"Le quattro casalinghe di Tokyo" di Natsuo Kirino

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Avevamo affrontato la questione “Nipponica” già qualche tempo fa, qui, a proposito di una giovane e talentuosa (secondo noi) signorina classe 1980 anno più anno meno.
Teniamo a mente questo punto ma facciamo un passo indietro.
Parte della letteratura di viaggio contemporanea, soprattutto quella che potremmo definire “amatoriale” (intendiamo, via blog, o websites) tende per certi versi alla rappresentazione di un immaginario “Nipponico” destrutturato, ricostruito e poi ricontestualizzato alla luce di un’interpretazione occidentale che parte sì da un vissuto reale ma che poi si sfalda, scivolando in quella che pare una proiezione fantastica frutto di una lettura del reale filtrata da codici standard e da interpretazioni di difficile applicazione pratica.
Un esempio per tutti il classico photoshow con, da una parte, giovani ragazze in kimono, impegnate a scegliere frutta e pesce al mercato rionale; dall’altra, studentesse di liceo, minigonna, calze “scese”, accessori manga, unghie laccate e pettinature adatte all’occasione. E ancora, abitazioni tradizionali e grattacieli, ristoranti di periferia e grandi catene alberghiere, anziani in gruppo e sale di Pachinco.
Tutto reale, tutto vero. Ma poco esemplificativo.
Lasciamo da parte (e in sospeso) la questione per rivolgerci ad altro. Eh, fastidioso, lo sappiamo, ma è una questione primaria, dobbiamo accordarci in merito altrimenti non si va da nessuna parte.
Dunque: scordatevi il Giallo; dimenticatelo, malgrado quello che potreste leggere su internet; anzi, lì la questione è stata in alcuni casi così mal posta da inficiare lettura e soprattutto, ahinoi, giudizio.
Di base il delitto c’è, e c’è pure l’assassino. Dite voi, ci sta pure, eh, come struttura; ma che poi no, ribattiamo noi, perché qui quel che manca è il Tenente Colombo. Chiaro che se la prendiamo in questo modo, di stellette gliene diamo al massimo due. Anche perché la trama risulta un tantino prevedibile in tutte le sue sfaccettature, sicché, per la cronaca, a pagina 400 e rotti hai già capito come andrà a finire.
Quindi, riprendiamo (oggi vi facciamo ballare un po’, scusateci, ma è l’unico modo – secondo noi – per capirci qualcosa).
La nostra cara amica Natsuo Kirino è stata così brava da cancellare, in un solo frullo d’ali, tutto quello che pensavamo di sapere, e di conoscere, sulla sua terra. Cancellato, via, depennato con il pastello blu. Con un pretesto che ha del banale: quattro donne, quattro colleghe di lavoro al limite della crisi isterica, sono complici dell’omicidio che una di loro perpetra verso il marito, uomo violento e dedito al gioco e alle donne.
Andiamo a caso.
Si parla di feste tradizionali, di teatro, di musica?
(Oh, il teatro, come adoooriamo le rappresentazioni che ci vengono offerte a pacchetto dalla nostra agenzia viaggi di fiducia)
No, per carità, non c’è alcun accenno ad una seppur vaga vita sociale, o politica, o culturale di un certo rilievo in cui possano essere coinvolte le nostre quattro protagoniste, che o lavorano, o dormono, o guardano la televisione (no, pardon, non la guardano quasi mai in realtà; la tv è mero accessorio, rumore di sottofondo), o sezionano cadaveri (Uhm).
Si parla di indumenti tradizionali o di culto per l’arte, il disegno, l’illustrazione, il colore?
(Oh, l’arte tutta giapponese del colore e della forma, che i nostri negozi “etnici” cercano di riprodurre in tutta la sua purezza con mobilia vintage e quadri d’arredo)
Come no. Dal punto di vista fashion, siamo alla fiera della sciatteria, femminile e maschile: magliette scolorite, colori mescolati alla bell’e meglio, vestiti da uomo di fattura umile, che mal calzano perché o troppo larghi o troppo stretti o troppo corti o troppo lunghi, giacconi rattoppati con lo scotch anche se non mancherebbero i mezzi pratici per acquistarne di nuovi; sciatteria che si contrappone alla ricerca quasi spasmodica per un lusso vero – o finto, pataccato – di cattivo gusto perché focalizzato soltanto sull’esposizione della marca (meglio se italiana) e completamente avulso da questioni del calibro di “stile” ed “eleganza”.
E le tradizioni culinarie? 
(Oh, dobbiamo commentare?)
Ma certamente! L’opera si apre sull’immagine forte, evidente, fredda, asettica di uno stabilimento di cosa? Di cibi in scatola. Confezioni che immaginiamo di plastica, resistenti a freezer e microonde, riempite con dosi standard di riso precotto e congelato, cotolette quadrate di animali non ben identificati, salse scure e untuose.
Cibi che vengono comperati nei supermercati aperti 24 ore su 24, consumati in fretta, scaldati e trangugiati in cucine fatiscenti, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
E cosa dire dell’architettura? 
(Oh, vedi sopra, la voce “culto per l’arte”)
Stanze spoglie, sporche, buie, in case vecchie e diroccate; quartieri dormitorio fatti di porte chiuse, giocattoli vecchi abbandonati nei corridoi, biancheria stesa ad asciugare, odori di cucina; aree dismesse tra erba alta, caseggiati abbandonati e centri commerciali superaffollati.
Non parliamo poi dei rapporti interpersonali. Pare che le regole di buon vicinato si siano mantenute soltanto per una sola, unica questione meramente opportunistica: il turno per gettare l’immondizia.
Per il resto, nient’altro se non un vespaio di vecchie pettegole che non perdono il gusto per la delazione neppure davanti a un morto ammazzato. Anzi.
Colleghi menefreghisti, usurai di quartiere, figlie poco più che adolescenti che per una mazzetta di denaro e qualche vestito di marca si vendono al miglior offerente.
Mononuclei familiari in cui la tradizionale reverenza verso gli anziani è ormai stemperata in un flebile e imprecisato senso del dovere verso genitori lontani, assenti, poco o per nulla conivolti nella quotidianità di figli e nipoti.
Tant’è che l’unico personaggio maschile positivo, depositario di valori forse autentici quali la fedeltà alla propria terra, alla famiglia, all’onestà intima che viene dal lavoro duro, dalla fatica fisica, è Kazuo, il non-giapponese, il reietto, il semi-clandestino che abbandonerà il Giappone e tornerà in Patria.
Curioso, che due scrittrici di calibro e di età differente si trovino ad affrontare le medesime tematiche: la decadenza culturale, il ruolo della donna, schiava della famiglia e vittima di una realtà sociale maschilista e mortificante, il senso religioso dimenticato, il culto del lusso e del denaro fine a se stesso.
A voi le riflessioni del caso.
Nota alla lettura: questo è il primo esperimento del 2011 sulla lunga distanza. Vi avevamo promesso un’opera dal volume consistente, la cui lettura tuttavia non equivalesse di necessità a uno sforzo mnemonico interminabile e lentissimo. Secondo noi, funziona.

"Quella sera dorata", di Peter Cameron

More about Quella sera dorata Su richiesta, qualche breve nota in proposito, data la prossima uscita cinematografica. 

Vi consigliamo di avvicinarvi a questa piccola opera fine e delicata non come a un romanzo ma come a una piece teatrale, cui tanto somiglia.
La trama infatti, riassumibile in poche righe, è quasi soltanto un pretesto che fa da sfondo a questa raffinata commedia agrodolce sui sentimenti e sulle relazioni interpersonali.
Il giovane e promettente Omar Razaghi,dottorando all’Università del Kansas, sta affrontando la tesi di laurea: deve stendere la biografia dello scrittore Jules Gund, morto suicida diversi anni prima e autore di un unico capolavoro, La Gondola.
L’Università ha già stanziato i fondi necessari e Omar ha ricevuto un assegno di ricerca, che prevede anche la pubblicazione del saggio; c’è un unico, piccolo problema: la famiglia Gund non ha concesso al ragazzo l’autorizzazione alla pubblicazione della biografia. Omar, per troppa sicurezza e spavalderia, ora si trova in seria difficoltà: l’assegno di ricerca e la borsa di studio sono vincolati alla pubblicazione del lavoro – lavoro che Omar, tuttavia, non ha l’autorizzazione di stendere. Il ragazzo farà quindi ricorso all’unica, disperata soluzione ancora possibile: spinto da Deirdre, fidanzata grintosa ed energica, partirà alla volta dell’Uruguay, dove vive la famiglia Gund, per tentare di strappare agli eredi il consenso alla pubblicazione dello studio.

Questo è ciò di cui veniamo a conoscenza fin dalle prime pagine del romanzo. Il resto, lo verremo a sapere poco a poco: insieme ad Omar, di cui assumiamo il punto di vista, arriveremo a Ochos Rios, bellissima, antica terra di campagna, e incontreremo la bizzarra famiglia Gund: la vedova Caroline, l’amante Arden con la figlioletta Porzia, il fratello dello scrittore, Adam, con il compagno, il giovane Pete.
Omar, interagendo con i diversi personaggi, darà il via ad una serie inarrestabile di eventi, a volte comici, a volte tragici, in una commedia dove davvero nulla è ciò che sembra.
A complicare le cose, l’arrivo inaspettato di Deirdre, un vero tornado che sconvolgerà definitivamente la vita di tutti i personaggi.

Gran parte della narrazione di svolge per episodi, in maniera molto simile al modo in cui scene diverse si alternano all’interno di una rappresentazione teatrale.
Ci sembra quasi di percepire i cambi di scenografia (pochi, e per questo molto significativi: la casa padronale, il giardino, un ristorante, la casa di Adam, l’ospedale), l’ingresso degli attori sul proscenio, o il loro nascondersi dietro le quinte.
Per la prima parte del libro, ambientazione e descrizioni di personaggi e di paesaggi sono lasciate alla nostra immaginazione. Seguiamo solo il punto di vista di Omar: ciò che più è messo in evidenza sono i fatti, le azioni, lo scorrere del tempo e dei giorni. La bellezza di un singolo luogo, quella di una persona. Ciò che colpisce di più l’istinto del ragazzo.
Soltanto con l’arrivo di Deirdre riusciremo finalmente ad avere qualche notizia in più: sarà la ragazza, grande osservatrice, sicura di se’, di intelligenza acuta e pronta, a descriverci – con accuratezza tutta femminile – la villa padronale, l’aspetto delle due donne che la governano e le misteriose dinamiche sottese tra le due, le sfaccettature del carattere di Mr. Adam e del suo compagno.

Dobbiamo prestare attenzione proprio a questa dicotomia, che acquisterà un’importanza sempre maggiore nel corso della narrazione; Omar, nelle prime pagine del libro, si mostra come un giovane di talento certo e arguto, ma indeciso e poco lungimirante.
Ne sono esempi eclatanti la leggerezza nel trattare con l’Università, o la mancanza di chiarezza con la fidanzata, con la quale non si arrischia a pianificare alcun progetto per il futuro, malgrado lei li richieda a gran voce. Impantanato nella sua vita universitaria di studioso e di scrittore (professione che tra l’altro ha intrapreso senza il consenso dei genitori, che lo volevano medico, come da tradizione familiare) e nelle scelte che non riesce a compiere – non ha neppure una residenza stabile, e al momento abita la casa che un’amica gli ha dato in prestito, prima di partire per un anno sabbatico – Omar fatica a destreggiarsi tra le difficoltà che la vita inizia a proporgli.
Ciò è ancora più evidente se si rapporta il suo carattere a quello della fidanzata: Deirdre è una giovane dottoranda: ambiziosa, pratica, svelta. Siamo quasi tentati di prendere le parti della ragazza: lei accudisce il ragazzo, lei lo rimprovera, lei lo spinge a partire per l’Uruguay, in nome della sua carriera universitaria e di un futuro insieme che il probabile licenziamento di Omar renderebbe ancora più incerto.
Omar è invero un ragazzo un po’ sognante: di animo tranquillo, non si preoccupa di analizzare nel profondo ciò che vede; quasi uno spettatore del mondo, scivola sugli eventi e ne è rapito; paesaggi, persone, luoghi, scivolano su di lui, che li fruisce più con l’istinto che con la mente.
Omar entra in casa Gund in punta di piedi e in silenzio perfetto, e il danno che produce è letale proprio perché il ragazzo si inserisce inconsapevolmente nei delicati equilibri familiari scardinandoli dall’interno, senza quasi che la famiglia stessa se ne accorga, se non quando l’irreparabile è ormai alle porte.

Di ben altra natura è Deirdre. Arrivata in Uruguay (per altro, senza essere stata invitata), prende le redini della situazione, analizza, scandaglia, razionalizza. Non solo. Definisce ruoli e persone, giudica, si sovrappone a Omar e cerca di ottenere, con chiasso e irruenza, ciò che lui – pare – non è riuscito ancora a raggiungere.
Se Omar un poco ci indispone, all’inizio del libro, per le sue indecisioni e le sue plateali ingenuità, ora ci troviamo quasi a sostenerlo, di fronte a Deirdre e alla sua determinazione, che potrebbe essere adeguata (e necessaria) nel mondo da cui la ragazza proviene, competitivo, moderno, altamente selettivo, ma che nella quiete antica e misteriosa di Ochos Rios, a contatto con una famiglia dal passato difficile e tormentato, segnato anche dal dramma del nazismo e dell’olocausto, si trasforma in un’invadenza stridente e fuori luogo.
Ed ecco che la decisone di Omar, la prima, vera decisione che il ragazzo prenderà, alla fine del racconto, sarà per noi una rivelazione; il suo riscatto, la sua scelta, la sua destinazione finale. (“The city of your final destination”, come recita il titolo in originale).

Ancora una volta, non tutto è quello che sembra: non è detto che tutte le scelte vadano prese seguendo la razionalità, non è detto che per vivere al meglio la propria vita basti seguire tutti i minimi dettagli di un progetto di perfetta matematica applicata, perché il futuro spesso ci è nascosto e appare all’improvviso; è una strada che non sapevamo di dover percorrere, è una città lontana, una destinazione che non avevamo neppure preso in considerazione.

"Lasciami entrare", di John Ajvide Lindqvist

La questione non era tanto leggere qualcosa di inatteso. Era verificare le potenzialità di un anti – Twilight interessante ed emotivamente coinvolgente, delirio erotico a parte.

Se di Twilight, più che la trama in se’ e lo sviluppo dei personaggi, interessava la love story e la presenza scenica del bel vampiro Edward, qui siamo al lato opposto della questione. 

Andiamo per appunti sparsi, segnati a margine, a matita.

Thriller di atmosfera e sensazione, dalla contestualizzazione forte e priva di qualsiasi, ipotetico, fraintendimento. Avevamo già parlato in più di un’occasione della problematica “contestualizzazione” (vi rimandiamo, una per tutte, all’Irene di “Due”). Qui, inutile pensare a una Forks che potrebbe essere benissimo Forks ma anche altro da sè – perché tanto la storia, in piedi, ci starebbe lo stesso. Qui se non pensi al freddo, alla neve, all’autunno che cede il passo all’inverno del nord, al ghiaccio e alla neve, troppo avanti non vai.

E troppo avanti non ci vai neppure se non pensi alla gente del nord, al modo di concepirne l’esistenza, tra una natura selvatica con cui dover, di necessità, fare i conti, che rende selvatici e istintivi anche nell’animo e nell’azione. E ne avevamo parlato, anche di questo, qui (Jostein Gardeer), proprio a definire la questione del romanzo di “nicchia” (doverose le virgolette visto il successo di pubblico).

Personaggi. L’arte del comprimario va studiata a tavolino. Non si lavora su una troppo semplice dicotomia Edward-Bella / Oskar-Eli, ma su una struttura corale che passa fluida tra situazioni e personaggi, a dipingere così un quadro minuzioso e specifico di una realtà che, ancora una volta, non può essere sostituita da altro. Pensiamo alle “amiche” di Bella, che a mano a mano spariscono nel filone del “non convincente”. Pensiamo alla famiglia Cullen, rispolverata solo e soltanto al bisogno. L’Irene, nella sua biografia, ci parla dell’importanza del (twitterando), background; ovverosia, trattare il personaggio secondo una sua propria autonomia individuale ed inserirlo all’interno del romanzo soltanto in seguito: solo creandone PRIMA la storia e la biografia, e utilizzandone, DOPO, gli stralci necessari. La tecnica rende il personaggio consistente e sfaccettato, e permette di lasciare in ombra – o di rivelare alla luce del sole- quegli aspetti utili allo svolgimento della trama evitando che la figura risulti creata secondo artificio. La madre di Oskar, il padre, Tommy, il gruppo dei bulletti del quartiere; gli amici del ristorante cinese del venerdì sera. Virginia. Il maestro di ginnastica, il poliziotto “buono” (che apre e chiude la narrazione).

E’ un po’ una questione di prospettive, un rimettere a fuoco la situazione: fare il vampiro non è glamour. Non indossi vestiti firmati, non guidi macchine sportive, se ti mostri alla luce del giorno vai arrosto, al sangue umano non c’è alternativa (altro che cacciagione e vegDiet). Hai artigli e ali e denti aguzzi che ti spuntano dappertutto, dolorosamente, anche quando meno te lo aspetti. Puoi anche possedere denaro e beni voluttuari, ma non sai che fartene. Oggetti misteriosi dal sapore antico persi in scatoloni di cartone ammuffito. Banconote arrotolate alla bell’e meglio, nascoste sotto materassi sdruciti e giacigli di fortuna in appartamenti sporchi e deserti che mai ti apparterranno davvero. E’ la solitudine straniante dell’essere umano che non è più tale, perché sradicato dalla comunità, dagli affetti e dal PROPRIO tempo all’interno del mondo. E’ l’idea dell’assassinio e della violenza insita nella creatura mostruosa, un che di terrifico e bestiale che non può essere né mitigato, né taciuto, né controllato con la sola forza del raziocinio. Nessuno è fatto per essere vampiro (a differenza di quanto pensa Bella, secondo cui la vita vampiresca potrebbe essere molto meglio della sua, sfigatissima, vicenda umana), perché il vampiro è un abominio del pensiero, del corpo e dell’azione (si vedano le pagine relative all’ “iniziazione” di Eli): è un bambino castrato nel corpo e nell’animo, violentato e seviziato.
Il messaggio che Eli e Bella ci offrono, diametralmente opposto, vale una riflessione. Quella sulla condizione umana, che per quanto misera possa sembrare – o essere – val sempre la pena di vivere in tutta la sua essenza.

Buona lettura 🙂

"Grigio cenere", di Bruno Agostini

More about Grigio cenere Il secondo volume della “trilogia Agostini” è questione difficile, da affrontare con cautela; pena, l’affanno nell’analisi delle sottotematiche e la svalutazione di alcune meta-letture che ci paiono, invece, degne di approfondimento.
Transizione e trasformazione, queste le prime osservazioni a passare per la mente.

Transizione: l’equilibrio precario ed instabile del primo volume lascia il posto ad una realtà complessa e in divenire, un passaggio a Nord Ovest verso mondi diversi e sconosciuti.
Dalla finanza creativa all’archeologia di contrabbando, dalla politica corrotta ai baroni universitari (un filo rosso di personaggi che si lasciano, si perdono, si ritrovano e si allontanano in un continuo gioco di elastico teso) lo scenario muta, veloce e improvviso come quinta di teatro.
Le contestualizzazioni dell’azione, così diverse tra il primo e il secondo volume, lungi dal frammentare il reale lo fanno composito, sfaccettato, eppure univoco, a mostrare la varietà cangiante di un mondo vivo, fremente, in continua evoluzione e trasformazione.

Finestre che si aprono e si chiudono su vite e mondi paralleli, sovrapposti l’uno all’altro come realtà alternative e compenetrate: gli esponenti dell’Organizzazione (Lisetta Gargiulo con la sua “piccerélla”, don Marzano e don Alvaro, e tutta la bassa manovalanza) e l’Ispettore di Polizia Carmine Bonocore; la nostra amata Elena e il giornalista Vittorio Camporesi; Da Ponte l’antiquario corrotto e il Professor De Castro; don Mimì e la sua libreria e, su tutti, Titina, punto di contatto e di transizione tra molti, se non tutti, i personaggi, e sovrana indiscussa della trasformazione più profonda.

Così come l’astrattezza del bianco si mescola al buio del nero e sparisce nel grigio cenere, così la realtà dell’esistenza, molteplice e composita, è un Giano Bifronte in continua trasformazione, una chimera a sei facce, come quelle che compongo la figura geometrica del parallelepipedo che per sua natura mostra solo una faccia per volta ma, in realtà, di facce ne ha altre cinque, che rimangono nascoste.
La realtà cambia forma, a seconda del lato da cui la guardi (o del lato che ti è dato guardare).
Ce lo fa capire Elena, nella sua riflessione sulle madri indegne e sui figli sfortunati (pag 409). E ce lo fa capire prima ancora Titina, quando, accompagnando Elena in gita agli scavi di Pompei, rivela alla nuova amica il lato oscuro della sua esistenza.

Doppia lettura e doppia interpretazione per tutti personaggi primari.
Lisetta Gargiulo, membro dell’Organizzazione e madre amorevole, vittima di un ingranaggio terrificante di morte e distruzione.
Carmine Bonocore, a metà strada tra il servitore dello Stato senza macchia e senza paura (che però, a quanto pare, accetta di entrare nelle forze dell’ordine per mero calcolo economico ed opportunistico) e il padre di famiglia, una famiglia sconclusionata come tante, con moglie, figlio e psichiatra a carico.
Don Marzano, esponente di spicco di un’organizzazione malavitosa, eppure conservatore (va da se’, ingiustificabile) di principi atavici di rispetto ed onore di fronte alla terra, alla famiglia, alla donna, al comune senso del pudore.
Alvaro Spasiano, la cui ultima, teatrale immagine ci riporta a una stanza vuota; un tavolo abbandonato, intorno odore di fumo e tensioni e corpi: una festa macabra di morte, violenza, vendetta, consumata con un riso tirato all’angolo della bocca e il veleno in gola.
Elena, un turbinante esempio di ragione e sentimento, tutto mescolato assieme in un gomitolo di lana inestricabile. Specchio della verità, il suo nuovo appartamento dai mobili bianchi, verniciati e immacolati, che conserva al suo interno, nascosti tra librerie e tendaggi lindi, il libro dei proverbi napoletani e i versi ipnotici di Enzo Avitabile, quasi stessimo per entrare nell’antro di una moderna Sibilla Cumana.
Vittorio Camporesi, giornalista dal talento forte e intuitivo, perso e smarrito (per ora) nei deliri tossici della cocaina.
Don Mimì e la rivelazione finale, transizione e trasformazione che passa di necessità tra lacrime e dolore, sangue e tumulti.

Il grigio cenere, se spazzato via, scopre mondi passati (quello che non siamo più) e mondi presenti (quello che siamo ora): i corpi degli uomini di Pompei, nascosti dalla cenere del Vesuvio e ritornati alla vita attraverso il bianco del gesso, mostrano, agli occhi di Vittorio, il legame indissolubile tra morte e conservazione (pag 257) – ovverosia, parafrasando, la trasformazione che sempre ci accompagna e alla quale l’essere umano, seppure volendo, non può sottrarsi.

"L’ultima estate in città", di Gianfranco Calligarich

More about L'ultima estate in città Combatti. Combatti strenuamente. Contro i cataloghi on line. Contro le librerie che se non è il thrillerone svedese ti guardano male. Contro i non disponibile sparati dai videoterminali.
È una lotta senza quartiere, uno scontro tra titani, altro che Hollywood.
Ma quando ce la fai, e te ne esci con questa cosa in mano, e data la copertina rigida fai pure fatica soltanto a toccarla, per paura che si sgualcisca – che soddisfazione.

Sei preso via in un turbine di parole, di inchiostro, di memoria storica e letteraria che ti riporta indietro, a quando muovevi i primi passi, incerti, pescando a caso dalla libreria di papà, la domenica pomeriggio. E i libri erano sgualciti e sapevano di carta acida e gialla.
E di alcuni ti innamoravi, di altri dopo sei pagine non sapevi che fartene; altri ancora, vuoi per l’età, vuoi per il testo, non ti si schiudevano agli occhi, e te ne rimanevi lì, amareggiata, a chieder consiglio telefonico alla zia, sorella di mamma, che per tutta risposta ti diceva che ogni libro ha un suo momento e che il momento di quel libro lì, per te, non era ancora arrivato.
Avevano titoli curiosi: La Storia, Lessico Famigliare, L’Ombra delle colline, e gli autori di cognome facevano Sgorlon, Sciascia, Calvino, Gadda, Anna Maria Ortese, Parise.
E il divano del soggiorno, di velluto peloso, marrone, così duro che dopo 10 minuti avevi già il sedere piallato a tavoletta.

Tutto questo inutile preambolo per farvi capire che di Calligarich non parleremo. Basta e avanza la rassegna stampa che potete trovare sul web, direttamente sul sito dell’autore.

Le pagine notevoli sono molte e tutte degne di citazione.
La giornata alla Rai per esempio, tra raccomandazioni, stanze chiuse, personale dalle mansioni non ben identificate, spettacolo, veline e letterine. Oggi come allora.
O il cameo su Milano in dicembre, che se a Milano ci vivi, non puoi non sentire una stretta al cuore, di fronte a quella mezza pagina e ai tuoi ricordi di bambina.

Oppure ancora, l’episodio quasi conclusivo, in villa, con il pittore e la sua congrega di adepti. Religioni posticce da guru di periferia, buone per artisti squattrinati, modelle anoressiche, scrittori in attesa di successo (e di raccomandazione). La terra d’Italia negli anni ’70.

Arianna è come tante, femme fatale, psiche fragile e troppi soldi da portarsi in giro. Ma ha a suo merito un certo qual coraggio, un’identità di fondo mai negata (si veda la questione mi ami / non ti amo, che pare puerile, ma alla fine tanto puerile non è) e anzi quasi ostentata, fino alla soluzione finale di annichilimento che non è altro se non uno sfolgorante, ultimo e disperato tentativo di auto-affermazione.

"Due", di Irene Némirovsky

More about Due In un’epoca in cui di Urban Fantasy non si parlava ancora – e neppure la si sognava – ecco qui un bel ritratto multiplo, e ante litteram, di Isabella Swan Cullen. O almeno, così pare, per ora. Perché tiriamo in ballo Twilight (aridaje, ne parlino bene, ne parlino male, basta che ne parlino) – che poi, per altro, non è che noi si sia particolarmente contro la questione Cullen: parte della critica, soprattutto sul web sostiene, secondo noi a ragione, che la validità del fenomeno risieda nella capacità che ha avuto il libro (Holliwood a parte) di suscitare riflessioni e stimolare la querelle del pro e del contro.
Quindi – morale della storia – ne parliamo.

Dicevamo. In senso lato, l’adolescenza & i suoi tormenti. La malinconia del crescere, le strade che porteranno al domani – un futuro indistinto e remoto, creato (oppure subìto) grazie a (o a causa di) scelte spesso definitive che, essendo tali, precludono altre possibilità che sondate non lo saranno mai.

E’ curioso il parallelismo con Bella Swan. Bella immagina, fantastica sul suo futuro, ama, con le profondità del cuore e della mente così come soltanto un adolescente sa fare, agisce in maniera avventata. Faccia bene, faccia male, è questione da considerare in altra sede.
La differenza con Marianne “Marion”e Antoine? Nessuna. Per ora.
E quindi? Ora ci arriviamo.

Viene da domandarci che fine abbia fatto la nostra realtà contemporanea, se per mettere in scena i tormenti dell’adolescenza, che fanno indiscutibilmente parte del nostro vissuto, abbiamo bisogno oggi di una novella di urban fantasy (come è Twilight) o di personaggi al limite del vissuto normale, quotidiano, sperimentato dai più, come possono essere, poniamo, eroine vittime di autismo, droghe, alcool, infanzia difficile, situazioni al limite, oppure ragazzine superdotate dal QI superiore alla media.
Perché l’irene ci riesce, invece? A scrivere di realtà basandosi solo su ciò che vede – e da dire poi, il suo mondo era sicuramente più ristretto del nostro – e che sperimenta intorno a sé, e noi, ce la facciamo un po’ meno? Un punto su cui riflettere – noi per primi, ancora il dilemma non l’abbiamo risolto, quindi, via libera al commento selvaggio (e all’insulto, se lo ritenete opportuno).

Avevamo già sottolineato (a proposito di Jezabel) quella necessità intrinseca propria di ogni personaggio dell’Irene: l’inscindibilità di personaggio e contesto. E qui ci siamo: qual è lo scopo che l’Irene si prefigge. Ancora una volta, la vita all’interno della realtà del mondo. Sarà la realtà stessa, attraverso le gioie, le sofferenze, i dolori; il matrimonio, i figli, il lavoro (prerogativa maschile, questa), le guerre, i lutti, le nascite, la malattia, a plasmare l’uomo e a consegnargli quel bagaglio di esperienze chiamate passato, che formeranno la sua vita.
Tutto il contrario di quanto accade a Bella Swan e ad alcune altre eroine del tempo presente: Bella cerca l’eternità dell’adolescenza, un momento perfetto e irripetibile, congelato in un istante di pura perfezione, fisica e mentale, e poi ripreso e rivissuto per l’eternità – il tutto esemplificato, possiamo concludere trivialmente, dalla dicotomia Edward / Jacob, che della vita, della trasformazione dell’Uomo, del sentimento e della corporeità è il vero esponente.
Da rifletterci.

***

Merito dell’Irene, l’idea di precisa sintesi che offre al lettore – né troppo, né troppo poco. Un equilibrio magico di scritto e taciuto, di verità e sospetti, di parola detta e pensiero intuito, solo immaginato. Ci si domanda quante vite abbia vissuto, l’Irene. Forse due, tre, tutte insieme: la sua incredibile agilità camaleontica la fa uomo d’affari, adolescente ai primi drammi, moglie matura, madre, amante; anziano padre di famiglia, governante, nurse amorevole.
Non avevamo ancora messo a fuoco uno degli aspetti del talento dell’Irene, quello della scrittura su commissione. Spesso si pensa all’ispirazione: un qualcosa che nasce dall’idea del momento, dalla realtà dell’esistenza trasformata nel magico dell’opera letteraria. Ora; a una prima lettura, una differenza tra opere nate dall’ingegno del momento, e successivamente pubblicate, e lavori come dire, commissionati dalla necessità, non è che sia di grande evidenza. Annotiamo l’osservazione a margine e proseguiamo nella lettura integrale dell’Opera, aspettando di confrontarci con la biografia per utili rimandi alla questione.

E’ il primo libro dell’Irene che leggiamo tutto d’un fiato, dal principio alla fine, senza fermarci. Dovevamo fare questo esperimento.
Tempo di lettura, 8 ore. Risultato, un mal di testa feroce.
Ma la lettura continua non ha prezzo. Per tutto il resto, c’è l’Ibuprofene.

"La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo", di Audrey Niffenegger

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Con avventatezza lo inseriamo qui tra i “libri di viaggio”, perché in realtà il viaggio, benché questa volta si parli di viaggi nel tempo e non nello spazio, è il vero protagonista di questa morbida e raffinata storia d’amore che si dipana dagli anni 60 ai giorni nostri.

Curioso come l’attenzione del lettore sia focalizzata per una volta non tanto su chi viaggia ma su chi resta, spettatore del viaggio che altri intraprendono.

Clare, artista e scultrice di talento, è la moglie di Henry, il primo uomo affetto da “cronoalterazione”, una disfunzione genetica che costringe chi ne è affetto a svanire dal presente, nei momenti più impensati e in maniera del tutto imprevedibile, per catapultarsi nel passato o nel futuro e lì rimanere, per minuti, ore o giorni, confrontandosi con la propria vita futura e passata.
Nel corso dei suoi viaggi, Henry incontra una Clare ancora bambina, si misura con avvenimenti ancora in là da venire, con persone già viste e di cui vorrebbe poter modificare le sorti. Attraversa luoghi diversi, visita persone che dal suo presente sono ormai assenti e altre che dovranno ancora nascere.

Lasciamo da parte ogni analisi tecnica sui viaggi nel tempo – non pensiamo sia intento dell’autrice definire con precisione le problematiche sottese a questa tematica tanto cara alla fantascienza – per analizzare i veri protagonisti del romanzo: Clare, e il tempo che passa.

Il viaggio è in sé movimento, scoperta, invenzione, rivelazione, anche drammatica. Lo abbiamo visto nei due libri precedenti.
Per Clare, invece, il viaggio non è altro che stasi. E’ attesa, è analisi introspettiva, è ansia per un futuro che ha ancora da compiersi e che non sappiamo se si compirà mai. Un ritorno sempre atteso, ma mai annunciato, senza data e senza coscienza. La partenza è improvvisa, incontrollabile, e avviene anche nei momenti più importanti, quelli in cui non vorremmo mai essere lasciati soli.

Da qui, l’importanza dei gesti e delle piccole cose di tutti i giorni. Le piccole cose che aspettano il ritorno insieme a noi e alle quali ci si ancora per combattere la solitudine, l’abbandono, la nostalgia. Il tempo che non passa mai.

Il consiglio è quello di soffermarsi sulle descrizioni, soprattutto delle stagioni e del tempo che cambia, visti attraverso gli occhi di Clare.
L’inverno di Chicago, con la neve e il vento, fatto di divani caldi, tazze di cioccolata, tisane, coperte pesanti e pomeriggi della domenica passati a leggere davanti alla finestra. L’estate torrida della campagna, dei prati e degli insetti. L’autunno dei disegni dei bambini: il cielo dalle sfumature color arancione, gli uccelli migratori, il vento trasparente e freddo del pomeriggio inoltrato, le ombre scure della sera che annunciano il freddo in arrivo.

Tutti i particolari delle descrizioni più riuscite, puntuali ma mai ridondanti, hanno come oggetto ciò di cui si può godere nella propria intimità, in contrapposizione con un esterno “altro”: una bella lettura accompagnata da un disco di qualità, una cena con gli amici più cari, una stanza calda e accogliente a cui si può ritornare. Lo studio di Clare, disseminato di strumenti da disegno, pennelli e colori.
Tutto quello che a Henry è in un certo senso precluso, visto che in maniera del tutto casuale e non prevedibile viene trasportato, nudo e traumatizzato, nei luoghi più impensabili (un vicolo di periferia in una sera freddissima d’inverno, una cantina sotterranea senza uscite di sicurezza, un rifugio di vagabondi da cui Henry viene malmenato), senza la possibilità di portare con sé nulla che lo faccia sentire protetto e a casa – un vestito, gli occhiali, una foto. Neppure l’otturazione inserita in un dente, che sistematicamente viene perduta chissà dove.

Clare è la depositaria di questo segreto, il segreto di poter vivere queste piccole felicità senza interruzione, la capacità di trovare un riparo dall’esterno.

La storia d’amore di Clare e Henry è tutta qui, è la bellezza struggente di vivere le piccole cose di ogni giorno e il silenzio terribile che acquista anche la stanza più bella, dopo che la persona che amiamo l’ha lasciata.

Mai però che Clare si dia per vinta. E’ una donna forte che difende la vita, le sue bellezze e le sue scoperte. Henry è uomo ironico, pungente, a tratti esilarante. Le sue battute taglienti spezzano con cura i momenti di maggior lirismo, evitando che il libro si trasformi in una tragedia cruenta da trasposizione cinematografica.

Un ultima nota: vi invitiamo a seguire i consigli per la lettura (e per l’ascolto musicale) disseminati qua e là.
Libro da lettura medio-veloce, facilitata dall’inusuale sistema di scrittura, che si avvale di un costante punto di vista multiplo graficamente sottolineato nello scorrere dei brevi paragrafi.
Siccome si tratta di una narrazione sviluppata lungo il corso degli anni, l’attenzione è focalizzata sugli eventi (separati anche mesi o anni tra loro, come fotografie). Ogni evento è proposto dal punto di vista di Clare o di Henry (CLARE: o HENRY: a livello grafico) e non mancano i casi in cui sia visto da entrambi, separatamente.
E’ necessario inoltre prestare attenzione alle date: ogni sezione di capitolo, infatti, è evidenziata da una data – e dagli anni che Henry e Clare hanno al momento dell’episodio. Il sistema sembra a prima vista un po’ macchinoso e difficile da seguire, ma così non è. Ci si abitua subito e si rivelerà molto utile per capire le varie connessioni tra il presente, il passato e il futuro dei due protagonisti.

"Tiratori scelti", di Emmanuele Bianco

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Del perché per un libricino di 255 pagine ci abbiamo messo tanto (a parte la pioggia, che non consente la fruizione on the road mentre si aspetta il tram). Ora, occorre dire, in primis, che l’abbiamo proprio sbagliata, la lettura. Abbiamo spezzato i capitoli in tante microletture che non ci hanno consentito di apprezzare né la forma, né le macroaree di contenuto.
Quindi, come reminder, attenzione all’approccio.

Ci abbiamo messo un po’ perché si vede e si sente di aver tra le mani una novità Holden (non per nulla pubblicata da Fandango), e occorre studiarsela a fondo.
(A parte che ad annusarlo, questo libretto, ci siamo ritrovati a pensare con un po’ di nostalgia alle sale col parquet che scricchiola, alle riviste sparse sul bancone della reception, a quell’odore di carta vecchia e nuova, di cappotti di lana e di pioggia d’autunno… ma vabè, ricordi di gioventù).

Insomma, ci sta lo stream of consciousness, queste pagine e pagine di puro pensiero con sprazzi di luce affidati a microscopici haiku. Perle di saggezza di popolo, deliri alla cocaina, visioni metafisiche date dall’alcool e dalla marijuana, riflessioni postmoderne del pensiero alla deriva durante una rissa di strada.

Perché – e qui ce n’è un altro, di perché – se non si conoscono, quelle realtà parallele di mondi nascosti, non è che te lo leggi fino in fondo e lo apprezzi pure, questo libretto. Se mentre leggi non riesci ad immaginarti le sedie di plastica bianca del bar, sparse sul marciapiede ad intralciare il cammino, il rumore che fanno quando le sposti e le gambette malferme grattano sull’asfalto grigio e ricoperto di cicche marmorizzate, allora non sai di cosa si stia parlando. Se non riesci a visualizzare la confusione di parabole sui balconi, le serrande sgangherate delle finestre, la biancheria firmata stesa ad asciugare, allora, di narrazione, te ne sei persa una gran parte.

E soprattutto, te la perdi se non senti il profumo di questi ragazzi. Le loro Acque di Giò mischiate al fumo delle sigarette e dello spinello, le camicie di marca, stirate alla perfezione, la brillantina sui capelli. Il modo che hanno, di andare in motorino, a 13 anni come se ci fossero nati.
I giubbotti di jeans imbottito e quelli di pelle, dei fratelli maggiori, appesi nell’anticamera buia, sopra al tavolino dei ninnoli in finto Swarovsky.
E quel guardare strano, di lato, come se, con una parte infinitesimale di se stessi, non fossero lì con te, e non potessero esserci mai; sempre vigili, sempre attenti a ciò che passa per la strada, sempre all’erta.

Come dire, per una scelta consapevole: o Bianco, o Moccia. A voi i raffronti.


"Le perfezioni provvisorie", di Gianrico Carofiglio

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Cioè. E’ un Carofiglio-Guerrieri, non è che ci si possa aspettare niente di diverso. E’ così. Vuoi una spy-story con azione, inseguimenti, spargimento di sangue? Va bene, allora NON leggere di Guerrieri. Vuoi ambientazioni esotiche, viaggi avventurosi, paesi misteriosi e lontani? Bene, e qui siamo giunti, di nuovo: NON leggere di Guerrieri.

Perché Guerrieri è uno come noi. E’ uno che il suo mestiere lo sa fare (o meglio, Carofiglio, lo sa fare), ma è pure un po’ italiano. Pasticcione, incasinato nella testa, incapace di scindere fino in fondo ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è GIUSTO difendere e ciò che SAREBBE sbagliato continuare a sostenere; insomma, uno che oscilla tra mente e cuore, tra ragione e sentimento, tra passione e razionalità. Come tanti di noi. E’ vero, Guerrieri è uno che è pure un po’ via di testa: ora, sfidiamo CHIUNQUE a pensare a una qualsiasi delle proprie giornate e a dire: “Occhei, oggi mi sono occupato soltanto di quella cosa lì, e ho lasciato fuori tutto il resto”. Inverosimile. Così come lo sono tanti personaggi delle fiction di oggi, tutti d’un pezzo, tutti dediti alla causa, tutti concentrati.

Carofiglio descrive scartamenti perché è così che percepisce la SUA realtà.

Una realtà di un mondo – anche interiore – che cambia, che per certi versi crolla di fronte a una visione che non è più quella di un trentenne agile, energetico, sicuro di , ma quella di un uomo di più di quarant’anni ormai consapevole del proprio passato e del futuro che lo aspetta; visione che poi viene, attraverso le vicende della vita, ricostruita a fatica, pezzo dopo pezzo. 

Ecco perché l’infatuazione per la giovane sciocchina acquista la sapidità dello stereotipo. Perché così deve essere, perché è COSI’ che Carofiglio-Guerrieri interpretano la realtà: la giovinezza che ha acquistato la sostanza – e le forme – di un banale cliché (la biondina procace, furbetta, smaliziata, come se fosse, che so, un “ultimo bacio”, il colpo di coda del guerriero ormai prossimo alla svolta epocale), la maturità che invece – vedi Nadia & Pino – offre la complessa trama delle prime rughe e quella, tanto più difficile da intendere, delle ferite degli animi.

Ci viene da ricordare un altro Sellerio, “Delitto imperfetto” della Teresa Solana (guarda qui, cosa ne viene fuori, un parallelismo inquietante tra titoli). Eduard e Borja hanno molto in comune con Guerrieri: la camaleontica capacità di partecipare alle tante realtà che compongono il nostro mondo, l’avventatezza tipica degli impulsivi mediterranei, le mille derivazioni del pensiero. E non si dimentichi pure il nostro caro Adamsberg (di cui speriamo di raccontarvi a breve), se proprio vogliamo continuare a parlare di “spalatori di nuvole”.

"Quello che le mamme non dicono", di C. Cecilia Santamaria

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La “prima” sapeva di venerdì sera, di Milano d’estate, di sole al tramonto sulle guglie del Duomo e, naturalmente, di spritz – S/L
Perché consigliamo la Chiara, anzi (ci perdoni), la Wonder, ché chiamarla con il suo nome di battesimo oramai, dopo quasi due anni e una quantità inestimabile di post, ci risulta un tantino difficile. A dire la verità, il perché, ce l’ha spiegato con dovizia di particolari la nostra collaboratrice S/L – autrice della chiosa di cui sopra. Venerdì sera, al telefono, dopo la presentazione milanese del libro. 
Perché la Wonder, la realtà te la racconta così com’è. 
E questo vale per il contenuto ma anche per la forma. 
Uno stile fresco e schietto, un rimescolio frizzante, quella capacità tutta italiana di portarsi dietro (e dentro) la lingua dello studio e dell’apprendimento (l’italiano nazionale), insieme a quella, più radicata e antica, del dialetto, della terra, della famiglia, delle origini.
E’ grazie a questa freschezza di stile “alla romana” che le narrazioni di Wonder acquistano quel sapore di vita e realtà che le fanno così particolari.
Come se l’argomento non fosse sufficiente. “Quello che le mamme non dicono” è tutto ciò che ogni mamma nasconde di sera sotto al cuscino, come un fazzoletto ben ripiegato; tra le pareti domestiche, nell’intimo del cuore. Ombre profondissime nascoste nell’animo di ogni donna. Ombre a cui le mamme di oggi, forse, non sono più disposte ad accondiscendere in nome di un tabù sociale sempre vivo e presente.
Il successo del blog da cui è stato tratto il libro fa riflettere. Potremmo pensare ad una operazione di marketing ben riuscita e osservare il tutto con distaccata diffidenza, ma poi dovremmo fare i conti con una delle fondamentali leggi della pubblicità: il marketing c’è dove c’è pubblico, potenziale o acquisito. 
Ciò sta a significare che il mondo delle mamme-spritz forse è più vasto di quel che si pensa: è un luogo sotterraneo, ancora in sperimentazione, perché le mamme di oggi conoscono alla perfezione (e anche troppo) il luogo da cui partono ma non conoscono assolutamente nulla del punto di arrivo, che non è neppure, lontanamente, immaginabile. 
E’ una realtà parallela, di sprazzi di luce incantevole. Una femminilità intima e auspicata, un’identità da conservare e coltivare con costanza, fatica, impegno e, perché no, anche con la leggerezza di una sana risata.