"Il Signore delle Anime", di Irene Némirovsky

More about Il signore delle anime La prima puntata di “Echelles du Levant” viene pubblicata, su “Gringoire”, il 18 maggio 1939 Ed è così che abbiamo provato a leggerlo, questo “Signore delle Anime”: ad episodi, come nella più classica tradizione del feuilleton. Uno dei lavori più difficili dell’Irene, oscuro e complesso, di certo non la prima opera di I Nemirovsky che ci sentiremmo di consegnare nelle mani di un pubblico ignaro dell’argomento.  

Prima di tutto per la struttura in sé che, nel suo alternarsi a capitoli di moderata lunghezza ed egual misura, e nelle chiuse di genere create secondo la sapiente arte della sospensione e del climax, mostra evidente dipendenza dalla tipologia di pubblicazione. 
“Il signore delle anime” è steso in fretta, al pari con la pubblicazione, da un’Irene che in questo frangente non fa mistero della sua urgenza, dettata da tutta una serie di motivi sia venali – la necessità di denaro – sia meno – il 1939 in sé e per sé, l’affermazione letteraria, il successo di” David Golder” e di tutto il filone a tematica “ebraica” della sua opera.  

In secondo luogo per i soggetti trattati, sia per se stessi, sia alla luce degli eventi storici e culturali che contestualizzano fortemente gli anni dell’affermazione letteraria di I Nemirovsky.  

Il Dottor Dario Asfar è un’esule, un meticcio, come venivano genericamente indicati gli immigrati dell’epoca; e dell’esule ha fattezze (viso smagrito, pallido, occhi infossati, vibranti, guardinghi) e carattere (spregiudicatezza, bramosia di denaro, di vita, di auto affermazione sociale).  

Iconografia antisemita – alla pari di come venne tacciato da diversi anche “David Golder” – dell’ebreo emigrato, affarista senza scrupoli, avido di denaro, che sempre rimane ciarlatano venditore di tappeti e fuffa qualunque sia la merce, o il servizio (sì, anche medico), che si trovi a offrire? 
Il tutto ritratto ad arte da una scrittrice a sua volta esule, meticcia, per giunta ebrea, bramosa di un riconoscimento politico (la naturalizzazione francese, che mai gli verrà concessa – questione che le costerà un biglietto di sola andata Paris – Aushwitz) sociale (l’appartenenza all’élite della buona borghesia parigina, che sebbene non le fosse stata mai del tutto negata, grazie agli ambienti dell’alta finanza frequentati dal padre e alla famiglia facoltosa per parte di madre, non le fu mai del tutto concessa, quale esule apolide), letterario (cfr la pubblicazione assidua su “Gringoire”, rivista che di certo non brillava per coerenza e apertura politica e sociale)?

Oppure, concreto esempio di romanzo psicologico d’epoca, che tanto risente, nella sua intima struttura, del naturalismo di Zola e della lezione francese di Maupassant, all’interno del quale la rappresentazione della parabola dell’esule ebreo – ovvero, semplicemente ciò che c’era di più vicino alla realtà viva, e quotidiana, della scrittrice (per la serie, parla di quel che sai, scrivi di quel che vedi) – si fa soltanto mero attributo e semplice pretesto utile alla messa in scena di una grandiosa baldoria in costume, che tanto acquista, quanto più si procede nella narrazione, le fattezze della satira più crudele e feroce?  

La figura del ricchissimo industriale Wardes è chiaramente modellata su quella, reale, dell’editore del “Gringoire” Bernard Grasset, vittima di gravi disturbi nervosi e alla fine internato, secondo il pettegolezzo, dalla stessa famiglia: la psicoanalisi, moda e vizio dell’epoca, fa da padrona nell’economia del romanzo così come la diatriba, anch’essa di attualità, che vede la medicina francese opporsi strenuamente all’ondata migratoria di praticanti stranieri, accusati (spesso ingiustamente) di imperizia e pratiche illecite.  

Il “povero” Dottor Asfar, essere abbietto e disprezzato, per il quale Irene non si esime mai di provare empatia e compassione espressa attraverso le parole della devota consorte, non è dunque soltanto un pretesto per sorridere, far sorridere, e finanche condannare un mondo a sua volta abbietto e spregevole, vittima della ricchezza conformista e mistificata? Un mondo che, alla vigilia della guerra (tramonto che preme irruento alle porte di una notte oscura e senza fine) – tale e quale a una donna non più giovane che cosparge le rughe del volto di cipria e rossetto alla vigilia di una serata di gala – attraverso il vetro polveroso di uno specchio distorto ritrova la propria immagine riflessa: invecchiata, ansiosa, cupa, smaniosa, xenofoba e antisemita?  

NB: nota tecnica. Si consiglia caldamente la lettura del saggio, in postfazione, di Olivier Philipponat e Patrick Lienhardt, curatori, tra l’altro, della biografia dell’autrice. Da sottolineare a matita. 

"22/11/’63", di Stephen King

More about 22/11/'63 Ovvero: King per chi non ama King. 
Con un coup de théâtre affascinante e intenso – e diciamocelo, sufficientemente spiazzante per tutti i suoi lettori, da qualche tempo un po’ critici rispetto alle sue ultime opere, giudicate un po’ fiacche – SKing mischia le carte e illumina non soltanto i suoi fans ma anche chi, suo fan, non lo è mai stato, con ciò che prima d’ora gli era rimasto intentato: il romanzo storico 

Una delle poche volte forse in cui un autore di chiara fama, in mancanza di idee fresche e dirompenti “di genere”, riesuma e rispolvera dal cassetto un manoscritto dimenticato da anni e ci fa pure centro.  
Il progetto difatti, secondo quanto lo stesso King afferma nelle recenti interviste, risale al 1973 ma vuoi per la materia ancora troppo fresca per essere affrontata con il necessario distacco, vuoi per gli impegni lavorativi pressanti che avrebbero inficiato la poderosa impalcatura di ricerca bibliografica e iconografica che indubbiamente sta alla base dell’opera e la rende quella che è, lo scrittore abbandonò l’impresa chiudendo nella credenza idee e manoscritto. Per poi riprendere tutto in mano, dopo più di vent’anni.  

King scommette su se stesso e si reinventa: puntando esplicitamente su un’audience più vasta, in parte diversa dallo zoccolo duro dei fans che lo sostengono da più di 20 anni, attraverso la scelta di un genere mai affrontato prima si offre a un pubblico sì diversificato, ma che si identifica nelle sue peculiarità proprio attraverso l’opera, un “romanzo americano” che contiene in sé la formula del risultato vincente: 1. la thriller-fiction, 2. contestualizzata in un passato storicamente determinato, non troppo lontano, 3. ben raccontato da chi scrive (“parla di ciò che conosci e sarà un successo”), 4. ben presente nella memoria di chi legge (idem come sopra).  

Tutto è escamotage per tutto, economicamente utile alla struttura del romanzo che in questo modo si costruisce su se stessa e attraverso se stessa, e si compone dall’interno:  
  • l’analisi storica – ci si confronta niente meno che con l’assassinio di JFKennedy – è nutrita da una ricostruzione minuziosamente approfondita di tutto quanto occorre conoscere per misurarsi con un simile evento, dai movimenti di Lee H Oswald e famiglia nel corso degli anni e dei mesi precedenti alla tragedia, al ruolo dell’FBI, alla situazione dell’economia interna e della politica internazionale, e si appoggia a una:  
  • contestualizzazione supportata da una conoscenza particolareggiata, mai solo “di genere”, dell’America degli anni ‘50 e ’60; territorio privilegiato e approfondito più volte da un King che ha dalla sua l’appartenenza anagrafica all’epoca di cui sopra e che quindi ha il merito di creare un’ambientazione scevra di qualsiasi tipo di idealizzazione. Ambientazione all’interno della quale a sua volta viene inserita:  
  • la vicenda chiaramente fittizia di Jake Epping che introduce la parte più marcatamente “Kinghiana” del romanzo: il fascino per la fantascienza (con esplicito omaggio a Jack Finney di “Indietro nel tempo”), per l’horror e per l’ignoto. Evidenti, perché disseminate ad arte lungo tutta l’opera, le più chiare impronte tipiche dello scrittore: il fascino per le atmosfere lugubri (il suono metallico di una catena di ferro che delimita un campo all’apparenza vuoto e incolto, che ondeggia nel vento torrido di un’estate di pianura; l’agorafobia che prende protagonista e lettore di fronte all’edificio malefico, buchi di occhi vuoti al posto delle finestre, da cui LHOswald premerà il grilletto; il buio di muffa e ossa nel cavo di una ciminiera adagiata a terra, crollata sotto il peso degli anni e dell’orribile) e l’horror più classico di sangue e violenza.  
E’ programmatica la dichiarazione anti-ucronica di King, che questa volta si chiama violentemente, a nostro parere, fuori dalla questione. J Epping si affaccia al mondo dell’ “e se”. Ma giusto per un capitolo. Lo scrittore non si sofferma su nulla in più del necessario: pochi tratti per il paesaggio, qualche pennellata per identificare un gruppo di personaggi minori, un paio di pagine per l’ambientazione esterna e interna. 
Come a dirci, un po’ per gioco un po’ sul serio, cantilenando, che, per questa volta, ahinoi un universo parallelo non ci sarà – malgrado la sua indiscussa bravura nella fiction di genere (abilità che in questo modo ribadisce chiaramente, attraverso il togliere piuttosto che il mettere) e le aspettative del lettore. Facciamocene una ragione.  

Ragione che, comunque, c’è. Per quanto riguarda l’omicidio Kennedy King appoggia dichiaratamente l’ipotesi del gesto solitario, negando quindi tutte le tesi, più o meno fantascientifiche, relative ai sospetti complotti tesi da CIA, FBI, servizi segreti, ufo da Marte, per l’eliminazione del Presidente.  
Si pensi allo scritto di Normal Mailer “Il racconto di Oswald” che King, in postfazione, indica giusto come uno dei testi su cui maggiormente ha lavorato nel corso della stesura dell’opera:  
“Se una tale non-entità ha distrutto il leader della più potente nazione della Terra – chiosa Mailer – allora un mondo di sproporzioni ci avviluppa, e viviamo in un universo assurdo”.  

Il segreto, per King, è ancora una volta l’orrore che ci circonda ma – anche qui – King distrugge con un improvviso e inatteso colpo di coda le aspettative del lettore: non è più l’orrore, come avviene invece nei suoi romanzi “di genere”, a entrare prepotentemente, ed inspiegabilmente nella realtà del quotidiano.  E’ la realtà stessa a esserne permeata, in ogni suo aspetto.  
Ecco perché King ci fa molta più paura, adesso. 

Ps & NB: doverosa nota di merito per la traduzione, a opera di Wu Ming 1, che tanta parte ha, a nostro parere, nel successo dell’opera.

"Sorella morte", di Bruno Agostini

More about Sorella morte Chissà se un giorno avremo la fortuna di ritrovare tutti i compagni di viaggio che abbiamo incontrato tra le pagine dell’Iliade Napoletana.  

Nessun protagonista principale, nessun narratore esterno onnisciente, ma una serie di comprimari e di punti di vista interni multipli che danno voce a una coralità composita di arte e teatro 
Il parallelo con il poema omerico, fatte le debite, ovvie e sostanziali differenze, evidenzia la similitudine di struttura (canti / interruzione di sezione) e una certa consonanza nelle modalità di fruizione del testo, a tematiche e sottotematiche stratificate.  

La struttura ad interruzione di sezione, che porta a frequenti cambi di scena – che aumentano con rapidità esponenziale a mano a mano che la narrazione si avvicina al climax della conclusione, consente la focalizzazione sui diversi filoni narrativi che compongono l’opera, collegati l’uno all’altro da uno, o più personaggi interni alle vicende:  
  • le indagini a tutto campo dell’ispettore di Polizia Carmine Bonocore, impegnato, insieme ai colleghi e ai superiori, nella lotta all’Organizzazione ma anche nella risoluzione di quotidiani (ma non troppo) casi di cronaca, tra cui la vicenda inquietante della sparizione di Attilio De Rosa, maestro di scuola, vittima a quanto pare di un sequestro di matrice satanica e la cruenta esecuzione di due manovali extracomunitari collegata molto probabilmente a un regolamento di conti avvenuto nell’orribile mondo del traffico illegale di organi e nella tratta degli schiavi-bambini  
  • le vicende dell’Organizzazione stessa, guidata da Don Alvaro Spasiano, sovrano iracondo a cui fa capo tutta una serie di protagonisti di minore o maggiore rilievo, dalla manovalanza Chiattillo / L’Afgano a Donna Lisetta Gargiulo la cui figura, in questo ultimo volume, diviene economicamente utile per l’introduzione del filone “iberico” della narrazione, anche qui composta da più comprimari a far da specchio alla realtà italiana:  
  • le forze di Polizia locali, esemplificate da Francisca Vidal de La Cuesta, Evaristo Melina e Antonia “Ana” Gil – che a sua volta, attraverso il piccolo Manuelito, ripropone il tema dell’immigrazione illegale e del commercio di organi e di bambini – presentano al pubblico, fedeli contrappunti alla realtà italiana, i maggiori esponenti della malavita peninsulare: Aingeru Alarte e Riccardo Restepo
  • e poi, a far da cornice, tutta quella serie di vicende secondarie, un po’ comiche, un po’ tragiche, un po’ grottesche, a volte drammatiche, che hanno il merito di offrire una caratterizzazione vivida dei personaggi che completa, definendoli, spessori e profili: Carmine Bonocore alle prese con tragiche crisi di coppia (rigurgito extraconiugale incluso) fomentate da un primo figlio infante che di dormire e di star zitto per due ore di seguito neanche se ne parla e mitigate da una serie di sedute psichiatriche che ci fanno all’improvviso compassionevoli, data la caratura del paziente in esame, verso tutti i terapeuti del mondo, nessuno escluso; Domenico Ferrante, il libraio antiquario, chino a spolverare libri e dolori di affetti perduti tra rimorsi e rimpianti; Vittorio Camporesi, giornalista di talento vittima dalla cocaina e dal mal di vivere; il nobile e ricco notaio Federico Hemmerlink che, chiuso nel suo palazzo dal passato glorioso e dal presente vetusto, tra broccati e marmi di pregio si diletta nella sottile arte dell’occulto, e forse non solo in quella. E, infine, la nostra bellissima Elena Alliuto, che tanta parte ha avuto, e ha tutt’ora, in più di una delle vicende narrate.  
Il mondo dell’Iliade Napoletana non si limita soltanto all’opera di fantasia. E’ una narrazione profondamente radicata nel territorio e nel tempo e quindi, proprio per questo, si trasforma in un certo qual modo in un’opera didattica. l’Iliade Napoletana, come accade per ogni opera letteraria correttamente contestualizzata, non è solo narrazione di fantasia: è finestra aperta su quelle oggettive e reali sostanzialità spazio-temporali che la strutturano dall’interno (ne avevamo parlato anche con “Re di Bastoni, in piedi”, altro incredibile esempio di “letteratura partenopea” di recentissima pubblicazione e ottimo successo).  La tradizione culinaria e la cucina regionale, la lingua e l’espressione dialettale, la ritualità della religione popolare che scivola spesso nella superstizione e nel misticismo e, ahimè, anche la malavita nelle sue più scure e declinate caratteristiche, identificano, senza errore, una marcata regionalità, tutta italiana, che lungi dallo sminuire il testo, lo esalta nelle sue peculiarità letterarie.

"La Bambina di Neve", di Eowyn Ivey

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La meravigliosa e tragica storia di Snegurocka, la bambina di neve, declinata in tutte le sue alternative regionali, dalla Russia ai paesi Scandinavi, è una fiaba antica e misteriosa che ha la capacità di mostrarsi nel suo significato principale, pregnante – eppure senza clamore, nel più completo silenzio e riserbo (fiocchi di neve piccoli e delicati, pronti a sciogliersi e a svanire al primo sole di primavera) – soltanto ai bambini molto piccoli. 
E per far sì che l’epifania abbia luogo in tutto il suo essere occorre sottostare inoltre ad un tacito, ferreo rito di iniziazione: il narratore delle vicende, così tenere e drammatiche, della bambina di neve (parole sussurrate durante una fredda sera di inverno, al chiarore tenue della lampada che illumina una stanza da letto calda e sicura) deve essere soltanto uno: colui che sia – oppure sia stato – genitore a sua volta. 
Perché soltanto così, dal sangue diretto, sarà mitigata la violenza della favola: dal ripercorrere attraverso le parole – ovvero, identificando tramite le codifiche rassicuranti del linguaggio e della narrazione – ciò che il proprio corpo e il proprio spirito hanno affrontato, inconsapevolmente, in un passato vicino, o anche lontano. Una catarsi maieutica, un percorso di conoscenza che riporta al significato allegorico principe delle fiabe antiche. 
Il miracolo della nascita, affrontata dalla madre tra il sangue e il dolore (e pure nella bellezza di un concepimento che non passa di necessità dal ventre materno ma che può essere anche soltanto immaginato, sognato, plasmato nella neve); quel primo momento di contatto tra il viso della donna e la pelle calda del neonato, la cui temperatura rimarrà impressa, marchio di imprinting animale, tra le pieghe della memoria e guiderà quel gesto antico, di tutte le madri del mondo, quando posano le labbra sulla fronte di un bambino – non solo del proprio – a riconoscere senza tema di errore le prime tracce di una febbre incipiente. 
La fatica del bambino, a trovare la propria strada verso il seno e il latte materno, identificando quell’odore dolce e denso che, per paradosso, costringerà la madre ad affidarlo alle braccia di altri, quando non occorrerà nutrirlo, per far sì che il piccolo, attraverso l’allontanamento e poi la successiva riconciliazione fisica, impari a percepire la differenza tra se stesso e la madre e nel contempo si abitui alla presenza del padre e dei familiari.
Il genitore, raccontando la vicenda – infinita, circolare, sempre diversa eppure sempre identica – della bambina forgiata dalla neve interpreta, attraverso il figlio in ascolto, la propria, personale storia alla luce della verità dell’esistenza fatta di nascita e crescita ma anche di abbandono, morte e disperazione.
Perché soltanto la presenza del figlio (gli occhi sgranati in ascolto, le guance arrossate dall’emozione, la mano calda stretta in quella del genitore), nel caldo conforto della cameretta lievemente illuminata, potrà rassicurare la madre che altrimenti, da sola, non possederebbe né la forza né il coraggio necessario per continuare la lettura fino alla tragica conclusione della storia (un vecchio libro dalla copertina in pelle azzurra, abbandonato sugli scaffali alti di una libreria polverosa, mai più aperto da anni); perché soltanto la figura della madre, china sul letto del bambino, potrà confortare il figlio che percepirà, sempre chiara ed evidente, la presenza salvifica del genitore nel momento del bisogno, della malattia, della disperazione (una madre ammantata di neve, accoccolata al capezzale improvvisato di una figlia in agonia) e lo aiuterà nell’interpretazione – attraverso l’allegoria della fiaba – del mondo circostante. 
La verità però a volte è molto più semplice della letteratura. Il bambino che, mentre tu leggi Eowyn Ivey, dorme nella stanza di là – un piedino umido e scalzo a penzolar dal materasso – non è tuo figlio. E’ una creatura fatata, ali di folletto o di angelo, che qualcuno ha posato nelle tue mani, in una mattina di primavera inoltrata il cui ricordo, in te, è così vero e chiaro, ma di cui – al tempo stesso – non conservi memoria cosciente alcuna. Quella creatura non ti appartiene, non è tua, ti sussurra Snegurocka – ed è per questo che la lettura è tanto difficile.
Ti è stata solo data in prestito, per quanto tempo non sai. Un giorno seguirà la sua strada e tu non potrai più tenerla con te.
Perché l’amore per un figlio non è una coperta di lana pesante che copre e riscalda. E’ un malestrom che ti lascia naufrago e nudo, esposto ad un vento freddo di tempesta che non smetterà mai di soffiare.
La ricontestualizzazione della fiaba di tradizione popolare è un processo letterario di attualizzazione della narrazione tradizionale che sta prendendo piede specificatamente oltre oceano e che in questo caso ha il merito di gettare luce, in particolare, su quel mondo misterioso e sommerso, perché spesso taciuto, della maternità dolorosa
Se n’era già parlato a proposito di “Quando la notte“. 
E’ il lato più profondo e buio del libro, quello che forse risulta più ostico da comprendere per chi genitore non ha avuto (ancora) l’occasione di diventarlo: il dolore fisico del parto e dell’allattamento (non permettere al bambino di mordere il capezzolo, o te ne pentirai), il senso di colpa nel momento del distacco, la scabrosità orribile di quel desiderio così intimo e violento che, anche una volta soltanto, ogni puerpera del mondo ha percepito chiaro in sé: abbandonare la creatura a cui ha dato la vita, per salvare se stessa. 
A questo proposito vorremmo accennare alla raccolta poetica “L’innocenza perduta” di Michela Miti edita da Mondadori e presentata, tra l’altro, qualche settimana fa, al programma tv La Compagnia del Libro. I brani presentati dal conduttore – e interpretati dall’autrice – ci hanno affascinato per il profondo e attento interesse della poetessa verso le tematiche della maternità: attesa e desiderata, ma anche, e molto più frequentemente, subìta o negata.

"Vampire Empire" – part I, di Susan and Clay Griffith

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Ovvero, se proprio vuoi sognare, almeno fallo in steampunk, che di certo non te ne pentirai.
Un po’ di storia. Il termine steampunk nasce (così pare) negli anni ’80 ad opera dello scrittore JWJeter, impegnato nella ricerca di qualcosa che, al pari del neologismo cyberpunk, definisse nella sua unicità le opere sue e di alcuni altri suoi colleghi autori che, contestualizzate nell’epoca ottocentesca, e in particolar modo vittoriana, seguivano i topoi della fantascienza al secolo contemporanea – da HGWells a Conan Doyle.
Da qui alle ambientazioni del video You&I di Lady Gaga, c’è da dire che lo steampunk ne ha fatta di strada, andandosi a definire, nel corso degli anni, nella sua interezza (di nicchia): ovverosia, quel filone della narrativa fantastica, e anche fantascientifica, che ha come caratteristica base, e sine qua non, l’ambientazione storica futura – di caratteristica prettamente Ottocentesca – in cui viene introdotta a forza una tecnologia del tutto anacronistica per l’epoca.
A far da padroni, il vapore (steam) al posto dell’energia elettrica, il magnetismo, i grandi meccanismi frutto dell’energia meccanica e i congegni ad orologeria. E tanti saluti al cyberpunk elettronico.
Il significato del termine si è a mano a mano ampliato arrivando a definire tutta quella serie di narrazioni fantastiche (talvolta pure extra-terrestri) ambientate anche in momenti diversi, successivi, all’Ottocento, momenti che tuttavia conservano in sé evidenti tracce del secolo di cui sopra. Si parla anche, in alternativa, di speculative fiction quando si voglia dare particolare enfasi all’attenzione specifica che il genere riserva alle tematiche della rivoluzione industriale e della ricerca scientifica (anche anatomica e medica), e quando si parla di steampunk occorre tenere ben presenti – almeno per i prodotti letterari dagli anni ’90 in poi – anche le caratteristiche horror e gotiche che il genere ha assunto.
Parlando di steampunk non si può evitare di far riferimento ad altri due concetti precipui del genere: la distopia e l’ucronia. In breve. Con il termine distopia si intende riferirsi, nello specifico, al concetto di utopia negativa: al posto di una realtà ideale, idilliaca, viene proposta un’altra realtà certo sempre fittizia, ma di carattere totalmente opposto, ovvero indesiderabile. Si va dalla rappresentazione di scenari post-apocalittici (ne avevamo parlato anche qui, con “The Passage” , uno degli ultimi più riusciti esempi di fantascienza post-apocalittica appunto) alla ricostruzione di una società futura (come nel caso di Vampire Empire) in cui particolari tipi di corporazioni o gruppi di potere hanno preso il sopravvento sul consueto vivere civile, minandone le caratteristiche salienti (libertà di culto, espressione, movimento, circolazione delle merci etc) e favorendo la nascita e la proliferazione di società segrete, riti dell’occulto, teorie del complotto.
Il termine ucronia – più conosciuto come “alternate history” soprattutto nel mondo anglosassone, identifica quel particolare processo di finzione letteraria (di genere chiaramente fantascientifico) che vede la rappresentazione in scena del “cosa sarebbe successo se”: cosa sarebbe successo se Hitler avesse vinto la guerra, cosa sarebbe successo se Cristoforo Colombo non avesse scoperto l’America e via di seguito.
Ebbene, in Vampire Empire tutto questo c’è. E per nulla infilato così alla bell’e meglio.
La narrazione, sostenuta da un ritmo sufficientemente incalzante, alterna in maniera convincente:

  • l’avventura nella sua essenza più pura e spregiudicata (esemplificata, da una parte, dal personaggio dello “Spadaccino Mascherato”– che pare uscire direttamente da un libro di favole per bambini di inizio ‘900, tra cappa, spada, onore da difendere, fanciulle da salvare e marrani da sconfiggere a suon di duelli all’ultimo sangue [sangue, per l’appunto – ndr] – e dall’altra dal capitano sbruffone, poco cervello e tutto muscoli bombe navi e spari sonanti)
  • la caratterizzazione steampunk, distopica e ucronica (evidente è l’ambientazione ottocentesca, tra una Londra fumosa e inquietante e le terre fertili dell’Egitto, una delle mete preferite, esoticamente ed esotERicamente più connotate, che caratterizzavano i “Grand Tour” dei giovani della Upper Class inglese all’apogeo dell’Impero. Puntuale è la descrizione degli strumenti meccanici in uso e non mancano accenni alla scienza e alla medicina – vedi il manuale di anatomia vampira che circola tra le pieghe delle pagine, sempre presente, sempre nascosto. Altrettanto ben identificata è la tematica della società piegata alle corporazioni e alle lobbies – sia umane, sia vampire – e la presenza dell’occulto e delle società segrete, nonché la parte relativa alla religione e al misticismo)
  • la love story (che c’è, eccome se c’è)
  • e last but not least la tematica vampiresca.

Spendiamo una parola per questi vampiri steampunk che per una volta tanto tornano ad avere i canini ben affilati: non frequentano le high schools, non partecipano ai prom, non hanno la patente e, non c’è alternativa veg che tenga, necessitano di una dieta ferrea per il proprio sostentamento.
Il vampiro di VE riprende, con scostamenti minimi, l’iconografia classica del genere, quella tipicamente nord-europea, corredata da tutto il kit di sopravvivenza che include ferocia, crudeltà, spargimento di sangue, lotte per il potere, disinteresse (quasi) totale nei riguardi della sopravvivenza del genere umano.
Eli, nostra prima e unica, viscerale passione vampiresca, non è poi così lontana.
Per altro – nota a margine – quando ci si mettono, i vampiri di VE si impegnano a salvare donzelle (umane) che per loro stessa natura non avrebbero assolutamente bisogno di essere salvate da alcunché – dato che se la cavano benissimo anche da sole. Fanciulle che hanno ben evidente il proprio ruolo nell’economia del mondo e non esitano di fronte a quello che potrebbe essere meramente identificato come “sacrificio di se stesse” ma che invece è da interpretarsi come (certo, stiamo parlando di fiction, teniamolo sempre a mente) responsabilità verso il vivere sociale ed etico.
La scena che ci è piaciuta di più? Il taglio dei capelli alla mohicana. Perché ha il merito di racchiudere in sé, in un unico fotogramma, la magia assoluta del ricordo, della referenza e della ricontestualizzazione: Edward Mani di Forbice e Tim Burton, l’estetica dello steampunk fatta di gothic Lolita, abiti vittoriani a brandelli, corsetti, fibbie e lacci, occhiali da esploratore, anelli e piercing, e, non per ultima, la tenerezza di un gesto intimo che nasconde in sé il germoglio di un nuovo sentimento.
Chapeau.
Nota a margine: il post di cui sopra non si arroga il diritto di aver risolto, in poche righe, l’analisi di un fenomeno in realtà così complesso quale lo steampunk, che al contrario di quanto possa sembrare condensa in sé tematiche varie e degne soltanto di un’analisi approfondita e di ampio respiro che deve toccare, per raggiungere un buon livello di struttura, anche il cinema, la musica e il fashion, oltre che la letteratura. Per cominciare, ecco a voi i link a Wikipedia che racchiudono una prima biografia essenziale (anche qui in parte utilizzata) per un approccio quanto meno “scientifico” al fenomeno.
Buone letture a tutti!
ADC Team

"La casa per bambini speciali di Miss Peregrine", di Ransom Riggs

 Dopo tanto young adult, l’horror ci riporta a casa.

Come succede(va) con LordVoldemort – quello di carta, intendiamo – di cui tutto si può dire a parte che non sia un cattivo di quelli che più classici non si può, neanche a mettercisi d’impegno. 


Senza effetti speciali. 
Solo un libro, pagine ingiallite come la carta con cui la nonna aveva rivestito l’interno dei cassetti del comò, disegni piccoli e fitti a ricordarti quel profumo di naftalina e sacchettini di lavanda ormai secca.
E vecchie fotografie che fanno più paura di qualsiasi altro daimon creato al pc.
Gli ingredienti ci sono tutti, abilmente mescolati sia nella trama sia nel packaging: un ragazzino d’oltreoceano un po’ annoiato un po’ sfigato, una famiglia a disagio con se stessa e un nonno che nell’armadio del tinello non conserva marmellate di frutta e salvadanai pieni di monetine ma un arsenale di fucili tutti lucidi e carichi e una scatola di vecchie foto che solo a sfiorarle ti viene la pelle d’oca. 
C’è la fiaba prima di dormire che presto si trasforma in un incubo senza inizio e senza fine, c’è il buio con i suoi mostri più classici, quelli che stanno nascosti sotto il letto e saltan fuori con artigli affilati, alito mefitico e zanne velenose, c’è la contestualizzazione storica fatta di U-boot, soldati in trincea, vecchio mondo in fiamme e, nascosto tra le pieghe della narrazione, e per questo sempre ben evidente a tutti, l’orrore di un filo spinato tracciato a carboncino su un vecchio muro, dalle mani leggere di un bambino sperduto e visionario.
E poi, come in ogni favola che si rispetti, c’è il viaggio, il romanzo di formazione, l’iniziazione alla vita adulta.
Ci sarà un seguito? Probabile, e siamo curiosi. 
Ci sarà un adattamento cinematografico? Forse ahinoi sì, peccato, vien da dire. 
Perché questo è un libro di quelli che non hai voglia di mettere via, e ti piace continuare a rigirare tra le mani le pagine disallineate in costa, spanciate sulla sinistra, un po’ più pesanti di prima al tatto. Perché anche se l’hai finito lo tieni lì, sul comodino: sai che nel momento esatto in cui lo riporrai sullo scaffale, già ti mancherà.
Buona lettura 🙂

"La città di adamo", di Giorgio Nisini

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– Con una particolare capacità narrativa che mira ad accomunare, attraverso un gioco sottile di metafore e sineddoche, il tutto all’oggetto, G Nisini catapulta fin da subito il lettore nel territorio del falso d’autore
– Il televisore Brionvega, che l’affascinante Ludovica sistema in soggiorno, è un falso storico: una riproduzione benfatta del fratello maggiore dell’epoca, curata nei particolari costosi del modernariato, ma sempre un falso,riconoscibile solo ad occhio esperto (e socialmente accettato e ricontestualizzato). Ed è proprio attraverso il televisore che Marcello Vinciguerra – in contemporanea al lettore – è catapultato nella realtà di un altro falso storico: quello della vita stessa del protagonista

– Marcello, adolescente attempato, da diversi anni gioca a fare l’adulto, con risultati piuttosto soddisfacenti. Infanzia serena e senza troppi scossoni, tra buone scuole e una famiglia attenta, di ottima cultura; laurea acquisita fuoricorso, sine infamia sine laude, nozze con una donna del medesimo entourage, il giovane – senza patema alcuno per il futuro, già definito – al termine del percorso scolastico entra nella ditta del padre e lo affianca nel lavoro quotidiano. Ora, alla soglia dei quarant’anni, Marcello Vinciguerra abita le colline fertili delle Langhe, si è costruito una bella villa – che l’affascinante ed eclettica consorte Lulù, divenuta affermata commerciante di arredi di design, governa con amorevole cura (spostando di quando in quando un divano qui, una credenza là, casa di bambole) – guida una macchina potente, veste maglioni di cachemire e, non ultimo il fatto, conduce con più che discreto profitto – un po’ barcamenandosi, un po’ vivendo di rendita – la pregiata azienda ortofrutticola che ha ricevuto in eredità dal padre. E’ stimato tra i dipendenti e i collaboratori, non certo celebrato come lo era il padre, creatore ex novo di una delle più produttive aziende agricole del centro-Italia, ma è datore di lavoro rispettato, dotato di buona professionalità e attento spirito imprenditoriale

– La vita di Marcello scorre prevedibile e concreta, senza particolari traumi o imprevisti, complice anche la mancanza di figli (che – informazione preziosissima che l’autore centellina fino allo stremo della curiosità del lettore – non sono stati procreati “per scelta”). La passività di Marcello si esemplifica anche nel rapporto erotico con Ludovica, di cui Marcello subisce le stravaganze, nell’inconscio tentativo di mantenere viva la passione sessuale che deve di necessità rimanere immutata nel suo vigore post-adolescenziale e nella sua solidità di status acquisito, al pari di tutto ciò che di materiale circonda i due coniugi. 
– Il cambiamento e la mutazione, se proprio occorre, debbono avvenire soltanto attraverso canali mediati e secondo schemi preventivati, creati ad arte dal protagonista del cambiamento stesso oppure, ove subìti, socialmente accettati (sia che si tratti di un nuovo oggetto di design appena acquistato ed introdotto in casa – che deve corrispondere perfettamente agli ultimi dettami del lusso e della moda – sia che si tratti di un nuovo ristorante, o di un nuovo fidanzato per l’amica single). 
– E’ il fascino degli oggetti, dettagli all’apparenza insignificanti che invece plasmano e modificano la percezione che noi abbiamo di noi stessi e di chi ci circonda. E’ il silenzio al ristorante d’élite, interrotto soltanto dal soffice brusio dei pochi avventori e dal tintinnio delle posate sul piatto. E’ la poltrona ergonomica sui cui la madre di Marcello ondeggia a gambe all’aria; è una fotografia sovraesposta, tagliata rozzamente e slightly out of focus. E’ il divano boa, oggetto feticcio delle fantasie sessuali di Ludovica, o le tele di De Chirico, che tanta parte hanno nella ricostruzione iconografica dell’immaginifico del quartiere Eurano

– La contaminazione giornalistica ci pare minima, per altro totalmente decontestualizzata dal momento che luoghi, fatti e nomi sono dichiaratamente frutto di un atto di puro estro e mera fantasia artistica. Non si tratta quindi di un’operazione né pedagogica, né di denuncia sociale (*). 
Prova evidente della letterarietà del testo, la tipica ambiguità romanzata del cattivo. “O’ Filosofo”è un camorrista di sanguinaria memoria; ma allo stesso tempo è uno studioso illuminato capace di profonda ironia letteraria, un architetto visionario, una personalità carismatica e affabulatrice. 
Ciò non significa che l’autore di fiction debba necessariamente prendere posizione contro l’impegno civile, ma soltanto che qui, in questo contesto, la camorra sia da intendersi come semplice pretesto, una delle decine di possibili rappresentazioni del reale a disposizione dell’autore, quale strumento di avvicinamento al lettore (e per attirare il lettore). Un escamotage
– Marcello è un autodidatta della ricerca. Si muove rozzamente tra interrogatori surreali, pedinamenti sconclusionati, sopralluoghi improbabili: una moderna telemachia, un viaggio nel dubbio e nel grigio di un’esistenza che si tramuta in uno solo colpo, grazie a (o a causa di) un unico fotogramma passato alla televisione durante un programma di attualità politica, da pragmatica, razionale, comprensibile, evidente, a confusa, insondabile, equivoca, ambigua, ambivalente, metafisica. Il viaggio del figlio alla ricerca del padre, quel figlio che diverrà uomo soltanto dopo aver compreso, ed imparato, ad essere, esattamente, figlio – e padre a sua volta

(*) stesso approccio, piccola nota a margine, che hanno utilizzato con successo almeno altri due autori del Sud Italia che abbiamo annoverato tra le nostre personali migliori letture dell’anno: B Agostini e F Battistella 

"Bambino 44", di Tom R Smith

More about Bambino 44 Lettura di evasione, verrebbe da dire. E’ che l’immagine è così vivida, di questo Daniel Craig un po’ più sdrucito e un po’ meno palestrato dell’originale, ma sempre affascinante, piegato dalle avversità (e che avversità) della vita, che – inutile – si sospira, a metà tra l’ammirazione e l’istinto, tutto femminile, della crocerossina perduta. Cioè, ti fai tutto il film: l’eroe, l’avventura, le avversità, l’immaginifico della contestualizzazione fantastica, il lieto fine.
Peccato che, se messa così, la cosa funzioni soltanto in minima (e misera) parte.
Giacché, dopo le prime 30 pagine di goduriosa illusione, si scopre che:

L’eroe non è eroe per niente, anzi. Leo Demidov (che poi alla fine, non siamo proprio così sicuri neanche sul suo nome di battesimo) è un tipo che per qualcosa come una quindicina di anni si è letteralmente bevuto – e sparato su per il naso – coscientemente e consapevolmente, ogni qualsiasi sostanza possibile, dalla metamfetamina ai jingle di partito: piccoli, innocui aiutini necessari e indispensabili per arrestare, torturare e massacrare senza sforzo e senza rimpianto una pletora di ignoti e anonimi “dissidenti” esterni ed interni al sistema (e i muscoli se li è fatti, deliberatamente, proprio a tal fine).

L’avventura non è poi così avventura, visto che si cita niente di meno che – il tutto rivisitato certamente in chiave letteraria e anacronistica, ma pur sempre “storia vera” – il “Mostro di Rostov”, psicopatico colpevole di aver ucciso, sventrato e divorato decine e decine di bambini/e e adolescenti sovietici, negli anni tra il 1978 e il 1990.

(Nota a margine, come non pensare a questo punto al nostro caro amico Hannibal Lecter, il vicino di casa che tutti desideriamo avere e da cui non pochi hanno avuto l’onore di essere invitati a cena. Clarice Starling chiusa in quella dannata cantina è così vicina da darci i brividi).

Già qui ci sarebbe di cui riflettere, visto che ci stiamo infilando – trasportati a nostra insaputa dalla sapienza dell’autore – nel complicato tunnel della contestualizzazione.
A dire la verità, il dubbio si era già insinuato in noi a partire dall’identificazione geografica, precisa, puntuale, all’inizio di ogni capitolo (CentoKm? Nord, sud? E che bisogno c’è di indicarlo?) ma via, siamo lettori ingenui, possiamo sorvolare, intrippati come siamo da tutto il finto-contestuale che ci assale quotidianamente in libreria.

Peccato che poi ad un certo punto si parli di Seconda Guerra Mondiale (uhm uhm, suona qualche campanello? No, ancora no) e poi di Grande Guerra Patriottica (niente?) e, alla fine, di un certo qual personaggio, tale Jozif Djugasvili, detto, orbene sì, Stalin. E qui se ne vanno a farsi benedire tutti d’un colpo gli altri due punti: avversità e contestualizzazione fantastica.

Perché il paesaggio lunare di gelo glaciale, estati torride, lande desolate e foreste impenetrabili non appartiene a un qualsiasi mondo di fantasia, creato ad arte e misura di romanzo apocalittico post-nucleare, ma a quella misteriosa, antica, nascosta eppur così vasta porzione di terra al di là dell’Europa che prende il nome di Repubblica Sovietica – sempre lì, anche oggi, a tre ore di volo da noi, modifica di status sociale a parte.
Povertà, miseria, fame, carestia, guerra e morte non sono spunti immaginari per una narrazione di pura evasione. Così come non lo sono le tipiche esperienze di urbanizzazione post-Second War: casermoni grigi più simili a carceri che ad abitazioni, strade buie, edifici appena costruiti e già in rovina, vapori mefitici che ammorbano l’aria, treni stipati di passeggeri. Per non parlare di milizia cittadina, polizia segreta, prigioni, camere di tortura, gulag.

Morale della storia: ci piacerebbe, ma spiace, niente compromessi. Né all’esterno, né, tantomeno, all’interno della narrazione.
Nello stesso modo in cui Leo Demidov si trova a dover necessariamente fare i conti con il sistema deviato, innaturale e immorale a cui per tanti anni ha prestato fede, nell’ottica di un’obbedienza cieca a assoluta, il lettore è costretto ad uscire, sdradicato a forza, dall’esperienza confortante della fiction letteraria per affrontare un testo che soltanto a prima vista è solo quello che sembra, ovvero un thriller di spessore, sostenuto da una trama compatta, densa di colpi di scena, scarna al punto giusto, quasi minimale, ma che nasconde in sé l’anima calda della testimonianza politica che necessita di uno schieramento, dell’evidenza dei fatti, del racconto popolare, della Storia. Orribile, atroce, ineluttabile. Naturalmente, lieto fine escluso.

(Nota conclusiva per il pubblico femminile: a fine cott(lett)ura, correggere con una leggerissima spolverata di invidia indiscutibilmente rivolta alla bella e intelligente protagonista, nonché moglie del sopraddetto Craig-surrogato. 
Come dire, oltre il danno la beffa. 
Già, per altro, s’ode in lontananza il commento a metà tra l’inacidito e il velatamente stupefatto dell’ homo sapiens di turno – inteso, proprio homo – eventualmente coinvolto nella lettura, che, all’ennesimo saggio ultrabdominal del protagonista, o di fronte a uno dei suoi più clamorosi coup de théâtre in pieno stile MacGaiveriano, risoluzione inattesa di una situazione di alto pathos drammatico, esclamò scocciato: ma che fiaba. E chiuse lì la questione, con un grugnito di atavica, neandertaliana memoria.

Touchèma è l’arte del romanzo, e non si può prescindere – e perché, se Hannibal Lecter e Clarice Starling avessero preso non le sembianze di Antony Hopkins e Jodie Foster, ma quelle di due meri sconosciuti un po’ flaccidi e scipiti, dite che ci sarebbero piaciuti così tanto come ci sono piaciuti? Ohnno, certo che no. Quindi, dello spettacolo, almeno per questa volta, facciamocene tutti una ragione. Ne vale la pena).

"La cavalcata dei morti", di Fred Vargas

More about La cavalcata dei morti A far da antitesi ad un mondo in cui, nel bene e nel male, ciò che vale pare essere spesso quel particolare tipo di brillante capacità inventiva che, tuttavia, capita che talvolta trascenda in parola da celebrare necessariamente (ebbene sì, anche via twitter) attraverso l’esternazione e lavisibilità mediatica – a far da antitesi si diceva è il lento movimento silenzioso, adagio ma non troppo, del Commissario e della sua armata Brancaleone.
Ciurma che si desteggia, più reattiva che PRO-attiva, tra le avversità della vita a mano a mano che esse si presentano, non un momento prima, come dire a dire che lo smazzo preventivo è pressoché inutile di fronte alle avversità del destino, ma più spesso, forse, molti momenti dopo (ove il “dopo” è effetto, quasi sistematico, di cellulari dimenticati spenti, sveglie mai suonate, clamorosi colpi di testa emotivi, sbronze, abbioccamenti clandestini durante l’orario di lavoro e varie altre del genere medesimo).

E così, per stessa ammissione dell’autrice, ciò che sembra non è mai ciò che è, in un continuo gioco di specchi e di prospettive multiple. La squadra di Adamsberg è composta da “(…) uno affetto da ipersonnia che crolla addormentato sul più bello, uno zoologo specialista in pesci, di fiume soprattutto, una bulimica che scompare per fare scorta di cibo, un vecchio airone esperto di leggende, un mostro di cultura che non si schioda dal vino bianco, e via di seguito” (pag.83). Peggio di così, vien da dire, non si potrebbe. Eppure, alla fine ci si salva sempre – non è detto che le ammaccature non ci siano, per amor del cielo – ma ci si salva perché ognuno è in qualche modo artefice, con le sue, personali peculiarità, di quel pezzettino di destino che poi Adamsberg finisce, non si sa mai come, per incastrare a mo’ di tessera di puzzle.
Come quella antica favola secondo cui il serpente non sarà bravo a volare, ma striscerà meglio del coniglio, che invece darà il suo meglio nel salto e nella corsa ma che ben volentieri lascerà al passerotto il compito di cinguettare a squarciagola.

Adamsberge Danglard – e di riflesso, Fred Vargas, Sibilla d’Oltralpe – tentano di restituirci un mondo che, nella sua “regionalità” peculiare, vuole sfuggire alla globalizzazione del presente, almeno per taluni aspetti più vicini all’identità dell’Uomo in senso lato.

Danglardè il custode della tradizione orale, della leggenda, della narrazione popolare che quasi mai diventa (vedi sopra alla voce “visibilità mediatica”) erudizione sterile e semplice celebrazione del superego. Danglard ci racconta – lievemente annebbiato dai fumi dell’alcool, che quasi sempre lo accompagnano, in una sorta di estasi bacchica perenne (sacrableu, vino bianco per altro) – di annedoti, leggende, memorie: a flusso continuo, producendo una quantità di notizie abnorme, evidentemente esagerata dall’autrice il cui intento precipuo è l’identificazione del personaggio attraverso l’iperbole e l’esemplificazione di un certo tipo di vissuto.

Adamsbergè, tra l’altro, l’uomo del piacere fisico che prima ancora di esplicarsi con il sesso (vedi in questo caso la bella Lina) si esprime nel cibo. Mai viene a mancare, contestualizzazione del testo e suo inserimento all’interno di una dimensione “regionale” territorialmente marcata, la citazione culinaria: qui abbiamo zuppa di carote e spezzatino alla panna (vitello e fagioli, con il profumo del fuoco di legna), calvados e zollette di zucchero, e per finire, in un connubio di gusto, tatto e olfatto, il kouglof con mandorle e mele.

Veyrencper stavolta ci piace ricordarlo così – che ci volete fare, al cuor non si comanda, con buona pace di Danglard (è che c’è la storia dei capelli rossi, e il pericoloso sorriso da ragazza, quindi non stiamo a cantarcela sotto la doccia: il ragazzo, ormonalmente, disturba assai) – in piedi nell’erba alta, a tre metri da Adamsberg, seduto sotto al melo, intento a giocare a golf con delle piccole mele da sidro. La mattina è limpida, ancora umida di pioggia, il sole si infrange obliquo tra i rami. Chapeau.

Da dire, incredibile come Camille, ahinoi, non ci sia mancata quasi proprio per niente. E noi che pensavamo il contrario. Forse compensata dalla notevole presenza scenica di uno Zerk in splendida forma, quasi un Adamsberg ante litteram, un flashback su un giovane Jean-Baptiste con lo sguardo sempre per aria, l’occhio acuto fisso su dettagli quasi insignificanti (quasi), magliette e calzoni di misura sempre troppo grande, infilati su alla bell’e meglio e uno spirito di adattamento da far invidia a Reinhold Messner. 
Che dire, noi facciamo il tifo per lui.

"Red Chapel", di Mike Resnick

More about Red ChapelGrazie a 40K abbiamo scoperto Mike Resnick. Alla buon’ora, direte voi. Ebbene sì, vergogna assoluta, ma tant’è. Come a dire che le defaillances sono proprie anche di chi ce la mette tutta. Ora, temiamo che il tipo in questione ci crei dipendenza, e la cosa sarebbe grave visto il numero di pubblicazioni ( “I’ve published tens of novels and well over over two hundred short stories dice lui nella sua biografia. Annamobbene).

La questione è che disgraziatamente la produzione dell’autore contiene in sé quella trasversalità di utilizzo che rende la faccenda oltremodo spinosa.


E’ sera, fa freddo fuori, i vetri sono pieni di brina, il giardino condominiale è una pista di ghiaccio per pattinatori professionisti, i bambini dormono ed è pure Halloween? Ok, non è che proprio proprio amiamo Jack O’ Lantern alla follia, ma, via, uno scheletrino non ce lo leva nessuno.


Così, valà, mi leggo di Jack The Ripper, che tanto sono solo 37 pagine, giusto il momento a cavallo della mezzanotte, chè domani, all’alba, sarà già troppo tardi e fuori luogo.

E supponiamo – ci proveremo, poi vi daremo notizie – che “Keepsakes” 2011 letto al momento giusto, potrebbe dare risultati eccezionali.

Insomma, il pensiero allo specchio: rifletto sul mood, e POI scelgo il libro (una sorta di “cherrypicking” de no’ artri), perché DI SICURO, tra tutto quello che questo signore all’apparenza modesto s’è inventato, qualcosa di buono c’è.
Gli amici di Zazie mi sa che ci andrebbero a nozze e il lettore rischia, vedi sopra, la dipendenza.

Ma siì, ma siì (segue gesto vago con la mano destra, di polso, rotatorio da sotto in su, della serie go ahead, via, lascia correre, panta rei)… perché c’è il fascino della short story, quella cosa che vedi e non vedi, una finestra aperta su un mondo già cominciato, e che poi qualcun altro chiude così, all’improvviso, e per una volta – finalmente – ti senti trascinato via, in balìa dello scrittore che, con il lettore, fa quel che vuole lui. E’ l’arte del togliere al posto del mettere, caratteristica principe del racconto ben riuscito. 
Un so-ma-non-so e e non posso sapere, intuizioni di particolari minimi eppure pregnanti, descrizioni accennate ma vivide e significative, dialoghi serrati perché vincolati dall’economia della tipologia narrativa.

Perché delle volte è molto più semplice puntare al malloppone in tre volumi piuttosto che a un minimo sindacabile composto da 37 pagine fronte e retro, come a dire, eh, mo’ te voglio, a rifletterci sopra.