"Le quattro casalinghe di Tokyo" di Natsuo Kirino

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Avevamo affrontato la questione “Nipponica” già qualche tempo fa, qui, a proposito di una giovane e talentuosa (secondo noi) signorina classe 1980 anno più anno meno.
Teniamo a mente questo punto ma facciamo un passo indietro.
Parte della letteratura di viaggio contemporanea, soprattutto quella che potremmo definire “amatoriale” (intendiamo, via blog, o websites) tende per certi versi alla rappresentazione di un immaginario “Nipponico” destrutturato, ricostruito e poi ricontestualizzato alla luce di un’interpretazione occidentale che parte sì da un vissuto reale ma che poi si sfalda, scivolando in quella che pare una proiezione fantastica frutto di una lettura del reale filtrata da codici standard e da interpretazioni di difficile applicazione pratica.
Un esempio per tutti il classico photoshow con, da una parte, giovani ragazze in kimono, impegnate a scegliere frutta e pesce al mercato rionale; dall’altra, studentesse di liceo, minigonna, calze “scese”, accessori manga, unghie laccate e pettinature adatte all’occasione. E ancora, abitazioni tradizionali e grattacieli, ristoranti di periferia e grandi catene alberghiere, anziani in gruppo e sale di Pachinco.
Tutto reale, tutto vero. Ma poco esemplificativo.
Lasciamo da parte (e in sospeso) la questione per rivolgerci ad altro. Eh, fastidioso, lo sappiamo, ma è una questione primaria, dobbiamo accordarci in merito altrimenti non si va da nessuna parte.
Dunque: scordatevi il Giallo; dimenticatelo, malgrado quello che potreste leggere su internet; anzi, lì la questione è stata in alcuni casi così mal posta da inficiare lettura e soprattutto, ahinoi, giudizio.
Di base il delitto c’è, e c’è pure l’assassino. Dite voi, ci sta pure, eh, come struttura; ma che poi no, ribattiamo noi, perché qui quel che manca è il Tenente Colombo. Chiaro che se la prendiamo in questo modo, di stellette gliene diamo al massimo due. Anche perché la trama risulta un tantino prevedibile in tutte le sue sfaccettature, sicché, per la cronaca, a pagina 400 e rotti hai già capito come andrà a finire.
Quindi, riprendiamo (oggi vi facciamo ballare un po’, scusateci, ma è l’unico modo – secondo noi – per capirci qualcosa).
La nostra cara amica Natsuo Kirino è stata così brava da cancellare, in un solo frullo d’ali, tutto quello che pensavamo di sapere, e di conoscere, sulla sua terra. Cancellato, via, depennato con il pastello blu. Con un pretesto che ha del banale: quattro donne, quattro colleghe di lavoro al limite della crisi isterica, sono complici dell’omicidio che una di loro perpetra verso il marito, uomo violento e dedito al gioco e alle donne.
Andiamo a caso.
Si parla di feste tradizionali, di teatro, di musica?
(Oh, il teatro, come adoooriamo le rappresentazioni che ci vengono offerte a pacchetto dalla nostra agenzia viaggi di fiducia)
No, per carità, non c’è alcun accenno ad una seppur vaga vita sociale, o politica, o culturale di un certo rilievo in cui possano essere coinvolte le nostre quattro protagoniste, che o lavorano, o dormono, o guardano la televisione (no, pardon, non la guardano quasi mai in realtà; la tv è mero accessorio, rumore di sottofondo), o sezionano cadaveri (Uhm).
Si parla di indumenti tradizionali o di culto per l’arte, il disegno, l’illustrazione, il colore?
(Oh, l’arte tutta giapponese del colore e della forma, che i nostri negozi “etnici” cercano di riprodurre in tutta la sua purezza con mobilia vintage e quadri d’arredo)
Come no. Dal punto di vista fashion, siamo alla fiera della sciatteria, femminile e maschile: magliette scolorite, colori mescolati alla bell’e meglio, vestiti da uomo di fattura umile, che mal calzano perché o troppo larghi o troppo stretti o troppo corti o troppo lunghi, giacconi rattoppati con lo scotch anche se non mancherebbero i mezzi pratici per acquistarne di nuovi; sciatteria che si contrappone alla ricerca quasi spasmodica per un lusso vero – o finto, pataccato – di cattivo gusto perché focalizzato soltanto sull’esposizione della marca (meglio se italiana) e completamente avulso da questioni del calibro di “stile” ed “eleganza”.
E le tradizioni culinarie? 
(Oh, dobbiamo commentare?)
Ma certamente! L’opera si apre sull’immagine forte, evidente, fredda, asettica di uno stabilimento di cosa? Di cibi in scatola. Confezioni che immaginiamo di plastica, resistenti a freezer e microonde, riempite con dosi standard di riso precotto e congelato, cotolette quadrate di animali non ben identificati, salse scure e untuose.
Cibi che vengono comperati nei supermercati aperti 24 ore su 24, consumati in fretta, scaldati e trangugiati in cucine fatiscenti, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
E cosa dire dell’architettura? 
(Oh, vedi sopra, la voce “culto per l’arte”)
Stanze spoglie, sporche, buie, in case vecchie e diroccate; quartieri dormitorio fatti di porte chiuse, giocattoli vecchi abbandonati nei corridoi, biancheria stesa ad asciugare, odori di cucina; aree dismesse tra erba alta, caseggiati abbandonati e centri commerciali superaffollati.
Non parliamo poi dei rapporti interpersonali. Pare che le regole di buon vicinato si siano mantenute soltanto per una sola, unica questione meramente opportunistica: il turno per gettare l’immondizia.
Per il resto, nient’altro se non un vespaio di vecchie pettegole che non perdono il gusto per la delazione neppure davanti a un morto ammazzato. Anzi.
Colleghi menefreghisti, usurai di quartiere, figlie poco più che adolescenti che per una mazzetta di denaro e qualche vestito di marca si vendono al miglior offerente.
Mononuclei familiari in cui la tradizionale reverenza verso gli anziani è ormai stemperata in un flebile e imprecisato senso del dovere verso genitori lontani, assenti, poco o per nulla conivolti nella quotidianità di figli e nipoti.
Tant’è che l’unico personaggio maschile positivo, depositario di valori forse autentici quali la fedeltà alla propria terra, alla famiglia, all’onestà intima che viene dal lavoro duro, dalla fatica fisica, è Kazuo, il non-giapponese, il reietto, il semi-clandestino che abbandonerà il Giappone e tornerà in Patria.
Curioso, che due scrittrici di calibro e di età differente si trovino ad affrontare le medesime tematiche: la decadenza culturale, il ruolo della donna, schiava della famiglia e vittima di una realtà sociale maschilista e mortificante, il senso religioso dimenticato, il culto del lusso e del denaro fine a se stesso.
A voi le riflessioni del caso.
Nota alla lettura: questo è il primo esperimento del 2011 sulla lunga distanza. Vi avevamo promesso un’opera dal volume consistente, la cui lettura tuttavia non equivalesse di necessità a uno sforzo mnemonico interminabile e lentissimo. Secondo noi, funziona.

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