"Venivamo tutte per mare", di Julie Otsuka

More about Venivamo tutte per mare(Ovvero: nelle sbiadite fotografie color seppia che giovani donne stringono tra dita minuscole e conservano poi in scatole laccate, buste gialle di cartone consumato, valigie e bauli di legno, è contenuta tutta l’ipocrisia del mondo che verrà). 
Il testo, annoverato dal New York Times tra i titoli migliori del 2011, non appartiene al genere del romanzo. Riferisce piuttosto al teatro, e in special modo alla tragedia greca classica: luogo deputato, per antonomasia, all’espressione corale delle moltitudini. Nella struttura della tragedia greca, specialmente in quella Eschilea e Sofoclea, che è programmatica a riguardo, al prologo (“tutta la parte che precede il coro” secondo la definizione di Aristotele) succede il parodo, ossia il primo canto del coro. Canto che poi si alterna, secondo una specifica sequenzialità, durante tutto il corso dell’azione scenica, tra episodi e stasimi, ovvero le esibizioni del coro stesso, che successivamente all’entrata in scena sono statiche, ovvero prive dell’elemento della danza che invece contraddistingue il primo canto. 
Costituito da un numero preciso di elementi ed obbediente a determinate, e rigide, regole formali e contenutistiche, il coro rappresenta di volta in volta una moltitudine (di cittadini : Tebani – cfr Sofocle “Antigone” / “Edipo Re”, di anziani : di Argo – cfr. Eschilo “Agamennone”, di fanciulle e/o donne : cfr Eschilo “Coefore”) e ha il compito di illustrare e commentare la situazione che si sta svolgendo in scena. 
La bidirezionalità tra il coro in scena e la moltitudine della folla sugli spalti è sempre forte ed evidente, almeno nel momento più classico della tragedia. Lungi dall’affidare la narrazione ad un’asettica impersonalità, il coro evidenzia, e sottolinea, attraverso l’espressione della moltitudine, il sentire comune e ha un effetto seduttivo ed ipnotico sull’ascoltatore che, liberandosi dall’ “io” della narrazione, si immedesima, invece, nel “noi” della moltitudine, che non è soltanto spettatrice dell’evento, ma pienamente coinvolta in esso, e da esso. 
Questo, in sintesi e tecnicamente, ciò che ci accade anche durante la lettura delle vicende narrate da Julie Otsuka nel suo “romanzo corale”. La questione però, come spesso accade, è altra, più complessa, nascosta tra le pieghe della fruizione del testo. La verità è che rimaniamo affascinati e turbati da un simile espediente narrativo (e scenico), che ripercorre, pur nella sua letterarietà (ma anche grazie ad essa, che non scivola mai né nel sentimentale, né nel patetico) due specifici drammi storici accaduti oltreoceano nella prima metà del ‘900: la tratta delle “spose in fotografia”, giovani ragazze giapponesi vendute dalle famiglie, attraverso la pratica dei sensali, ai connazionali immigrati, che desideravano un matrimonio rapido e sicuro, e quello, parimenti drammatico, delle deportazioni dei cittadini americani di origine giapponese volute da F.D. Roosvelt a seguito dell’attacco a Pearl Harbour. La narrazione, affidata ad un generico “noi” che comprende tutte le centinaia di giovani ragazze deportate in massa, prima dalla terra di origine, e poi verso i campi di internamento, colpisce perché è profondamente, intimamente femminile. Le donne, sradicate dai propri affetti e dalle proprie abitudini, vengono affidate, sole, ad un destino che ha il sapore del Fato – ineluttabile come nella tragedia greca. L’uomo che pecca di ubris (tracotanza, potremmo tradurre) agli occhi degli dei viene condannato. Sta china, non alzare il capo, lascia parlare me – intima il marito appena conosciuto. Lavora sodo, non ti fermare, sarchia, monda, estirpa le erbacce, sfrega la biancheria fino a farti sanguinare le mani – ordina il padrone. Fai il tuo dovere di moglie e soddisfa tuo marito, partorisci i suoi figli – scrivono le madri dalla terra lontana. La dimensione della donna è analizzata e declinata in tutte le sue forme: dai sogni della giovinezza, intrisi di romanticismo e speranza (un banco kimono di nozze; quel bell’uomo visto solo in fotografia, così distinto – sarà il direttore di un negozio, o un capo officina in uno stabilimento, o un contabile?), alle difficoltà della vita adulta sia nella dimensione personale (l’amore, il sentimento, la maternità) sia in quella lavorativa, professionale. 
Si percepisce subito, all’istante, la presenza di una ricerca bibliografica accuratissima che rende le vicende narrate reali, concrete, contestualizzate. La magia della narrazione sta proprio in questo non-sensazionalismo. Sarebbe stato facile scivolare nell’asetticità del reportage giornalistico oppure, peggio ancora, cedere al fascino del sentimentale, scegliendo di raccontare una o due storie particolari, che avrebbero preso il lettore “di pancia” escludendo tuttavia il valore della testimonianza storica e limitando la capacità di immedesimazione. 
Vi lascio con le magistrali fotografie di Dorothea Lange, che per tutta la sua carriera professionale si occupò in primis di migranti e conflitti bellici. Buona lettura. 

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