sale da gioco avvolte dalla penombra della notte quanto con fogli Excel, programmatori indiani, bot e intelligenze artificiali.

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“Andrea abita con la sua ragazza e due gatti in una casa a schiera poco distante dalla litoranea a sud di Bari. Il condominio ha una grande piscina il cui azzurro chiaro contrasta con la terra arsa tutto attorno. Sull’altro lato, a occidente, il sole scende sopra i regionali che sferragliano verso Lecce. In casa, sul soppalco sopra il salotto, oltre a un tavolo con tutti gli strumenti per produrre infinite varianti di sigarette elettroniche, c’è la postazione di lavoro”.

Se Rielli, con la sua inchiesta apparsa per la prima volta su “Internazionale” nell’estate del 2015 e raccolta poi nel volume “Storie dal mondo nuovo” pubblicato da Adelphi l’inverno scorso, offre uno spaccato non-fiction, quanto mai analitico, sul gioco professionistico on line – e in particolare sulla variante americana del classico poker europeo chiamata Texas Hold ‘em, Piva invece, in “L’animale notturno” regala al lettore la versione dell’insider – l’alter ego Vittorio Ferragamo – che del gioco on line ha fatto la propria ragione di vita, con tutte le inevitabili implicazioni.

“E’ solo quando chiudo il client, spengo il computer e mi accendo un’altra sigaretta, è solo quando nella mia stanza cala il silenzio della notte invernale, coi gabbiani a dirsi sui tetti le loro cose sguaiate, è solo adesso che l’onda d’urto dell’esplosione mi raggiunge davvero, e mi rendo conto sul serio di cosa sono stato capace. Di colpo è come se mi avessero pestato per ore. Il mio corpo pesa il doppio del normale. Mi sembra di avere un busto di ferro a stringermi il petto, sento una specie di fischio continuo nelle orecchie, respiro a fatica, forse sto per avere un attacco di panico, non riesco a muovermi, a pensare, a fare niente. Resto imbambolato alla scrivania davanti al computer spento per un tempo lunghissimo, finché non mi arrivano i primi chiarori dell’alba, momento in cui, se possibile, inizio a stare anche peggio. Ancora oggi quando ci penso mi viene da vomitare, proprio sto male fisicamente, fino nel profondo. E’ una sensazione di morte irreparabile e violenta. In questo momento io sono la persona più stupida del mondo, amico lettore. Sono le cinque di mattina e ho appena capito di avere di nuovo rovinato la mia vita”  (pag328)

Si tratta di due testi che ho voluto leggere in parallelo proprio per la loro capacità intrinseca di essere l’uno il complemento dell’altro perché se da una parte Piva, con uno stile lucido ma naturalmente segnato dalla scelta stilistica del romanzo di formazione, punta più sulla storia di vita personale e meno sul trattato scientifico, dall’altra Rielli attraverso il piglio del giornalista d’inchiesta riesce a svelare quel che Piva per necessità si trova a dover tralasciare: ciò che si nasconde davvero dietro al lucroso mondo delle poker room virtuali e dei grandi portali di giochi on line.

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“Una sedia comoda, due computer, tre schermi e un impianto audio con un subwooder che diffonde musica retrofuture a volume alto, costante e sferico. Produttori dai suoni cupi e ambientali come Perturbator, Lazerhawk e Stellar Dreams accompagnano l’andamento regolare, quasi altrettanto ritmico del gioco sui tavoli virtuali. Andrea può giocare contemporaneamente anche su quattordici tavoli se in cash game, venti se in tornei. I tavoli si illuminano a turno quando è il momento di prendere una decisione (una ogni pochi secondi) e sono tutti sullo schermo centrale. Su quello a destra scorrono le statistiche complessive delle partite in corso, su quello di sinistra girano i video YouTube delle canzoni. Quando tutto è in funzione, il soppalco è come un mondo a parte, e ben presto il giocatore sembra perdersi nel flow di un processo decisionale la cui cadenza è dettata dalla macchina, in un’unione quasi mistica fra tecnologia e uomo, come nei dipinti di Simon Stalenhag che occupano i suoi desktop”

Tra nick-name fantasiosi (da MoneyMaker a LeSbarbine) e improbabili doppie vite – dall’insospettabile padre di famiglia alla whale (ndr: in gergo, il fish con molti soldi che sostanzialmente sceglie di perderli) Guy Laliberté, amministratore delegato del Cirque du Soleil che pare abbia perso in un anno oltre 17 milioni di dollari soltanto per il gusto di sedersi al tavolo virtuale coi migliori giocatori al mondo e “farsi mungere” – Piva e Rielli, percorrendo ognuno la propria strada, ciascuno con il proprio stile – delicato, evocativo e poetico, smaliziato e cronachistico – riescono a dimostrare l’assoluta verità e concretezza di quel tormentone a cui Lady Gaga ci aveva assuefatti anni fa, agli albori della sua carriera:

“I wanna hold ‘em like they do in Texas plays / No he can’t read my poker face”

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Nota a parte per “Storie dal mondo nuovo”, che va letto tutto, da capo a piedi, non solo per “l’Anomalia”. Si va dall’ironico e disincantato “Il retroscena del retroscena del retroscena” (che contiene uno dei pezzi più incredibili a mio parere mai scritti su Bruno Vespa) fino all’inedito “La fine della linea”, una lunga cavalcata sulla linea Q fino a Brighton Beach, “o Little Odessa, il quartiere di South Brooklyn dove le scritte in inglese, quando ci sono, vengono sempre sotto a quelle in cirillico”, passando per la versione integrale del reportage sull’Albania post-comunista pubblicato in forma ridotta sul Venerdì di Repubblica nel Novembre 2015.

 

NB: per gli appassionati, ecco qualche notizia in più sui dipinti “sci-fi” – distopici di Simon Stålenhag su Il Post e Collateral. Su Twitter invece, all’#LAnimaleNotturno potete trovare consuete citazioni e qualche dipinto a tema (dai “Bari” di Caravaggio ai cagnolini pokeristi di C. Coolidge).

 

“Miami”, di Joan Didion (trad. Teresa Martini)

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“(Miami non è) esattamente una città americana nell’accezione comunemente data a questo termine fino a poco tempo fa, ma piuttosto una capitale tropicale: ricca di pettegolezzi e povera di memoria, smisuratamente edificata sulla chimera del denaro in fuga e ammiccante non tanto a New York, Boston, Los Angeles o Atlanta, ma Caracas e Città del Messico, l’Avana e Bogotà, Parigi e Madrid” (pag.13-14)

“Non sono mai passata attraverso il controllo di sicurezza di un volo per Miami senza provare una sensazione di leggerezza mista a un innalzamento del livello di guardia, dovuto alla coscienza di aver lasciato il mondo civilizzato per entrare in un’atmosfera più fluida in cui lo scetticismo riguardo all’osservazione delle istituzioni democratiche nella fascia temperata degli Stati Uniti regnava sovrano” (pag.21)

“La sensazione era quella di trovarsi in una capitale sudamericana a un paio d’anni da un cambio di governo. (…) Un’entropia tropicale sembrava prevalere, facendo andare in malora i grandi progetti anche quando venivano portati a termine” (pag.24-25) (…) “Le gru e le scavatrici continuavano la loro danza nel celebre e scintillante panorama, il quale, galleggiando tra una palude di mangrovie e la barriera corallina, continuava a esercitare una specie di pericolosa attrazione, simile a un miraggio” (pag26)

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Ramiro Gomez (b. Los Angeles, 1980) – “Luxury, Interrupted. / No Splash”. Questo acrilico su tela fa parte di una serie di dipinti in cui l’artista – nato e cresciuto a Los Angeles ma figlio di immigrati messicani – reinterpreta alcune celebri opere di David Hockney inserendo al loro interno le figure faceless di umili lavoratori Latinos (giardinieri, domestici, cameriere)

“Tra il livello stradale e la lobby del’Hotel Omni International di Biscayne Boulevard ci sono due piani di negozi, cinema e altre attrazioni. Il centro commerciale è progettato in maniera che i teenager, in maggioranza neri e di sesso maschile, che di sera fanno avanti e indietro sui nastri trasportatori mentre aspettano di entrare al cinema, nella *Passeggiata Spaziale*, nel *Mare di Palline* o mentre sono semplicemente alla ricerca di qualcosa di interessante, possano vedere in alto la sala delle feste dell’Hotel Omni e il piano della lobby, ma non possano raggiungerla, dal momento che una griglia di acciaio chiude l’accesso alle scale dopo il tramonto e gli uomini della sicurezza tengono sotto controllo gli ascensori. (…) Soprattutto durante i fine settimane, quando la sorveglianza è ridotta al minimo e l’hotel è occupato da uno sfarzoso quince o da uno di quei galà di beneficenza che riempiono il calendario cubano locale, la sinistra musica che sale dal nastro trasportatore dal piano di sotto sembra voler ricordare la presenza di un mondo oscuro, violento e sottomesso che non vede l’ora di emergere” (pag.40-41)

“In generale il tono di Miami, il modo in cui la gente appariva, parlava e si incontrava era cubano, L’immagine che la città aveva allora cominciato a dare si se stessa era improntata a un fascino del tutto nuovo, fatto di colori vibranti, di vizio e di oscuri traffici all’ombra delle palme, ovvero le stesse caratteristiche (nella mente degli americani) dell’Avana pre-rivoluzionaria” (pag.45-46)

“Di fatto esistevano in Florida due culture parallele, separate, e non esattamente sullo stesso piano. La differenza più importante era che una delle due, quella cubana, mostrava un seppur limitato interesse per le attività dell’altra. (…) Gli *anglo* erano interessanti ai cubani solo fino al punto in cui potevano etichettarli come immigranti *determinati ad assimilarsi*” (pag.49)

“Non c’era motivo di voler sapere di più riguardo al cibo cubano, perché i ragazzini cubani preferivano gli hamburger. Non c’era motivo di sforzarsi di pronunciare correttamente i nomi cubani, perché erano troppo complicati, e comunque sarebbero stati americanizzati dalla seconda generazione se non già dalla prima. *Jorge L. Mas* c’era scritto sul biglietto da visita di Jorge Mas Canosa. *Raùl Masvidal* era il nome con cui Raùl Mavidal y Jury aveva partecipato alle elezioni a sindaco di Miami. Non c’era bisogno di sapere niente della storia di Cuba, perché era proprio dalla loro storia che gli immigrati stavano scappando” (pag.51-52)

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Pare che questa idea gli sia venuta mentre si guadagnava da vivere come babysitter dopo aver lasciato l’accademia d’arte di LA (CalArts), e che abbia cominciato col dipingere i suoi  Latino domestic workers all’interno di alcune patinate riviste di fashion e design. E pare anche che la cosa gli abbia portato un gran fortuna. Io l’ho scelto per la parte iconografica di questo strambo post perché mi ha affascinato il modo in cui è riuscito a sgretolare l’opera “acquatica” di Hockney riposizionandola nell’esperienza concreta di una normalità quotidiana diversa. Processo che forse non si discosta poi tanto da quel che è riuscita a fare la Didion con “Miami”, raccontando la Guerra Fredda attraverso il punto di vista d’eccezione dell’enclave cubana presente in Florida dagli anni ’60.

“Arthur M. Schlesinger Jr. fa addirittura sparire del tutto questi eventi (ndr: i gruppi i infiltrazione CIA e FBI nelle Keys della Florida e il *problema di smaltimento* delle reclute cubane  – la brigata 2506 per la Baia dei Porci) dal suo libro I mille giorni di Kennedy, un’opera essenzialmente antistorica, in cui tutta la faccenda degli esuli cubani è ridotta a poche ispirate righe (…)” (pag.74-75)

“Credo che per la CIA l’importante fosse cercare di fare in modo che gli esuli non fossero costretti ad affrontare la dura realtà, ovvero che non potevano fare ritorno in patria perché i loro più stretti alleati avevano raggiunto un accordo alle loro spalle” (pag.77)

“A Miami c’erano esuli che si definivano comunisti anticastristi, e c’era anche una folta schiera di esuli socialisti che condividevano con i primi unicamente il fervore anticastrista. Esistevano anche due importanti gruppi di esuli anarchici, molti dei quali poco più che vent’enni, tutti ancora anticastristi ma divisi, da *divergenze di personalità*” (pag.104-105)

Il reportage “Miami” viene dato alle stampe nel 1987 e assume immediatamente i connotati di una testimonianza unica degli anni della Guerra Fredda, perché narrata da un osservatorio esclusivo, quello della città degli esuli cubani.

***

Per capire Joan Didion è inutile scriverne, specie su un bloggino come ADC. Bisogna leggerla e basta. E quando si è finito, c’è caso che occorra ricominciare da capo, perché il new journalism della Didion deve penetrare sotto pelle e fino a che non è arrivato lì, poco si può fare.

“New Journalism: American literary movement in the 1960s and ’70s that pushed the boundaries of traditional journalism and nonfiction writing. The genre combined journalistic research with the techniques of fiction writing in the reporting of stories about real-life events. The writers often credited with beginning the movement include Tom Wolfe, Truman Capote, and Gay Talese. As in traditional investigative reporting, writers in the genre immersed themselves in their subjects, at times spending months in the field gathering facts through research, interviews, and observation. Their finished works were very different, however, from the feature stories typically published in newspapers and magazines of the time. Instead of employing traditional journalistic story structures and an institutional voice, they constructed well-developed characters, sustained dialogue, vivid scenes, and strong plotlines marked with dramatic tension”. (Credits: Encyclopaedia Britannica – continue here)

“Cresceva in me il convincimento che nulla a Miami potesse essere completamente immobile, o del tutto solido. Anche le consonanti dure scomparivano nel dialetto locale, in inglese come in spagnolo, Addirittura il denaro si muoveva secondo verbi idraulici (…). Questa particolare atmosfera faceva sì che Miami non sembrasse una città, ma una fiaba, una storia d’amore ai tropici, una specie di sogno a occhi aperti in cui tutto è possibile ” (pag28-29)

Nota: questo libro è stato preso in prestito attraverso il Sistema Bibliotecario Digitale della città di Milano, ossia… gli amici di MLOL. In uno dei prossimi post vi spiegherò bene di cosa parliamo quando parliamo del primo “network italiano di biblioteche digitali pubbliche” e come si fa a usarlo. Niente di più facile (e bello), ve lo garantisco.

“Qualcosa, là fuori”, di Bruno Arpaia

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“Nessuno ricordava più con esattezza quando era cominciato tutto. Forse perché non c’era stato un vero e proprio inizio, forse perché si era trattato di una lenta e implacabile alleanza di eventi impercettibili, di alterazioni minime che, almeno in apparenza, cambiavano poco o nulla, finché, quasi di colpo, ci si era ritrovati in quel disastro. Teoria delle catastrofi: una teoria di fine Novecento che riguardava i mutamenti improvvisi causati da piccole, successive alterazioni in un sistema, come il passaggio da un bruco a una farfalla, un nuvolone che si trasforma bruscamente in pioggia, ma anche quello sfacelo in cui, quasi senza rendersene conto, il mondo era precipitato” (pag 13-14)

E’ delicato, Bruno Arpaia, nel raccontarci l’orrore di quel che a breve l’essere umano potrà combinare – o che forse ha già combinato. Non vorrebbe farci male eppure ci riesce benissimo col solo potere dell’evidenza scientifica a cui si affida anche per la costruzione di quest’ultimo romanzo. Non si misura più con la spy-story com’era accaduto ad esempio con “L’energia del vuoto” ma con la climate-fiction, portando in scena una distopia post-apocalittica (siamo nell’anno 2050) all’interno della quale narra le vicende di un gruppo di migranti clandestini, multietnico e ormai apolide, che dalle zone del Mediterraneo cerca disperatamente di raggiungere i paesi scandinavi e artici, ultimo baluardo di salvezza e del vivere civile dato il clima ancora mite. Da una parte, migliaia di chilometri quadrati ormai abbandonati dai rispettivi stati sovrani, desertificati e ostaggio di terribili bande criminali che lottano per la sopravvivenza. Dall’altra l’estremo Nord, che ovviamente di questi moderni profughi proprio non ne vuole sapere.

Il viaggio è lungo, estenuante e naturalmente l’esito molto più che incerto. Un paradossale lusso esclusivo di chi – a fronte di ingenti sacrifici – si è potuto permettere il pagamento dell’enorme, sproporzionata cifra richiesta dai guerriglieri prezzolati che guidano (e che dovrebbero in qualche modo “proteggere”) questa carovana di esuli tra i quali alla fine si conteranno morti e dispersi a migliaia. Una traversata visionaria tra pianure di fango e sterpaglie bruciate, scheletri di città in rovina e capannoni abbandonati che non è altro se non l’escamotage grazie al quale Arpaia mette in scena – attraverso le memorie e i racconti in flashback dei protagonisti, uno su tutti l’anziano professore di Neuroscienze Livio Delmastro – le cause e gli effetti di tutta quella serie di processi di matrice antropica che, dati alla mano, potrebbero portare al definitivo collasso ambientale del nostro pianeta.

Il testo è molto crudo e lascia poco spazio al meccanismo catartico – ancor meno al guilty pleasure e alla sospensione del giudizio che spesso accompagna la lettura della fiction distopica – proprio perché è forse improprio parlare di fiction distopica tout-court. La realtà descritta da Arpaia – con un approccio più simile a quello della narrative non-fiction che a quello del romanzo distopico classico – è possibile, probabile, e per certi versi addirittura già in atto, basti pensare a quei conflitti mediorientali le cui cause sono di origine ambientale prima che politica, o all’inequivocabile innalzamento delle temperature e all’erosione costiera. Nella postfazione al testo è lo stesso Arpaia a elencare le sue fonti, tra cui ad esempio il saggio di Gwynne Dyer “Le guerre del clima” e i rapporti IPCC.

Di certo il tema è attuale e sentito, e non può più essere altrimenti soprattutto a fronte delle ultime prese di posizione del governo Trump che mira a circondarsi di esponenti del mondo politico ed economico dichiaratamente contrari alla tesi dell’origine antropica degli attuali climate changes. (Nota: di questo fatto se n’è occupata nell’ultimo numero anche @La_Lettura con un articolo di Serena Danna all’interno del quale vengono messe a confronto le tesi del famoso negazionista William Happer con quelle dello studioso Mark Cane – che da più di venti anni studia il fenomeno di El Niño. Oppure anche, per parlare delle ultime letture qui su blog, Michel Floquet in “Triste America” riferendosi ai programmi negazionisti supportati dalle lobby dell’industria estrattiva US).

***

“Mentre percorrevano il lungolago, Livio prese il binocolo e vide di fronte a sé la costa scoscesa e ormai priva di boschi, i paesini abbandonati sulla montagna brulla, le scalinate che una volta portavano alla riviera, i ruderi saccheggiati delle antiche ville signorili e, in alto, le dolomie dalle rocce dentate, piene di guglie e torri. In basso, invece, oltre il parapetto su quello che era stato il lungolago, Livio scorse uno spettrale pendio incavato fra le Prealpi. Un chilometro più in là, a una profondità di un centinaio di metri, si estendeva una fanghiglia marrone”

E’ innegabile che tanta parte della fascinazione che l’opera porta con sé sia dovuta all’abilità dello scrittore nell’evocazione di scenari distopici di grande impatto. Dall’oceano piatto, morto e oleoso che invade senza scampo un nord Europa ormai quasi del tutto sommerso, a quel che resta della siderurgia teutonica ridotta a un ammasso di capannoni in rovina, sepolti dalla polvere, Arpaia raccoglie un’eredità ballardiana difficile da maneggiare proprio perché forse nessuno al pari di “JG” è riuscito mai nell’impresa di ritrarre un mondo distopico in maniera così tanto scientifica e credibile ma così poco compiaciuta.

Arpaia ce la fa, dimostrando arte, coscienza e rispetto verso la lezione di Ballard, che nelle sue opere più riuscite ha coltivato così ossessivamente l’idea di un’ambientazione distopica mai ridondante, mai fine a se stessa ma – e qui sta il paradosso – sempre a servizio della speculazione scientifica e dello spinta alla riflessione personale, sebbene indiscutibilmente necessaria all’economia del racconto.

[Nota: di climate change e di altre calamità se ne parla spesso su ADC, specie sul Twitter: seguite #TheSixthExtinction, ad esempio, o lo stesso #QualcosaLàFuori, hashtag che viene utilizzato da molti, Arpaia compreso, per segnalare le ultime notizie riguardanti le sopraddette vicende US]

“Il grande marinaio”, di Catherine Poulain (trad. Margherita Botto)

il_grande_marinaio

“Forse ce ne andremo per sempre così, fino alla fine di tutti i tempi, sull’oceano rosseggiante e verso il cielo aperto, una corsa folle e magnifica nel nulla, nel tutto, cuore caldo, piedi gelidi, scortati da un nugolo di gabbiani urlanti, un grande marinaio sul ponte, con la faccia distesa, quasi dolce. Da qualche parte ancora… città, muri, folle cieche. Ma per noi non più. Per noi più niente. Inoltrarsi nel grande deserto, fra le dune sempre mobili e il cielo” (Kindle pos.823)

“Se lo spilungone lo vorrà, sarà per sempre così: inoltrarsi sull’oceano nero, sul mare di Bering. Che io spenda le mie forze fino a morire alla vita di prima, o a morire e basta, che l’usura e lo sfinimento mi levighino fino al cristallo, lasciando solo il mare in me, sotto di me, intorno a me, e l’uomo-leone di carne e sangue che tiene testa all’onda” (pos.1508)

“Ho la morte nel cuore, una sofferenza in grado di paralizzarmi, ho appena capito che non durerà per sempre, che non durerà a lungo, la vita a bordo, gli uomini, la barca (pos.27279)

Penso sinceramente che il romanzo di Catherine Poulain sia una lettura preferibile a tanti manuali di auto-aiuto sulla questione del Team-Building.

Questo perché l’autrice è stata capace di mettere in luce una delle dinamiche più perverse e più tossiche del lavoro di squadra – quello fatto bene, quello “che funziona”: la sensazione di profondo down che ti prende non appena scopri di vivere* dentro una bolla di finzione, adrenalina e illusione. (*No, meglio: “aver vissuto” dato che quando te ne rendi conto, è proprio in quel preciso momento che con la mente ne sei già fuori – e il problema è che dentro non ci puoi più tornare).

team di lavoro il cui destino è funzionare bene partono sempre col piede giusto, nell’assoluta buona fede di chi li forma (capitani talentuosi, in grado di scegliere con accortezza i propri sottoposti); soltanto poi, col passar del tempo, si trasformano in autentiche famiglie adottive disfunzionali all’interno delle quali ognuno sarà spinto a dare il meglio di sé nell’ambito professionale e quasi tutti saranno vittime di fraintendimenti emotivi dalle conseguenze più o meno tragiche. Sensazione di straniamento se si esce dal gruppo, delirio di onnipotenza legato alle situazioni più adrenaliniche e/o drammatiche vissute insieme, quanto più importanti tanto più pietre miliari di un’intimità condivisa e non replicabile all’esterno, interpretazione falsata della prossimità fisica. E più il tempo passa e peggio è, perché questi gruppi tendono a restare coesi anche per anni.

“Non sono stanca, forse non lo sarò mai più, forse bastava volerlo intensamente: non avrò sonno mai più” (pos.2699)

Questa naturalmente è soltanto una parte della storia, perché i livelli di lettura sono tanti e multiformi: ben altre cose racconta infatti “Il grande marinaio”, che è prima di tutto il diario di un’esperienza di wilderness estremo, nel solco di quel new #NatureWriting riguardo cui si discute tanto. L’autrice, all’esordio letterario, è nata in Francia nel 1960; ora è allevatrice e viticoltrice in patria ma in passato ha svolto decine di lavori differenti in tutti i luoghi del mondo, tra cui proprio quello di pescatrice in Alaska. Di questa esperienza decennale condensa il succo ne “Il grande marinaio”, traducendola in un romanzo a episodi che raccolgono l’essenza degli anni trascorsi al Nord.

Si dice che l’Alaskan long-lining fishing sia il mestiere più pericoloso al mondo e i racconti della Poulain lo testimoniano: fatica fisica enorme, condizioni meteo eccezionali, alterazione del ritmo sonno-veglia a cui i tempi della pesca e la latitudine costringono. Un mondo a parte all’interno del quale si muove un’umanità varia, più o meno derelitta e  ai margini. Pescatori stagionali rovinati dalle sgobbate, indiani autoctoni avvezzi alla vita sui docks, armatori senza scrupoli, marinai drogati di antidolorifici e alcool utilizzati per sostenere le notti passate tra i marosi. Un’esistenza dai cui eccessi la protagonista Lili – una giovane “runaway” francese giunta in Alaska con l’intento di imbarcarsi come pescatrice, alter-ego dell’autrice – non è di certo esente.

Non c’è compiacimento nella narrazione. Lungi dal voler indicare una strada da percorrere (verso la salvezza o l’autodistruzione, a ciascuno il suo) l’autrice semplicemente riporta in maniera quasi asettica l’esperienza di Lili. La svincola così dai giudizi esterni, siano essi di approvazione o di condanna per una vita trascorsa ai limiti, le cui conseguenze la protagonista si fa punto di accettare, in sottomissione tacita per quanto dolorosa. Ed è questo il cardine del testo – insieme all’artificio letterario dell’alter-ego – che permette nel lettore il meccanismo di immedesimazione, la capacità della com-passione e la sospensione di un giudizio che altrimenti potrebbe farsi implacabile:

“Siete tutti uguali, voi che arrivate qui come degli esaltati. Io, è il mio paese, non ho mai visto nient’altro. (…) Non cerco l’impossibile. Voglio semplicemente vivere e allevare i miei figli. E’ casa mia. (…) Siete migliaia così, che arrivate da più di un secolo. I primi erano gente spietata. Voi non siete come loro. Siete venuti a cercare qualcosa che è impossibile trovare. Una sicurezza? Be’, no, neanche, dato che quello che avete l’aria di cercare, o comunque di voler incontrare, è la morte. Cercate… una certezza forse… qualcosa che sia abbastanza forte da combattere le vostre paure, i vostri dolori, il vostro passato – che salvi tutti, voi per primi” (pos.3841)

L’estremismo di questa esperienza si riflette anche nello stile. Il lettore è accolto fin dalla prima pagina da una paratassi scarna, violenta e invasiva fatta di frasi brevissime e smozzicate e di una serie infinita di sottintesi. Protagonisti e situazioni vengono presentati utilizzando il tempo presente, secondo uno stream of consciousness in prima persona che segue non tanto la trama quanto i pensieri sconnessi di Lili. Una struttura che funziona e che non potrebbe essere costruita altrimenti, pena la perdita del carattere evocativo del testo. Di questa necessità il lettore prende coscienza col procedere della lettura che per questo motivo deve essere la più continua possibile specie all’inizio, quando occorre forzarla un po’ – ma poi il meccanismo page-turner si instaura da sé, state tranquilli, anche perché il periodare si allunga soprattutto nell’ultima parte.

Se fossi riuscita a leggere “Il Grande Marinaio” nel 2016 credo che questo libro avrebbe meritato senza dubbio il titolo di best book dell’anno per ADC. Dire che “Il grande marinaio” sarà la mia miglior lettura del 2017 è azzardato dato che siamo solo a Febbraio, ma in tutta onestà non così improbabile.

Nota: sfrugugliando in rete ho avuto il piacere di imbattermi in un signore che si chiama Corey Arnold, che su Twitter trovate come @Coreyfishes: è un pluripremiato fotografo dell’Oregon che dal 1995 lavora in Alaska (sic.) come commercial fisherman e che con le sue fotografie ha reso pienamente il fascino di questa professione estrema.

“Triste America”, di Michel Floquet

 

“Io arrivavo pieno di fiducia. Come quando si va a trovare la famiglia lontana. Tutti quei cugini che non si vedevano da anni, che si farà fatica a riconoscere, ma che sentiamo così vicini… (…) L’America è questo. Noi siamo convinti di conoscerla. Peggio ancora, crediamo che ci assomigli. (…) L’America è un mistero che ciascuno di noi vive a modo suo” (prologo)

triste_america_01Se volete capire qualcosa di più su Trump – non su cosa farà una volta insediatosi alla Casa Bianca, ma su come alla Casa Bianca ci è arrivato – dovete per forza leggere #TristeAmerica, reportage in quindici brevi capitoli scritto in tempi non sospetti (2016) da Michel Floquet, giornalista, anchorman di France Télévision 1 e corrispondente dagli States, in cui risiede da anni.

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"Questa vita tuttavia mi pesa molto", di Edgardo Franzosini

Il movimento è una delle questioni che più lo ossessionano. 
(Non è il solo in famiglia: il fratello Ettore ha una fissazione per la velocità, cioè per la forma più estesa e più esasperata del fattore movimento, mentre il nonno Giovanni Luigi si è lambiccato il cervello, sin quasi a perdere la ragione, attorno al fenomeno del moto perpetuo, un altro aspetto eccessivo, quasi inverosimile, del movimento).
 
1. da “Picassiette” a Bela Lugosi

La creatività visionaria del “Picasso delle stoviglie” Raymond Isidore, costruttore della cattedrale dei detriti di Chartres; le ultime ore di Béla Blasko (che la leggenda vuole esser spirato in volo di pipistrelli); l’accusa di stregoneria rivolta al Cardinale Giuseppe Ripamonti, famigliare di Federico Borromeo e prima fonte storica di Alessandro Manzoni: la verità è che Edgardo Franzosini ci ha abituati – per non dire incatenati – a un’arte della biografia che fa del fascino per il peculiare, lo strambo, il misterioso e in certi casi anche del grottesco la propria, principale caratteristica. Niente di più lontano, tuttavia (è bene sottolinearlo) da un certo tipo di non-fiction novel a cui le mode del momento cercano di inclinare il gusto del pubblico, solleticandolo attraverso il guilty pleasure della biografia romanzata.

2. “Uno snob, un ragazzino esile e timido, un uomo serio e contegnoso, una malinconica marionetta”
Franzosini, sempre attento alle testimonianze e meticoloso nella ricostruzione, decide di concentrarsi questa volta sull’affascinante figura di Rembrandt Bugatti (Milano 1884 – Parigi 1916), fratello minore del più famoso Ettore – fondatore della casa automobilistica omonima – scegliendo di raccontarne la vita, breve e indiscutibilmente freak, attraverso episodi succinti, sprazzi di luce a illuminare significativamente il buio di una personalità tormentata e soggiogata dall’estro artistico. Pochi, emblematici segnali luminosi contigui nel tempo, inframmezzati ad alcuni flashback dell’infanzia e della gioventù, il tutto strutturato nel tentativo di definire appieno la personalità di questo cosmopolita e raffinatissimo gentlemen, artista solitario e inquieto, contestualizzandola all’interno della cerchia familiare e soprattutto dell’entourage artistico di cui la famiglia Bugatti si circondava da generazioni.

Le difficoltà di salute, lo spettro della guerra, la fascinazione al limite del morboso per la scultura animalista, l’atmosfera decadente dell’ultima Art-Nouveau tra Milano, Parigi e Anversa: tutto collabora alla costruzione di un racconto suggestivo, tanto più attraente quanto più alta è la consapevolezza del lavoro accurato di ricerca e documentazione che lo sostiene e che ne testimonia la veridicità.

3. Materiali

“Le otiti croniche hanno reso Rembrandt quasi sordo. Un anno fa ha iniziato a sentire fitte dolorose, fischi, ronzii e la propria voce che gli risuonava nelle orecchie. I rumori hanno preso ad assomigliare tutti a un brusio. Riesce ancora a distinguere solo i versi degli animali – i barriti, i ruggiti, i nitriti – e al pensiero di questa cosa non può fare a meno di sorridere” (pag.11)

 

“Rembrandt si sente a proprio agio solo in mezzo agli animali, solo a contatto con quella comunità senza parole. Il giardino zoologico è la mia consolazione, ha scritto un giorno al fratello. Quando sono di fronte a loro e li fisso negli occhi, racconta alla madre, mi sembra, non metterti a ridere, di rendermi perfettamente conto delle loro gioie e delle loro pene” (pag.18-19)

 

 

“In compagnia di Albéric Collin e di Oscar Jespers, Rembrandt trascorre spesso il tardo pomeriggio e la sera seduto a un tavolo sulla grande terrazza dell’Hotel Weber. I tre scultori animalisti bevono assenzio, giocano a domino, chiacchierano” (pag69)

 

 

(Wikipedia)

“A sinistra si innalza un palazzo a grandi vetrate sormontato da due cupole: è il Feestpaleis, il Palazzo delle Feste. A destra una limonaia e, poco più avanti, un padiglione di legno circondato da lampioni, sedie e tavolini, sotto la cui tettoia sono disposti in cerchio dei leggii per gli spartiti musicali. Si alza un vento che fa cadere alcuni leggii, e intanto comincia una pioggia fitta e violenta. Rembrandt trascina la valigia sotto le gocce pesanti che gli entrano nel colletto della camicia e raggiunge un edificio dalla facciata vagamente moresca: è il Palazzo delle Scimmie. L’interno ospita alcune gabbie gigantesche in fondo alle quali si distinguono i profili scuri di parecchi primati. Le bestie strillano e si agitano, eccitate dal temporale” (pag.60-61)

“A Milano Bugatti si lascia andare al vuoto e alla noia. In città non c’è uno zoo, ma solo alcune gabbie sparpagliate qua e là per i Giardini Pubblici di corso Venezia, dove sono rinchiusi una giraffa, un leopardo, qualche cervo, una scimmia, alcune vecchie gazzelle” (pag95)

“Non sopporta più Milano. Ha l’impressione che sia questa città che gli impedisce di scuotersi di dosso l’estenuante tristezza e il disgusto che, dentro di lui, hanno sopraffatto qualsiasi altro sentimento” (pag96)

Buona lettura