“Chiaroscuro”, di Raven Leilani (trad. Stella Sacchini e Ilaria Piperno)

“La responsabilità di esaminare l’oppressore non spetta all’oppresso” (pag122)

Ci sono libri che raccontano storie e che, nello stesso tempo, riescono a mostrare la maniera in cui queste storie devono essere raccontate. E’ il caso di “Chiaroscuro”, romanzo breve dell’esordiente Raven Leilani; trentenne del Bronx, cresciuta in una famiglia di artisti, diploma in arte e master in fine arts conseguito alla New York University sotto l’egida di – per dire – Zadie Smith e JS Foer, R. Leilani ritrae in prima persona singolare le vicende della ventitreenne Edith, che abita a Brooklyn in un appartamento condiviso, lavora in una casa editrice dopo aver abbandonato la promettente carriera artistica e “sceglie solo uomini sbagliati”, con una preferenza per relazioni disfunzionali e scompensate. La storia di Edith – o meglio, quello spicchio di memoria di cui R.Leilani decide di renderci informati – comincia quando, proprio a causa di una di queste storie sbagliate, la ragazza viene licenziata e perde così posto di lavoro, appartamento, assicurazione sanitaria. Di più non voglio dire perché sono convinta che tante peculiarità di queste pagine si colgano meglio se si affronta il testo così d’impatto, senza saperne quasi nulla.

“Puoi essere te stessa con me, lo sai,” dice, e faccio una gran fatica a non scoppiargli a ridere in faccia. “Grazie,” dico, anche se so che non è vero. Vuole che io sia me stessa come potrebbe essere sé stesso un leopardo in uno zoo di città. Inerte, in attesa di cibo. Non libera e allo stato brado, con i legamenti paradontali ben allenati.” (pag20)

Ho pensato alla storia di Edith come a uno di quei what if che segnano spesso la narrativa distopica. Il “cosa sarebbe successo se” e poi via, verso mondi alternativi. Questo perché il colore della pelle dell’afroamericana Edith, di cui per altro veniamo informati en passant, è il punto discriminante di ogni episodio della vita di Edith che ci viene raccontato. Per esempio: perché la ragazza viene scelta in chat dall’attempato Eric, archivista in piena crisi da quarantenne represso? Perché interessante di per sé, disponibile al sesso estremo, lontana da qualsiasi progetto di coppia, giovane e dal seno prosperoso, o – semplicemente – perché nera? (Domanda non oziosa: la motivazione sta nella trama, credetemi sulla fiducia). Oppure ancora: il licenziamento è causato soltanto dalla sgradevole condotta di Edith, che non si fa effettivamente scrupolo nel mettere in atto comportamenti decisamente poco adatti all’ambito professionale, o – anche – perché nera?

“Non mi viene in mente un solo momento in cui lei sia mai stata onesta con me, e anche adesso eccola che svia il discorso con parole come tolleranza e inclusività prima che l’addetto delle Risorse umane arrivi al punto e dica che in azienda alcuni uomini e alcune donne hanno la sensazione che io abbia tenuto una condotta sessuale inappropriata”. (pag76)

E ancora: l’abbandono della scuola d’arte o la necessità di vivere in un appartamento economico e fatiscente – è tutto capitato a causa di difficoltà personali riconducibili – anche – alla pelle nera? L’autrice è attenta a instillare il dubbio nel lettore (che in questo modo si trova a friggere senza nemmeno rendersene conto, come la rana nella pentola dell’acqua calda perché dal razzismo sistemico nessuno di noi è immune), a dimostrazione di quella fatica che occorre sostenere ogni volta che si entra in contatto con la parolina magica dell’intersezionalità – che non è tanto la questione di star meglio o peggio di qualcun altro, come se il dolore o le complessità della vita fossero quantitativamente misurabili da farci una classifica, quanto quel meccanismo in base al quale c’è gente che dalla vita ne viene fuori meglio (o meno peggio) di altra per via di alcuni benefici (altrimenti detti privilegi) che di fatto cadono dall’alto e che per la maggior parte non si ha facoltà né di scegliere né di rifiutare.

Con uno stile dinamico e svelto, preciso nella scelta del lessico e molto materico, Raven Leilani ci infila a forza nella vita di Edith: una ragazza intelligente e ironica, bella in modo forte, immediato ma che non sapremo mai (magra, grassa, alta, bassa – nulla di lei è detto a parte il seno grande e i piedi piatti), con una gran cultura musicale e uno spiccato senso artistico, vittima di una pigrizia molesta e disordinata, incapace di un giudizio critico sui maschi, difettosa di amicizie e di “relazioni buone”. Di Edith sappiamo unicamente quello che l’autrice vuole raccontarci e fino a un certo punto, dato che il romanzo punta a un finale aperto. E’ un sistema del raccontare che a me, personalmente, piace molto: mi viene in mente per esempio il bellissimo “Gun love” che è un romanzo sull'”amore armato” (uno dei punti di “Chiaroscuro”), la cui autrice, Jennifer Clement (laurea in inglese e antropologia, master MFA), è presidente del PEN international e attiva su certi temi sociali e politici “di frontiera”. In “Gun Love”, infatti, il lettore è trascinato nel mondo di Pearl, ragazzina homeless, di cui viene narrata la storia per episodi: senza filtri, senza giustificazioni, senza che venga dichiarato il principio di scelta. Mi piace questa totale negazione dell’onniscienza perché alla fine è, per me, il sistema del raccontare che più si avvicina alla realtà del nostro quotidiano in cui spesso ci si confronta con decine di individui dei quali non si conosce nulla a eccezione di quelle poche informazioni offerte dal momento.

La svolta, per Edith, sarà l’incontro con un’adolescente di pelle scura e i capelli bruciati dalle lisciature chimiche nascosti sotto una parrucca rosa: il momento in cui il what if si trasformerà concretamente da presente alternativo a destino già scritto …o futuro ancora da costruire. “Chiaroscuro” ci insegna qualcosa di importante: occorre imparare il linguaggio, dal femminismo intersezionale al white savior complex, se si desidera parlare di certi argomenti; ma va anche oltre: R. Leilani ci suggerisce, prima di tutto, l’opportunità del silenzio – un silenzio che deve farsi ascolto attivo di storie che possono essere raccontate solo dalle voci che, quelle storie, le hanno vissute.

“Non esiste nessuna superficiale parola alternativa per quel che sto cercando di farle capire, nessun modo di spiegare con efficacia quel tipo di abusi che è difficile riconoscere. È un inferno retorico. Uno sminuire l’altro così frequente da apparire banale. Quasi troppo banale per lo sviluppo della parola con la r, come in una certa setta di Brave Persone Bianche l’accusa fa passare in secondo piano l’azione”. (pag121)

Note: 1. Per una volta ho apprezzato la modifica del titolo, dall’originale “Luster”, termine che in traduzione avrebbe perso gran parte della sua risonanza colma di rimandi, al nostro “Chiaroscuro” – un sostantivo sfumato (di cui per altro in inglese esiste scarsa corrispondenza) che suggerisce al lettore l’importanza della dimensione artistica del testo. Potete trovare qui nel thread lo scambio in proposito, avuto con la traduttrice S. Sacchini. 2. A proposito di intersezionalità, è chiaro il punto sui privilegi della stessa R. Leilani: è possibile che l’autrice, data la sua storia familiare, finisca per rappresentare soltanto una parte di quelle own voices? Quale potrebbe essere il modo per narrare una vicenda dell’uno – che mantenga la propria unicità e nello stesso tempo si alzi a rappresentazione dell’universale? La discussione è aperta. 3. Ringrazio Feltrinelli per l’invio dell’ebook.

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