"Il fuoco amico dei ricordi" I&II, di Alessandro Piperno

More about Persecuzione More about Inseparabili Per parlare di Piperno inizieremmo dalle bellissime, e significative, illustrazioni di Werther Dell’Edera che accompagnano i due volumi. 
Una in particolare, non disponibile on line, la trovate in “Persecuzione” e raffigura un atletico Leo Pontecorvo a cavallo. Il pregiato oncologo, agghindato con perfezione metodologica, governa, sciolto, la bestia domata.
Leo, Filippo e Samuel Pontecorvo si misurano, allo stesso modo anche se in momenti e con declinazioni diverse, con un unico demone: la società dello spettacolo. Mostro marino, Giano Bifronte che tramite la gogna mediatica ha l’abilità di trasformare in un delinquente patentato anche l’individuo più mite e tranquillo oppure, al contrario, di innalzare ad eroe civile e icona di stile uno sconosciuto giovane di buona famiglia, che nei primi 35 anni della sua vita non ha certo brillato per doti personali o professionali. 
Da una parte, quindi, c’è Leo Pontecorvo, oncologo pediatrico all’apice della carriera ospedaliera, incastrato in un brutto fattaccio di sesso e pedofilia da cui verrà scagionato solo 20 anni più tardi attraverso una casuale e fortuita riabilitazione intima, familiare – mai pubblica – niente affatto significativa. Peccato che le accuse in questione, e il relativo processo, penale e mediatico, l’abbiano portato nel frattempo ad una prematura (e macabra) scomparsa. 
Dall’altra, Filippo Pontecorvo, primogenito un po’ sfortunato negli studi, lievemente imbolsito dall’età e dalla passione per la buona cucina, vittima di ipocondrie e crisi depressive che tiene a bada con iniezioni di adrenalina (esperienze para-militari, missioni “umanitarie” – che di umanitario hanno poco o nulla se non l’idea di salvar se stesso) e psicofarmaci, affrancatosi dalla vita professionale grazie al matrimonio con una ex-valletta televisiva che, attraverso il conto in banca del padre, gli garantisce un presente florido e un futuro di relativo agio. Il giovane rampollo, grazie ad un’unica opera d’arte composta un po’ per gioco un po’ sul serio, assurge all’olimpo della cinematografia per poi cadere rovinosamente nel turbine del successo e del tritacarne di masse adoranti e/o inneggianti ad una sua precoce dipartita, favorita e auspicata da certi ambienti estremisti. 
Per non parlare di Samuel Pontecorvo, secondo genito brillante e affermato, che finirà per cadere vittima dell’avidità e della spregiudicatezza del mondo finanziario di cui bramava fare parte. 
Descrivendo l’improvvisa e inattesa ascesa di “Fili”, che tutto si aspettava, dall’interno del caldo bozzolo di spettatore passivo del mondo che con gli anni si era ritagliato, tranne che divenire oggetto di culto (e di vendetta) da parte di masse isteriche e pronte a tutto (sia per amarlo, sia per ammazzarlo) pare quasi che A. Piperno ci metta in guardia contro se stesso, e contro quel certo effetto che talune opere di ingegno possono creare nella mente dello spettatore che dell’opera, quale che sia, si trova a fruire. 
E’ questione che il successo molto probabilmente è arte vana, un castello di carte che può cedere al minimo refolo di vento. 
Il brillante oncologo pediatrico cade, vittima prostrata di un meccanismo di caccia alle streghe perverso e morboso (manca solo B. Vespa, con la bacchetta e il diorama della “Villa Pontecorvo” con tanto di scorcio del seminterrato). E poco importa di chi sia la colpa: di certo siamo di fronte ad un delirio di onnipotenza; ma di chi? Di una Lolita de’ noartri, scipita e slavata oppure – perché il dubbio sino alla fine rimane – di un uomo di mezza età che grazie a posizione sociale ed economica pensa di poter dare sfogo a tutte le sue più pruriginose fantasie? 
Allo stesso modo il giovane rampollo si esalta e perde se stesso, grazie ad un’opera d’arte sì interessante e peculiare ma partorita un po’ per caso, un po’ per fortuna, un po’ per nulla, e destinata a non replicarsi. 
Così, ci viene da pensare. 
Chi è Alessandro Piperno: il nuovo Philip Roth, tanto esaltato dai fans e dallo zoccolo duro dei suoi recensori più fidati? Quello che da anni aspettavamo, febbricitanti, in fremente attesa di un altro suo epico, struggente, apocalittico, affresco familiare? Oppure è soltanto uno dei tanti prodotti di un marketing editoriale aggressivo e mirato, un autore come tanti, benedetto dalla dea fortuna, un personaggo qualunque, che dopo tanti anni passati ad arrovellarsi il cervello in attesa dell’idea fulminante non sarà in grado di replicare il successo d’esordio? 
Insomma, Piperno ci strizza l’occhio e ci parla, tra le righe, del criterio della buona misura. E lo fa in maniera gentile, delicata, a-celebrativa. 
Di misura non ne ha avuta Leo Pontecorvo che da perseguitato si fa persecutore di se stesso e della sua famiglia, auto-precludendosi ogni speranza di redenzione attraverso una regressione involutiva consapevole: alla maniera quasi Ballardiana, si reprime e assoggetta se stesso a uno stadio di uomo cavernicolo privato(si) dello spazio vitale, del cibo, della parola, della ragione. 
Non ha misura nemmeno Rachel Spizzichino in Pontecorvo che vittima della buona creanza e di un certo qual puritanesimo che ha il sapore acido della superstizione e della bigotteria, non esita a far proprio il comportamento dei tre primati della vignetta: non vedo, non sento, non parlo (e se c’ero, dormivo). 
Non hanno misura né Filippo né Samuel Pontecorvo, ma non hanno misura nemmeno le rispettive consorti, Anna e Silvia, perse nei propri, personali deliri di onnipotenza. Delirio di onnipotenza che si esemplifica nel comportamento della massa: figure indistinte che possono, allo stesso modo e allo stesso momento, idolatrare e sconfessare – e tanti saluti al senso della misura. 
Piperno ci mette in guardia anche da se stesso, e – ancora una volta, ma com’è che ultimamente ritorna sempre, questo tema? – dall’American dream. Che è un’American Dream casereccio, fatto di questionucole e privilegi di gusto dubbio e sicura provincialità ma sempre permeato dal gusto per il  riconoscimento privato ma soprattutto pubblico e sociale. 
Non c’è sarcasmo nella sua strizzata d’occhio. Piuttosto un impegno che ha del morale senza per forza scivolare nell’epidittico o nel paternale; è per questo che ci sentiamo di consigliare la lettura di “Piperno” sempre con un occhio puntato all’autore, Alessandro Piperno, e alla sua esperienza di scrittore.

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