"Venti corpi nella neve", di Giuliano Pasini

L’estate sa di giallo. E di inverno, neve e tempesta sull’Appennino emiliano tra nebbia e sassi, case antiche e vecchie storie mai dimenticate.

Giuliano Pasini è l’autore di questo “Venti corpi nella neve”, uscito già l’anno scorso in ebook con il titolo “La giustizia dei martiri”, una delle 30 opere vincitrici della prima edizione del torneo letterario “Io Scrittore” promosso dal Gruppo Editoriale Mauri-Spagnol. 
Caratteristica peculiare di quello che è divenuto uno dei più noti concorsi web del settore è la modalità di partecipazione dei concorrenti, che ricoprono il doppio ruolo di autori e critici: sono sempre solo i partecipanti a definire la classifica (due manches e una graduatoria finale) e di conseguenza i vincitori. 
L’iscrizione al torneo è gratuita e in palio v’è la pubblicazione in formato ebook per le prime 30 opere ed edizione cartacea per le prime classificate.

Ecco uno stralcio dell’interessante pagina di presentazione del torneo.

“È passato un altro anno e una nuova, fortunata edizione del torneo letterario IoScrittore si è conclusa, (…) dimostrando una volta di più la validità di una formula di scouting innovativa, democratica e al tempo stesso attenta alla qualità delle storie, un’alternativa al self-publishing, così in voga di questi tempi quanto sotto osservazione. Il claim del torneo letterario IoScrittore non vuole infatti essere “Se l’hai scritto, va stampato” quanto piuttosto “Se l’hai scritto, va valutato”. È la logica di un torneo completamente gratuito che garantisce la piena libertà degli autori.

Con questa iniziativa il Gruppo editoriale Mauri Spagnol intende rilanciare una competizione paritaria affidata alla rete che dia nuovamente luogo a una forte comunità di lettori e di scrittori in grado di dar vita a una sfida letteraria democratica e appassionata. La scommessa ancora una volta è che siano gli autori, nei panni di lettori, ad avere l’ultima parola.

Ambientato sull’Appennino emiliano tra Modena e Bologna a metà degli anni novanta, il noir risponde a ben precisi canoni di genere, che siamo felici di ritrovare, limpidi e chiari nei dettagli e nella struttura. Intreccia infatti le vicende personali del poliziotto Roberto Serra, tormentato da un passato angoscioso e vittima di un presente professionale e sentimentale drammatico, a quelle corali della gente del borgo di Case Rosse, comunità ancora scossa dalle vicende dolorose e tragiche ivi accadute durante il secondo conflitto mondiale. Proprio a questi accadimenti si fa riferimento in entrambi i titoli, che rimandano alle numerosi “stragi minori” fatte di lotte partigiane e rappresaglie nazifasciste che insanguinarono diversi paesi dell’area appenninica tra il 1944 e il ‘45.

La trama, lineare, appoggia su una struttura equilibrata – il buon ritmo è scandito dai capitoli che, a seconda dell’oggetto narrativo, variano di lunghezza e alternanza sempre ben tesa tra dialogo e parte descrittiva – e su una scrittura agile e secca, che riduce aggettivazione e ipotassi al minimo. Il legame con la letteratura di genere viene mantenuto sempre chiaro e forte evitando (abilmente) il rischio di scivolare nel temibile gorgo della fiction ad uso e consumo cinematografico.


Capodanno 1995: su un pianoro poco distante dal borgo di Case Rosse, piccolo paese arroccato sulle pendici dell’Appennino tra Modena e Bologna, ai piedi di una stele funeraria a ricordo di alcuni martiri caduti in guerra vengono ritrovati tre corpi, una famiglia orribilmente distrutta. Ad indagare, l’investigatore Serra, che ricopre il ruolo di sostituto commissario nel piccolo paese e che dovrà confrontarsi non soltanto con la strage appena scoperta ma anche, e soprattutto, con i fantasmi di un passato drammatico con cui il borgo di Case Rosse ancora non ha trovato modo di fare pace.


I personaggi sono presentati con destrezza e abilità narrativa attraverso un’attenta selezione dei dettagli e limando la parte descrittiva sino ad ottenere un mix perfetto che, pur guidando il lettore nella giusta direzione, lo lascia libero di sviluppare le proprie doti immaginative creando da sé volti, luoghi e ambientazioni – che nella descrizione secca e precisa di GPasini risultano dipinte a tratti precisi, di acquerello ben teso, e particolarmente evocative. Si pensi alla piazza principale del borgo, avvolta dalla nebbia e illuminata a stento da qualche lume giallo e dalle luci fioche che provengono dalle vetrine dei pochi esercizi commerciali che affacciano sull’acciottolato e sulla statua dell’angelo della morte, vendicatore dei martiri caduti in guerra, a dominare, con il suo nero profondo, l’antico quadrilatero.


Nonostante gli evidenti influssi della narrativa straniera, da Connely a Larsson, “Venti corpi nella neve” è un noir dalle profonde radici italiane, fortemente contestualizzato e caratterizzato nei particolari (evidente la cura bibliografica sottesa alla narrazione). L’opera paga certamente quel debito che l’autore, come dichiarato nelle numerose interviste, dichiarava di avere da una parte con la propria famiglia, anch’essa in qualche modo vittima delle “stragi minori” avvenute nell’ultimo anno di guerra – nel timore che la morte dei protagonisti e lo scorrere del tempo possano portare ad una riscrittura della storia poco veritiera; dall’altra con la propria terra di origine, che l’autore definisce concretamente attraverso le descrizioni paesaggistiche, le tradizioni culinarie e l’uso delle varianti regionali della lingua.


Un romanzo di esordio vivo e brillante, acuto. Autoconclusivo nella narrazione, strizza tuttavia l’occhio a un sequel che speriamo non tardi ad arrivare.

"Il fuoco amico dei ricordi" I&II, di Alessandro Piperno

More about Persecuzione More about Inseparabili Per parlare di Piperno inizieremmo dalle bellissime, e significative, illustrazioni di Werther Dell’Edera che accompagnano i due volumi. 
Una in particolare, non disponibile on line, la trovate in “Persecuzione” e raffigura un atletico Leo Pontecorvo a cavallo. Il pregiato oncologo, agghindato con perfezione metodologica, governa, sciolto, la bestia domata.
Leo, Filippo e Samuel Pontecorvo si misurano, allo stesso modo anche se in momenti e con declinazioni diverse, con un unico demone: la società dello spettacolo. Mostro marino, Giano Bifronte che tramite la gogna mediatica ha l’abilità di trasformare in un delinquente patentato anche l’individuo più mite e tranquillo oppure, al contrario, di innalzare ad eroe civile e icona di stile uno sconosciuto giovane di buona famiglia, che nei primi 35 anni della sua vita non ha certo brillato per doti personali o professionali. 
Da una parte, quindi, c’è Leo Pontecorvo, oncologo pediatrico all’apice della carriera ospedaliera, incastrato in un brutto fattaccio di sesso e pedofilia da cui verrà scagionato solo 20 anni più tardi attraverso una casuale e fortuita riabilitazione intima, familiare – mai pubblica – niente affatto significativa. Peccato che le accuse in questione, e il relativo processo, penale e mediatico, l’abbiano portato nel frattempo ad una prematura (e macabra) scomparsa. 
Dall’altra, Filippo Pontecorvo, primogenito un po’ sfortunato negli studi, lievemente imbolsito dall’età e dalla passione per la buona cucina, vittima di ipocondrie e crisi depressive che tiene a bada con iniezioni di adrenalina (esperienze para-militari, missioni “umanitarie” – che di umanitario hanno poco o nulla se non l’idea di salvar se stesso) e psicofarmaci, affrancatosi dalla vita professionale grazie al matrimonio con una ex-valletta televisiva che, attraverso il conto in banca del padre, gli garantisce un presente florido e un futuro di relativo agio. Il giovane rampollo, grazie ad un’unica opera d’arte composta un po’ per gioco un po’ sul serio, assurge all’olimpo della cinematografia per poi cadere rovinosamente nel turbine del successo e del tritacarne di masse adoranti e/o inneggianti ad una sua precoce dipartita, favorita e auspicata da certi ambienti estremisti. 
Per non parlare di Samuel Pontecorvo, secondo genito brillante e affermato, che finirà per cadere vittima dell’avidità e della spregiudicatezza del mondo finanziario di cui bramava fare parte. 
Descrivendo l’improvvisa e inattesa ascesa di “Fili”, che tutto si aspettava, dall’interno del caldo bozzolo di spettatore passivo del mondo che con gli anni si era ritagliato, tranne che divenire oggetto di culto (e di vendetta) da parte di masse isteriche e pronte a tutto (sia per amarlo, sia per ammazzarlo) pare quasi che A. Piperno ci metta in guardia contro se stesso, e contro quel certo effetto che talune opere di ingegno possono creare nella mente dello spettatore che dell’opera, quale che sia, si trova a fruire. 
E’ questione che il successo molto probabilmente è arte vana, un castello di carte che può cedere al minimo refolo di vento. 
Il brillante oncologo pediatrico cade, vittima prostrata di un meccanismo di caccia alle streghe perverso e morboso (manca solo B. Vespa, con la bacchetta e il diorama della “Villa Pontecorvo” con tanto di scorcio del seminterrato). E poco importa di chi sia la colpa: di certo siamo di fronte ad un delirio di onnipotenza; ma di chi? Di una Lolita de’ noartri, scipita e slavata oppure – perché il dubbio sino alla fine rimane – di un uomo di mezza età che grazie a posizione sociale ed economica pensa di poter dare sfogo a tutte le sue più pruriginose fantasie? 
Allo stesso modo il giovane rampollo si esalta e perde se stesso, grazie ad un’opera d’arte sì interessante e peculiare ma partorita un po’ per caso, un po’ per fortuna, un po’ per nulla, e destinata a non replicarsi. 
Così, ci viene da pensare. 
Chi è Alessandro Piperno: il nuovo Philip Roth, tanto esaltato dai fans e dallo zoccolo duro dei suoi recensori più fidati? Quello che da anni aspettavamo, febbricitanti, in fremente attesa di un altro suo epico, struggente, apocalittico, affresco familiare? Oppure è soltanto uno dei tanti prodotti di un marketing editoriale aggressivo e mirato, un autore come tanti, benedetto dalla dea fortuna, un personaggo qualunque, che dopo tanti anni passati ad arrovellarsi il cervello in attesa dell’idea fulminante non sarà in grado di replicare il successo d’esordio? 
Insomma, Piperno ci strizza l’occhio e ci parla, tra le righe, del criterio della buona misura. E lo fa in maniera gentile, delicata, a-celebrativa. 
Di misura non ne ha avuta Leo Pontecorvo che da perseguitato si fa persecutore di se stesso e della sua famiglia, auto-precludendosi ogni speranza di redenzione attraverso una regressione involutiva consapevole: alla maniera quasi Ballardiana, si reprime e assoggetta se stesso a uno stadio di uomo cavernicolo privato(si) dello spazio vitale, del cibo, della parola, della ragione. 
Non ha misura nemmeno Rachel Spizzichino in Pontecorvo che vittima della buona creanza e di un certo qual puritanesimo che ha il sapore acido della superstizione e della bigotteria, non esita a far proprio il comportamento dei tre primati della vignetta: non vedo, non sento, non parlo (e se c’ero, dormivo). 
Non hanno misura né Filippo né Samuel Pontecorvo, ma non hanno misura nemmeno le rispettive consorti, Anna e Silvia, perse nei propri, personali deliri di onnipotenza. Delirio di onnipotenza che si esemplifica nel comportamento della massa: figure indistinte che possono, allo stesso modo e allo stesso momento, idolatrare e sconfessare – e tanti saluti al senso della misura. 
Piperno ci mette in guardia anche da se stesso, e – ancora una volta, ma com’è che ultimamente ritorna sempre, questo tema? – dall’American dream. Che è un’American Dream casereccio, fatto di questionucole e privilegi di gusto dubbio e sicura provincialità ma sempre permeato dal gusto per il  riconoscimento privato ma soprattutto pubblico e sociale. 
Non c’è sarcasmo nella sua strizzata d’occhio. Piuttosto un impegno che ha del morale senza per forza scivolare nell’epidittico o nel paternale; è per questo che ci sentiamo di consigliare la lettura di “Piperno” sempre con un occhio puntato all’autore, Alessandro Piperno, e alla sua esperienza di scrittore.

"L’alba di Talulla", di Glenn Duncan

More about L'alba di Talulla Nuovo, appassionante capitolo della saga del Moderno Lupo Mannaro, che vede protagonista non più il caro, oramai estinto, Jacob Marlowe (di cui avevamo parlato qui) ma la rispettiva consorte, Talulla Mary Apollonia Demetriou, Lulu per gli amici più intimi. Glenn Duncan non ci fa rimpiangere la figura maschile protagonista del primo volume, presi come siamo nel vortice della narrazione e dall’energia, vigorosa, erotica, animalesca, di un’eroina femminile che finalmente si riappropria con destrezza di tutte le caratteristiche tipiche di un personaggio di successo. 

Talulla Rising è racconto horror, gothic novel, pulp fiction, pregno com’è di fenomeni soprannaturali, sangue – bevuto e versato – e atmosfere mistiche (da una Londra di fascino Vittoriano alle mura bianche di calce e luce lunare del monastero sconsacrato, in terra Greca). Eppure è anche spy story, grazie al tema ben identificato dei complotti internazionali tra società segrete paragovernative e cellule deviate che si contendono, in una lotta senza esclusione di colpi, fra tradimenti, doppi giochi e azioni sul campo degne di Ludlum, il controllo e il dominio su licantropi e/o vampiri (o il merito della loro estinzione definitiva), ma anche diario epistolare, riflessione intima, raccolta di haiku

Qui, in redazione, noi Talulla ce la immaginiamo bella tonda, femminile, braccia forti e seno evidente. Chè siamo un po’ stanchi di queste figurette pallidine, davanti e dietro piatte come tavole da stiro, lacrima facile, spalle curve, occhio languido e sgomento. La forza e la concretezza di Talulla stanno in una compresenza che diviene ad un certo punto paradigmatica: come in lei convivono l’essere umano e il mostro sovrannaturale che – ribadito perentoriamente nel corso di tutta l’opera – non possono essere disgiunti l’uno dall’altro ma al contrario si compenetrano a vicenda, inscindibili, così Talulla è donna e madre, combattente coraggiosa ma allo stesso tempo figura femminile delicata, romantica, appassionata, che ricorda con ardore, nostalgia e rimpianto la breve stagione d’amore passata con l’amato ma che, con evidente senso pratico (senso pratico che l’autore spesso esemplifica attraverso il ricorso alla voce della madre defunta, che Talulla immagina di udire ancora), considera inaccettabile il ruolo di giovane vedova votata alla castità imposto dalla corrente morale (umana). 

Duncan gioca con noi, agile, e lo fa su diversi livelli, stratificati, analizzando vari temi cui occorre prestare attenzione. 

Fortissime per esempio, per lingua e significato, le pagine iniziali sulla maternità (e stupisce – ma forse no – che a scriverle sia stato un maschio): l’atto fecondo di dare la vita attraverso il parto ha come necessaria conseguenza l’espulsione del bambino dal ventre della madre ma non altrettanto necessariamente – e succede spesso – la nascita immediata del sentimento di amore materno verso il neonato. 
La maestria di Glenn Duncan in questo caso è duplice. Senza perdersi in filosofiche interpretazioni dell’argomento, da una parte accenna alla questione, finto vago, attraverso un espediente magico e perfetto: il ricordo ossessivo di Talulla per uno spot pubblicitario di una nota marca di pannolini per neonato. Nel più chiaro e tipico dei cliché moderni sulla maternità, la madre rappresentata in televisione ha pelle e capelli come fosse appena uscita dal centro estetico, indossa vestiti di un bianco verginale, puliti e stirati, e sorride, composta nel suo amore immenso verso la creatura (naturalmente anch’essa sorridente, pulita e vestita di tutto punto) che tiene tra le braccia. Talulla immagina, nel delirio dei pensieri pre (e post) maternità, che la donna in questione, con una torsione di busto degna dei migliori stop-motions di Tim Burton, giri il capo verso l’esterno del televisore, scoccando uno sguardo indignato e disgustato verso la Madre Indegna Del Momento. 

Dall’altra parte, Duncan tende un filo rosso che si dipana lungo tutto il progresso della narrazione e che parte dall’idea di Talulla di aver consapevolmente (e quindi colpevolmente) abbandonato il neonato maschio nelle grinfie dei rapitori – che con un assalto mirato lo hanno strappato alle braccia materne pochi minuti dopo la nascita – a causa della sua tardiva reazione all’assalto; reazione tardiva dettata dall’indifferenza (e forse anche dal fastidio) provata nei confronti della creatura uscita dal suo ventre di mostro. Peccato che questa interpretazione della questione (lo sappiamo noi, lo sa Duncan, ma non lo sa Talulla) proprio non regga. 

In verità non ce n’è una che non ci piaccia, di figura femminile presente nell’opera, anche perché Duncan non fa mistero della sua viscerale passione per il sesso femminile che trasuda da ogni suo approccio descrittivo verso l’altro sesso: si va dalla bella Madeline, bionda lunare sempre pronta stupire se stessa e chi la circonda, all’amore senza tempo della madre-vampira, per arrivare alla chioma rossa – tutina di lattex e coscia tornita – di Josephine, tutta compresa nel suo ruolo di vampira-in-carriera. 

Malgrado le scene pulp, il sesso violento, il sangue versato, la tematica horror e lievemente trash, Talulla rising è per noi un libro dalla femminilità prorompente. Le donne sono i personaggi chiave del romanzo, eroine a tutto tondo per altro in contrapposizione con maschi che per una volta – santo cielo! – non vengono presi, in primis dall’autore, troppo sul serio: si va dai machi super pompati e anabolizzati che passano la loro vita a giocare con pistole e fucili sparattutto (!) nel tentativo di sdoganarsi da vecchie madri e sorelle iperprotettive a cui avevano votato infanzia e adolescenza, a energumeni paleopreistorici – ascella pezzata e microcervello, pugni, alitosi e aggeggio sempre pronto allo stupro – a giovani lupi mannari che, una volta rapiti dall’estasi dionisiaca, dimenticano qualsiasi responsabilità etica, civile, morale. 

Se per certi versi Talulla rising dovrebbe essere seguito con distacco, senza tante pretese di immedesimazione, assaporando gli eccessi, le atmosfere pulp e il divertimento che ne consegue, dall’altra occorre di necessità soffermarsi con attenzione sulla parte più intima del romanzo, per godere appieno della scrittura e dell’arte di un narratore che affabula e rapisce. 

*** 
Un ringraziamento particolare agli amici di @Bookrep e @isbnedizioni (@albaditalulla) che con pazienza e perizia sono riusciti a domare un file #ebook particolarmente… capriccioso. Grazie!

“Stoner”, di John E Williams – una serata di lettura condivisa (terza e ultima parte)

More about Stoner Terzo e ultimo appuntamento nel salotto di @tempoxme_libri per concludere la lettura e l’analisi di #Stoner, insieme alle bravissime @leggendolibri e @SedCetta che hanno animato una discussione appassionante, ricca di spunti e di confronti. 
Aree di analisi, come sempre suggerite da Giuditta: 
  1. Valutazioni generali e conclusive 
  2. Letteratura e Amore 
  3. Grace 
  4. La morte del protagonista 
Valutazioni generali e conclusive 
Il testo, completata la lettura nella sua interezza, ha restituito alle lettrici impressioni e sensazioni mutevoli e cangianti. 
– Per @Sedcetta l’autore ha raggiunto lo scopo; fondere stile e contenuto nel rappresentare, attraverso una scrittura piana ed essenziale, un’esistenza caratterizzata dalla presenza di pochi avvenimenti di rilievo “in una sorta di silenzio ovattato in cui la vita vera resta fuori”. 
– Per @tempoxme_libri invece il giudizio sull’opera si è modificato radicalmente: la trama da avvincente si è fatta sempre “più lenta e scontata (…) rasentando la noia e la ripetitività”, malgrado questo fosse, molto probabilmente, l’effetto esatto a cui l’autore dell’opera voleva tendere: l’incompiutezza (@Tempoxme_libri) e l’inganno teso al lettore, sempre in attesa del riscatto che invece non arriverà mai. 
La storia di Stoner, indubbiamente, non vuole essere consolatoria. Questa analisi porta con sé, di necessità, alcune altre osservazioni: 
– Le ultime 13 pagine: il racconto, lirico e denso di significati, della morte del protagonista. 
– La “mediocrità” del personaggio Stoner, il ricordo lasciato ai posteri (si veda la diatriba con il collega Lomax, che in pratica sarà l’unico ricordo che studenti e professori avranno del professor Stoner, malgrado gli anni spesi dal protagonista nell’insegnamento e nella condivisione di quel sapere raggiunto con così tanta fatica). 
“Il personaggio Stoner non ne esce bene. Perdente nella vita e nella morte anche nel ricordo che lascia di sé. Quasi come una sottile vendetta dell’autore per aver banalmente lasciato scorrere la sua vita senza viverla” per @SedCetta; “Credo che con la morte Williams voglia riscattare il suo personaggio, attraverso il lirismo e la consapevolezza (credibile)?” per @Tempoxme_libri 
Altro punto analizzato è la concezione del femminile, che a tratti pare scivolare verso connotazioni maschiliste e vagamente misogine. Si approfondisce il tema nelle sezioni relative. 
Letteratura e Amore 
Che sono le “uniche due occasioni” (@tempoxme_libri) in cui Stoner potebbe decidere del proprio destino – “ma l’inettitudine prende il sopravvento” (@tempoxme_libri). 
La storia d’amore con Katherine è figlia del suo tempo. Nonostante l’intensità del sentimento è destinata a fallire dal principio, proprio perché extraconiugale e a-sociale. Impensabile (e poco credibile) che un uomo dell’epoca potesse anche solo tentare di opporsi alla morale corrente difendendo a spada tratta un amore adulterino. Sentimento che comunque non morirà neppure a seguito dell’allontanamento e della separazione, vedasi la dedica con cui Katherine “pagherà il debito di riconoscenza dei confronti di Stoner” (@Tempoxme_libri) inviandogli “quasi un messaggio d’amore in codice”. 
Lo studio delle lettere è appagante per Stoner, e l’insegnamento lo completa. Per @Tempoxme_libri la rappresentazione dell’ambiente universitario è positiva, malgrado competizioni e rivalità. E’ il luogo della realizzazione e dell’amicizia profonda e duratura. Eppure, curioso il ricordo che studenti e professori serberanno di lui (“Nient’altro se non il carattere particolare, le sue “stranezze”, spesso i falsi aneddoti” – @Tempoxme_libri nella sezione “Valutazioni generali”), che sarà irrimediabilmente collegato alla diatriba ventennale con il collega Lomax. Un altro “feroce attacco del destino” (@Tempoxme_libri nella sezione “Valutazioni generali”)? Al posto della passione per le lettere, del saggio pubblicato, delle lezioni appassionanti, tutto ciò che verrà ricordato sarà, ahinoi, puro gossip. 
Un’osservazione più generale si impone a questo punto sul presunto “vittimismo” del protagonista, che pur avendo davanti a sé l’esempio, sia nella vita culturale, sia in quella politica e sociale, di uomini e studiosi illustri, non accenna ad un alcun, seppur vago, miglioramento personale. Vittimismo (@appuntidicarta) o mera inettitudine (@Tempoxme_libri)? 
“Stoner è vittima di se stesso, per cui non si lamenta. (…) C’è quasi un sottile compiacimento (…). Infondo chi è vittima e carnefice può sempre puntare il dito e delegare le responsabilità ad altri. Al mondo accademico chiuso, alla moglie mai cresciuta, alle regoli sociali. (…) Stoner fallisce perché non ha gli strumenti per andare oltre. E questa è incapacità. Però di questa incapacità si compiace, è rassegnato” (@SedCetta). 
@appuntidicarta: “Da una parte si celebra l’iniziativa personale (il figlio di contadini che si emancipa con lo studio) lodando l’idea del yes we can. Dall’altra si sconfessa questa idea – tant’è che una delle questioni fondamentali del libro, non dimentichiamolo, è l’incomunicabilità tra le generazioni. (…) E’ una questione molto attuale che serpeggia e viene spesso analizzata da molti autori USA contemporanei che evidentemente si trovano, in questo periodo di forti cambiamenti, a fare i conti con un modello di vivere personale e sociale a cui avevano dato cieca fiducia nel passato ma che ora, pur con tutti i suoi pregi, evidenzia anche i molti difetti, primo tra tutti la mononuclearità famigliare”. 
La discussione si conclude con un bellissimo intervento di @SedCetta: 
“Il fatto che molti scrittori contemporanei negli USA avvertano il disagio di aver posto cieca fiducia in un modello sociale fallimentare la dice lunga sull’incomunicabilità generazionale. Forse noi non concepiamo un simile modello perché, nonostante gli errori evidenti, abbiamo ancora radicato un modello familiare più attento e protettivo”. 
Grace 
“Forse la più tragica e sconfitta” (@Tempoxme_libri). 
Anche Grace è figura del suo tempo, al suo tempo adeguatasi in tutti i cliché: dall’infanzia inamidata di fiocchi e crinoline, all’adolescenza postbellica e ribelle, all’età adulta segnata dall’alcolismo. Incuriosiscono i modi secondo cui Williams pare incrudelirsi nei confronti delle figure femminili che, a parte Katherine, vagano tutte per il mondo in stato semicomatoso tra isteria e fallimento. 
Si riflette sul punto di vista della narrazione
@appuntidicarta: “Banalmente, Grace è il risultato. Un esperimento scientifico, quasi: – metti un tipo come Stoner, che si sposa con una tipa come Edith. ecco cosa ne può nascere – 
Ho l’impressione che ogni tanto Williams si sia “divertito” nell’osservare questa famiglia dall’esterno. Ogni tanto, poi non ne è capace neanche lui, ed è questo che mi ha interessato, questo continuo “andar fuori e poi di nuovo all’interno” … gettando una briciola di formaggio, iniettando delle sostanze velenose, come topolini da laboratorio”. E vedere… l’effetto che fa. 
Nella sezione “Valutazioni generali” si era fatto cenno (@leggendolibri) all’importante tematica della contestualizzazione dell’opera, che pur nella sua evidente attualità, è, e rimane, datata 1965: durante  il secondo conflitto mondiale le donne cominciano appena a sostituirsi agli uomini nelle attività quotidiane e nel lavoro in fabbrica, quindi è “consona” (@leggendolibri) una certa lettura delle figure femminili. E’ Grace ad essere “avulsa” da questo contesto: “Perché la morte di Stoner avviene dopo un po’ di tempo dopo che è finita la seconda guerra mondiale, quindi è plausibile che la ragazza viva un periodo di riscatto delle donne che hanno lavorato mentre i mariti erano in guerra e quando questi ritornano non sono disposte a tornare a far le pulizie e a ricamare. Quindi le opportunità che ha grace sono ben diverse, da quelle che ha avuto per esempio sua madre” (@SedCetta)
La morte del protagonista 
Eccoci qui, alle famose 13 pagine sui cui @leggendolibri (qui) riflette con attenzione e a cui vi rimandiamo. 
“Un lungo, estenuante addio alla vita, vissuto senza eroismi” (@Tempoxme_libri). Tutte concordi nell’osservare il profondo lirismo delle pagine perfettamente equilibrate nella sostanza e nella forma a parte @Tempoxme_libri che lamenta un eccesso di “impressioni diluite e immagini metaforiche”. 
Assistiamo sicuramente ad un momento di epifania. Stoner, che non è mai riuscito (o non hai mai desiderato) possedere una percezione chiara di se stesso, nel momento della morte raggiunge, in qualche modo, una consapevolezza più intensa di sé e del mondo che lo circonda. Ma la consapevolezza si risolve in una morte “come l’aveva desiderata” (@SedCetta) oppure in una “epifania del nulla”?
“Tra le mani il libro da lui pubblicato, decenni addietro, fuori dalla finestra la primavera e alcuni ragazzi che corrono sul prato” (@appuntidicarta) “nell’illusione che la sua vita abbia avuto un senso” (@Tempoxme_libri). 
Io ringrazio tutte le protagoniste che hanno allietato queste tre serate, che ho vissuto con attesa, interesse e partecipazione: prima di tutto Giuditta, gentilissima padrona di casa, seguita dalle brave – e competenti – @SedCetta, @leggendolibri @colvieux). Grazie a tutte per l’impegno, la passione, la discussione, il confronto.

-> potete trovare qui e qui rispettivamente la prima e la seconda parte della lettura condivisa su #Stoner.

"Matched", di Allie Condie

More about Matched Ebbene sì, questa volta parleremo di Young Adult, genere letterario che vuoi per età anagrafica vuoi per temi narrativi non si annovera (o meglio, non riesce ad annoverarsi, mica lo scartiamo noi a priori) tra le nostre letture quotidiane. 
La “proposta” (poi si capirà il perché delle virgolette) è arrivata dal’amica Miriam, che, rimembrando i suoi fasti passati di cultrice delle Lettere, domenica scorsa mi ha apostrofato con un Γνῶθι σεαυτόν (gnôthi seautón) così imperativo da non consentire dibattito alcuno. 
Ovvero, cosa rispondere se la tua primogenita 13enne sfoglia “Matched” in libreria e ti dice che sì, è quello, il libro che vorrebbe in regalo. 
Secondo il vecchio adagio Miriamesco, anzi due, per cui: 1. “Per combattere il nemico (ovvero l’AM – Adolescente Medio, ndr), devi conoscerlo” 2. “Ho tre figli di cui uno un pieno svezzamento, cara, figurati se adesso ho il tempo di leggere (*), è andata a finire che mi sono ritrovata a scaricare il suddetto “Matched” dal web (santi @Bookrep) con l’ordine perentorio di leggerlo e recensirlo, via email naturalmente, alla diretta interessata; deadline “suggerita”: 72 ore. La mia obbedienza è stata immediata, cieca e assoluta. Anche perché Miriam è donna verace, di braccia possenti e carattere sanguigno: quindi, sempre meglio rifletterci. Prima, possibilmente. 
La questione è che mai richiesta fu più inutile. Di ore, dicevo, ce ne abbiamo messe non più di otto. Trascinati dalla trama, e – ovviamente, come c’era da aspettarsi – da una scrittura agile, eppure (surprise!) né sciatta né standard (come ben esemplificato in un recente articolo @La_lettura, a firma L. Ricci), abbiamo affrontato questo urban-fantasy-distopico romanzo sentimentale (ma non solo) che ha dalla sua alcune peculiari e interessanti qualità. 
Prima fra tutte il particolare per l’universale, bel grimaldello per far leva sulla curiosità intellettuale delle nuove generazioni. 
La scelta dell’autrice, ossia contestualizzare la parte romance della trama, chiaramente molto evidente, all’interno di un futuro prossimo che risponde adeguatamente ai canoni della narrazione distopica, è chiara e netta: una (ancora) non ben definita Società, guidata da un Leader carismatico, governa una fetta consistente del Pianeta Terra. Tutto pare aver avuto origine da una catastrofe tecnologica non (ancora) ben identificata, che ha modificato radicalmente le abitudini di vita del genere umano. 
E’ mantenuta, anzi esaltata nel corso di tutta la narrazione, una delle caratteristiche fondamentali della narrazione distopica: l’accento e la focalizzazione sulla vita sociale e di relazione. In “Matched” La “Società” (in senso lato, un particolare tipo di corporazione o gruppo di potere, tipica presenza della narrazione distopica) ha preso il sopravvento sul consueto vivere civile, minandone le caratteristiche salienti (libertà di culto, espressione, movimento, circolazione delle merci etc – qui in particolare si innesta la vicenda sentimentale, grazie all’entrata in scena del “match” appunto, l’accoppiamento “guidato” dei giovani da parte della Società, secondo rigide analisi volte a promuovere una progenie sana e forte), e favorendo tra l’altro la nascita e la proliferazione di società segrete e movimenti di ribellione clandestina. 
La contestualizzazione è precisa, seppur semplificata nelle sue caratteristiche distopiche dato il target primario a cui l’opera si riferisce. Non abbiamo (ancora) dati rilevanti sulla costituzione della Società, né sulla sua struttura né sulla sua organizzazione (e chissà se li avremo – annotazione importante); manca una parte più specifica riguardo altri aspetti del vivere civile e morale, per esempio il rapporto con la stampa o quello con il sentimento religioso. Eppure, solo il fatto che ci sia ritrovati ad affrontare una contestualizzazione così tipica ci offre la possibilità di illustrare al giovin lettore quel particolare, e senz’altro curioso, sottogenere della fantascienza e del fantasy che prende il nome di narrativa ucronica (e diacronica). E magari, chissà, ad avvicinarlo alla narrativa di genere, ma più “adulta”, da cui l’opera deriva e prende spunto. 
L’altra questione che ha molto sorpreso, e che differenzia quest’opera rispetto ad altre YA, è l’attenzione verso il libero arbitrio (il cui uso va imparato e allenato con la pratica) e verso le conseguenze che ogni scelta, o non-scelta, produce su se stessi e sugli altri. 
Negli ultimi anni ci siamo un po’ assuefatti ad eroi ed eroine (fatto salvo Harry Potter, sovrano detentore, almeno nei primi libri, del supremo titolo di “Colui-che-fa-le-peggio-stupidate-e-non-se-ne-accorge-se-non-al-capitolo-trenta”) per le quali il meccanismo di scelta o viene costantemente inibito – perché il fato governa su tutto – o relegato a un mero pretesto narrativo fine a se stesso che a conti fatti non inficia la vita né di chi agisce, né di chi subisce. Niente di più falso e fuorviante. 
La protagonista di “Matched”, Cassia, pur nell’ingenuità dell’età e nella semplificazione data dall’impostazione narrativa scelta dall’autrice, affronta i drammi piccoli e soprattutto grandi dell’esistenza con le sue sole forze, ossia senza l’intervento né di eventi soprannaturali, né creature magiche o demoniache; e nemmeno grazie alla presenza di particolari doti personali, magari sconosciute e “venute fuori” con la pubertà (al pari dell’acne). 
Ci troviamo di fronte, finalmente, ad una ragazza che affronta delle responsabilità crescenti (tra cui, per altro, anche la questione del matrimonio) con altrettanta crescente consapevolezza, nel tentativo (vedremo poi, se riuscito) di preservare non soltanto se stessa e il proprio futuro, ma anche quello che, di sé, è oramai il passato e deriva in primis dalla propria famiglia di origine, di cui Cassia riconosce, in modo profondo e chiaro, il ruolo educativo (vedi il rapporto con il nonno, simbolo vivente, attraverso il manufatto che le porta in dono, del valore del passato e della memoria). 
Per altro, in una realtà quale la nostra, dominata da un surplus di connessioni e informazioni, è interessante la riflessione, che potrebbe derivare dalla lettura dell’opera, sull’importanza dell’espressione artistica e culturale di qualità: opere dell’ingegno umano quali musica, teatro, danza, scrittura, fotografia, arte. 
A Miriam ho consigliato il bollino giallo; come succede in tivù. E non per questioni di mera censura (sacrableu!) ma perché credo che “Matched” potrebbe dare il meglio di sé – perché si presta bene all’esperimento e offre diversi spunti interessanti – qualora un adulto proponga, al termine della lettura, una discussione leggera e per caso sui temi di cui sopra affrontati dall’autrice.
Sorvolando sulla parte romance, che va vissuta, come dire, in tutta l’intimità della beata adolescenza. 
E speriamo che il secondo e terzo volume siano all’altezza del primo.
ps. per altre, più compete informazioni su distopia e ucronia, cliccate qui


(*sostituire a piacere la parola “leggere” con: dormire/andare in piscina/ depilarmi/ fare se**vietato ai minori**) 

“Stoner”, di John E Williams – una serata di lettura condivisa (parte seconda)

More about Stoner Il passato lunedì, 7 Maggio (perdonate il ritardo) ci siamo ritrovati ospiti di @Tempoxme_libri per la seconda parte della nostra lettura condivisa (se volete rileggere la prima, potete farlo qui). Partecipanti attive, oltre alla gentilissima padrona di casa, le bravissime @colvieux @SedCetta e @leggendoLibri che hanno animato una discussione equilibrata, ampia, strutturata e divertente. 
Ancora quattro le aree tematiche proposte e analizzate: 

Le figure femminili nel romanzo 
L’attenzione è chiaramente focalizzata su Edith, moglie di Stoner e madre della loro figlioletta Grace. Si è convenuto sulla forza espressiva del personaggio-Edith, ben delineato in tutti i suoi tratti peculiari. 
“Moglie-bambina sempre uguale a se stessa” (@SedCetta), emotivamente instabile e inafferrabile (@Tempoxme_libri), Edith è capricciosa, volubile, spesso consapevolmente cattiva. Risentimento e vendetta di figlia incompresa sono riferiti al padre assente e autoritario (@colveaux) ma proiettati sul marito, di cui rifiuta l’affetto e la sessualità e che mira, con lucidità e metodo, a distruggere (@SedCetta): nei suoi spazi (lo studio smantellato), nelle sue relazioni intime (la figlia rubata), e in quelle professionali (studenti e colleghi, la stesura del secondo libro abbandonata). 
Il giudizio rimane sospeso, molte le questioni aperte che speriamo siano riprese nei capitoli successivi: su tutte, la distruzione meticolosa degli oggetti d’infanzia regalati dal padre, un falò che Edith appicca nella sua camera di ragazza, al suo ritorno a casa in occasione del funerale del genitore, morto suicida in seguito al crack finanziario subito con la grande crisi del ’29. Una scena scabrosa e violenta che rientra perfettamente (@colveaux) nell’economia del racconto alla voce “la trasformazione di Edith”. 
Rimangono per ora irrisolti i nodi attorno al rapporto ambiguo, appena accennato, con Lomax, il collega amato-odiato di Stoner, e con la figlia Grace che Edith tenta in ogni modo di sottrarre al controllo del padre, che invece dimostra per la figlia un affetto sincero e attento, anche nelle cure quotidiane, che va ben oltre i consueti canoni dell’epoca. 
I lutti e le lacrime 
@Tempoxme_libri pone l’accento sull’importanza fondamentale che riveste la serie di lutti che affligge la famiglia Stoner nel corso della parte dell’opera analizzata: il padre di Stoner, il suocero, il vecchio professore. Una “vera rivoluzione” (@Tempoxme_libri) per entrambi i personaggi principali: Edith alla morte del padre dà il via alla sua “trasformazione”. Stoner affronta per la prima volta forse una commozione partecipe, tanto da sfociare nel pianto – così inusuale per una figura così riservata – alla morte del mentore universitario. La morte dei genitori, per entrambi i protagonisti, è fonte di riflessione e crescita interiore – riflessione che poi chiaramente verrà intesa ed espressa in maniera diametralmente opposta. 
Interessante il dibattito che segue: @coilveax pone l’accento sull’asetticità delle relazioni, un’“anaffettività totale e devastante ma tranquilla, resa normale e inquietante dallo stile e dalla narrazione” che viene mitigata soltanto dal rapporto padre-figlia: “complicità silenziosa (…) Ma un silenzio caldo, in un racconto quasi gelido”. 
L’ambiente accademico 
Che in questa parte del romanzo è approfondito e tratteggiato con grande efficacia tra professione, amicizie e rivalità. 
A casa Edith, qui l’alter ego, Lomax, brillante e avvenente studioso, con cui Stoner ingaggerà un’aspra e feroce battaglia che si fa specchio della guerra privata: anche qui un giovane conteso, Walker, il pupillo zoppo [nb, Walk-er è tutto tranne uno che cammina… attenzione] del professor Lomax che cerca un riscatto attraverso il ragazzo, così come Edith cerca un riscatto nei confronti della figura maschile del padre/marito assoggettando la figlia. 
@Tempoxme_libri sottolinea poi il tema dell’amicizia e della familiarità instaurata da Stoner con il collega Finch, che si adopera attivamente (e si espone) per salvaguardare l’integrità morale e professionale dell’amico nel corso della vicenda Walker. 
Lo stile 
Discussione animata e ricchissima di spunti che ha visto protagonista soprattutto @leggendolibri che espone i propri dubbi riguardo la validità dell’opera. Lo stile “veloce, scorrevole e fluido” (@Tempoxme_libri) è un pregio o un limite? Secondo @leggendolibri il testo scorre perché non ci sono argomenti di rilievo da esporre: siamo di fronte ad un “romanzo cometa” da cui “l’eccezionalità è bandita”? Per @SedCetta e @colveux si rileva sì un’“asciuttezza piatta” che tuttavia è adeguata al racconto e “funzionale al tema del narrato”: una “lucida e inquietante banalità del male” (@colveaux): la mancanza di relazioni umane vive e forti spinge a “piccoli grandi crimini affettivi” che vengono compiuti “con la più assoluta naturalezza”. 
Ecco qui l’immagine che abbiamo eletto rappresentativa dell’opera: 
Dicevamo – l’assenza di passioni, il silenzio, l’incomunicabilità – insomma tutti qui temi che lo scrittore vuole affrontare (e vuol far affrontare al lettore) sono ben rappresentate non soltanto dal ritmo narrativo e dallo schema tematico dell’opera, ma anche dallo stile che ben si adatta con la sua scarna essenzialità. 
Molte le domande a cui non siamo riuscite ancora a rispondere: prima fra tutte, la presunta “mediocrità” di Stoner tra desiderio di felicità e speranze disilluse. A seguire, siamo curiose di verificare la consistenza della trama: ce l’aspettiamo divisa in tre parti (giovinezza e mutamento / età adulta e sviluppo della personalità – vita personale e professionale / età avanzata) ed equilibrata nel recuperare ciò che è rimasto in sospeso. Siamo d’accordo con @leggendolibri quando sottolinea che la lettura di quest’opera presuppone un impegno massimo del lettore che, lungi dall’essere mero spettatore di una vicenda (eventualmente immedesimandosi in essa), è chiamato ad uno sforzo di lettura non indifferente per interpretare ogni singolo non-avvenimento: ma l’opera cosa deve provocare? Emozioni, o reazioni? (@SedCetta). Ad ogni modo si sottolinea l’estrema attualità del libro che pur profondamente contestualizzato nello spazio e nel tempo riesce a valicarne i confini per proporci una lettura che può essere affrontata anche alla luce della nostra epoca. 
Affrontiamo la lettura dei capitoli finali e attendiamo con ansia il prossimo appuntamento (in agenda per domenica 27 maggio, ore 22) per la discussione conclusiva. Grazie ancora a @Tempoxme_libri per l’ospitalità. 

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Serata di lettura condivisa: “Stoner”, di John E Williams, Fazi Editore, 2012, 10-conclusione
Venue: @tempoxme_libri | #Stoner
Date/Time: Lunedì 21 Maggio 2012, ore 22.00

"Venivamo tutte per mare", di Julie Otsuka

More about Venivamo tutte per mare(Ovvero: nelle sbiadite fotografie color seppia che giovani donne stringono tra dita minuscole e conservano poi in scatole laccate, buste gialle di cartone consumato, valigie e bauli di legno, è contenuta tutta l’ipocrisia del mondo che verrà). 
Il testo, annoverato dal New York Times tra i titoli migliori del 2011, non appartiene al genere del romanzo. Riferisce piuttosto al teatro, e in special modo alla tragedia greca classica: luogo deputato, per antonomasia, all’espressione corale delle moltitudini. Nella struttura della tragedia greca, specialmente in quella Eschilea e Sofoclea, che è programmatica a riguardo, al prologo (“tutta la parte che precede il coro” secondo la definizione di Aristotele) succede il parodo, ossia il primo canto del coro. Canto che poi si alterna, secondo una specifica sequenzialità, durante tutto il corso dell’azione scenica, tra episodi e stasimi, ovvero le esibizioni del coro stesso, che successivamente all’entrata in scena sono statiche, ovvero prive dell’elemento della danza che invece contraddistingue il primo canto. 
Costituito da un numero preciso di elementi ed obbediente a determinate, e rigide, regole formali e contenutistiche, il coro rappresenta di volta in volta una moltitudine (di cittadini : Tebani – cfr Sofocle “Antigone” / “Edipo Re”, di anziani : di Argo – cfr. Eschilo “Agamennone”, di fanciulle e/o donne : cfr Eschilo “Coefore”) e ha il compito di illustrare e commentare la situazione che si sta svolgendo in scena. 
La bidirezionalità tra il coro in scena e la moltitudine della folla sugli spalti è sempre forte ed evidente, almeno nel momento più classico della tragedia. Lungi dall’affidare la narrazione ad un’asettica impersonalità, il coro evidenzia, e sottolinea, attraverso l’espressione della moltitudine, il sentire comune e ha un effetto seduttivo ed ipnotico sull’ascoltatore che, liberandosi dall’ “io” della narrazione, si immedesima, invece, nel “noi” della moltitudine, che non è soltanto spettatrice dell’evento, ma pienamente coinvolta in esso, e da esso. 
Questo, in sintesi e tecnicamente, ciò che ci accade anche durante la lettura delle vicende narrate da Julie Otsuka nel suo “romanzo corale”. La questione però, come spesso accade, è altra, più complessa, nascosta tra le pieghe della fruizione del testo. La verità è che rimaniamo affascinati e turbati da un simile espediente narrativo (e scenico), che ripercorre, pur nella sua letterarietà (ma anche grazie ad essa, che non scivola mai né nel sentimentale, né nel patetico) due specifici drammi storici accaduti oltreoceano nella prima metà del ‘900: la tratta delle “spose in fotografia”, giovani ragazze giapponesi vendute dalle famiglie, attraverso la pratica dei sensali, ai connazionali immigrati, che desideravano un matrimonio rapido e sicuro, e quello, parimenti drammatico, delle deportazioni dei cittadini americani di origine giapponese volute da F.D. Roosvelt a seguito dell’attacco a Pearl Harbour. La narrazione, affidata ad un generico “noi” che comprende tutte le centinaia di giovani ragazze deportate in massa, prima dalla terra di origine, e poi verso i campi di internamento, colpisce perché è profondamente, intimamente femminile. Le donne, sradicate dai propri affetti e dalle proprie abitudini, vengono affidate, sole, ad un destino che ha il sapore del Fato – ineluttabile come nella tragedia greca. L’uomo che pecca di ubris (tracotanza, potremmo tradurre) agli occhi degli dei viene condannato. Sta china, non alzare il capo, lascia parlare me – intima il marito appena conosciuto. Lavora sodo, non ti fermare, sarchia, monda, estirpa le erbacce, sfrega la biancheria fino a farti sanguinare le mani – ordina il padrone. Fai il tuo dovere di moglie e soddisfa tuo marito, partorisci i suoi figli – scrivono le madri dalla terra lontana. La dimensione della donna è analizzata e declinata in tutte le sue forme: dai sogni della giovinezza, intrisi di romanticismo e speranza (un banco kimono di nozze; quel bell’uomo visto solo in fotografia, così distinto – sarà il direttore di un negozio, o un capo officina in uno stabilimento, o un contabile?), alle difficoltà della vita adulta sia nella dimensione personale (l’amore, il sentimento, la maternità) sia in quella lavorativa, professionale. 
Si percepisce subito, all’istante, la presenza di una ricerca bibliografica accuratissima che rende le vicende narrate reali, concrete, contestualizzate. La magia della narrazione sta proprio in questo non-sensazionalismo. Sarebbe stato facile scivolare nell’asetticità del reportage giornalistico oppure, peggio ancora, cedere al fascino del sentimentale, scegliendo di raccontare una o due storie particolari, che avrebbero preso il lettore “di pancia” escludendo tuttavia il valore della testimonianza storica e limitando la capacità di immedesimazione. 
Vi lascio con le magistrali fotografie di Dorothea Lange, che per tutta la sua carriera professionale si occupò in primis di migranti e conflitti bellici. Buona lettura. 

ADC e #librinnovando: geek mum @ work

E’ che a me, di #librinnovando, è piaciuto tutto.

Ora, non mi permetterò di raccontarvi per filo e per segno quel che è successo e quello su cui si è dibattuto. Altri hanno fatto, e stanno facendo, molto meglio di me. Vorrei prenderla un po’ alla lontana, perché a dire la verità sono state proprio alcune sottotematiche particolari, a risvegliare la mia curiosità.

Nei giorni precedenti all’evento ho segnalato il convegno ad amici e conoscenti; di persona, via email, via Twitter. Curiosamente, qualche volta in più di quanto avrei ritenuto standard, mi sono sentita rispondere che le questioni erano un po’ “troppo” – per un pubblico medio-competente. Troppo tecniche o, paradossalmente, all’inverso, troppo poco approfondite.
Ebook? Non me ne occupo, preferisco la carta. Editoria? Naa, ne sento parlare tutti i giorni. Formazione? Non è il mio campo, ci sono i professori. Biblioteche? Non ci vado mai.

Spesso mi capita di domandarmi se oggi ci sia ancora qualche argomento relativamente al quale riteniamo di avere la capacità di dire che non ci interessa. Semplicemente, non credo sia più in nostro potere, soprattutto per quanto riguarda le questioni culturali. Per più di un fatto.

La nostra vita professionale è precaria nel senso più profondo del termine, contratto a giornata o a tempo indeterminato che sia. Perché nessuno di noi può sinceramente affermare di possedere quella certezza assoluta, quella di sapere, intendo, dove sarà tra dieci anni, e – soprattutto – di cosa si occuperà.
In realtà rifletto poi anche su altro.

Ci capita sempre più spesso di diventare genitori ad un’età sicuramente più avanzata rispetto alla generazione che ci precede. Qualche indubbio vantaggio (acume, esperienza, conoscenza del mondo e di se stessi – questioni che forse a 20 anni erano tutt’altro che risolte), se ben gestito, può controbilanciare con lungimiranza le evidenti difficoltà che la medesima età anagrafica pone sul nostro cammino genitoriale: lo scarto generazionale, l’approccio educativo della scuola moderna, lo sviluppo cognitivo dei bambini che al giorno d’oggi risulta assolutamente imparagonabile al nostro.

Se vi è capitato di imbattervi in un bambino di 4 anni intento a sfogliare un tablet, avrete capito molte cose. Una su tutte, l’esperienza della lettura:qualcosa di profondamente, intimamente diverso rispetto a quello che era per noi. Perchè per un bambino di 4 anni ciò che conta sono le parole.
La differenza, lo scarto tra i vari supporti,è minimo. Esiste, ma è uno scarto che presuppone soltanto, e quando c’è (perché non c’è sempre), un momento di fruizione diverso: talvolta non intercambiabile ma quasi sempre non esclusivo, e comunque secondario.

L’idea di fondo è la separazione (ripeto, solo se esiste) delle esperienze sensoriali: tanto quanto il tablet può essere utile durante la giornata, perché te lo porti dalla nonna, nello zainetto, perché sta in poco spazio, lo accendi quando vuoi e ci puoi leggere tante cose sopra, così il libro è il momento della nanna o delle guance rosse di febbre; è il momento della mamma e del papà, del profumo della camomilla calda, della carta liscia, dei segnalibri di legno, delle storie che sono sempre quelle, belle proprio perché le conosci già a memoria.

Non c’è dicotomia, non c’è guerra, non c’è fazione: mettiamoci tranquilli, rilassiamoci. Nulla sparirà, wounded on the battle field. Né il libro, né l’ebook. Almeno per ora.
C’è solo una libera scelta, che nel futuro sarà soltanto dell’individuo adulto ma che per ora è affidata (anche) alla responsabilità e alla sensibilità del genitore che si deve fare primo garante dell’educazione dei propri figli, oggi più che mai.

Ora: se non c’è dicotomia per lui, dico, per quel tipo basso, sotto al metro e dieci, che in questo momento potrebbe girarvi per casa, mi domando perché ce ne debba essere per me.
Dal mio punto di vista non ha (più) senso, perché il mio obiettivo ora come ora non è leggere solo per me, ma leggere anche per lui, facendo in modo di trasmettergli, per osmosi, una nozione di lettura che sia sì corretta, ma anche, e soprattutto, confacente al suo io.
E per farlo mi occorrono prima di tutto informzioni, che posso recuperare soltanto attraverso l’ascolto: di quello che è il bambino e di ciò che desidera per sè.

Ritorno al punto. Ecco perché penso che sia di nostra responsabilità anche tutta una serie di questioni secondarie dentro cui spesso mi smarrisco, perché le vedo archiviate un po’ troppo in fretta, o delegate ad altri, per altro in futuro prossimo di incerta declinazione spazio-temporale.

Come per esempio ri-pensare al valore della libreria. Sia negozio di catena sia indipendente. Un centro nevralgico, una psicogeografia fatta di scambio, comunicazione bidirezionale (lettore/libraio), esperienza sensoriale. Ecco perché, personalmente, mi fa specie trovare, in libreria, il dispenser ben rifornito delle cewingum o l’espositore delle agende – ma non inorridirei se accanto all’edizione cartacea del libro che cerco fosse disponibile pure, (in non so che modo), quella in ebook. Perché, sempre guardando la questione dal punto di vista di quel tipo basso che vi gira per casa, l’idea del formato viene soltanto dopo, solo alla fine di un percorso di scelta consapevole. E mai all’inizio. All’inzio ci sono le parole, o le immagini: e solo poi arriva il come leggerle (o farsele leggere). La scelta non è mai quella del se leggere o meno, ma del come.

Penso anche alla questione della ricontestualizzazione delle biblio-teche, che passa anche dalla semantica lessicale. Il nomedella biblio-teca. La bilbio-teca per un bambino in età pre-&-scolare è qualcosa di molto più social rispetto a quello che era (e rimane) per me.In biblio-teca un bambino ci va non solo per leggere un libro, ma anche per ascoltare qualcuno che racconta (o legge) delle storie, assieme ad altri bambini, o per vederle, quelle storie, magari sul video di un pc.

Le nuove tecniche dell’insegnamento.
Non credo che esse debbano prescindere, oramai, da certe tematiche di fondo quali l’auto-aggiornamento volontario degli insegnanti. Per un puro, semplice prinicipio, totalmente scollegato da qualsiasi discorso relativo alle questioni politico-sociali che entrano in campo quando si parla di scuola: banalmente, le cose da imparare sono troppe per essere condensate tutte in uno, due corsi di formazione all’anno. La formazione di un professore deve essere quotidiana, personale, auto-costruita su esigenze, peculiarità, strumenti e obiettivi propri.

Mancavo da un po’ dal mondo accademico, che ho frequentato anche successivamente alla conclusione degli studi (ndr, la mia laurea, in Lettere Antiche ma con una tesi in Letteratura Italiana, risale all’oramai preistorico anno 1999); quindi forse sono di parte nel dire che ho apprezzato l’intervento delle Istituzioni di Facoltà. Avevo bisogno di un tuffo nella Norma, mi occorreva proprio fisicamente. Da impenitente filologa.
La norma mi ricorda sempre, anche nell’interezza un po’ retorica del linguaggio celebrativo e formale, della presenza forte dell’Umanesimo. Che deve essere certamente ripercorso, ristudiato, declinato alla luce delle nuove discipline e della comunicazione 2.0, ma che è, e che deve essere, sempre presente.

La lingua è studio, oltre che del nostro passato – attraverso cui concepire il presente, e prevedere il futuro – anche del pensiero. E’ attraverso lo studio della regola (difficile, impegnativo), che viene possibile, e facile poi, perché abbiamo le mani già avvezze al mestiere, coi calli che ancora si vedono in controluce, scartavetrare il reale isolando le voci di fondo, arrivando a scoprire, alla fine, il nocciolo delle questioni.
Come dire, qualità e gratuità non sempre vanno assieme, per parafrasare (la terra l’è bassa – come dice la bisnonna).

In conclusione, l’edizione romana di #librinnovando, con i panels tematici, le discussioni animate, il live twitt, mi ha confermato, ancora, qualcosa di cui personalmente sono sempre più convinta: che quest’arte di scavare e scrutare la terra alla ricerca di ogni minima, infinitesimale pagliuzza dorata debba riguardare tutti noi, nessuno escluso, e ogni tipo di esperienza che abbia a che fare con la cultura e la formazione personale: la lettura di un litblog o del quotidiano, la scelta delle esibizioni che il programma della città propone, lo spettacolo teatrale, il film in proiezione al multisala, il convegno in cartellone.

Non possiamo più neppure trincerarci dietro alla delocalizzazione geografica.
Grazie alla tecnologia che per una volta ci viene in aiuto, sempre più manifestazioni, convegni, conferenze verranno, si spera, organizzati e gestiti con un occhio di riguardo non soltanto al pubblico presente in sala, che non è, e non sarà più, l’unica cartina tornasole della bontà dell’iniziativa, ma anche verso tutti coloro che, a distanza, grazie a strumenti quali lo streaming e i social media, avranno la possibilità di ascoltare, intervenire, e perché no, farsi un’opinione.

“Stoner”, di John E Williams – una serata di lettura condivisa (parte prima)

More about Stoner Un post un po’ diverso dal consueto per raccontarvi l’interessante iniziativa di lettura condivisa – la prima a cui noi di ADC abbiamo partecipato – cha ha avuto luogo sul web, e via Twitter, lunedì scorso, 23 Aprile 
Abbiamo passato una piacevole e interessantissima serata ospiti di @tempoxme_libri, che gentilmente ci ha accolto nel suo salotto di lettura 

Direttamente dal website della casa editrice ecco alcune rapide note sull’autore e sull’opera proposta e su cui, insieme ad altre tre, preparatissime, bookbloggers (@leggendolibri, @SedCetta, @colvieux, che purtroppo non ha potuto partecipare attivamente a causa di problemi tecnici) ci siamo confrontate:
“Pubblicato per la prima volta nel 1965, poi quasi dimenticato, Stoner di John E. Williams è stato ripubblicato nel 2006 dalla New York Review Books, suscitando un rinnovato interesse da parte della critica e dei lettori.  
Stoner è il racconto della vita di un uomo tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento: William Stoner, figlio di contadini, che si affranca quasi suo malgrado dal destino di massacrante lavoro nei campi che lo attende, coltiva la passione per gli studi letterari e diventa docente universitario. Si sposa, ha una figlia, affronta varie vicissitudini professionali e sentimentali, si ammala, muore. E’ un eroe della normalità che negli ingranaggi di una vita minima riesce ad attingere il senso del lavoro, dell’amore, della passione che dà forma a un’esistenza”  (Continua qui)

Discussione coinvolgente, ricca di spunti e grazie all’utilissima sintesi di @tempoperme_libri focalizzata su quattro macroaree di rilievo, che hanno reso l’analisi estremamente compatta; analisi che tuttavia ha rispettato, e anzi favorito, le necessarie micro-incursioni che le numerose sottotematiche presenti nel testo di necessità richiedevano:  
  • Introspezione dei personaggi  

William Stoner: “un antieroe, un inetto sveviano” (@tempoxme_libri) oppure un “vero, (…) caparbio, trionfatore” (@SedCetta) nella declinazione più classica di quell’American Dream che ha permeato la prima metà del giovane, fecondo ‘900 d’Oltreoceano?  

Sottotematiche:  
– i rapporti interpersonali, tracciati con pennellate sicure, espressive, pungenti: amicizie, figure genitoriali di riferimento, referenti professionali  
– il primo conflitto mondiale: analisi di un rifiuto  
Edith: ovvero, l’insoddisfazione che pervade il quotidiano e il consueto; la femminilità tranquilla di una giovane donna di brillante intelligenza, asservita alle necessità del dovere sociale  
  • Tema dell’Amore  

La relazione amorosa tra Stoner ed Edith che si traduce in un sentimento soffocato dalle imposizioni sociali, tanto arido nel privato quanto celebrato e auto-giustificato quando esposto al pubblico, pruriginoso ludibrio della comunità.  

L’approccio di Edith alle problematiche della maternità e il ruolo di padre attivo, presente, anticonformista, assunto da Stoner nei confronti della figlia neonata.  
  • Fascino del libro

Che è in grado di “risultare avvincente senza raccontare fatti avvincenti” (@tempoxme_libri).

Specifica, e voluta commistione, tra Stoner, che trova la propria vocazione, e il proprio strumento di espressione principale, nella letteratura e la vicenda biografica dell’autore.  
La discussione prende spunto dalla rassegna stampa in merito, grazie agli interventi di @leggendolibri.  

Per ogni ulteriore dettaglio vi rimandiamo direttamente al website e, se ci seguite su Twitter, all’hashtag #Stoner 

ADC vorrebbe ringraziare personalmente @tempoxme_libri per l’ospitalità, e le amiche bookbloggers che hanno preso parte all’incontro e che, grazie all’entusiasmo e allo sguardo sempre acuto e competente, hanno reso interessantissima la serata.

Un ringraziamento particolare va anche a @fazieditore che ci ha allietato con la sua presenza : ancora una volta è stato dimostrato che il dialogo tra editori e lettori non è mai né impossibile né scontato, e che, quando avviene, nella maggior parte dei casi è terreno fertile di confronto e arricchimento.  

Il prossimo appuntamento, per l’analisi dei successivi 5 capitoli dell’opera, è in calendario per Lunedì 7 Maggio.

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Serata di lettura condivisa: “Stoner”, di John E Williams, Fazi Editore, 2012, capp.5-10  
Venue: @tempoxme_libri | #Stoner  
Date/Time: Lunedì 7 Maggio 2012, ore 22.00

"Le Sorelle Soffici", di Pier Paolo Vettori

More about Le sorelle Soffici Pare non sia più né utile né necessario, o peggio quanto mai dannoso, affrontare con i bambini in età prescolare la fiaba del Lupo e dei Sette Capretti così, d’emblée, nella sua cruda interezza di infanti mangiati, masticati e ingoiati e di pance di lupi tagliate con furore di lunghe cesoie da sarta.

Capita poi che il lupo di Cappuccetto Rosso sia relegato a macchietta folkloristica nelle mani dell’iconografia di un cacciatore tutto muscoli e fucili che, attraverso una ricontestualizzazione sentita come necessaria, assume le fattezze di un Buzz Lightyear ante litteram; mentre della mamma di Biancaneve (quella vera, quella che la bambina dalla carnagione di porcellana ha perduto, per morte improvvisa, in tenerissima età) in talune rivisitazioni proprio non c’è traccia, abbandonata in un limbo di non-consapevolezza e confinata al momento – si spera più lontano possibile – in cui il piccolo ascoltatore, rapito da sacro fuoco di conoscenza, costringerà il malcapitato genitore ad affrontare in maniera reattiva il tragico momento della rivelazione. 

Sarà, ma se non avessimo ben impressa nella memoria la risata malefica della strega di Biancaneve, o i vezzi delle amabili parenti acquisite di Cinderella, non so con che energia e consapevolezza potremmo farvi affrontare un’altra deliziosa matrigna, l’affascinante Olga della fiaba di Veronica e Cecilia Soffici, cosce lunghe e sguardo appuntito su un futuro (si spera il più roseo possibile), di denaro e affermazione sociale. 

Come dire, a ognuno il suo demone, ove daimon, alla maniera un po’ filosofica, sta ad indicare quel non so che di scuro e insondabile che alberga in ognuno di noi e che le favole fin dai tempi antichi hanno avuto il merito di riportare a galla attraverso l’allegoria e la metafora. 
Non manca proprio niente, a questa fiaba moderna: la matrigna cattiva, il padre anziano e inutile, per altro in fin di vita; la fata misteriosa capace di attraversare, un piede qui e uno là, la sottile barriera che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, rinchiusa nel corpo di una vecchia nutrice rugosa e piegata dall’età, un po’ fattucchiera de’ no’ artri un po’ stregone voodoo; e infine due protagoniste – non una, ma due! – che cercano di affrontare, a modo loro s’intende, la tragedia che sta per abbattersi sulla famiglia. 

Le “Sorelle Soffici”, ovvero, la ricetta segreta per una marmellata perfetta, che forse non esiste neppure; e poi succede che forse alla fine la scovi pure, la ricetta, ma – alla pari del frutto mortifero di Biancaneve – se ne saggi un cucchiaino, offerto dalla seducente matrigna trasformatasi in strega per l’occasione, precipiti nel buio dell’oblio senza fondo. 
Sta a noi, come sta ai bambini, affrontare proprio quel buio che si nasconde tra le pieghe delle parole, e trarne le opportune, personali considerazioni. 

Con un’unica differenza: se la favola del lupo cattivo – quella originale, diciamo – viene interpretata sia attraverso l’adozione del punto di vista esterno, onnisciente, sia grazie alla trasmissione orale del testo e alla mediazione linguistica e contenutistica prodotta dal genitore intento nella lettura, qui il lettore (adulto) deve fare tutto da solo, come è giusto che sia. 
La narrazione in prima persona di Veronica Soffici, affrontata per di più sotto forma di diario, la più soggettiva tecnica narrativa a pari merito con il romanzo epistolare, scardina impietosa, uno dopo l’altro – ormeggi sradicati dal mare in tempesta – i punti fermi che abitualmente separano la realtà oggettiva dalla percezione sensoriale soggettiva. 
I personaggi che popolano il mondo delle sorelle Soffici, attraverso l’osservazione spietata e allo stesso tempo coerente, ingenua e pura di Veronica, escono distorti e trasformati, non dalla metafora, ma dalla realtà di un’osservazione soggettiva, personale e per questo incontestabile. 

Se ne viene fuori storditi, affascinati da un bestiario di creature angeliche e demoniache che pervadono fin nel profondo la trama stessa dell’opera, tutte utili, nessuna esclusa, all’economia di un racconto incentrato sulle tematiche del disagio mentale, che evita con destrezza di divenire mero esercizio di stile e narrazione di un mondo fittizio, perché atemporale e scarsamente contestualizzato. 
Al contrario, l’opera ha il merito di caratterizzarsi pienamente all’interno della concretezza del quotidiano, scandito dal susseguirsi dei giorni e dei mesi, i piedi ben saldi immersi nella realtà storica del periodo attraverso una scrittura precisa, eppure così lieve, evidente e pregna di significato.