“Chiaroscuro”, di Raven Leilani (trad. Stella Sacchini e Ilaria Piperno)

“La responsabilità di esaminare l’oppressore non spetta all’oppresso” (pag122)

Ci sono libri che raccontano storie e che, nello stesso tempo, riescono a mostrare la maniera in cui queste storie devono essere raccontate. E’ il caso di “Chiaroscuro”, romanzo breve dell’esordiente Raven Leilani; trentenne del Bronx, cresciuta in una famiglia di artisti, diploma in arte e master in fine arts conseguito alla New York University sotto l’egida di – per dire – Zadie Smith e JS Foer, R. Leilani ritrae in prima persona singolare le vicende della ventitreenne Edith, che abita a Brooklyn in un appartamento condiviso, lavora in una casa editrice dopo aver abbandonato la promettente carriera artistica e “sceglie solo uomini sbagliati”, con una preferenza per relazioni disfunzionali e scompensate. La storia di Edith – o meglio, quello spicchio di memoria di cui R.Leilani decide di renderci informati – comincia quando, proprio a causa di una di queste storie sbagliate, la ragazza viene licenziata e perde così posto di lavoro, appartamento, assicurazione sanitaria. Di più non voglio dire perché sono convinta che tante peculiarità di queste pagine si colgano meglio se si affronta il testo così d’impatto, senza saperne quasi nulla.

“Puoi essere te stessa con me, lo sai,” dice, e faccio una gran fatica a non scoppiargli a ridere in faccia. “Grazie,” dico, anche se so che non è vero. Vuole che io sia me stessa come potrebbe essere sé stesso un leopardo in uno zoo di città. Inerte, in attesa di cibo. Non libera e allo stato brado, con i legamenti paradontali ben allenati.” (pag20)

Ho pensato alla storia di Edith come a uno di quei what if che segnano spesso la narrativa distopica. Il “cosa sarebbe successo se” e poi via, verso mondi alternativi. Questo perché il colore della pelle dell’afroamericana Edith, di cui per altro veniamo informati en passant, è il punto discriminante di ogni episodio della vita di Edith che ci viene raccontato. Per esempio: perché la ragazza viene scelta in chat dall’attempato Eric, archivista in piena crisi da quarantenne represso? Perché interessante di per sé, disponibile al sesso estremo, lontana da qualsiasi progetto di coppia, giovane e dal seno prosperoso, o – semplicemente – perché nera? (Domanda non oziosa: la motivazione sta nella trama, credetemi sulla fiducia). Oppure ancora: il licenziamento è causato soltanto dalla sgradevole condotta di Edith, che non si fa effettivamente scrupolo nel mettere in atto comportamenti decisamente poco adatti all’ambito professionale, o – anche – perché nera?

“Non mi viene in mente un solo momento in cui lei sia mai stata onesta con me, e anche adesso eccola che svia il discorso con parole come tolleranza e inclusività prima che l’addetto delle Risorse umane arrivi al punto e dica che in azienda alcuni uomini e alcune donne hanno la sensazione che io abbia tenuto una condotta sessuale inappropriata”. (pag76)

E ancora: l’abbandono della scuola d’arte o la necessità di vivere in un appartamento economico e fatiscente – è tutto capitato a causa di difficoltà personali riconducibili – anche – alla pelle nera? L’autrice è attenta a instillare il dubbio nel lettore (che in questo modo si trova a friggere senza nemmeno rendersene conto, come la rana nella pentola dell’acqua calda perché dal razzismo sistemico nessuno di noi è immune), a dimostrazione di quella fatica che occorre sostenere ogni volta che si entra in contatto con la parolina magica dell’intersezionalità – che non è tanto la questione di star meglio o peggio di qualcun altro, come se il dolore o le complessità della vita fossero quantitativamente misurabili da farci una classifica, quanto quel meccanismo in base al quale c’è gente che dalla vita ne viene fuori meglio (o meno peggio) di altra per via di alcuni benefici (altrimenti detti privilegi) che di fatto cadono dall’alto e che per la maggior parte non si ha facoltà né di scegliere né di rifiutare.

Con uno stile dinamico e svelto, preciso nella scelta del lessico e molto materico, Raven Leilani ci infila a forza nella vita di Edith: una ragazza intelligente e ironica, bella in modo forte, immediato ma che non sapremo mai (magra, grassa, alta, bassa – nulla di lei è detto a parte il seno grande e i piedi piatti), con una gran cultura musicale e uno spiccato senso artistico, vittima di una pigrizia molesta e disordinata, incapace di un giudizio critico sui maschi, difettosa di amicizie e di “relazioni buone”. Di Edith sappiamo unicamente quello che l’autrice vuole raccontarci e fino a un certo punto, dato che il romanzo punta a un finale aperto. E’ un sistema del raccontare che a me, personalmente, piace molto: mi viene in mente per esempio il bellissimo “Gun love” che è un romanzo sull'”amore armato” (uno dei punti di “Chiaroscuro”), la cui autrice, Jennifer Clement (laurea in inglese e antropologia, master MFA), è presidente del PEN international e attiva su certi temi sociali e politici “di frontiera”. In “Gun Love”, infatti, il lettore è trascinato nel mondo di Pearl, ragazzina homeless, di cui viene narrata la storia per episodi: senza filtri, senza giustificazioni, senza che venga dichiarato il principio di scelta. Mi piace questa totale negazione dell’onniscienza perché alla fine è, per me, il sistema del raccontare che più si avvicina alla realtà del nostro quotidiano in cui spesso ci si confronta con decine di individui dei quali non si conosce nulla a eccezione di quelle poche informazioni offerte dal momento.

La svolta, per Edith, sarà l’incontro con un’adolescente di pelle scura e i capelli bruciati dalle lisciature chimiche nascosti sotto una parrucca rosa: il momento in cui il what if si trasformerà concretamente da presente alternativo a destino già scritto …o futuro ancora da costruire. “Chiaroscuro” ci insegna qualcosa di importante: occorre imparare il linguaggio, dal femminismo intersezionale al white savior complex, se si desidera parlare di certi argomenti; ma va anche oltre: R. Leilani ci suggerisce, prima di tutto, l’opportunità del silenzio – un silenzio che deve farsi ascolto attivo di storie che possono essere raccontate solo dalle voci che, quelle storie, le hanno vissute.

“Non esiste nessuna superficiale parola alternativa per quel che sto cercando di farle capire, nessun modo di spiegare con efficacia quel tipo di abusi che è difficile riconoscere. È un inferno retorico. Uno sminuire l’altro così frequente da apparire banale. Quasi troppo banale per lo sviluppo della parola con la r, come in una certa setta di Brave Persone Bianche l’accusa fa passare in secondo piano l’azione”. (pag121)

Note: 1. Per una volta ho apprezzato la modifica del titolo, dall’originale “Luster”, termine che in traduzione avrebbe perso gran parte della sua risonanza colma di rimandi, al nostro “Chiaroscuro” – un sostantivo sfumato (di cui per altro in inglese esiste scarsa corrispondenza) che suggerisce al lettore l’importanza della dimensione artistica del testo. Potete trovare qui nel thread lo scambio in proposito, avuto con la traduttrice S. Sacchini. 2. A proposito di intersezionalità, è chiaro il punto sui privilegi della stessa R. Leilani: è possibile che l’autrice, data la sua storia familiare, finisca per rappresentare soltanto una parte di quelle own voices? Quale potrebbe essere il modo per narrare una vicenda dell’uno – che mantenga la propria unicità e nello stesso tempo si alzi a rappresentazione dell’universale? La discussione è aperta. 3. Ringrazio Feltrinelli per l’invio dell’ebook.

“Vardø dopo la tempesta”, di Kiran M. Hargrave (trad. Laura Prandino)

“Una delle donne ha inchiodato una croce sulla porta, e più che una benedizione per chi è all’interno sembra uno scongiuro contro chi non c’è.” (pag.25-3)

Vardø, nel Finnmark, è il comune più orientale della Norvegia. Questa cittadina, in origine un antico villaggio di pescatori, sta su una piccola isola collegata alla terraferma dall’Ishavstunnelen – detto anche tunnel del mar Glaciale Artico (3km di lunghezza, 88mt sotto il livello del mare). “La contea rientra nella fascia climatica artica e le temperature massime, da queste parti, non superano mai i 10°” recita Expedia. Oltre che per aver dato i natali al chitarrista degli Europe, Vardø è famosa per un altro paio di motivi: Vardøhus, la fortezza più a nord del mondo, edificata da re Cristiano VI (1699-1746), e lo Steilneset minnested (2010), il memoriale che l’architetto svizzero Peter Zumthor e l’artista francese Louise Bourgeois hanno dedicato alle vittime della caccia alle streghe. A Vardø infatti, nell’arco di circa un secolo tra la fine del 1500 e il 1690, furono accusate di stregoneria più di 100 persone, di cui 91 (in specie donne e perfino bambine) vennero condannate al rogo.

Per le mie letture è stato un autunno complicato. Da una parte c’era il desiderio di evadere, di pensare ad altro, dall’altra la necessità di restare ancorata al presente: ho aperto tante pagine – ma altrettante ne ho lasciate a metà. Poi, a novembre inoltrato, ho incontrato Kiran Millwood Hargrave: poetessa, drammaturga britannica nonché scrittrice di premiati libri per l’infanzia, che con “Vardø dopo la tempesta” esordisce nella complicata impresa del romanzo storico. Lo fa prendendo spunto dalla storia nera di questo avamposto noto alle cronache per via dei processi per atti diabolici che vi furono celebrati intorno al 1620 e che portarono alla morte quasi cento persone – tra cui anche dei Sami.

Nella notte di Natale del 1617 il mare di Vardø è scosso da una burrasca repentina. E’ violentissima ma si acquieta all’improvviso, lasciando sulla spiaggia i corpi di quaranta pescatori – tutti gli uomini del villaggio, usciti la sera prima, come di consueto. In riva al mare restano le donne: mogli, madri, sorelle degli annegati, che dopo lo smarrimento non si perdono d’animo e si danno da fare per sopravvivere, chi indossando i pantaloni del marito, comodi per coltivare la terra e nutrire le renne, chi adoperando i remi con mani che si fanno sempre più callose e scorticate, chi conciando le pelli con gli stivali immersi nel sangue degli animali scuoiati. Tuttavia pantaloni da uomo, vita di mare, indipendenza economica e invocazioni propiziatorie nella lingua lappone mal s’accordano con il luteranesimo strettissimo professato da Chiesa e Stato.

“Non sembra giusto, dopo tutto quello che le donne hanno visto, dopo che hanno raccolto i corpi dei loro uomini sulle rocce e li hanno vegliati per l’intero inverno, stare a guardare adesso qualcun altro che scava le fosse.” (pag.30-4)

La cura con cui l’autrice dipinge – con pochi tratti, liberi dal manierismo – un mondo femminile fatto di estrema sorellanza e assoluta ferocia fa di “Vardø dopo la tempesta” un libro da leggere – e il primo libro che dopo diverso tempo sono riuscita a finire per intero. Perché se è vero che per definizione il romanzo storico sta più dalla parte della fiction che da quella del reportage, è vero anche che Kiran Millwood Hargrave racconta una storia non troppo lontana da qui – niente che non ci riguardi. Le voci femminili si fanno memoria: Maren Magnusdatter che nel naufragio ha perso padre, fratello e promesso sposo, Ursa, giovane moglie norvegese del sovrintendente Absalom Cornet chiamato a Vardø per indagare sui presunti malefici, le donne del villaggio come coro da tragedia greca, presepe vivente sullo sfondo, ombre danzanti – da una parte chi s’aggrappa alla kirke con la disperazione di una fede mutata in fanatismo, dall’altra chi combatte per la propria sopravvivenza confidando nell’essere umano e in una Natura descritta dall’autrice con l’arte fine del realismo magico e del nature writing. Memoria, testamento e monito: a ricordarci che la discussione sul femminile è eredità antica. Di questi tempi, non è poco.

” – Parlare della burrasca. Credo che molte di noi lo vorrebbero. È ora. Io sono pronta. (…) Lei non riesce ancora a trovare le parole, nemmeno a un anno di distanza. Adesso tutte loro raccontano allo stesso modo la burrasca, passata così spesso da una lingua all’altra da aver perso gli spigoli più aspri, lisciata dall’usura come vetro di mare.” (pag47-6)

Con “Vardø dopo la tempesta” si recuperano tante altre questioni. Per esempio sul ricordo e sul racconto della disgrazia. Curioso il proliferare, in questo tempo pandemico, di “diari”, “cronache”, inchieste. Ci siamo ancora in mezzo eppure (mi vien da dire) si sente urgenza della parola. Con quali forme? In che maniera? Per chi? Dimenticando il tempo rituale del lutto, del sedimentare?

“Pimpernel”, di Paolo Maurensig

Leggere “Pimpernel” significa recuperar contezza di quanto significhi l’avere passione per un romanziere. Succede a Paolo Maurensig con Henry James – il più importante prosatore nordamericano di fine Ottocento, ça va sans dire – riguardo al quale l’autore si prende perfino la libertà della fanfiction, dopo averlo a quanto pare completamente eviscerato attraverso uno studio pluriennale matto e disperatissimo.

Ebbene sì, questo racconto lungo alla maniera maurensighiana è un fittissimo gioco di rimandi, riferimenti, citazioni che prende avvio proprio da un what if; un gioco di scatole cinesi di racconto-nel-racconto che immerge le radici, per struttura, non solo nel profondo della nostra letteratura ma anche nella tradizione orale, antichissima, delle storie-nelle-storie. Si comincia con l’impasse di uno scrittore non altrimenti identificato che, imprigionato nel vicolo cieco di una creatività bloccata e capricciosa, viene a scoprire attraverso il passaparola di fumose conoscenze le pagine slabbrate di un taccuino appartenuto, come sembra, niente meno che a Henry James (di cui lo scrittore, “piccato di fare il regista”, s’era impegnato a trascrivere “Il carteggio Aspern” in forma di sceneggiatura, senza però riuscire né a venderla né a trasformarla in pellicola).

Il fuoco della curiosità brucia lo scrittore che, spinto dalla passione nei confronti del romanziere e non del tutto insensibile alla fama che il ritrovamento di un inedito potrebbe riservare, si dedica anima e corpo alla ricostruzione del testo (recuperato in una misteriosa libreria antiquaria veneziana), operazione per la quale impiegherà anni. Ciò che lo scrittore presenta in “Pimpernel” è proprio “Pimpernel” stesso: il racconto inedito che Henry James inviò in lettura a Constance Woolson, la scrittrice amica del romanziere, morta suicida a Venezia nel gennaio del 1894. Cosa conteneva la scatola di biscuits au chocolat Delacre, all’interno della quale giacevano quelle carte sbiadite dall’acqua? Furono quelle parole a determinare il suicidio della donna che, come tutti sapevano, serbava per il romanziere americano sentimenti fortissimi, al limite dell’ossessivo?

“Non aveva più di vent’anni, di carnagione chiara, già arrossata dal sole, gli occhi di un azzurro limpido e una mascherina di efelidi sulle guance, teneva stretto sotto il braccio un ombrellino di seta, proteggendosi dal vento con una sciarpa di tutte bianco, allacciata alla cupola di un ampio cappello di paglia che non voleva saperne di stare al suo posto” (pag31-32)

Miss Annelien Bruins – la protagonista femminile di “Pimpernel” è una delle iconografie fin de siècle più belle che ho mai incontrato. Chiarissima, morbida nelle sue crinoline mosse dalla brezza primaverile, negli occhi un fondo di mistero insondabile che rimanda al più terribile incubo gotico. La storia d’amore tra questa giovane donna dal viso spruzzato di lentiggini, che lotta contro le convenzioni in nome di un femminismo e di una auto-determinazione appena emergente, e il trentenne americano Paul Temple, scrittore di successo, è breve, intensissima e votata alla disgrazia – come si capisce fin dalle prime pagine.

Il sole della primavera veneziana con i suoi toni accesi, luminosi e implacabili mette a nudo per contrasto le parti più buie delle calli – e dell’animo umano, tra il brulicare dei mendicanti e la decadenza di un grand tour ormai al crepuscolo, spingendo lettore e personaggi alla riflessione su questioni di profondità universale come il significato dell’arte (fruizione d’élite oppure oggetto mainstream?), il soggettivo intrinseco nella Bellezza, l’idea del divino e – al rovescio – quella del maligno, un incessante rimbalzo di opposti complementari tipici dell’arte di Henry James nelle cui opere spesso si avvicendano temi riguardanti la contrapposizione tra epoche, geografie e società.

L’omaggio di Maurensig a Henry James si riversa non solo nel contenuto ma anche nella forma: una maniera descrittiva che si avvale di frasi lunghe e di una ricca – ma mai ridondante – aggettivazione; un’abilità di Maurensig, quest’ultima, che a me piace particolarmente: la capacità che possiede di scegliere, per qualsiasi aggettivo, la forma sinonimica meno banale o più ricercata, sapendone tuttavia trattenere la desiderata sfumatura.

Nota, già condivisa sul Twitter: le amiche che con precisione chirurgica, millimetrica, regalandomi libri riescono a farmi felice fino alla commozione, ecco, quelle amiche sono per me un dono. Grazie. ❤

“The Aspern Papers” (Venezia, 2017) – di Julien Landais. Con Vanessa Redgrave, Jonathan Rhys Meyers e Joely Richardson.

“Antichi demoni, nuove divinità”, AAVV a cura di Tenzin Dickie (trad. Giulia Masperi)

“Può il nostro karma tollerare tanta abbondanza?” (“La valle delle volpi nere” di Tsering Dondrup, pos.2450)

…no, non credo – io non ne sono stata capace! Con quanta commozione ho accolto la notizia dell’uscita di “Antichi demoni, nuove divinità”, la prima antologia di narrativa tibetana coeva pubblicata in Italia. Questa bellissima selezione di racconti comprende i lavori dei più celebri scrittori tibetani contemporanei – ove per “tibetano” s’intende sia del Tibet annesso alla Cina sia del Tibet “della diaspora”. Si tratta di quindici narrazioni importanti, poiché affondano le radici nella questione dell’identità perduta, in quel problema complicato che è l’espressione della “propria voce” e, se vogliamo vederla a rovescio, dell’appropriazione culturale.

Racconta la curatrice della raccolta, Tenzin Dickie – poetessa, scrittrice, traduttrice, nata e cresciuta in un insediamento di rifugiati tibetani in India e poi (all’età di 14 anni) emigrata a New York: malgrado la letteratura tibetana possieda “una storia millenaria“, il suo corpus, “uno dei più ampi del mondo”, è costituito quasi per intero da “opere buddiste, trattati di etica, metafisica, medicina, epistemologia”. Se da una parte agirono in tal senso l’ideale buddista dell’eliminazione del desiderio e la conseguente limitazione “filosofica o ideologica”, dall’altra non si può negare l’influenza delle questioni pratiche, tra cui la difficoltà a reperire i costosi materiali per la stampa o la resistenza verso l’utilizzo dei caratteri metallici – considerati impuri. Si capisce quindi con quale enfasi fu salutata, negli anni Ottanta, la pubblicazione delle prime riviste in lingua tibetana, “Tibetan Art and Literature” e “Light Rain”.

Del Tibet, tuttavia, abbiamo sempre sentito parlare: testimonianze di esploratori, romanzi d’avventura, reportage. Tutti o quasi a firma di (bianchi) occidentali. La faccenda di “esprimersi con la propria voce”, in maniera da evitare che altri continuino ad appropriarsi delle esperienze di vita e di cultura di chi, di fatto, non si conosce (in specie minoranze) è una questione sulla quale in questo periodo si dibatte non poco. Il concetto di appropriazione culturale è di fatto originario degli Stati Uniti eppure mi pare che che, con le dovute cautele, possa riferirsi a tutte quelle realtà che, seppur per cause diverse, condividono lo stesso destino.

Questa antologia è ricca di pagine su cui ho riflettuto molto. Gli autori vengono da Tibet, Cina, India, Nepal, USA, Canada e scrivono in tibetano, inglese, cinese. Le pagine scorrono in una bellissima eufonia di voci, generi, sensibilità, argomenti. Come ascoltare una radio a basso volume, un suono continuo che porta con sé la presenza, quel dire noi siamo qui. Argomenti e stili divergono non poco e creano un complesso quadro che abbraccia fiaba e racconto popolare, leggenda, reportage e fiction, in un continuo alternarsi di equilibri instabili: tra la modernità delle applicazioni per il dating on line e la tradizione del matrimonio combinato, la durezza della vita in campagna e la spersonalizzazione dell’inurbamento irregimentato, l’emancipazione femminile e lo sgretolamento delle radici familiari, le tradizioni di una spiritualità millenaria e il compromesso insito nell’accettazione della modernità.

“Durante il suo viaggio senza fine, avvertiva i sensi mancargli uno dopo l’altro, e a volte era così stanco nel corpo e nella mente da pensare, semplicemente, di non poter andare avanti. Eppure continuava a seguire la strada e il suo viaggio, affrontando innumerevoli sfide, alla ricerca del sogno.” (“Il sogno di un Menestrello Errante”, di Pema Tseden, pos.1579)

“Nel mondo a venire”, di Ben Lerner (trad. Martina Testa)

“Gli animali impagliati e gli sfondi dipinti dell’Ottocento apparivano al tempo stesso datati e futuristici: datati perché rudimentali nella tecnica e metodologicamente approssimativi e poco rispettosi; futuristici perché postapocalittici; era come se una razza aliena avesse cercato di ricostruire il passato del territorio desolato nel quale si era imbattuta. Mi ricordava il pianeta delle scimmie o altri film degli anni Sessanta e la cui distanza dal presente si percepiva soprattutto nell’estetica antiquata dei futuri che immaginavano; niente al mondo, pensai fra me e me, era così vecchio quanto ciò che era futuristico nel passato.” (pag186)

Faticosamente ho finito Nel mondo a venire. La verità è che non ricordavo nemmeno di averlo – m’è tornato in mente per la curiosità verso il nuovo lavoro di Ben Lerner, Topeka school; insomma questo “10:04” (sì, in originale è proprio così) era rimasto sullo scaffale dei non letti: l’acquistai perché mi pareva curioso, poi ne affrontai dieci pagine (ma avete mai pensato a come possa cambiare la percezione che si ha di uno scritto: qualche anno fa sono andata a sottolineare righe sulle quali rifletterei ancora ma anche altre che oggi non mi spiego il perché io le abbia furiosamente evidenziate spendendoci sopra strisce di mina 6B) e infine, immagino spinta da un certo tipo di sopraffazione, lo abbandonai – al primo giro di capitolo.

I pro sono che Ben Lerner – o almeno, il suo alter ego romanzato (un momento, forse questo è un contro: stiamo parlando di autofiction?) – di fatto è un tipo brillante. Pur dando soddisfazione a quei cliché che ci sistemano tutti più sollevati (“dormi bene, lettore, ti rimbocco le coperte, leggi queste pagine, non ne uscirai né sconvolto né in lacrime: andrà tutto bene“) perché corrispondono a quell’idea d’oltreoceano che piace tanto a noi esterofili residenti ai confini della provincia dell’impero – colto 30enne, newyorkese d’adozione, trasandato quanto basta, poeta, professore universitario, inserito nei contesti necessari, quel misto d’elettrizzante artistico sperimentale decadente che fa immaginario collettivo – insomma (va bene, respiro) pur con tutto quanto sopra che restando così le cose ne farebbe la bella copia maschile di, che so, Ottessa Moshfegh o Sheila Heti (perché alla fine tutti e tre parlano e s a t t a m e n t e delle stesse questioni: diventare adulti, il rapporto con i genitori, la tradizione, le relazioni sentimentali, la genitorialità, gli psicofarmaci, le ipocondrie eccetera eccetera), Ben Lerner, gli va dato il merito, in qualche modo riesce a creare per sé una voce nuova. Sarà per l’ironia e per il sarcasmo spesso feroce con cui, forse grazie alla sua formazione poetica, riesce a descrivere in pennellate minimamente autoreferenziali (il superego fallocentrico del “guardate come so scrivere bene” non è per lui) se stesso e il mondo che lo circonda, o per il procedimento d’evidenza maieutica attraverso cui è in grado di gestire il lettore, regalandogli una fruizione sempre attiva lontana da quella sensazione di inerzia indolente che è come un coccodrillo preistorico, nascosto in agguato nel pantano melmoso del “racconto di sé”. Sarà per la commistione dei generi – dal dialogo allo stream of consciousness, dall’utilizzo delle immagini alle pagine in poesia; sarà perché riesce a costruire un libro tra i pochi che – per miracolo o per intuito (penso più a questa seconda opzione) – creati nel pre- vanno bene pure nel post- (pandemico/apocalittico). Insomma con tutti questi sarà, la conclusione è che Ben Lerner è bravo davvero. E’ un’anima in subbuglio per i motivi giusti: la precarietà del lavoro universitario, la difficoltà di inserirsi nel mondo delle lettere mantenendo una certa coscienza critica, scavalcando leccaculismi d’ogni ordine e grado, il desiderio di formare una famiglia e di fare pure dei figli – peccato che l’amica del cuore, 37 anni single, gli dice che sì un figlio da lui lo vorrebbe anche, ma senza coito e con la clausola che comunque poi questo figlio lo terrebbe per sé perché deve ancora decidere se sia il caso di condividere il proprio, ipotetico frutto gravidico con l’uomo che ha contribuito a generarlo.

“(…) la grandiosità e la stupidità omicida di quell’organizzazione di tempo, spazio, carburante e forza lavoro diventavano visibili nel prodotto stesso, ora che gli aerei erano fermi sulle piste e le autostrade iniziavano a chiudere. Tutto sarà com’è ora, solo un po’ diverso” (pag32-33)

Sicché, dicevo dei contro. A parte il pericolo dell’incursione nell’autofiction (è un mio problema, lo so, considerarla il danno più funesto e micidiale della letteratura americana contemporanea, il parassita tossico che minerà dall’interno quel poco che ancora resta di una narrativa moribonda a cui il “parlo di me” se va avanti ancora un po’ tirerà la mazzata finale), il contro più contro di tutti è stata la noia. Che poi suppongo sia stato il motivo per cui avevo abbandonato la lettura all’epoca (ndr: avevo i bambini ancora piccoli, di tempo da sprecare ne avevo pochissimo). Malgrado la trama per certi versi fulminante, la distopia gestita alla maniera ballardiana – e per intima convinzione, non per furbizia – le capacità tecniche indubbie e il linguaggio attentissimo, specie per le questioni artistiche – insomma su tutto è stata la noia. Il ritmo stupefacente, quello bassissimo della marcia funebre, con cui l’ecco, ci risiamo m’assaliva le tempie . Ecco, ci risiamo: il giovane newyorkese crepuscolare, l’algida 35enne che non riesce a proiettarsi né compagna né madre per via del rapporto conflittuale col padre/patrigno, il mondo dell’arte “d’avanguardia”, gli spinelli, la cocaina, le ubriacature, le ipocondrie alla Woody Allen, gli psicofarmaci, il terapista, le riflessioni sulle ingiustizie sociali “fatte dall’alto del proprio privilegio”, la (ri)scoperta delle piccole cose, la banalità delle riflessioni sulla paternità (“sarei capace? oh mio dio no!” – ma davvero).

Quindi, lo stremo.

E’ un libro da leggere? Sì,

1. se piace un certo tipo di storia, di personaggi e di sistema-romanzo, perché l’autore li rappresenta bene – meglio di tutti gli altri che in questi ultimi tempi ci hanno provato.

2. perché mostra come la qualità di certe scritture possa valicare anche una pandemia interplanetaria.

3. perché Ben Lerner è conscio di appartenere a una certa tradizione e a un ambiente così peculiare tanto da esimersi dal finto naifevitando quindi, in sostanza, di prenderci per scemi.

Sicché leggerò Topeka school? E’ una situa complicata ma penso di sì: al Grande Romanzo Americano o presunto tale, di qualsiasi esperimento si tratti, non si può (ancora) rinunciare.

“Mi sentii un caratterista che tentava di rientrare in un vecchio personaggio” (pag217)

“L’enigma della camera 622”, di Joël Dicker (trad. Milena Zemira Ciccimarra)

“Secondo Bernard, un ‘grande romanzo’ è un quadro. Un mondo che si offre al lettore, il quale si lascerà catturare da questa immensa illusione creata con colpi di pennello. Il quadro mostra della pioggia e ci si sente bagnati. Un paesaggio glaciale e innevato, e ci si sorprende a rabbrividire. E diceva: ‘Sa chi è un grande scrittore? Un pittore. Nel museo dei grandi scrittori, di cui tutte le librerie posseggono la chiave, ci aspettano migliaia di tele. Se ci entri una volta, diventerai un habitué’” (pag315)

Da qualche tempo riesco a circondarmi di libri meravigliosi. L’ultimo della serie è questo enigma della camera 622, il nuovo lavoro di Joël Dicker. Seicentotrentadue pagine che si mangiano così, una dopo l’altra, di ogni parola apprezzando la limpidezza e la pulizia del gusto, dell’atmosfera, del pensiero e della cura estrema che sta dietro a ogni minima scelta – di forma e sostanza.

Il rompicapo della camera chiusa è il cadavere steso, due colpi di pistola sparati a bruciapelo, sul pavimento della lussuosissima suite 622 dell’hotel Palace de Verbier, nelle Alpi svizzere del Canton Vallese: un albergo principesco, riservato a una clientela selezionata, esigentissima; tutto torrette e tetti spioventi, è circondato dalla foresta di pini e affacciato a strapiombo sulla valle del Rodano, immerso nella neve e nel freddo di un inverno di quindici anni fa. E’ un caso irrisolto, quello del neo eletto Presidente della Banca Ebezener (istituto privato tra i più noti in Svizzera) trovato morto a poche ore dall’elezione avvenuta durante la convention annuale della banca, uno degli eventi più esclusivi della stagione ginevrina.

Spiace, lo diciamo subito: all’hotel Palace de Verbier è inutile che andiate, la camera 622 non esiste più. Al suo posto fa bella mostra di sé una targhetta, “621bis”, che rivela la ferrea volontà del direttore dell’albergo, dei suoi dipendenti e della buona società che ancora frequenta l’hotel nell’adagiare sulla vicenda una coperta morbidissima di silenzio denso e impenetrabile, fitto come la coltre di neve e di freddo che ricopriva Verbier la notte tra il 15 e 16 dicembre di quindici anni prima. Il silenzio, però, spesso fa più chiasso di un carnevale. E così capita – forse per caso, forse no – che Joël Dicker, scrittore che nel romanzo interpreta se stesso tra dolori privati, incombenze quotidiane, tensione verso la creatività e necessità pratiche, si trovi a indagare prima per mera curiosità, poi con sempre maggiore impegno e coinvolgimento, sul delitto della camera 622 (pardon: 621bis).

“L’enigma della camera 622” è un romanzo d’atmosfera che possiede la capacità di stimolare la fantasia del lettore in un modo che poca fiction contemporanea può vantare – e che non per nulla si rifà alle ambientazioni di certi sguardi ottocenteschi mitteleuropei e ancora più profondi. La naturalezza con cui Dickel racconta di fortune immense, residenze maestose, gioielli, somme di denaro ingentissime, moquette, tappeti, abiti preziosi, bastoni da passeggio incastonati di diamanti, anelli d’oro e zaffiro come promesse di matrimonio, caminetti accesi e samovar, colazioni alla vodka e caviale, spie e intrighi internazionali – e all’opposto di povertà sconfinate, diaspore, cappotti nerissimi e valige di cartone, antiche canzoni e lingue perdute – insomma la naturalezza con cui Dickel racconta tutto questo non mostra solo l’ingegno di uno scrittore ma anche quanto sia profonda la comunanza di noi europei con questo sistema del narrare che prima di tutto è il recupero del rapporto tra fabula e intreccio – un’architettura che prevede anche l’utilizzo di piani temporali diversi per scivolare dal particolare di una vicenda privata al collettivo del Novecento europeo. Quella di Dickel è una narrazione ipnotica perché fonda la sua struttura sul potere del racconto in quanto tale (sì, facciamocene una ragione, sono seicentotrentadue pagine): del descrivere quel che è, di ciò che si vede, del piacere di immaginare, del dipingere: ambienti, personaggi, dialoghi, paesaggi – tra luci e ombre, cieli buissimi e novembrini, giornate limpide di sfavillanti primavere alpine.

Tant’è, “L’enigma della camera 622” è anche un omaggio di Dickel al carissimo amico ed editore Bernard de Fallois (1926-2018) che di arte, come dire, se ne intendeva parecchio.

Attorno al delitto e alla suite 622 danza una serie di personaggi infiniti, tratteggiati come su un quaderno antico, rilegato in pelle – attori dalle origini incerte, perse nel profondo di quell’Europa dell’est crocevia di novecento, guerre, culture, saperi, religioni. Una profondità di lettura che viene direttamente (chissà con quanta consapevolezza, questo mi incuriosisce) dalla commedia degli equivoci plautina e dallo scambio di persona di tradizione omerica, con Ulisse che si finge mendicante, con la divinità che si traveste da umano o da fiera per sedurre l’amata.

“L’enigma della camera 622”, col senso di profonda spiritualità – e un pizzico di zolfo – che porta con sé, è l’umile inchino dell’autore al diavolo-demone della scrittura – e in un certo modo a tutte quelle passioni furibonde, d’amore e di odio, di vendetta, arrivismo, desiderio, attaccamento, che rendono l’uomo capace di qualsiasi gesto, anche il più estremo.

[Nota sulla traduzione: una lingua che schiocca, quella di Milena Zemira Ciccimarra, attentissima al particolare, all’etimologia, alla ricostruzione non solo del significato ma anche del ritmo e della musicalità del testo. Qualche congiuntivo in più non mi avrebbe dato noia ma non si tratta mai di sgrammaticature quanto di mia pura ed esclusiva preferenza personale].

“Terra Alta”, di Javier Cercas (trad. Bruno Arpaia)

“Argomentò che, per lui, uno scrittore era una persona come le altre, né migliore né peggiore, che bisognava essere consapevoli dei limiti della letteratura e bisognava bandire la presunzione narcisistica, petulante e atiquata che avesse qualche utilità, perché in fondo la letteratura non era che un gioco intellettuale, un intrattenimento incapace di insegnare qualcosa a qualcuno o di cambiare qualcosa”. (pag55)

Ho finito #TerraAlta la notte scorsa. Sono arrivata a Javier Cercas per una strada curiosa: seguendo il suo traduttore. Così funziona per me, a volte. E quello a cui più tengo in questo caso non è tanto “Terra Alta” in sé, che è un poliziesco bellissimo (non per niente ha vinto il premio Planeta nel 2019) intessuto di paesaggi, natura, letteratura, libri, citazioni – prime fra tutte quelle da “I Miserabili” – tenuto insieme da una trama fitta, ricca di colpi di scena e bei personaggi che non cedono mai allo stereotipo, ma l’aver scoperto uno scrittore pazzesco.

Ora penso proprio che andrò a ritroso, a recuperare quel che mi preme, per esempio “L’Impostore”. Cercas è un bravissimo giallista perché bada bene di conservare “Terra Alta” lontano da quella decontestualizzazione un po’ cinematografica che purtroppo è ormai parte integrante di molti polizieschi contemporanei. Ma Cercas non è soltanto un bravo romanziere: la sua opera è militante, mi par d’aver capito, perché per lui ogni dolore, anche quello più personale, è legato alla Storia: ogni fatto crudele, ogni rabbia, ogni desiderio di vendetta è, di base, alle origini, il frutto di un passato comune, di un danno sociale, di una crisi che non è solo intima ma anche collettiva. E tutto, voglio dire il privato e il collettivo, è sempre mescolato insieme, perché – come curiosamente ci sta capitando proprio ora:

“C’è gente che dimentica che quella guerra è stata anche questo. Una valvola per sfogare gli odi, i diverbi e i rancori accumulati per anni” (pag.356)

e siccome “la giustizia non è soltanto una questione di contenuto”, accade che “non rispettare le forme della giustizia è la stessa cosa che non rispettare la giustizia”. (pag258)

Sicché io penso proprio che Javier Cercas dovrei continuare a leggerlo.

“Il dolce domani”, di Banana Yoshimoto (trad. Gala Maria Follaco)

“Chi c’era fino a un momento prima d’un tratto non c’è più, le cose che avevamo ci sfuggono dalle mani. La sola certezza che ci rimane è che esistiamo. Vorremmo lamentarci, ma non c’è spazio per i nostri lamenti. Vorremmo perderci nei ricordi, ma siamo cambiati e non riusciamo a voltarci indietro.” (pag93-94)

Comincio agosto aprendo pagine delicatissime. Le ho chieste all’editore perché sapevo che mi avrebbero aiutata a tornare (forse per la prima volta) a questi mesi appena trascorsi, svestendomi di quello sguardo occidentale che mi porto addosso.

Banana Yoshimoto scrive “Sweet Hereafter” subito dopo Fukushima con l’intento di riflettere sulla tragedia nazionale del foglio bianco; lo fa partendo da un fatto individuale, attraverso la storia della giovane Soyo che dopo aver perso una persona cara per un incidente d’auto si trova nella necessità di costruire da capo la propria vita. Non è la prima volta che l’autrice affronta temi collettivi osservandoli all’interno di un quotidiano singolare: l’ha fatto con la malattia fisica, i disturbi psichici, con la tragedia di un lutto familiare, con la questione femminile e perfino con la gravidanza e la maternità. “Mi sono detta che in molti, forse, avrebbero pensato: “Ma chi vuoi prendere in giro? A che serve questo romanzetto ingenuo?” “ scrive l’autrice nella postfazione. Non è che Banana Yoshimoto non sappia affrontare la scrittura di un dolore collettivo – tutt’altro. E’ che sin dai suoi esordi è sempre stata profondamente, intimamente convinta del fatto che ogni angoscia, anche e soprattutto quella collettiva, sia da pensarsi prima di tutto come propria, personale. I modi differenti che ognuno ha di entrare dentro una sofferenza – i punti di vista differenti che Banana Yoshimoto è sempre riuscita a interpretare con grazia, attenzione e rispetto, dall’adolescente inquieta al trentenne gay, dalla madre di famiglia alla coppia di anziani – sono la chiave attraverso cui si sviluppa quella com-passione che è il cardine di un certo modo di guardare al presente.

“Non so come avvenga, ma la bellezza dei nostri paesaggi interiori si trasmette, sotto forma di una grande forza, a chi ci sta intorno.” (pag128)

Banana Yoshimoto a me piace perché nelle sue parole ho sempre trovato l’esortazione a una presa di coscienza personale (che nel suo mondo non occorre perché è già parte intima della vita quotidiana, di ogni tipo di rapporto interpersonale e anche di una certa spiritualità e prossimità con i defunti): lo sforzarmi di non pensare me stessa al centro del processo decisionale – e nemmeno quale unica proprietaria del mio destino o del mio tempo.

Nella sua finitezza delle piccole cose, questa autrice riesce a destabilizzarmi per questo suo modo di rendere visibile la nostra impotenza di fronte agli accadimenti del destino. Il suo sguardo sull’inatteso significa sempre non un senso di sconfitta ma l’idea dell’accettazione e dell’abbracciare – umilmente – un cambiamento inevitabile all’interno del quale l’essere umano non è, di fatto, né fulcro né chiave di lettura.

“Ci vuole tempo per accettare tutto ciò, devo occuparmene senza avere fretta” (pag82)

Ringrazio Feltrinelli per l’invio della copia.

“Se l’acqua ride”, di Paolo Malaguti

“E poi era profumata, di un aroma magnetico e profondo, che prendeva al naso per poi scendere alle viscere. Non era semplice freschìn, il sentore di fossi e canali familiari a chiunque viva nella grande pianura, c’era anche la punta della salsedine, gusto salato di vita rapida e guizzante mescolato in strana alchimia con le note dolciastre e smaganti di alghe morte, di reliquie biancastre di lische e seppie che si puliscono e si consumano nel moto lento dei bagnasciuga limacciosi” (pag55)

Quante domande vengono fuori da “Se l’acqua ride”. Sono proprio andata a cercarle in libreria, le parole chiuse in questo libro, perché sapevo che mi avrebbero riportata indietro, a delle estati lontanissime che ho vissuto ma che ero troppo piccola per capire.

L’Italia è piena di mestieri antichi; per esempio quello del barcaro, l’esperto capitano del burcio – il burchio o barcòn – la barca a fondo piatto impiegata nei fiumi e nei laghi del Nord Italia per il trasporto mercantile.

“Se l’acqua ride” è una storia di nonni, padri e figli, nell’intersecarsi di quelle tre generazioni che a cavallo tra gli anni ’50-’70 hanno scompaginato così nel profondo le carte della società, del lavoro e della politica, fra abbandono della tradizione e spinta verso la modernità. Tra l’estate del 1965 e la primavera del 1967, tra le terre di argini e laguna che dall’Emilia Romagna vanno fino al Friuli passando dal cremonese a Treviso, si snoda il racconto-ricordo di Ganbeto, sempre con un piede di qui e uno di là: la scuola media e la fatica dei mesi estivi sulla Teresina – il burcio del nonno Caronte – i compagni di classe e le ragazze incontrate lungo le rotte, il maestro Gatti Benito Detto Libero (in arte “Oio”) e i cavalanti con le loro epiche storie d’avventura e tragedia, le voci d’osteria e il bianco e nero delle prime televisioni, il bagno col bidet che nessuno sa a cosa serva. Su tutto: Gianni Morandi e la Vespa, i Beatles, l’emigrazione per andare a lavorare in fabbrica, l’aqua granda del ’66.

Di temi l’autore ne tocca parecchi, dall’insegnamento – la scuola non per tutti, difficile, a tratti incomprensibile nonostante la volontà dei maestri e gli scappellotti dei genitori – alla questione femminile, alla riflessione sul destino d’adulto già segnato.

“L’errore più comune dell’ignorante è ritenere che la vita basti a se stessa, che l’istruzione, la cultura, la fatica sui libri siano orpelli inutili” (maestro Gatti Benito Detto Libero, pag50).

L’esperienza di vita raccontata nel libro, fatta di manualità tramandata da padre in figlio, per paradosso non mostra soltanto quanto l’istruzione sia necessaria per svincolarsi da un destino altrimenti segnato alla nascita (lezione, questa, con cui Ganbeto fa pratica soltanto alla fine del percorso scolastico) ma anche come, attraverso l’emancipazione stessa, diventi inevitabile la perdita di tradizioni e memoria. “Se l’acqua ride” ha il pregio di portare alla luce anche un’altro argomento spinoso: il mondo novecentesco, cosiddetto patriarcale (in cui, va detto, nemmeno i maschi se la passano granché bene, come s’è visto di recente anche in un altro testo, “Sud” di Mario Fortunato), espone in realtà sfaccettature e sottocategorie che oggi rischiano la semplificazione. Se è vero che nel romanzo di Malaguti la donna si mostra relegata in casa, dietro a fornelli e bambini, o mandata a bottega a dodici anni in attesa di maritarsi, è vero anche che la figura femminile conserva in sé un’autorità decisionale unica all’interno del nucleo familiare, depositaria di intelligenza, saggezza e senso morale, oggetto di profondo rispetto. Se è vero che il maschio è rappresentato all’apice del suo ruolo di indiscusso pater, d’altra parte è pur reale e concreta la tenerezza nei riguardi dei figli o l’impegno con cui s’adopera per offrire alla famiglia un futuro libero dalle ristrettezze. È un discorso importantissimo che il libro estrae a forza da noi stessi e con cui in un modo o nell’altro occorre fare i conti.

“Il padre di Ganbeto osservò suo figlio come se guardasse per la prima volta una strana bestia emersa dai fondali della laguna” (pag63)

Da più parti, mi sembra, si sta cercando di riprendere il contatto con le nostre strutture formali passate. Pur con tutti i limiti che il realismo in letteratura ha sperimentato, l’esigenza di raccogliere l’eredità del passato è viva. Lo sguardo del ragazzino-senza-nome (identificato sempre per quel che fa), in bilico tra la paura e l’emozione che provoca la bellezza del mai visto, avvicina il testo a quella narrativa post-bellica che ha il suo centro proprio nel punto di vista “straniato di chi è attore o vittima” (cfr. “La letteratura italiana” dir. Cecchi/Sapegno). Il peso di quest’eredità letteraria non è da sottovalutare per via delle linee ideologiche che da sempre attraversano questo tipo di scritti: il patrimonio del realismo recuperato da Malaguti, insomma, va trattato con cautela. Senza entrare nei dettagli di una riflessione sull’antinovecentismo, mi piace pensare che al di là del ripudio (che è un processo non nuovo, con buona pace di chi pensa alla modernità della cancel culture), questo momento sia quello giusto – proprio per via del presente che stiamo vivendo – per dimostrare che le forme di espressione novecentesche possono essere ricontestualizzate dall’interno, alla luce di un modo nuovo di guardare la Storia. Un recupero teso a mostrare non la conoscenza narcisistica di certi temi ma il tentativo di riappropriarsi di una memoria letteraria condivisa, e da ri-condividere, all’interno di una nuova “sensibilità tematica” (op. cit.).

Non c’è ombra di patetismo nel racconto di Paolo Malaguti e nemmeno di quel guilty pleasure della retronostalgia instagrammabile, del mostrar malinconia per un passato mai vissuto. Semplicemente il cerchio si chiude proprio col ganbeto, il ferro ricurvo che occorre per unire due anelli oppure la catena all’ancora. Ganbeto è uno che con la scuola ci azzecca poco; privo di particolari talenti a parte la curiosità verso il mondo e l’immaginazione, vive alla giornata confidando nei familiari e in un futuro che seppur limitatissimo sembra certo. È un ragazzino come tanti, che s’arrangia come può, affascinato dall’uniche due forma di cultura e modernità accessibile, i racconti biblici e il cinema, e come tale sufficientemente decontestualizzato da apparire per certi versi a noi coevo. Questa connessione crea come un ponte tra passato e presente anche nella forma, che spinge più verso una continuità che verso una rottura a tutti i costi, espressa nell’utilizzo del dialetto (in questo caso, quello della bassa padovana). Nessuna novità, nemmeno la sua funzione quasi “crepuscolare” (op. cit.), eppure questa storia del dialetto apre questioni molto attuali: l’espressione di chi certe vite le vive è necessaria ma la mancanza di strumenti con cui farlo pone il problema del sostituirsi nella parola, specie scritta. Chi ha le parole difetta dell’esperienza ma chi possiede l’esperienza spesso non ha le parole, relegate nella loro essenza fortissima nel dialetto o in una lingua madre di cui si perde l’uso. Sicché ci si pone la domanda, quanto sia lecito sostituire il soggetto della narrazione, specie in una lingua come la nostra che, spesso, è fatta di letteratura regionale.

“Rientrando a casa ha pensato anche di farsi dare l’indirizzo per scrivergli, ma poi la cosa l’ha fatto quasi ridere. Scrivere a Scaia. E cosa, poi. E soprattutto in che lingua? Non in quella imparata a scuola, che in fin dei conti era l’unica in cui sapesse più o meno scrivere… Non c’entrava niente con lui e Scaia.” (pag156)

E se proprio vogliamo trovare una parvenza di lirisimo, che non punta al sentimentale ma al poetico, possiamo recuperarla nella descrizione della natura – quel modo del nature writing che, di nuovo, lega il passato del racconto alla modernità della narrazione.

“Ma d’estate, quando il sole decide di piantarsi in mezzo al cielo, e non scende mai da lì, cucinando per ore, forse per giorni interi la campagna come un bambino che tortura un formicaio, allora la faccenda diventa qualcosa di pi del sudore sulla pelle, del sale che fa prudere le ciglia, del respiro che quasi duole perché a ogni fiato incameri vetro fuso nei polmoni. IN quella dimensione allucinata, senza ombre, ovunque ti trovi loro arrivano, i fantasmi, che si tratti di colpa, di rancore, di rammarico” (pag140)

Ci sarebbe ancora molto di cui parlare ma lo spazio a disposizione era già abbondantemente finito almeno tre paragrafi più sopra. Sul Twitter trovate altri fili, su altre questioni – tante delle quali ho potuto condividere con l’editore: è bello quando le pagine fanno incontrare chi i libri li legge e chi li produce.

“Magari è il mestiere di barcaro a renderti un po’ cantastorie, perché passi la vita ad ascoltare il lento e sommesso chiacchiericcio dell’acqua che scivola via lungo le fiancate di larice del burcio” (pag107)

“Sud”, di Mario Fortunato

Storia di copertina: “The Diagonal”, uno dei lavori più noti di Euan Uglow (UK, 1932-2000). Pittore con predilezione per le figure umane, aveva lo sguardo rivolto alla scultura di cui fissava nel dipinto i tratti, i modi, le strutture. Questa donna (?) mi ha conquistata: nuda, sotto un sole estivo, fuori campo – stampa lucidissima a contrasto anche tattile con la cornice bianca – rappresenta l'involucro del corpo, mi pare, che dà forma ai nomi della storia.

“I decenni volano mentre certi pomeriggi non passano mai” (pag194)

Di questi tempi il rapporto che abbiamo con la “nostra memoria” si tinge di complessità. Se da una parte è concreto il bisogno intrinsecamente umano del ricordo, dall’altra è pur vero che il nostro passato storico, specie novecentesco, ci chiama alla necessità di una rielaborazione e ri-contestualizzazione, esigenza a cui occorre dar voce e che va collocata in quel preciso, nevralgico momento che sta tra l’accettazione acritica di una realtà avvenuta, e in un certo modo raccontata, e la tentazione della damnatio memoriae.

Con questo spirito mi sono avvicinata a “Sud” di Mario Fortunato, che ho domandato a Bompiani per via della mia bolla su Twitter – all’interno della quale questo racconto “bi-familiare” girava da qualche settimana. Sul palcoscenico di un mai chiaramente identificato paese del sud Italia, Fortunato mette in scena una saga familiare – in realtà doppia, perché comprende due nuclei distinti, quello “del Notaio” e quello “del Farmacista” uniti dal vincolo di matrimonio tra Tamara, figlia del Farmacista, e “l’Avvocato”, figlio del Notaio – che si snoda dagli albori del fascismo sino al 1970 circa. A far da perno della vicenda, che è strutturata attraverso una godibilissima narrazione svelta, a episodi (all’interno dei quali poi si creano rimandi e ritorni quasi stessimo assistendo a una sorta di intricata Spoon River calabrese), è la figura del “Notaio” attorno al quale ruotano decine di comprimari: l’amante di gioventù, le due mogli (Vita e poi Elvira), i sette figli tra cui “l’Avvocato” (non conosceremo mai il suo nome di battesimo), le persone di casa (le domestiche/balie Cicia e Rosa, la cuoca Maria-la-pioggia, l’autista-confidente dell’Avvocato, Ciccio Bombarda), i nipoti tra cui Valentino – figlio dell’Avvocato, da cui prende avvio tutto il racconto – la nuora Tamara con i consuoceri (il padre “Farmacista”, la madre Lea), i fratelli di lei Maria, Giorgio e Nina, i figli Picchio, Erri, Vita e appunto Valentino. Parrebbe faticoso seguire le vicende di ognuno; tuttavia dopo poche pagine e l’aiuto di un paio di alberi genealogici all’inizio del testo ogni linea narrativa si dipana evidente, tanta è la varietà di vita e di esperienze diverse contenute in ciascuna.

In numerose interviste, tra cui per esempio quella a Fahrneheit e Rai Cultura, Mario Fortunato racconta la genesi di questo “romanzo familiare” che se da una parte ha l’intento, come ogni romanzo storico, di mettere insieme “la dimensione personale e quella collettiva” dall’altra si impegna a creare una narrazione di un sud alternativo, perché liberato dagli stereotipi relativi al modo in cui comunemente viene trattata la questione meridionale e da quel binomio quasi “folkloristico” miseria/nobiltà che per una volta resta ai margini, con i suoi colori privi di sfumature. Il mondo che Fortunato infatti attrezza è quello della borghesia – di cui era ricchissimo il sud Italia – quasi mai rappresentata a favore di una narrazione sovente archetipizzata; un mondo nel quale era forte il senso di avvicinamento tra le classi sociali, al cui interno la quotidianità era imbrigliata in una rete di rapporti fittissimi, raramente di malanimo, più spesso di profonda fratellanza – e sorellanza. “Sud” non è un libro sulla questione meridionale ma è, di fatto, un libro che si occupa anche di politica e critica sociale nella misura in cui spinge alla riflessione su quel procedimento di rimozione che ha caratterizzato spesso la raffigurazione del sud novecentesco. Il tema dell’ “ubi sunt”, da cui il romanzo parte (il “dove sono” di un Valentino ormai adulto che, emigrato in Inghilterra, si trova a ricevere la notizia della morte dell’ultima zia) porta con sé prima di tutto la riflessione sul proprio passato – perché il momento di guardarsi indietro arriva sempre e per tutti (in proposito, qui potete trovare il bell’articolo di Sandra Petrignani uscito per Il Foglio) – e poi spinge a un’analisi profonda su quel sud Italia fecondo, ricco di aspettative, culturalmente e politicamente attivo, ben radicato nella terra e nelle tradizioni ma aperto alle novità di un presente in rapido cambiamento. Dalla militanza del Notaio nelle fila dell’antifascismo regionale, latitanza compresa, alle lotte partigiane delle quattro giornate di Napoli a cui prende parte il figlio Vincenzo fino all’impegno politico locale dell’Avvocato, di idee socialiste, Fortunato mostra come la borghesia del sud Italia, di base colta e istruita presso le migliori scuole, abbia sempre rappresentato una parte fortemente attiva e influente della vita politica italiana pre e post-bellica.

Sicché si capisce, ritornando al principio, come il significato di memoria vada ben oltre la questione del ricordo poiché viene a identificarsi più con il concetto di appartenenza che con quello della rimembranza. Quel che si perde, sembra dire Fortunato, non è tanto il ricordo quanto la consapevolezza di quel qualcosa con cui siamo in relazione, e se si perde questo vincolo si perde il senso stesso della Storia.

Il realismo magico presente in tutto il romanzo è un altro elemento con cui occorre fare i conti leggendo “Sud”: mai come nel Novecento, racconta Fortunato, è stata così concreta e pervasiva la vicinanza tra il sud e il mito – che non solo viene dall’esperienza dell’antico ma anche dal fatto che la formazione culturale (che, si badi, coinvolge allo stesso modo maschi e femmine, vecchi e giovani) era continua e profonda: le famiglie borghesi amavano l’opera, che veniva ascoltata, cantata, recitata; si leggevano i quotidiani, si condivideva l’interesse per la lettura di prosa e poesia e la “memoria del mitico” che va dai poemi epici al culto dei morti, sempre percepiti come entità non-separabili dal mondo dei vivi. Fantasmi, visioni notturne scaturite dalla bellezza struggente del paesaggio marino o dall’arsura dei campi in agosto, voci misteriose, echi di violini e musiche risalenti alla Shoa e allo sterminio nazista riecheggiano tra i corridoi bui e freschissimi delle case di famiglia modellando un presente che si fa realtà ma anche sogno, fantasia, immaginazione.

Un sostrato ricco di elementi nutritivi che comprendevano anche, per esempio, l’apertura verso l’emancipazione femminile e un sistema-famiglia che, nonostante non potesse far altro, dati i tempi, se non relegare le donne al ruolo di figlie, mogli e madri, creava una rete di rapporti pressoché paritari, finanche di stampo matriarcale; o ancora, ad esempio, l’accettazione dell’omosessualità, riguardo alla quale di fatto non v’era scandalo. Oppure l’approccio aperto, improntato all”accoglienza e alla condivisione delle cure, nei riguardi dell’assistenza agli anziani di casa e della malattia mentale.

Sostrato di cui, con la creazione dell’Italia unita e ancor più col dramma dei due conflitti mondiali, s’è andata perduta la tradizione in nome di nuove condizioni di vita e nuove opportunità che, private del filtro ipocrita di una narrazione “strabica”, acquistano tutt’altro sapore. Opportunità che – sostiene Fortunato – in qualche modo favorirono, non del tutto ma almeno in parte, il dilagare di quella rete malavitosa locale che poi travalicherà il microcosmo del paese per trasformarsi nella ‘ndrangheta.

“Certo, i sacrifici a cui i maschi meridionali sono sottoposti in pieno miracolo economico sono paradossalmente molti di più del passato, quando facevano i contadini: lasciando il lavoro nei campi ci hanno guadagnato in denaro e in regolarità salariale, ma ora vivono ammassati in poche stanze in affitto nelle periferie più grigie del Settentrione e del Nuovo Mondo, hanno turni di lavoro estenuanti alla catena di montaggio, sperimentano la privazione del sesso e dei sentimenti, sono oggetto di discriminazioni e di razzismo” (pag154)

Di questi tempi si lamenta una certa ridondanza di temi nella letteratura italiana contemporanea – tra cui, si dice, spicca anche il “romanzo borghese”. Viene invocato il bisogno di novità: occorre aria fresca, si dice. Però io penso che sia la nostra stessa storia, culturale e letteraria, a richiamarci sempre indietro, al romanzo storico: in fin dei conti non si tratta di dover per forza inventare qualcosa di nuovo quanto di saper leggere in maniera nuova il nostro passato; utilizzando, perché no, le medesime forme con cui ci siamo confrontati fino a ora.