“Il figlio del Direttore”, di Piersandro Pallavicini

“Ero felice. A dieci anni desideravo la protezione dell’oscurità. Ora, a sessanta, ho preso un appartamento in Costa Azzurra inondato di sole.”

A metà strada fra il giallo sociale, la commedia degli equivoci e il romanzo generazionale, “Il figlio del Direttore” indaga, con disincanto scrupoloso e urticante sarcasmo, le pieghe della più esclusiva Late Boomers generation nostrana.

A questa enclave d’élite appartiene Michelangelo Borromeo: neosessantenne pavese, proprietario della centralissima libreria antiquaria “Da Recalcati Libri e Gusto”, single, abitudini raffinate e conto corrente di pregio. Fanatico della boutade sapida (per mezzo della quale s’arrabatta sin dall’adolescenza a mascherare una patologica timidezza), cultore degli abiti di sartoria, dei ristoranti stellati e delle macchine sportive, Michelangelo Borromeo – nomen omen a svelare una nobiltà farlocca, indizio della pesante eredità familiare toccatagli in sorte – è insomma, diciamolo, uno di quei boomer del cavolo che, pieni di soldi, seconde case e colonscopie in regime di libera professione, da giovani affollavano di villette monofamiliari la provincia lombarda e che ora troviamo ritirati, complici età e divorzi tardivi, fra le mura di sontuosi quadrilocali ztl in quel triangolo delle Bermuda casereccio rappresentato da alta Brianza-varesotto-pavese.

“Da Recalcati Libri & Gusto, oltre alle prime edizioni di Sereni, Montale, Pavese, D’Arzo, ho quindici diversi prodotti al tartufo, colature di alici, bottarghe, creme di pistacchio, nocciola, fava tonka, tè cinesi esoterici, caffè campani artigianali, per non parlare degli champagne, solo grand cru, e dei vini di Bordogna, soltanto grand cru pure loro, e su ogni barattolo, scatoletta, bottiglia ci metto dei ricarichi semplicemente criminali. Ma la radice di follia del collezionismo librario, evidentemente, corrisponde alla medesima folle radice dell’estremismo gourmet.”

Il Borromeo, insomma, ne ha così tanti che un po’ fatica a immaginarne l’uso e a parte qualche momento di inquieta solitudine, speso a immaginarsi un personale futuro distopico di malattie neurodegenerative o navigando sui siti pornografici, se la passa discretamente bene fra il negozio, la residenza pavese e l’appartamento di proprietà al Mer Azur, un condominio di lusso affacciato sul boulevard de la Garoupe, ad Antibes. Il modo in cui Pallavicini racconta la raffinata decrepitezza della Côte d’Azur fuori stagione mi porta quel piccolo e noto conforto che viene dal leggere pagine scritte bene – tra piscine svuotate, pioggia che batte le strade quasi deserte, arenili inselvatichiti, odore forte di mare e aghi di pino, café solitari frequentati unicamente da persone del luogo e da qualche sparuto turista nordeuropeo. È un paesaggio lunare di cui Michel – come il Borromeo viene chiamato qui – si nutre avidamente; uno scenario che rimanda il lettore non soltanto agli anni gloriosi di Aly Khan e Rita Hayworth ma anche, in maniera più sinistra, all’Eden-Olympia di ballardiana memoria – il finzionale, paradisiaco complesso residenziale nizzardo all’interno del quale si svolge uno dei più truci romanzi della fantascienza occidentale.

Se sotto la penna di Pallavicini (come fosse un rivoltare d’involucro) i cultori dell’antiquariato librario si trasformano da stimati intellettuali a gente in sostanza anche simpatica e piacevole ma un poco gonza – e per questo finanziariamente necessaria, in un gioco di sapiente miniaturizzazione caricaturale, così i residenti del Mer Azur, allontanati a forza dalla gloria dei tempi passati, assumono sembianze a metà strada tra i fantasmi del tempo che fu e i protagonisti di un parco dei divertimenti a tema “benvenuti sul pianeta Terra”. Da Agathe, la svagata, autoctona proprietaria di alcuni appartamenti al Mer Azur, a rigore ricchissima ma scroccatrice seriale di opulente colazioni, a Madame Kirsten Østergaard, la turista danese affittuaria di Agathe che con l’assoluta incultura per la lingua italiana, le forme sinuose e il nudismo integrale sul terrazzo per lo yoga notturno al sottofondo di campane tibetane sconvolge gli ormoni del Borromeo e gli riporta a galla un’antica parafilia assolutamente politically incorrect, fino a Gualtiero, uno zerozerosette nazionale invischiato in non si capisce che traffico notturno – Gualtiero che ovviamente non si chiama Gualtiero e che per modi e piglio assomiglia non tanto a Daniel Craig quanto alla guardia del corpo di un boss mafioso.

“Il raggio del faro sulla cima del Cap taglia il buio ogni pochi secondi, un aereo che si prepara ad atterrare a Nizza attraversa il cielo stellato. Sotto le suole, mentre stropiccio i piedi sull’asfalto crepato, scricchiolano gli aghi dei pini. In questo momento mi sento come sempre mi sono sentito in questo angolo di mondo: non felice, che è una condizione implausibile per qualunque essere umano sopra i quarant’anni, ma vagamente euforico, sollevato anche se non si sa bene da cosa, diciamo in tregua col mondo. Ed è adesso, mentre l’angoscia della morte, della catastrofe e della rovina sono lontane, è ora, mente rimiro l’oscurità del mare con i gomiti appoggiati alla balaustra, che il cellulare si mette a suonare.”

I fantasmi del Borromeo però non finiscono qui perché, come in ogni giallo che si rispetti, a un certo punto ci scappa il morto – nella persona, addirittura, di Luca “Luchino” Borromeo, altrimenti detto il Signor direttore – nonché padre di Michelangelo; quel rinomato banchiere di provincia assurto fra gli anni ’70 e ’90 alle glorie di direttore di filiali per il Banco Italico tra Vigevano, Milano, Cantù e Busto Arsizio, quel padre smargiasso e burino, razzista, omofobo e cornificatore seriale, mancato due anni prima per causa di un brutto male che al posto di redimerlo lo aveva reso ancora più iracondo, menefreghista, cafone e stronzo. Nella pace della passeggiata serale sulla spiaggia nizzarda, insomma, una sera il cellulare del Borromeo comincia a squillare; il numero di telefono da cui arriva la chiamata è quello del padre – passato a miglior vita, come si è detto, due anni prima. La linea si interrompe appena Borromeo clicca sul tasto verde. Chi sta utilizzando il telefono del morto, quindi? Chi dunque si è introdotto nella casa di famiglia? Chi è colui che si sta appropriando dell’identità del Signor direttore?

La telefonata notturna scoperchierà il vaso di Pandora e la villeggiatura fuori stagione del Borromeo si trasformerà in un rutilante viaggio nel passato perché niente, come è ovvio, è come appare; in costante equilibrio fra i colpi di scena di un noir dai tratti hard-boiled e la farsa comica, Borromeo sarà costretto a precipitare non solo nell’abisso della propria giovinezza – un luogo della memoria infido e crudele dal quale aveva avuto ben cura di tenersi lontano – ma anche nel passato dei genitori e nel ricordo di Marcella, l’amore perduto.

Il viaggio di Michelangelo Borromeo però sarà anche un po’ nostro, perché “Il figlio del Direttore” è non solo la storia della famiglia Borromeo ma anche il racconto del sentirci boomer: se difatti alla tal generazione appartengono di diritto solo i nati tra la fine della guerra e la metà dei favolosi Sessanta va però detto che noi, un poco più giovani, quell’aria lì l’abbiamo respirata quotidianamente, insieme al fumo passivo in pizzeria – e non è che certi sistemi di pensiero si possano scardinare con facilità. “Il figlio del Direttore”, poi, significherà per molti il ritorno alla provincia lombarda – regno di piccoli ricordi acuminati, dolorosissimi – e per molti altri invece un volo radente sopra una terra che, lo si voglia oppure no, ha significato moltissimo per la società e per la politica italiana.

Ah, non dimenticate la FFP2, mi raccomando; ché tra le altre cose “Il figlio del Direttore” è anche un romanzo post-pandemico – forse il primo che s’azzarda a recuperare la dimensione comica della tragedia, fra ipocondriaci atterriti, svagati cronici che del Covid quasi nemmeno si sono accorti, incoercibili no-vax equipaggiati di bottigliette di gel igienizzante incartapecorito e mascherine putrefatte.

È possibile, si domanda Michelangelo Borromeo, godersi la vita dopo che la vita è passata? Forse no, ma forse anche sì.

“Le perfezioni”, di Vincenzo Latronico

“Tutti volevano una pagina, un logo, una veste grafica. Tutti volevano un po’ di bellezza, intesa come una posizione unica in un sistema di differenze.”

“Il gioco di prestigio della gentrificazione è proprio questo: il racconto globale, generico e scintillante, è reso possibile dall’occultamento di una storia locale specifica e priva di valore aggiunto. Una storia viene sostituita da una narrazione il cui contenuto informativo è nullo. Il sapere si perde, un sapere che di per sé è ovviamente inutile ma la cui testimonianza serve, se non altro, a mostrare la vacuità di ciò che l’ha rimpiazzato.”* (*V. Latronico, “La rivoluzione è in pausa”, – I Quanti Einaudi, serie Città, 2022)

Giorni nostri – anno più, anno meno. Anna e Tom, trentenni in coppia di vita intima e attività professionale (si definiscono “creativi“), sono riusciti a trasformare la loro passione per il codice in un mestiere ben retribuito – e decidono di trasferirsi a Berlino. Da diverso tempo, questo è un fatto, la capitale tedesca è frizzante espressione di comunità cosmopolite: incubatore di tendenze all’avanguardia che, come specifica la voce narrante, rappresentano la via di fuga da una “città grande ma periferica nel sud dell’Europa”, libere dal gusto “provinciale e stantio” che invece pervade la provincia dell’impero, scardinate dai legami di “conformismo” e “aspettative” tra “persone tutte identiche”.

Cosa mai potrà andare storto nella vita di Anna e Tom? In realtà nulla; come nulla, d’altra parte, finirà per andare proprio dritto.

“Si sentivano decadenti e invidiabili, vivi.”

“Le perfezioni”, romanzo breve che segna il ritorno di Vincenzo Latronico alla narrativa, è un carosello dell’Instagram: in palette di sfumature petrolio e miele fotografa quel modo di esserci, quello stare all’interno di un “movimento tendenziale” che – racconta l’autore – “assume[va] le fattezze antropomorfe di una mitologia”. La voce fuori campo recupera scintille di vita (Anna e Tom a un rave, Anna e Tom in un club per scambisti, Anna e Tom chiusi in casa per mesi, fra tisane al gelsomino equosolidale, caffè monorigine e plaid di lana pregiata, per terminare una commessa di rebranding) e appartiene a un narratore esterno privo di onniscienza che pare sovrapporsi al ritratto di un noi stessi fruitori del social quando, con una serie più o meno distratta di rapidi scroll, ci introduciamo nella vita di qualcun altro, nella realtà che qualcuno vuole mostrarci.

“La meticolosa composizione di quella mitologia aveva occupato Anna e Tom per tutto il loro primo anno a Berlino, perlomeno nel tempo in cui non stavano organizzando uno dei loro traslochi. Non era una mitologia personale; anzi il suo valore risiedeva precisamente nella sua universalità. Era condivisa da tutti gli spagnoli e francesi e italiani e americani che incontravano; era glossata in un’infinità di articoli di costume e documentari, e replicata nelle immagini che scorrevano sulle timeline di Facebook e sui feed di Instagram di una generazione intera. Era il sigillo del loro ingresso in una comunità cementata da una realtà condivisa, che è quasi come dire una realtà”.

Anna e Tom non sono due soggettività specifiche da romanzo di formazione, non sono una coppia sull’orlo della crisi di nervi di cui “Le perferzioni” si impegna a scandagliare il rapporto; pare buffo ma di Anna e Tom non conosciamo né l’età esatta, né la fisicità – e nemmeno le voci: Tom ha la barba, è secco o in sovrappeso? Anna ha i capelli lunghi? E come parla, Anna? È lieve, impacciata, timida, sbruffona, consapevole? Non lo sapremo mai. Di Anna e Tom nelle pagine di “Le perfezioni” non troveremo un dialogo, un be’, un respiro. Niente. D’altra parte, Instagram ci insegna quanto il linguaggio verbale sia sopravvalutato: la fotografia parla per sé, poi al limite ci sta una caption, ma breve e arguta. A pensarci però, se ci prendiamo la briga di allargare lo sguardo a tutto il feed partendo dai primi, goffi scatti di cui spesso ormai ci si vergogna (ma guai a cancellarli, guai ad alterare la griglia) ecco che la fotografia comincia a svelarsi: una piccola incrinatura della porcellana, il reticolo delle crepe nell’olio del dipinto. La voce narrante allora si fa occhio sottile, armato di pollice e indice aperti nello zoom a osservare le fessure minuscole: una timeline inalterata, vecchia di alcuni giorni, un’imprecisione nello scatto (fuoco al disimpegno della cucina: buste della spesa e fazzoletti di carta sparsi sul ripiano; un tramonto che si vorrebbe glorioso e invece – nemmeno il filtro è riuscito a smussarne i bordi – la vacanza traspira un impietoso grigio plumbeo di fine stagione; un viso smunto, le occhiaie), una disintossicazione da social al sapore di giornate indegne di memoria.

Perché questo atto, il punto di svolta in cui l’esistenza diventa esperienza e la realtà si sovrappone all’immagine – il momento nascosto tra l’adagiarsi su una seduta di design svedese e il cappuccino consumato proprio in quel bar – per Latronico possiede un titolo preciso: è il “sigillo” che definisce l’appartenenza a una “struttura di relazioni”. E questa impronta è uno dei tratti distintivi di quel “crimine di cui solo i colpevoli conoscono il nome“*: la gentrificazione.

“Le perfezioni” è questo: la declinazione poetica di una struttura teorica ben fondata, di cui Latronico si occupa da anni e che consiste nell’analisi dei fenomeni di gentrificazione ossia di quel processo di “riqualificazione e rinnovamento di zone o quartieri cittadini, con conseguente aumento del prezzo degli affitti e degli immobili e migrazione degli abitanti originari verso altre zone urbane”*. Così si esprime Treccani nel definirla (la si recupera da Latronico stesso, che cita Treccani nel saggio “La rivoluzione è in pausa” appena uscito per i Quanti di Einaudi) a cui tuttavia l’autore oppone un altro punto di vista: quello dell’attivista Camilla Pin che all’epoca della riqualificazione dell’Isola, storico quartiere operaio di Milano Nord, la definì come “il processo di investimento e acquisizione a scopo speculativo, da parte di soggetti pubblici e privati, di aree immediatamente circostanti a zone altamente redditizie, con lo scopo di smantellare l’esistente per ricostruire, seguendo standard edilizi che alterano inevitabilmente il contesto urbano.”*

La vita berlinese di Anna e Tom, difatti, è un racconto globale per il semplice fatto che qualsiasi loro esperienza, anche la più elitaria e rarefatta (e vale la pena ricordare la varietà del significato: esperienza è una nottata nel club per scambisti o un tour ai resti del muro ma è anche il possesso – un pezzo di arredamento recuperato dal rigattiere, le cuffie antirumore ultimo modello) risulta già replicata, da altri prima di Anna e Tom, da altri come Anna e Tom e – orrore – anche replicabile, in altra declinazione, da chi arriverà a prendere il loro posto. Che poi Anna e Tom di questo paradosso ne percepiscano l’esistenza è tutto da dimostrare, dato che una delle storture proprie della gentrificazione è appunto la consapevolezza del progetto, che è posseduta solo da chi produce gentrificazione e non da chi ne usufruisce – o almeno non fino in fondo.

“La gentrificazione di cui erano consapevoli era qualcosa che facevano gli altri”.

Ovviamente poi qualcosa accade, tra le pagine di “Le perfezioni”. Si tratta di scarti minimi, eventi che presi singolarmente vengono derubricati a piccoli fastidi, inciampi sgradevoli ma tutto sommato prevedibili: una coppia di amici torna in patria dopo la nascita del figlio – la gestione del quale in Germania è troppo onerosa e complicata per chi non è ben attrezzato con lingua e burocrazia (lingua e burocrazia con cui Anna, Tom e molti altri si erano imposti di non interagire, questione di gran vanto), un cliente disdice il contratto perché l’affitto dell’immobile ha sforato il limite di tollerabilità, la galleria d’arte autogestita nel centro commerciale diroccato è stata sgomberata per far spazio ad appartamenti di lusso; al posto di quella elegante e alternativa torrefazione artigianale (che sorgeva sulle rovine di un antico bar al confine tra l’Est e l’Ovest – ma chi lo sapeva? Non certo Anna e neppure Tom, che di quel che era nel prima non si è mai più di tanto occupato) ora c’è un negozio di articoli tecnici, che del bar ha maliziosamente conservato l’insegna. Di fronte a queste minuterie, però, il feed si incrina in un loop di già visti: le commesse calano, ad Anna e Tom vengono preferiti inglesi madrelingua o, più spesso, tedeschi iper-specializzati dal cachet stellare; la cerchia di conoscenze – tutte piuttosto superficiali, va detto – si restringe: c’è chi si sposta in provincia o parte per la Spagna o semplicemente sparisce dalla timeline; i costi dell’appartamento crescono mentre le occasioni sociali diminuiscono, perché le entrate mensili sono appena sufficienti per pagare le spese.

In realtà, alla definizione di Camilla Pin di cui sopra ho omesso un ultimo pezzo, che recupero qui ora: “[La gentrificazione è] la trasformazione di un quartiere non solo a livello sociale ma identitario e culturale.”* Ad Anna e Tom non sta succedendo nulla di diverso da ciò che era capitato agli abitanti della loro zona nel momento in cui cominciò quel processo di “omogeneizzazione” che, fa notare Latronico, è anche un “processo di ottimizzazione, cioè di appiattimento verso l’alto”. Se da una parte infatti la gentrificazione porta con sé un discorso complesso sull’abitabilità di quartieri all’interno dei quali i residenti storici, spesso di bassa estrazione, non possono più permettersi di vivere né riescono più a trovare ciò di cui hanno bisogno, dall’altra essa ha come risultato una “perdita dell’unicità” a favore di un “processo di disincanto”. E cosa accadrà ad Anna e Tom, quando si renderanno conto di non essere più così speciali? Ma poi, speciali, lo erano mai stati?

Il libro è scomodo, infastidisce, spinge allo sguardo interiore: perché sfruculiando le vite di Anna e Tom ci sentiamo irritati e invidiosi; siamo vecchi boomer di passaggio, siamo fratelli di poco maggiori, un tantino più saggi a brontolare quel “te lo avevo detto” che trasuda rammarico o acidume a seconda dei casi; siamo il cugino piccolo, gli occhi sgranati a dire “dai, racconta ancora quel che facevi là”. La parte finale è spiazzante perché coinvolge il deus ex machina più aborrito di tutti: la famiglia di origine. Conviene leggerlo, quindi.

“Anime selvagge”, di Emma Marris (trad. Michela Guardigli)

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“In questo viaggio impiego gli strumenti della filosofia per capire cosa dovrebbero fare gli esseri umani nei confronti degli animali selvatici. Quindi occorre saper argomentare in modo chiaro e convincente a favore del valore delle specie, se mi accingo a sostenere che è moralmente giustificabile fare del male, uccidere e compromettere l’autonomia di creature senzienti per salvare la specie.”

Cosa significa oggi parlare di “natura incontaminata” o di “specie nocive“? Ha senso ragionare di tutela della biodiversità riferendoci a mondi che per migliaia di anni sono stati plasmati dalle popolazioni che li hanno abitati? Qual è la nostra responsabilità etica nei confronti degli “animali selvatici” il cui habitat e le cui traiettorie evolutive abbiamo contribuito a modificare?

La giornalista scientifica Emma Marris (pluripremiata divulgatrice, con articoli apparsi su National Geographic, the Atlantic, the New York TimesWired) comincia da questa manciata di scomode domande – in realtà già argomento del suo primo libro (“Rambunctious Garden: Saving Nature in a Post-Wild World”, inedito qui in Italia) – per definire ancor meglio, in questo secondo testo che si vorrebbe dire programmatico, la propria visione nei riguardi della spinosa questione del conservazionismo. Come spiega l’autrice stessa, la “biologia conservazionista” è quel campo scientifico nato nel 1985 che a differenza dell’ecologia, sua “disciplina madre”, “ha un programma esplicito: salvare le specie“; se l’ecologia “cerca semplicemente di descrivere i meccanismi del mondo vivente”, il conservazionismo, racconta Marris, “poggia su valori morali “, ha una “base etica” e gli scienziati che ne sono fautori “non si limitano a studiare cosa sta accadendo, ma forniscono raccomandazioni su cosa dovremmo fare.”

Lo strumento che Marris utilizza per questa analisi è il confronto diretto, sul campo, con le figure di spicco attive nelle pratiche conservazioniste o che, al contrario, a esse si oppongono. Si tratta – è bene sottolinearlo – di eminenti scienziati, biologi di pluriennale esperienza, responsabili di gruppi di ricerca o di progetti di tutela ambientale nelle più remote aree del pianeta Terra. Dopo una premessa di carattere filosofico tesa a indagare e cercare di definire i quesiti morali che ci portano a determinare di volta in volta la validità – o la necessità – di un intervento di tutela ambientale, Marris ci trascina in un lungo e affascinante viaggio nello spazio e nel tempo terrestre, alla scoperta delle radici e delle conseguenze di quel dualismo uomo/natura che tanto appassiona noi occidentali categorici – e dei tanti danni di cui questa “narrativa ambientale misantropica” si è resa responsabile, dal concetto di “contaminazione genetica” a quello della “sfumatura morale” del pensiero occidentale contemporaneo nei riguardi della tutela ambientale.

“La cultura occidentale ama notoriamente le categorie, in particolare i dualismi. Uomo e natura, Oriente e Occidente, selvaggio e addomesticato. Il modo in cui affrontiamo la prospettiva di una cane lupo in natura evidenza il nostro profondo disappunto quando i binarismi si incrinano o si confondono. (…) Se gli umani sono cattivi per definizione, il rovescio della medaglia vuole la natura buona per definizione. È per questo che vediamo l’aggettivo _naturale_ appiccicato alla nostra colazione, al nostro shampoo, al nostro sapone per i piatti.”

Insomma, le definizioni correnti di selvaggio e di area incontaminata partono dal presupposto che l’uomo non faccia parte della natura, dando anzi per scontato che qualsiasi presenza o azione umana in natura consegni all’ambiente lo status di meno selvaggio. In realtà, come racconterà Marris proponendo esempi concreti e testimonianze, che la presenza umana su un dato territorio sia sempre e comunque non pertinente è questione ancora tutta da dimostrare (mentre in più di un’occasione è capitato proprio il contrario). L’autrice si spinge anche oltre, prendendo posizione nei riguardi di un sistema di analisi i cui risultati, in termini di definizioni, si possono dire non solo “ascientifici” ma addirittura “dannosi” poiché si fondano su fallacie metodologiche: prima di tutto è un fatto che uomini e organismi vivi si influenzino tra loro da millenni, in un rapporto difficilissimo da districare; in secondo luogo la retorica della natura selvaggia viene spesso utilizzata per giustificare interventi di impronta colonialista (pensiamo alle terre espropriate ai nativi americani nell’errata convinzione che fossero incurate ma anche alle attuali pratiche di eradicazione di specie allogene nelle isole della Nuova Zelanda, dai nativi considerate irrispettose delle tradizioni locali). Da ultimo, “pensare che natura ed esseri umani siano incompatibili rende impossibile far rivivere o scoprire modi di lavorare con e all’interno della natura, per il bene comune” e di fatto in alcuni contesti elude l’analisi e la presa di coscienza sui temi dello sfruttamento del territorio.

“Un assioma conciso non sempre è sinonimo di un sistema etico a prova di proiettile.”

La disanima del dualismo uomo/natura passa anche, nel testo di Marris, da un attentissimo focus sul linguaggio, nell’organizzare un sistema che per esempio sostituisce – almeno nei contesti tecnici – “naturale” con “disabitato” o “all’aria aperta” e “stato selvaggio” con “non destinato all’uso umano” o “ambiente non costruito“; in sostanza, l’autrice pone sotto inchiesta il “culto quasi religioso della natura e della selvaticità” a cui dovrebbe sostituirsi un approccio costituito da due particolari “impegni”: la prosperità degli esseri viventi (che comprende la loro autonomia) e l’umiltà, a cui segue il principio di moderazione, da parte degli esseri umani.

“Sostenere che i bisogni e i desideri umani non devono travolgere quelli di altre specie [è] un concetto ben diverso dal sostenere che gli esseri umani devono essere estirpati come una massa cancerosa da qualsiasi ecosistema che porta le nostre tracce.”

Interrogandosi sul concetto di tutela della biodiversità, che riconosce come corretto, Marris tuttavia mette in discussione i mezzi utilizzati a questo fine, rispetto ai quali occorre domandarsi “se ci siano dei limiti a ciò che siamo disposti a fare“.

In primo luogo (1) Marris si focalizza sulla pratica dell’allevamento in cattività di specie a rischio d’estinzione (fedele all’intenzione programmatica di portare a tema alcuni casi pratici, dedica un capitolo intero, per esempio, alle vicende di recupero e reintroduzione in natura del Condor della California), processo che non esita a definire “un esercizio di dominazione totale” che, seppure efficace – a volte, non sempre -, occorre giustificare alla luce di un certo numero di valori. L’altro nodo programmatico del testo è difatti il recupero e la ricollocazione del termine specie all’interno di un sistema di valori definito “etica ambientale” e di una prospettiva di studio che deve di necessità abbandonare il punto di vista antropocentrico e far buona pratica nella distinzione tra valore strumentale e valore finale – a sua volta soggettivo oppure oggettivo – di ciò che chiamiamo specie, sempre che sia possibile provare che “specie ed ecosistemi abbiano un valore finale oggettivo”. Uno dei punti critici del conservazionismo infatti è il concepire la specie come un “fermo immagine” e la biodiversità come la presenza di un certo numero di specie “fotografate” in un dato momento (ndr: che spesso tra l’altro è l’attimo in cui l’esploratore bianco sbarca sull’isola incontaminata e prende nota sul suo taccuino di quanto vede e sente). Si tratta quindi di un “restauro ecologico” vòlto per certi versi a emulare un passato comunque non più antico di 12mila anni fa (ossia relativamente giovane, perché “nessun ecosistema, definito dalla composizione delle sue piante, ha più di 12.000 anni”), che rivela incrinature nel momento in cui per esempio ci si trova a lavorare su spostamenti avvenuti in epoche così lontane de rendere impossibile estrapolare quelli derivati dall’influenza umana (l’albero di kukui, simbolo delle Hawaii, è un esempio). Conservare le specie tuttavia (2) significa anche eliminare gli intrusi, perché per i conservazionisti l’atto di rimozione di una specie non ha come fine il famoso viaggio nel tempo di cui sopra ma l’arresto di una o più estinzioni. Seguendo il filo rosso tracciato da Marris viene facile a questo punto ripensare alla serie televisiva Dark, nella quale ogni personaggio, spinto dal desiderio di tornare alla condizione precedente, operava modifiche nel continuum spazio-tempo che favorivano il proprio destino ma che andavano a danneggiare irreparabilmente la linea temporale di qualcun altro, giudicata minoritaria. Ciò che succede in Dark è esattamente quello che capita all’interno di contesti ambientali in cui venga determinata la necessità di distinguere tra esseri viventi non umani nativi e allogeni, peggio ancora nel caso in cui si venga a contatto con soggetti ibridi, che in questa fase evolutiva del nostro pianeta non sono rari. “I confini tra le specie possono essere labili” – avverte Marris – tanto che a volte esse sono più “concetti umani” che una realtà biologica. Spoiler: in Dark alla fine il bene trionfa, nei processi di eliminazione di specie un po’ meno, tra i patimenti orribili sopportati dai roditori avvelenati con il brodifacoum, le proteste degli abitanti di alcune isole neozelandesi secondo i quali l’eliminazione delle “specie invasive” (ritenuta per altro appropriazione culturale dato che per i nativi la caccia di alcuni animali ha valore rituale) di fatto copre le nefandezze dello sfruttamento intensivo del territorio, e la necessità di una biosicurezza intesa come una “vigile sorveglianza” inapplicabile nella pratica quotidiana. Per non parlare delle conseguenze ecologiche impreviste e potenzialmente catastrofiche (si veda l’infestazione di cespugli di more selvatiche sull’isola di Santiago) di un’eliminazione abborracciata.

“Quando siamo tentati di impedire il cambiamento di una discendenza o di evitare l’ibridazione delle specie, dobbiamo chiederci: stiamo davvero preservando la biodiversità con questi interventi, o la stiamo ostacolando?”

La pars destruens del saggio di Marris è corposa, come si vede. L’autrice si dice ancora nel mezzo delle riflessioni alla ricerca di una mediazione costruttiva che riesca a minimizzare il “residuo morale” e a coniugare il rispetto del “diritto alla sovranità” che ogni essere vivente non umano possiede con la responsabilità collettiva (perché va detto, di danni noi umani ne abbiamo fatti parecchi), nell’intento di costruire “narrative in alternativa”, in reciproco vantaggio. Se poi questo intento passi dalla teoria della “conservazione compassionevole” (che già si oppone concretamente alla biologia conservazionista ma che fatica a imporsi per via dei costi altissimi e dello scarso impegno delle istituzioni) o dalla manipolazione genetica – con le criticità che questa metodologia porta con sé, uplifting fantascientifico compreso, questo è ancora tutto da vedere.

“Anime selvagge” appartiene al genere della narrative non fiction ma, per temi e linguaggio, afferisce anche all’universo della saggistica tradizionale: abbiate quindi cura di dedicare a questo testo dei momenti di lettura attenta e meditata.

“Più idioti dei dinosauri”, di Daniele Scaglione

“Se qualcuno mi dice «Ehi, nel 2050 il mondo sarà di 2°C più caldo di adesso!», per educazione rispondo: «Oh, è terribile!». Ma intanto mi chiedo: «E dunque?». Se invece qualcuno mi dice: «Nel 2050 a Milano ci sarà il clima che c’è oggi a Dallas», capisco di cosa stiamo parlando e intuisco cosa significa affermare che c’è uno spostamento delle condizioni climatiche di un migliaio di chilometri a nord.” (pag55)

Alla narrative non fiction siamo ormai avvezzi. Si tratta di quel modo di scrivere saggistica che, prestando attenzione alle crescente necessità di un pubblico non competente ma interessato alla materia, coniuga la perizia – elemento imprescindibile nella stesura di un testo specialistico – a una fluidità d’esposizione esente da eccessivi tecnicismi di sapore accademico. Sistema di scrittura che nello stile e nella disposizione dell’argomento rende l’opera fruibile anche da parte di chi non dispone di competenze tali da poter affrontare in autonomia un testo specialistico di stampo tradizionale. Operazione non semplice, perché non è detto che chi ne sa molto di qualcosa possieda abilità divulgative tali da riuscire a traghettare il contenuto dei propri studi da quello a questo sistema. Non per nulla Amitav Ghosh, con il suo saggio “La grande cecità”, testo ormai di culto nella discussione sul climate change, ha sollevato – per primo – la questione dell’inadeguatezza della letteratura contemporanea nel raccontare, appunto, il cambiamento climatico. Il saggio di Ghosh è del 2016 e nel frattempo, per fortuna, ci siamo un poco attrezzati. Per “attrezzati” intendo l’esser riusciti da una parte a fare in modo che molti studiosi della materia si raccapezzassero tra procedimenti e tecniche di scrittura simili più alla fiction che alla pubblicazione universitaria, dall’altra a coltivare e spingere la discesa in campo di professionisti che, competenti in altri ambiti (quali per esempio la formazione o la comunicazione) ma utilizzando le proprie abilità, siano in grado non tanto di spiegare quanto di accompagnare se stessi – e il lettore – lungo un cammino di scoperta e apprendimento.

Questo è il caso di Daniele Scaglione – formatore e consulente aziendale, oltre che collaboratore di Rai Radio 3 nel programma Wikiradio (nonché presidente della sezione italiana di Amnesty International dal 1997 al 2001) – che con “Più idioti dei dinosauri” costruisce, a partire dalle domande che come padre si pone nei riguardi di quale sarà il futuro riservato al proprio figlio (ma anche dalle domande che i nostri stessi figli ci pongono quotidianamente), un saggio godibile, di tono leggero eppure mai banale né burlesco, che affronta per capitoli i temi cardine legati all’iperoggetto cambiamento climatico.

“Io, invece, mi sento un idiota. Così come intendevano gli antichi Greci, sia chiaro. Loro definivano l’uomo pubblico come una persona colta, esperta e competente e gli contrapponevano l’uomo privato, l’idiòtes, che se ne sta chiuso nel suo piccolo mondo e di conseguenza poco sa e meno capisce.” (pag33)

I nostri figli utilizzeranno ancora l’aeroplano, fra trent’anni? Papà, quando si rompe la nostra auto, ne comprerai una elettrica? Quando sarò vecchio la nostra città sarà così calda che non ci si potrà più abitare? Cosa mangeremo tra cinquant’anni? Dobbiamo diventare tutti vegani? Perché la pasta costa più di prima? Perché c’è il coronavirus? Siamo in troppi, sulla Terra? Moriremo tutti? Da adulto, mio figlio e i miei nipoti soffriranno la fame? Ciascuno dei tredici capitoli di “Più idioti dei dinosauri” come è evidente è dedicato a un singolo aspetto tra quelli più macroscopici che compongono il climate change affaire e che stiamo già vivendo, anche se talvolta fatichiamo ad accorgercene: riscaldamento globale, modifica delle abitudini nell’abitare e conseguenti crisi migratorie, greenwashing a opera delle grandi multinazionali, politiche economiche globali per il settore primario e secondario, la questione non da poco della giustizia ambientale, l’analisi della responsabilità individuale (a volte di fatto ininfluente se non interviene dall’alto chi davvero fa la differenza). Scaglione affronta questi temi col piglio del genitore alla disperata ricerca di informazioni – chè a ‘sti ragazzi bisogna pure contar su qualcosa di sensato o quanto meno provare a farlo – e lo fa interloquendo con chi, di ogni specifico tema, ne sa evidentemente più di lui. Il profilo dei tecnici, dei docenti, di donne e uomini di scienza interpellati da Scaglione è altissimo e si tratta per tanta parte di studiosi italiani: Daniele Pernigotti, Nicola Armaroli, Giulio Betti, Elena Granata, Marina Romanello… (arrivo solo a pag.73: considerate che “Più idioti dei dinosauri” di pagine ne conta 212).

L’autore, attraverso questo sistema domanda-risposta, si impegna proprio a raccontare storie, recuperando da questo strumento di conoscenza universale un’eredità formale fatta di limpidezza di struttura, onestà nelle fonti, accuratezza dei contenuti. E tutte le storie che l’autore ci racconta parlano del mondo – non per quello che è stato ma per quello che verrà. “Più idioti dei dinosauri” rappresenta insomma un modo singolare e nuovo di fare divulgazione scientifica, in cui l’autore smette i panni del docente che si pregia di spiegarci qualcosa e indossa quelli di facilitatore.

“Chi come me oggi ha più di cinquant’anni, alle giovani e ai giovani che denunciano l’emergenza climatica credo dovrebbe dire più o meno queste cose. «Scusateci. Abbiamo fatto un casino senza senso. Un po’ perché non sapevamo quello che facevamo un po’ perché ce ne siamo allegramente sbattuti. Avete ogni ragione di lamentarvi. Da qui in avanti facciamo tutto il possibile per sistemare le cose o, almeno, limitare i danni. Poi, al più presto e senza fare tante storie, vi passiamo le leve del comando.» (pag194)

Note: 1. Dal momento che queste testimonianze sono per lo più tratte da conversazioni, interviste, scambi di email, messaggi diretti tra l’autore e l’interlocutore o da conferenze e interventi in public speaking, in calce al volume è assente la parte bibliografica (nel caso in cui Scaglione si riferisca a delle pubblicazioni, esse sono citate direttamente nel testo) – e non sono nemmeno presenti le note a piè pagina: approccio che personalmente apprezzo molto, perché a mio parere questo sistema da una parte motiva ex silentio l’autorità in materia delle controparti interpellate e dall’altra evita quel fastidioso “vedete quanto ho letto, vedete quanto ne so” che spesso affiora da certe bibliografie, più pretenziose che utili. 2. Il volume è accompagnato dalle belle illustrazioni di Ginevra Rapisardi (che firma anche la copertina) e sull’Instagram dell’autore potete trovare i video, opere di Segheij Dell’Orso, usciti a complemento del libro. 3. Ringrazio Daniele Scaglione per l’invio della copia, una bella lettura che ho potuto condividere anche con i bambini.

“La lingua del tempo”, di Eva Hoffman (trad. Maria Baiocchi)

tempo di lettura: 10minuti

“Gli aggettivi non varcano i continenti. (…) Non si può trasportare il significato dell’umanità tutto intero da una cultura all’altra, né più né meno di quanto si può traslitterare un testo.”

Questo invece riesce a fare Eva Hoffman con “Lost in translation: Life in a new language” (1989), laborioso, denso e bellissimo memoir: raccontare non tanto la propria vita di esule ebrea polacca quanto, attraverso episodi anche minimi o (solo) all’apparenza insignificanti, le difficoltà dell’integrazione – quelle che passano dall'(in)comprensione linguistica. Prima di raccoglierci su queste pagine, però, occorre una piccola digressione biografica.

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Cracovia, 1959. I coniugi Boris e Maria Wydra, sopravvissuti all’olocausto (prima in un bunker di montagna e poi nascosti grazie all’aiuto di alcuni amici), sopraffatti dalla nuova, dilagante ondata di antisemitismo, dalle ristrettezze economiche e dai disordini politici decidono di emigrare nella British Columbia insieme alle due figlie: la tredicenne Ewa, promettente pianista, e la sorella Alina, di qualche anno più giovane. Eva Hoffman (dal cognome del marito, un fellow student con cui rimane sposata dal 1971 al 1976), è brillante studentessa premiata con numerosi riconoscimenti e borse di studio. Si laurea alla Yale School of Music e ad Harward; diviene insegnante di letteratura inglese e di creative writing presso diverse università, poi editor e writer per il The New York Times e ancora autrice di testi per la BBC Radio. Vincitrice di numerosi Award per i suoi lavori e per l’impegno nel mondo delle arti e della cultura, da 30 anni vive a Londra.

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“Per tradurre una lingua o un testo senza alterarne il significato bisognerebbe trasportare anche il pubblico.”

Le questioni che la Hoffman solleva sono parecchie e sarebbe ingenuo pensare di poter raccogliere qui tutte le suggestioni che “La lingua del tempo” porta con sé. Il punto più importante a mio avviso, il cardine intorno a quale si sviluppa l’impianto narrativo del testo (e per questo lo cito qui) è il privilegio dell’intelligenza e del talento. Quell’immunità che fa di Ewa e della sorella (costrette perfino a cambiare nome, nell’ottica di una più rapida inglesizzazione – “Il mio non è stato un problema, Ewa in inglese diventa Eva, che è la stessa cosa, ma a mia sorella Alina è toccato Elaine”) due corpi in perenne stato di estraneità: favorite e incoraggiate dalla comunità scolastica e dall’ambiente scientifico e letterario, lontane dai traumi del bullismo e dell’esclusione (ad esempio quella economica, grazie alle sovvenzioni ricevute per merito), tuttavia in equilibrio perpetuo e precario tra il riconoscimento legittimo di una capacità e lo sguardo, un poco meno legittimo, dell’“esotico ed erotico”. Sarebbe però un errore enorme – benché certe corrispondenze siano innegabilmente evidenti – leggere le vicende della Hoffman, figlie di un ben preciso momento americano, con gli occhi della contemporaneità. Hoffman per prima ci mette in guardia da questo pericolo (“Poiché ho imparato sulla mia pelle la relatività dei significati culturali, non posso mai assumere una serie di significati come definitiva.”), fornendoci nel contempo la chiave di lettura esatta, quella della contestualizzazione, attraverso cui recuperare il senso di queste pagine che occorre trattenersi dal piegare a proprio favore, né in un verso né in quello opposto, proprio perché “La normalità non deriva da una norma convenzionale ma da questa conoscenza delle proporzioni.”

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“La lingua del tempo” è, si diceva, un memoir – strutturato in tre parti. Uno dei pregi dell’autrice è la capacità di modulare il linguaggio, che porta con sé anche le tecniche dell’osservare e l’interpretazione del reale, in base ai differenti archi temporali. Senza mai risultare stucchevole, Hoffman affida alla prima sezione, “Il paradiso”, lo sguardo dell’infanzia a Cracovia che illumina il paesaggio di luce violenta e passionale. Questo modo di raccontare la prima età tuttavia non limita né manipola l’osservazione, che rimane sempre giusta nei riguardi di una realtà sicuramente favorita all’interno della quale, tuttavia, quel che si potrebbe definire “privilegio” non è altro che un traballante predellino sospeso sulla miseria per non più di qualche centimetro.

“Abbiamo avuto il permesso di portare con noi il pianoforte, anche se fa parte della categoria di oggetti che andrebbero lasciati al patrimonio nazionale.”

[Mi appunto qui un’ulteriore suggestione per questa prima sezione: “Andiamo all’opera, a teatro e al cinema – tutte cose accessibili a poco prezzo – e spesso andiamo a trovare gli amici.” – il punto della cultura diffusa che permea la Polonia rurale e urbana, senza distinzione alcuna. Quell’“a poco prezzo” che in specie oggi, nel post covid apocalittico dello spettacolo in ginocchio, dovrebbe spingerci a molte e non scontate riflessioni.]

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“Vancouver non sarà mai per me il luogo più amato, perché è stato qui che sono cascata fuori dalla rete del significato nella leggerezza del caos.”

Nella seconda parte, ”L’esilio”, a far da padrone è il sentimento dello sradicamento che è linguistico – proprio del non capire – e di conseguenza culturale e valoriale. Predomina il racconto di episodi adolescenziali tra vita scolastica e prime amicizie, in una tensione continua fra desiderio di intimità e condivisione e, all’inverso, la spinta inevitabile all’isolamento. Il punto di questa seconda parte è evidenziare la mancanza degli strumenti di confronto, comunicazione, interpretazione del reale. Perché la fondatezza dell’infanzia spartita (i programmi in tv, il cinema, la storia americana, le tradizioni, la politica) crea il substrato sul quale è possibile ancorare il ponte dei legami extrafamiliari – possibilità fuori discussione per l’immigrato.

“A parte le infinite varietà di articoli di vestiario, macchine e piscine, non ho idea dei beni che questo continente è in grado di offrire. Non so che cosa si può amare qui, che cosa si può assorbire fino a considerarlo intimamente proprio. In seguito, quando si romperanno gli argini dell’invidia, la mia gelosia andrà soprattutto a quelli che, in America, hanno avuto un senso di appartenenza al luogo.”

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Con la terza parte, “Il nuovo mondo”, il racconto di episodi e aneddoti specifici si restringe attraverso una rarefazione discreta che lascia spazio, mediante accenni a eventi di svolta nella vita personale dell’autrice utilizzati come ganci narrativi, a una sorta di esposizione teorica che assomiglia da una parte alla summa delle riflessioni dell’autrice, ormai adulta e affermata, (riflessioni che per la prima volta, sempre secondo il principio dell’adattare linguaggio e svolgimento tematico al tempo narrato, si direbbero complete, strutturate) dall’altra a manifesto di un certo modo – forse l’unico possibile – di intendere il nodo dell’emigrante, tra assimilazione e conservazione del proprio nucleo identitario.

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L’aspetto più fortemente analizzato, sul quale l’acuto spirito di osservazione della Hoffman si infrange con violenza di tempesta rivelando la passione viscerale (tutta europea!) per l’approccio maieutico e l’afflizione che deriva dall’esperienza familiare, è quello, appunto, dell’identità. “La lingua del tempo” in questo senso è, sostanzialmente, un trattato sull’identità individuale che riconosce nell’ambiente circostante una delle variabili fondamentali – forse l’unica – capace di formare l’individuo. In questo sistema-identità si esplica la dicotomia (ricordiamo, siamo a cavallo degli anni ’70) tra lo sguardo europeo, per il quale “una personalità è una cosa che ci si limita ad avere”, e quello profondamente americano, all’interno del quale i vari soggetti “si vedono come i pellegrini di un cammino interiore, eroi ed eroine di un dramma psichico”.

“La lingua del tempo” è, per impostazione consapevole, un memoir lontano dall’intento didascalico tipico di certe narrazioni caduta-e-resurrezione a cui ci ha abituati la retorica d’oltreoceano; ciononostante, non nego che per certi versi mi piacerebbe concludere questa riflessione con lo spoiler del sì, l’autrice ce l’ha fatta, missione compiuta, integrazione completa, identità personale conservata. Ancora una volta però è la stessa Hoffman a prenderci per i capelli:

“Forse perché sono stata bombardata da tanti cambiamenti, ho bisogno di distinguere con precisione fra veri arricchimenti della conoscenza e pericolosi viaggi all’avanscoperta. Ho paura di arrischiarmi oltre le mie possibilità, ho paura delle false trasformazioni. Quello che conta per me in questo momento non è quanto riesco a uscire da me stessa, ma quanto riesco ancora ad assorbire veramente.”

Ancora:

“Io a volte mi sento tradita da questa miscela di rigide convinzioni e trasformismo, perché rende i miei compagni sfuggenti, avvolti come sono nella nebulosa delle ideologie e delle dichiarazioni di principio; mi riesce difficile distinguere fra mode e fedi sincere, le convinzioni appassionate dai dogmi di comodo. (…) Paradossalmente uno degli indizi della mia non completa assimilazione è la nostalgia residua – che tanti miei amici trovano francamente sconveniente, come una confessione di vergognosa debolezza – per qualcosa di più stabile, per un radicamento meno faticoso, una patria.”

“Ho la disgrazia di vedere la griglia delle persuasioni generali stampata sopra ogni singola personalità, di vedere la dipendenza dall’ideologia collettiva laddove ci dovrebbe essere solo il libero gioco della soggettività.”

E infine:

“Nella mia vita pubblica, di gruppo, finirò probabilmente per trovarmi sempre nelle fessure fra culture e subculture, fra gli scenari delle fedi politiche e i credo estetici. Non è poi il peggiore dei posti: ti permette di guardare il mondo da una prospettiva diversa.”

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Note all’edizione. “Lost in translation: Life in a new language” appare per la prima volta nel 1989. Viene pubblicato in Italia nel 1996 da Donzelli col titolo “Come si dice”. Ora viene riproposto dalla casa editrice Il Margine (da poco parte di Edizioni Centro Studi Erickson), sempre nella traduzione – rivista – di Maria Baiocchi. Ringrazio Il Margine per questo invio: “La lingua del tempo” è un libro del cuore che senza l’aiuto di cari amici non avrei mai scoperto: sarebbe stato per me non solo un gran peccato ma anche una vera mancanza.

“Quelli che non capiscono il passato possono essere condannati a ripeterlo, ma quelli che non lo ripetono mai sono condannati a non capirlo.”

“L’arte del buon uccidere”, di Piersandro Pallavicini

“Allora ci troviamo e facciamo aperitivo…” geme indomito il cretino.

Scaraventatelo sotto un tram.

Prendiamo un aperitivo” gli urlerete mentre le ruote d’acciaio lo stritoleranno. “Beviamo un aperitivo. Facciamo aperitivo, bestia, mai!”

Poi tornate in voi leggendo un qualunque libro di Arbasino. (pag104)

“L’arte del buon uccidere” è un’ode accurata al principio della giusta misura.

Si tratta di ventun capitoletti – ognuno dedicato al (o alla) rompiscatole di turno e al modo più conveniente per procedere con l’eliminazione fisica del soggetto in questione – intervallati da ancor più minuscoli e graffianti “raptus”, in cui più che alla genialità della maniera si bada alla fulmineità dell’ammazzamento.

Una gioia di risate caustiche e finissime in cui ce n’è per tutti: dal vicino saputone e odiatore seriale alla coetanea ex sessantottina che ora, regina del Lamento Continuo (“LC”!), brontola senza sosta perché il capo le fa saltare la mezz’ora del pranzo (proprio a lei, che ha trent’anni in azienda), dalle telefonate chilometriche della signora extracomunitaria in corriera – col viva-voce sempre inserito a manetta – al fattorino sudamericano col quale il confronto verbale risulta impossibile per via dell’irrimediabile discordanza degli idiomi.

Attraverso queste brevi storielle P. Pallavicini rivendica l’importanza della risata, uno spazio mi vien da dire sacro in cui il comico e l’ironico – anzi l’autoironico – quando rispettosi della forma e dell’equilibrio diventano uno dei modi speciali in cui gli esseri umani si rapportano tra loro.

“D’altronde la caratteristica fondante del Rigor Mortis, oltre alla patologica incapacità di rendersi conto di quando è ora di congedarsi, è una pronunciata ipocondria e, si sa, sono i maschi, tra i due sessi, a tenere alta la bandiera dell’autodiagnosi paranoide.” (pag111)

Saltano le riflessioni sulla fluidità di genere, in un testo in cui maschi e femmine sono tali proprio per caratteristiche si direbbero cromosomiche, senza paura di elencarle. Saltano le dinamiche del politically correct verso stranieri e vecchietti. Eppure quel che fa la differenza sta proprio lì: nel momento in cui, leggendo queste pagine, non vien fatta la tentazione di pensare ad altri (“Ecco zia Domitilla! Vedi, quello stronzo del mio capo! Uh, questo è proprio tuo fratello Giancarlo…”) ma al contrario scatta dirompente il panico della feroce autocritica (“Oddio, sarò mica io, la fissata del wi-fi che brandendo il cellulare, avvolta nel caftano bianco, s’incazza a lunghe falcate sabbiose con tutti quelli che c’hanno l’hotspot attivo sotto l’ombrellone?” – Risposta: sì, è ADC: se mi incontrate così, sulle spiagge di Jesolo Beach, abbattetemi).

Questo punto, quel che distingue la crassa risata da una seria riflessione sul comico che non può mai scindersi dall’autocritica è, dicevamo, quel che fa la differenza. In un mondo in cui vince chi urla di più, chi la spara più grossa, chi si secca per primo, chi s’impermalosisce per primo (anche per procura), Piersandro Pallavicini ci mostra ancora una volta come sia possibile, attraverso il rigore della forma in cui ci si adira (che è di fatto il contrario della sudditanza), essere liberi di esprimersi anche nelle proprie idiosincrasie: avendo ben cura di evitare tutto ciò che è troppo.

“Prima di compiere il sacrosanto benché poco misericordioso atto, occorre studiare a fondo tipologia e psicologia del rompiscatole che ci tormenta, per poi procedere alla sua eliminazione con grazia e intelligenza, utilizzando il metodo più consono.” (pag8)

La pena per contrappasso inflitta alle vittime prende quindi le fattezze di un omicidio rituale. Un luogo in cui l’immaginare non si fa certo realtà dei fatti ma al contrario argine: un what if che ci spinge a pensare non tanto al cosa potrei fare a chi quanto, di converso, cosa succederebbe se quello ammazzato fossi io.

“Quelli che, invece, all’inizio dell’epidemia prendevano per i fondelli chi si preoccupava ed erano tutto un ‘mannò, è solo un’influenza un po’ più fortina’. Chiudeteli in una gabbia con una tigre. Se ne lamenteranno, spaventati. Voi ditegli così: ‘Mannò, è solo un gatto un po’ più grossino’.” (pag164)

Nota. Sono fortunata: ho amiche speciali che sanno regalarmi proprio quelle pagine che – loro lo sanno sempre – mi faranno contenta.

“Cuori vuoti”, di Juli Zeh (trad. Madeira Giacci)

“Chiunque abbia bisogno di un attentatore non è più costretto a rivolgersi a dei fanatici jihadisti con disturbo narcisistico, o a dei bambinoni con il feticismo per le armi né a degli psicopatici che odiano gli stranieri e le donne. Loro invece gli consegnano un martire formato professionalmente, rigorosamente selezionato, che desidera morire per un fine alto. Il Ponte ha messo fine all’anarchismo terrorista. Ci sono accordi fissi e un numero controllato di vittime. Con il tempo il settore ha aderito a questo modello di business.”

Quanto mi piace Juli Zeh. L’ho scoperta l’anno scorso in biblioteca, con “Turbine“, e poi ho camminato a ritroso per recuperare tutto il resto. Zeh è laureata in giurisprudenza e specializzata in diritto internazionale; viene da una famiglia in cui di politica si parlava a colazione (suo padre è Wolfgang Zeh, giurista ed ex direttore del Bunderstag) e da più di vent’anni scrive romanzi pluripremiati. E’ mia coetanea (Bonn, 1974) e forse è stato proprio il punto dell’età a incuriosirmi perché questa scrittrice possiede uno sguardo in cui mi riconosco: un piede di qui, nel lontano secolo scorso, e uno di là, in un futuro che di fatto mi appartiene poco e che osservo – come lei – mescolando la famelica curiosità allo scetticismo proprio dei diffidenti.

A me pare che “Cuori vuoti” possa essere ben identificato come una summa degli argomenti che a Juli Zeh interessano da sempre; se qualcuno mi chiedesse da quale titolo cominciare a leggerla penso che consiglierei di partire proprio da qui. Da questo futuro di pochi anni avanti a noi – il 2025 – in una Germania distopica in cui il BBB (“Besorgte Bürger Bewegung” ovvero “Movimento dei Cittadini Preoccupati”), spodestata la cancelliera Merkel, ha preso il potere e lavora alacremente per ripristinare un certo tipo di ordine novecentesco di non nuova fattura che ha come effetto collaterale – guarda caso – il progressivo allontanamento dei cittadini dalla vita politica, il pugno di ferro nei riguardi delle migrazioni, la creazione di un’eccellenza d’élite la cui costruzione parte sin dalla scuola. Nel resto del mondo, intanto, Trump ha vinto le elezioni, Putin è all’apice del potere e l’Europa si sta disgregando sotto il peso dell’inefficienza.

“(…) la folla che gridava «La Merkel se ne deve andare!» riunita davanti alla Cancelleria, il momento in cui Angela, dopo l’annuncio ufficiale dei risultati, era apparsa davanti alle telecamere e si era assunta la responsabilità dello straordinario risultato della BBB. Aveva unito le mani a forma di rombo e aveva dichiarato, con il suo tono pacato e leggermente bleso, che quei risultati elettorali non erano solo una catastrofe per la Germania, ma anche il fallimento della sua carriera personale. Tra i vari «Buuuh» di alcuni giornalisti presenti, alla fine la ex cancelliera era crollata. Una lacrima le era scivolata lungo il viso, mentre, cercando di evitare interruzioni, urlava al microfono: «Auguro al nostro paese, auguro a noi tutti, buona fortuna!». Poi aveva abbandonato il podio, con la testa china, e improvvisamente era apparsa terribilmente invecchiata.”

Il punto di forza di Juli Zeh non sta solo nella profonda conoscenza del sistema politico tedesco – la qual cosa le permette di modellare intrecci di genere legal thriller molto dettagliati – ma anche nella capacità di penetrare la scena privata: quel contesto intimo di rapporti familiari, in specie genitoriali, che aggiungono alla trama i tratti caratteristici del giallo psicologico. In questo modo, mettendo in scena, qui in “Cuori vuoti”, l’agiata realtà familiare di Britta – una manager sofisticata, sposata con un imprenditore e madre di una bambina di sette anni – Zeh riesce a coprire tutti gli argomenti che le sono cari: dalla spy story fino alle questioni filosofiche sollevate proprio dal thriller psicologico, ad esempio l’interrogarsi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, o sul sistema valoriale delle nuove generazioni, oppure ancora sull’etica del lavoro; senza dimenticare la riflessione, importantissima, sui pericoli delle derive democratiche.

“In verità la teoria tratta soprattutto del fatto che il capitalismo del corpo sia, in fin dei conti, un comunismo dell’anima.”

In questo tempo pandemico si parla spesso di distopia e il termine, ormai, rischia di essere abusato: in verità, non tutto ciò che è rappresentazione di un futuro alternativo merita automaticamente la definizione di distopico e non è nemmeno detto che una ricostruzione post-apocalittica, per dire, sia sufficiente a determinare di per sé la distopicità di un racconto. L’invenzione distopica esiste soltanto nel momento in cui, paradossalmente, lo sfondo si ritira perché a tener banco non siano tanto le descrizioni cataclismiche di manufatti umani sprofondati nelle sabbie quanto i punti di critica al sistema socio-economico che al mondo distopico ha portato e che in esso è reso fattuale: la crisi dell’attivismo politico individuale e della responsabilità civile collettiva, per esempio, o l’espansione delle correnti di pensiero esistenzialista, o ancora le conseguenze politico-sociali dei regimi fondati sul capitalismo. Juli Zeh di tutto questo ha gran contezza tanto che, con arguzia sottilissima, sceglie per “Cuori vuoti” un’ambientazione green che accosta – attraverso un sistema descrittivo molto vicino al Nature writing – le linee di pensiero del vivere suburbano e della prossimità territoriale all’idea di una città sostenibile e smart – ad uso e consumo di chi ha possibilità e diritto a goderne.

“Un paio di anni fa hanno fatto un’inchiesta», racconta Britta, «hanno chiesto alle persone cosa farebbero se dovessero scegliere tra il diritto di voto e la lavatrice».
«Cosa ne è venuto fuori?».
«Il sessantasette per cento ha scelto la lavatrice. Quindici per cento gli indecisi».”

La Germania di Juli Zeh è un mondo allo specchio all’interno del quale nessuno è chi crede di essere e nulla è come sembra; in un continuo gioco di rimandi, echi e memorie, pagina dopo pagina capita anche di dimenticarsi il fatto ovvio della distopia e proprio questo punto, l’esistere di quell’attimo – del passaggio tra la dimenticanza e il rinnovamento della presa di coscienza – rende il distopico di Juli Zeh così preciso, perfetto e terrificante.

Ringrazio Fazi Editore per l’invio dell’ebook.

“Chiaroscuro”, di Raven Leilani (trad. Stella Sacchini e Ilaria Piperno)

“La responsabilità di esaminare l’oppressore non spetta all’oppresso” (pag122)

Ci sono libri che raccontano storie e che, nello stesso tempo, riescono a mostrare la maniera in cui queste storie devono essere raccontate. E’ il caso di “Chiaroscuro”, romanzo breve dell’esordiente Raven Leilani; trentenne del Bronx, cresciuta in una famiglia di artisti, diploma in arte e master in fine arts conseguito alla New York University sotto l’egida di – per dire – Zadie Smith e JS Foer, R. Leilani ritrae in prima persona singolare le vicende della ventitreenne Edith, che abita a Brooklyn in un appartamento condiviso, lavora in una casa editrice dopo aver abbandonato la promettente carriera artistica e “sceglie solo uomini sbagliati”, con una preferenza per relazioni disfunzionali e scompensate. La storia di Edith – o meglio, quello spicchio di memoria di cui R.Leilani decide di renderci informati – comincia quando, proprio a causa di una di queste storie sbagliate, la ragazza viene licenziata e perde così posto di lavoro, appartamento, assicurazione sanitaria. Di più non voglio dire perché sono convinta che tante peculiarità di queste pagine si colgano meglio se si affronta il testo così d’impatto, senza saperne quasi nulla.

“Puoi essere te stessa con me, lo sai,” dice, e faccio una gran fatica a non scoppiargli a ridere in faccia. “Grazie,” dico, anche se so che non è vero. Vuole che io sia me stessa come potrebbe essere sé stesso un leopardo in uno zoo di città. Inerte, in attesa di cibo. Non libera e allo stato brado, con i legamenti paradontali ben allenati.” (pag20)

Ho pensato alla storia di Edith come a uno di quei what if che segnano spesso la narrativa distopica. Il “cosa sarebbe successo se” e poi via, verso mondi alternativi. Questo perché il colore della pelle dell’afroamericana Edith, di cui per altro veniamo informati en passant, è il punto discriminante di ogni episodio della vita di Edith che ci viene raccontato. Per esempio: perché la ragazza viene scelta in chat dall’attempato Eric, archivista in piena crisi da quarantenne represso? Perché interessante di per sé, disponibile al sesso estremo, lontana da qualsiasi progetto di coppia, giovane e dal seno prosperoso, o – semplicemente – perché nera? (Domanda non oziosa: la motivazione sta nella trama, credetemi sulla fiducia). Oppure ancora: il licenziamento è causato soltanto dalla sgradevole condotta di Edith, che non si fa effettivamente scrupolo nel mettere in atto comportamenti decisamente poco adatti all’ambito professionale, o – anche – perché nera?

“Non mi viene in mente un solo momento in cui lei sia mai stata onesta con me, e anche adesso eccola che svia il discorso con parole come tolleranza e inclusività prima che l’addetto delle Risorse umane arrivi al punto e dica che in azienda alcuni uomini e alcune donne hanno la sensazione che io abbia tenuto una condotta sessuale inappropriata”. (pag76)

E ancora: l’abbandono della scuola d’arte o la necessità di vivere in un appartamento economico e fatiscente – è tutto capitato a causa di difficoltà personali riconducibili – anche – alla pelle nera? L’autrice è attenta a instillare il dubbio nel lettore (che in questo modo si trova a friggere senza nemmeno rendersene conto, come la rana nella pentola dell’acqua calda perché dal razzismo sistemico nessuno di noi è immune), a dimostrazione di quella fatica che occorre sostenere ogni volta che si entra in contatto con la parolina magica dell’intersezionalità – che non è tanto la questione di star meglio o peggio di qualcun altro, come se il dolore o le complessità della vita fossero quantitativamente misurabili da farci una classifica, quanto quel meccanismo in base al quale c’è gente che dalla vita ne viene fuori meglio (o meno peggio) di altra per via di alcuni benefici (altrimenti detti privilegi) che di fatto cadono dall’alto e che per la maggior parte non si ha facoltà né di scegliere né di rifiutare.

Con uno stile dinamico e svelto, preciso nella scelta del lessico e molto materico, Raven Leilani ci infila a forza nella vita di Edith: una ragazza intelligente e ironica, bella in modo forte, immediato ma che non sapremo mai (magra, grassa, alta, bassa – nulla di lei è detto a parte il seno grande e i piedi piatti), con una gran cultura musicale e uno spiccato senso artistico, vittima di una pigrizia molesta e disordinata, incapace di un giudizio critico sui maschi, difettosa di amicizie e di “relazioni buone”. Di Edith sappiamo unicamente quello che l’autrice vuole raccontarci e fino a un certo punto, dato che il romanzo punta a un finale aperto. E’ un sistema del raccontare che a me, personalmente, piace molto: mi viene in mente per esempio il bellissimo “Gun love” che è un romanzo sull'”amore armato” (uno dei punti di “Chiaroscuro”), la cui autrice, Jennifer Clement (laurea in inglese e antropologia, master MFA), è presidente del PEN international e attiva su certi temi sociali e politici “di frontiera”. In “Gun Love”, infatti, il lettore è trascinato nel mondo di Pearl, ragazzina homeless, di cui viene narrata la storia per episodi: senza filtri, senza giustificazioni, senza che venga dichiarato il principio di scelta. Mi piace questa totale negazione dell’onniscienza perché alla fine è, per me, il sistema del raccontare che più si avvicina alla realtà del nostro quotidiano in cui spesso ci si confronta con decine di individui dei quali non si conosce nulla a eccezione di quelle poche informazioni offerte dal momento.

La svolta, per Edith, sarà l’incontro con un’adolescente di pelle scura e i capelli bruciati dalle lisciature chimiche nascosti sotto una parrucca rosa: il momento in cui il what if si trasformerà concretamente da presente alternativo a destino già scritto …o futuro ancora da costruire. “Chiaroscuro” ci insegna qualcosa di importante: occorre imparare il linguaggio, dal femminismo intersezionale al white savior complex, se si desidera parlare di certi argomenti; ma va anche oltre: R. Leilani ci suggerisce, prima di tutto, l’opportunità del silenzio – un silenzio che deve farsi ascolto attivo di storie che possono essere raccontate solo dalle voci che, quelle storie, le hanno vissute.

“Non esiste nessuna superficiale parola alternativa per quel che sto cercando di farle capire, nessun modo di spiegare con efficacia quel tipo di abusi che è difficile riconoscere. È un inferno retorico. Uno sminuire l’altro così frequente da apparire banale. Quasi troppo banale per lo sviluppo della parola con la r, come in una certa setta di Brave Persone Bianche l’accusa fa passare in secondo piano l’azione”. (pag121)

Note: 1. Per una volta ho apprezzato la modifica del titolo, dall’originale “Luster”, termine che in traduzione avrebbe perso gran parte della sua risonanza colma di rimandi, al nostro “Chiaroscuro” – un sostantivo sfumato (di cui per altro in inglese esiste scarsa corrispondenza) che suggerisce al lettore l’importanza della dimensione artistica del testo. Potete trovare qui nel thread lo scambio in proposito, avuto con la traduttrice S. Sacchini. 2. A proposito di intersezionalità, è chiaro il punto sui privilegi della stessa R. Leilani: è possibile che l’autrice, data la sua storia familiare, finisca per rappresentare soltanto una parte di quelle own voices? Quale potrebbe essere il modo per narrare una vicenda dell’uno – che mantenga la propria unicità e nello stesso tempo si alzi a rappresentazione dell’universale? La discussione è aperta. 3. Ringrazio Feltrinelli per l’invio dell’ebook.

“Pimpernel”, di Paolo Maurensig

Leggere “Pimpernel” significa recuperar contezza di quanto significhi l’avere passione per un romanziere. Succede a Paolo Maurensig con Henry James – il più importante prosatore nordamericano di fine Ottocento, ça va sans dire – riguardo al quale l’autore si prende perfino la libertà della fanfiction, dopo averlo a quanto pare completamente eviscerato attraverso uno studio pluriennale matto e disperatissimo.

Ebbene sì, questo racconto lungo alla maniera maurensighiana è un fittissimo gioco di rimandi, riferimenti, citazioni che prende avvio proprio da un what if; un gioco di scatole cinesi di racconto-nel-racconto che immerge le radici, per struttura, non solo nel profondo della nostra letteratura ma anche nella tradizione orale, antichissima, delle storie-nelle-storie. Si comincia con l’impasse di uno scrittore non altrimenti identificato che, imprigionato nel vicolo cieco di una creatività bloccata e capricciosa, viene a scoprire attraverso il passaparola di fumose conoscenze le pagine slabbrate di un taccuino appartenuto, come sembra, niente meno che a Henry James (di cui lo scrittore, “piccato di fare il regista”, s’era impegnato a trascrivere “Il carteggio Aspern” in forma di sceneggiatura, senza però riuscire né a venderla né a trasformarla in pellicola).

Il fuoco della curiosità brucia lo scrittore che, spinto dalla passione nei confronti del romanziere e non del tutto insensibile alla fama che il ritrovamento di un inedito potrebbe riservare, si dedica anima e corpo alla ricostruzione del testo (recuperato in una misteriosa libreria antiquaria veneziana), operazione per la quale impiegherà anni. Ciò che lo scrittore presenta in “Pimpernel” è proprio “Pimpernel” stesso: il racconto inedito che Henry James inviò in lettura a Constance Woolson, la scrittrice amica del romanziere, morta suicida a Venezia nel gennaio del 1894. Cosa conteneva la scatola di biscuits au chocolat Delacre, all’interno della quale giacevano quelle carte sbiadite dall’acqua? Furono quelle parole a determinare il suicidio della donna che, come tutti sapevano, serbava per il romanziere americano sentimenti fortissimi, al limite dell’ossessivo?

“Non aveva più di vent’anni, di carnagione chiara, già arrossata dal sole, gli occhi di un azzurro limpido e una mascherina di efelidi sulle guance, teneva stretto sotto il braccio un ombrellino di seta, proteggendosi dal vento con una sciarpa di tutte bianco, allacciata alla cupola di un ampio cappello di paglia che non voleva saperne di stare al suo posto” (pag31-32)

Miss Annelien Bruins – la protagonista femminile di “Pimpernel” è una delle iconografie fin de siècle più belle che ho mai incontrato. Chiarissima, morbida nelle sue crinoline mosse dalla brezza primaverile, negli occhi un fondo di mistero insondabile che rimanda al più terribile incubo gotico. La storia d’amore tra questa giovane donna dal viso spruzzato di lentiggini, che lotta contro le convenzioni in nome di un femminismo e di una auto-determinazione appena emergente, e il trentenne americano Paul Temple, scrittore di successo, è breve, intensissima e votata alla disgrazia – come si capisce fin dalle prime pagine.

Il sole della primavera veneziana con i suoi toni accesi, luminosi e implacabili mette a nudo per contrasto le parti più buie delle calli – e dell’animo umano, tra il brulicare dei mendicanti e la decadenza di un grand tour ormai al crepuscolo, spingendo lettore e personaggi alla riflessione su questioni di profondità universale come il significato dell’arte (fruizione d’élite oppure oggetto mainstream?), il soggettivo intrinseco nella Bellezza, l’idea del divino e – al rovescio – quella del maligno, un incessante rimbalzo di opposti complementari tipici dell’arte di Henry James nelle cui opere spesso si avvicendano temi riguardanti la contrapposizione tra epoche, geografie e società.

L’omaggio di Maurensig a Henry James si riversa non solo nel contenuto ma anche nella forma: una maniera descrittiva che si avvale di frasi lunghe e di una ricca – ma mai ridondante – aggettivazione; un’abilità di Maurensig, quest’ultima, che a me piace particolarmente: la capacità che possiede di scegliere, per qualsiasi aggettivo, la forma sinonimica meno banale o più ricercata, sapendone tuttavia trattenere la desiderata sfumatura.

Nota, già condivisa sul Twitter: le amiche che con precisione chirurgica, millimetrica, regalandomi libri riescono a farmi felice fino alla commozione, ecco, quelle amiche sono per me un dono. Grazie. ❤

“The Aspern Papers” (Venezia, 2017) – di Julien Landais. Con Vanessa Redgrave, Jonathan Rhys Meyers e Joely Richardson.

“Il dolce domani”, di Banana Yoshimoto (trad. Gala Maria Follaco)

“Chi c’era fino a un momento prima d’un tratto non c’è più, le cose che avevamo ci sfuggono dalle mani. La sola certezza che ci rimane è che esistiamo. Vorremmo lamentarci, ma non c’è spazio per i nostri lamenti. Vorremmo perderci nei ricordi, ma siamo cambiati e non riusciamo a voltarci indietro.” (pag93-94)

Comincio agosto aprendo pagine delicatissime. Le ho chieste all’editore perché sapevo che mi avrebbero aiutata a tornare (forse per la prima volta) a questi mesi appena trascorsi, svestendomi di quello sguardo occidentale che mi porto addosso.

Banana Yoshimoto scrive “Sweet Hereafter” subito dopo Fukushima con l’intento di riflettere sulla tragedia nazionale del foglio bianco; lo fa partendo da un fatto individuale, attraverso la storia della giovane Soyo che dopo aver perso una persona cara per un incidente d’auto si trova nella necessità di costruire da capo la propria vita. Non è la prima volta che l’autrice affronta temi collettivi osservandoli all’interno di un quotidiano singolare: l’ha fatto con la malattia fisica, i disturbi psichici, con la tragedia di un lutto familiare, con la questione femminile e perfino con la gravidanza e la maternità. “Mi sono detta che in molti, forse, avrebbero pensato: “Ma chi vuoi prendere in giro? A che serve questo romanzetto ingenuo?” “ scrive l’autrice nella postfazione. Non è che Banana Yoshimoto non sappia affrontare la scrittura di un dolore collettivo – tutt’altro. E’ che sin dai suoi esordi è sempre stata profondamente, intimamente convinta del fatto che ogni angoscia, anche e soprattutto quella collettiva, sia da pensarsi prima di tutto come propria, personale. I modi differenti che ognuno ha di entrare dentro una sofferenza – i punti di vista differenti che Banana Yoshimoto è sempre riuscita a interpretare con grazia, attenzione e rispetto, dall’adolescente inquieta al trentenne gay, dalla madre di famiglia alla coppia di anziani – sono la chiave attraverso cui si sviluppa quella com-passione che è il cardine di un certo modo di guardare al presente.

“Non so come avvenga, ma la bellezza dei nostri paesaggi interiori si trasmette, sotto forma di una grande forza, a chi ci sta intorno.” (pag128)

Banana Yoshimoto a me piace perché nelle sue parole ho sempre trovato l’esortazione a una presa di coscienza personale (che nel suo mondo non occorre perché è già parte intima della vita quotidiana, di ogni tipo di rapporto interpersonale e anche di una certa spiritualità e prossimità con i defunti): lo sforzarmi di non pensare me stessa al centro del processo decisionale – e nemmeno quale unica proprietaria del mio destino o del mio tempo.

Nella sua finitezza delle piccole cose, questa autrice riesce a destabilizzarmi per questo suo modo di rendere visibile la nostra impotenza di fronte agli accadimenti del destino. Il suo sguardo sull’inatteso significa sempre non un senso di sconfitta ma l’idea dell’accettazione e dell’abbracciare – umilmente – un cambiamento inevitabile all’interno del quale l’essere umano non è, di fatto, né fulcro né chiave di lettura.

“Ci vuole tempo per accettare tutto ciò, devo occuparmene senza avere fretta” (pag82)

Ringrazio Feltrinelli per l’invio della copia.