"Matched", di Allie Condie

More about Matched Ebbene sì, questa volta parleremo di Young Adult, genere letterario che vuoi per età anagrafica vuoi per temi narrativi non si annovera (o meglio, non riesce ad annoverarsi, mica lo scartiamo noi a priori) tra le nostre letture quotidiane. 
La “proposta” (poi si capirà il perché delle virgolette) è arrivata dal’amica Miriam, che, rimembrando i suoi fasti passati di cultrice delle Lettere, domenica scorsa mi ha apostrofato con un Γνῶθι σεαυτόν (gnôthi seautón) così imperativo da non consentire dibattito alcuno. 
Ovvero, cosa rispondere se la tua primogenita 13enne sfoglia “Matched” in libreria e ti dice che sì, è quello, il libro che vorrebbe in regalo. 
Secondo il vecchio adagio Miriamesco, anzi due, per cui: 1. “Per combattere il nemico (ovvero l’AM – Adolescente Medio, ndr), devi conoscerlo” 2. “Ho tre figli di cui uno un pieno svezzamento, cara, figurati se adesso ho il tempo di leggere (*), è andata a finire che mi sono ritrovata a scaricare il suddetto “Matched” dal web (santi @Bookrep) con l’ordine perentorio di leggerlo e recensirlo, via email naturalmente, alla diretta interessata; deadline “suggerita”: 72 ore. La mia obbedienza è stata immediata, cieca e assoluta. Anche perché Miriam è donna verace, di braccia possenti e carattere sanguigno: quindi, sempre meglio rifletterci. Prima, possibilmente. 
La questione è che mai richiesta fu più inutile. Di ore, dicevo, ce ne abbiamo messe non più di otto. Trascinati dalla trama, e – ovviamente, come c’era da aspettarsi – da una scrittura agile, eppure (surprise!) né sciatta né standard (come ben esemplificato in un recente articolo @La_lettura, a firma L. Ricci), abbiamo affrontato questo urban-fantasy-distopico romanzo sentimentale (ma non solo) che ha dalla sua alcune peculiari e interessanti qualità. 
Prima fra tutte il particolare per l’universale, bel grimaldello per far leva sulla curiosità intellettuale delle nuove generazioni. 
La scelta dell’autrice, ossia contestualizzare la parte romance della trama, chiaramente molto evidente, all’interno di un futuro prossimo che risponde adeguatamente ai canoni della narrazione distopica, è chiara e netta: una (ancora) non ben definita Società, guidata da un Leader carismatico, governa una fetta consistente del Pianeta Terra. Tutto pare aver avuto origine da una catastrofe tecnologica non (ancora) ben identificata, che ha modificato radicalmente le abitudini di vita del genere umano. 
E’ mantenuta, anzi esaltata nel corso di tutta la narrazione, una delle caratteristiche fondamentali della narrazione distopica: l’accento e la focalizzazione sulla vita sociale e di relazione. In “Matched” La “Società” (in senso lato, un particolare tipo di corporazione o gruppo di potere, tipica presenza della narrazione distopica) ha preso il sopravvento sul consueto vivere civile, minandone le caratteristiche salienti (libertà di culto, espressione, movimento, circolazione delle merci etc – qui in particolare si innesta la vicenda sentimentale, grazie all’entrata in scena del “match” appunto, l’accoppiamento “guidato” dei giovani da parte della Società, secondo rigide analisi volte a promuovere una progenie sana e forte), e favorendo tra l’altro la nascita e la proliferazione di società segrete e movimenti di ribellione clandestina. 
La contestualizzazione è precisa, seppur semplificata nelle sue caratteristiche distopiche dato il target primario a cui l’opera si riferisce. Non abbiamo (ancora) dati rilevanti sulla costituzione della Società, né sulla sua struttura né sulla sua organizzazione (e chissà se li avremo – annotazione importante); manca una parte più specifica riguardo altri aspetti del vivere civile e morale, per esempio il rapporto con la stampa o quello con il sentimento religioso. Eppure, solo il fatto che ci sia ritrovati ad affrontare una contestualizzazione così tipica ci offre la possibilità di illustrare al giovin lettore quel particolare, e senz’altro curioso, sottogenere della fantascienza e del fantasy che prende il nome di narrativa ucronica (e diacronica). E magari, chissà, ad avvicinarlo alla narrativa di genere, ma più “adulta”, da cui l’opera deriva e prende spunto. 
L’altra questione che ha molto sorpreso, e che differenzia quest’opera rispetto ad altre YA, è l’attenzione verso il libero arbitrio (il cui uso va imparato e allenato con la pratica) e verso le conseguenze che ogni scelta, o non-scelta, produce su se stessi e sugli altri. 
Negli ultimi anni ci siamo un po’ assuefatti ad eroi ed eroine (fatto salvo Harry Potter, sovrano detentore, almeno nei primi libri, del supremo titolo di “Colui-che-fa-le-peggio-stupidate-e-non-se-ne-accorge-se-non-al-capitolo-trenta”) per le quali il meccanismo di scelta o viene costantemente inibito – perché il fato governa su tutto – o relegato a un mero pretesto narrativo fine a se stesso che a conti fatti non inficia la vita né di chi agisce, né di chi subisce. Niente di più falso e fuorviante. 
La protagonista di “Matched”, Cassia, pur nell’ingenuità dell’età e nella semplificazione data dall’impostazione narrativa scelta dall’autrice, affronta i drammi piccoli e soprattutto grandi dell’esistenza con le sue sole forze, ossia senza l’intervento né di eventi soprannaturali, né creature magiche o demoniache; e nemmeno grazie alla presenza di particolari doti personali, magari sconosciute e “venute fuori” con la pubertà (al pari dell’acne). 
Ci troviamo di fronte, finalmente, ad una ragazza che affronta delle responsabilità crescenti (tra cui, per altro, anche la questione del matrimonio) con altrettanta crescente consapevolezza, nel tentativo (vedremo poi, se riuscito) di preservare non soltanto se stessa e il proprio futuro, ma anche quello che, di sé, è oramai il passato e deriva in primis dalla propria famiglia di origine, di cui Cassia riconosce, in modo profondo e chiaro, il ruolo educativo (vedi il rapporto con il nonno, simbolo vivente, attraverso il manufatto che le porta in dono, del valore del passato e della memoria). 
Per altro, in una realtà quale la nostra, dominata da un surplus di connessioni e informazioni, è interessante la riflessione, che potrebbe derivare dalla lettura dell’opera, sull’importanza dell’espressione artistica e culturale di qualità: opere dell’ingegno umano quali musica, teatro, danza, scrittura, fotografia, arte. 
A Miriam ho consigliato il bollino giallo; come succede in tivù. E non per questioni di mera censura (sacrableu!) ma perché credo che “Matched” potrebbe dare il meglio di sé – perché si presta bene all’esperimento e offre diversi spunti interessanti – qualora un adulto proponga, al termine della lettura, una discussione leggera e per caso sui temi di cui sopra affrontati dall’autrice.
Sorvolando sulla parte romance, che va vissuta, come dire, in tutta l’intimità della beata adolescenza. 
E speriamo che il secondo e terzo volume siano all’altezza del primo.
ps. per altre, più compete informazioni su distopia e ucronia, cliccate qui


(*sostituire a piacere la parola “leggere” con: dormire/andare in piscina/ depilarmi/ fare se**vietato ai minori**) 

“Stoner”, di John E Williams – una serata di lettura condivisa (parte seconda)

More about Stoner Il passato lunedì, 7 Maggio (perdonate il ritardo) ci siamo ritrovati ospiti di @Tempoxme_libri per la seconda parte della nostra lettura condivisa (se volete rileggere la prima, potete farlo qui). Partecipanti attive, oltre alla gentilissima padrona di casa, le bravissime @colvieux @SedCetta e @leggendoLibri che hanno animato una discussione equilibrata, ampia, strutturata e divertente. 
Ancora quattro le aree tematiche proposte e analizzate: 

Le figure femminili nel romanzo 
L’attenzione è chiaramente focalizzata su Edith, moglie di Stoner e madre della loro figlioletta Grace. Si è convenuto sulla forza espressiva del personaggio-Edith, ben delineato in tutti i suoi tratti peculiari. 
“Moglie-bambina sempre uguale a se stessa” (@SedCetta), emotivamente instabile e inafferrabile (@Tempoxme_libri), Edith è capricciosa, volubile, spesso consapevolmente cattiva. Risentimento e vendetta di figlia incompresa sono riferiti al padre assente e autoritario (@colveaux) ma proiettati sul marito, di cui rifiuta l’affetto e la sessualità e che mira, con lucidità e metodo, a distruggere (@SedCetta): nei suoi spazi (lo studio smantellato), nelle sue relazioni intime (la figlia rubata), e in quelle professionali (studenti e colleghi, la stesura del secondo libro abbandonata). 
Il giudizio rimane sospeso, molte le questioni aperte che speriamo siano riprese nei capitoli successivi: su tutte, la distruzione meticolosa degli oggetti d’infanzia regalati dal padre, un falò che Edith appicca nella sua camera di ragazza, al suo ritorno a casa in occasione del funerale del genitore, morto suicida in seguito al crack finanziario subito con la grande crisi del ’29. Una scena scabrosa e violenta che rientra perfettamente (@colveaux) nell’economia del racconto alla voce “la trasformazione di Edith”. 
Rimangono per ora irrisolti i nodi attorno al rapporto ambiguo, appena accennato, con Lomax, il collega amato-odiato di Stoner, e con la figlia Grace che Edith tenta in ogni modo di sottrarre al controllo del padre, che invece dimostra per la figlia un affetto sincero e attento, anche nelle cure quotidiane, che va ben oltre i consueti canoni dell’epoca. 
I lutti e le lacrime 
@Tempoxme_libri pone l’accento sull’importanza fondamentale che riveste la serie di lutti che affligge la famiglia Stoner nel corso della parte dell’opera analizzata: il padre di Stoner, il suocero, il vecchio professore. Una “vera rivoluzione” (@Tempoxme_libri) per entrambi i personaggi principali: Edith alla morte del padre dà il via alla sua “trasformazione”. Stoner affronta per la prima volta forse una commozione partecipe, tanto da sfociare nel pianto – così inusuale per una figura così riservata – alla morte del mentore universitario. La morte dei genitori, per entrambi i protagonisti, è fonte di riflessione e crescita interiore – riflessione che poi chiaramente verrà intesa ed espressa in maniera diametralmente opposta. 
Interessante il dibattito che segue: @coilveax pone l’accento sull’asetticità delle relazioni, un’“anaffettività totale e devastante ma tranquilla, resa normale e inquietante dallo stile e dalla narrazione” che viene mitigata soltanto dal rapporto padre-figlia: “complicità silenziosa (…) Ma un silenzio caldo, in un racconto quasi gelido”. 
L’ambiente accademico 
Che in questa parte del romanzo è approfondito e tratteggiato con grande efficacia tra professione, amicizie e rivalità. 
A casa Edith, qui l’alter ego, Lomax, brillante e avvenente studioso, con cui Stoner ingaggerà un’aspra e feroce battaglia che si fa specchio della guerra privata: anche qui un giovane conteso, Walker, il pupillo zoppo [nb, Walk-er è tutto tranne uno che cammina… attenzione] del professor Lomax che cerca un riscatto attraverso il ragazzo, così come Edith cerca un riscatto nei confronti della figura maschile del padre/marito assoggettando la figlia. 
@Tempoxme_libri sottolinea poi il tema dell’amicizia e della familiarità instaurata da Stoner con il collega Finch, che si adopera attivamente (e si espone) per salvaguardare l’integrità morale e professionale dell’amico nel corso della vicenda Walker. 
Lo stile 
Discussione animata e ricchissima di spunti che ha visto protagonista soprattutto @leggendolibri che espone i propri dubbi riguardo la validità dell’opera. Lo stile “veloce, scorrevole e fluido” (@Tempoxme_libri) è un pregio o un limite? Secondo @leggendolibri il testo scorre perché non ci sono argomenti di rilievo da esporre: siamo di fronte ad un “romanzo cometa” da cui “l’eccezionalità è bandita”? Per @SedCetta e @colveux si rileva sì un’“asciuttezza piatta” che tuttavia è adeguata al racconto e “funzionale al tema del narrato”: una “lucida e inquietante banalità del male” (@colveaux): la mancanza di relazioni umane vive e forti spinge a “piccoli grandi crimini affettivi” che vengono compiuti “con la più assoluta naturalezza”. 
Ecco qui l’immagine che abbiamo eletto rappresentativa dell’opera: 
Dicevamo – l’assenza di passioni, il silenzio, l’incomunicabilità – insomma tutti qui temi che lo scrittore vuole affrontare (e vuol far affrontare al lettore) sono ben rappresentate non soltanto dal ritmo narrativo e dallo schema tematico dell’opera, ma anche dallo stile che ben si adatta con la sua scarna essenzialità. 
Molte le domande a cui non siamo riuscite ancora a rispondere: prima fra tutte, la presunta “mediocrità” di Stoner tra desiderio di felicità e speranze disilluse. A seguire, siamo curiose di verificare la consistenza della trama: ce l’aspettiamo divisa in tre parti (giovinezza e mutamento / età adulta e sviluppo della personalità – vita personale e professionale / età avanzata) ed equilibrata nel recuperare ciò che è rimasto in sospeso. Siamo d’accordo con @leggendolibri quando sottolinea che la lettura di quest’opera presuppone un impegno massimo del lettore che, lungi dall’essere mero spettatore di una vicenda (eventualmente immedesimandosi in essa), è chiamato ad uno sforzo di lettura non indifferente per interpretare ogni singolo non-avvenimento: ma l’opera cosa deve provocare? Emozioni, o reazioni? (@SedCetta). Ad ogni modo si sottolinea l’estrema attualità del libro che pur profondamente contestualizzato nello spazio e nel tempo riesce a valicarne i confini per proporci una lettura che può essere affrontata anche alla luce della nostra epoca. 
Affrontiamo la lettura dei capitoli finali e attendiamo con ansia il prossimo appuntamento (in agenda per domenica 27 maggio, ore 22) per la discussione conclusiva. Grazie ancora a @Tempoxme_libri per l’ospitalità. 

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Serata di lettura condivisa: “Stoner”, di John E Williams, Fazi Editore, 2012, 10-conclusione
Venue: @tempoxme_libri | #Stoner
Date/Time: Lunedì 21 Maggio 2012, ore 22.00

"Venivamo tutte per mare", di Julie Otsuka

More about Venivamo tutte per mare(Ovvero: nelle sbiadite fotografie color seppia che giovani donne stringono tra dita minuscole e conservano poi in scatole laccate, buste gialle di cartone consumato, valigie e bauli di legno, è contenuta tutta l’ipocrisia del mondo che verrà). 
Il testo, annoverato dal New York Times tra i titoli migliori del 2011, non appartiene al genere del romanzo. Riferisce piuttosto al teatro, e in special modo alla tragedia greca classica: luogo deputato, per antonomasia, all’espressione corale delle moltitudini. Nella struttura della tragedia greca, specialmente in quella Eschilea e Sofoclea, che è programmatica a riguardo, al prologo (“tutta la parte che precede il coro” secondo la definizione di Aristotele) succede il parodo, ossia il primo canto del coro. Canto che poi si alterna, secondo una specifica sequenzialità, durante tutto il corso dell’azione scenica, tra episodi e stasimi, ovvero le esibizioni del coro stesso, che successivamente all’entrata in scena sono statiche, ovvero prive dell’elemento della danza che invece contraddistingue il primo canto. 
Costituito da un numero preciso di elementi ed obbediente a determinate, e rigide, regole formali e contenutistiche, il coro rappresenta di volta in volta una moltitudine (di cittadini : Tebani – cfr Sofocle “Antigone” / “Edipo Re”, di anziani : di Argo – cfr. Eschilo “Agamennone”, di fanciulle e/o donne : cfr Eschilo “Coefore”) e ha il compito di illustrare e commentare la situazione che si sta svolgendo in scena. 
La bidirezionalità tra il coro in scena e la moltitudine della folla sugli spalti è sempre forte ed evidente, almeno nel momento più classico della tragedia. Lungi dall’affidare la narrazione ad un’asettica impersonalità, il coro evidenzia, e sottolinea, attraverso l’espressione della moltitudine, il sentire comune e ha un effetto seduttivo ed ipnotico sull’ascoltatore che, liberandosi dall’ “io” della narrazione, si immedesima, invece, nel “noi” della moltitudine, che non è soltanto spettatrice dell’evento, ma pienamente coinvolta in esso, e da esso. 
Questo, in sintesi e tecnicamente, ciò che ci accade anche durante la lettura delle vicende narrate da Julie Otsuka nel suo “romanzo corale”. La questione però, come spesso accade, è altra, più complessa, nascosta tra le pieghe della fruizione del testo. La verità è che rimaniamo affascinati e turbati da un simile espediente narrativo (e scenico), che ripercorre, pur nella sua letterarietà (ma anche grazie ad essa, che non scivola mai né nel sentimentale, né nel patetico) due specifici drammi storici accaduti oltreoceano nella prima metà del ‘900: la tratta delle “spose in fotografia”, giovani ragazze giapponesi vendute dalle famiglie, attraverso la pratica dei sensali, ai connazionali immigrati, che desideravano un matrimonio rapido e sicuro, e quello, parimenti drammatico, delle deportazioni dei cittadini americani di origine giapponese volute da F.D. Roosvelt a seguito dell’attacco a Pearl Harbour. La narrazione, affidata ad un generico “noi” che comprende tutte le centinaia di giovani ragazze deportate in massa, prima dalla terra di origine, e poi verso i campi di internamento, colpisce perché è profondamente, intimamente femminile. Le donne, sradicate dai propri affetti e dalle proprie abitudini, vengono affidate, sole, ad un destino che ha il sapore del Fato – ineluttabile come nella tragedia greca. L’uomo che pecca di ubris (tracotanza, potremmo tradurre) agli occhi degli dei viene condannato. Sta china, non alzare il capo, lascia parlare me – intima il marito appena conosciuto. Lavora sodo, non ti fermare, sarchia, monda, estirpa le erbacce, sfrega la biancheria fino a farti sanguinare le mani – ordina il padrone. Fai il tuo dovere di moglie e soddisfa tuo marito, partorisci i suoi figli – scrivono le madri dalla terra lontana. La dimensione della donna è analizzata e declinata in tutte le sue forme: dai sogni della giovinezza, intrisi di romanticismo e speranza (un banco kimono di nozze; quel bell’uomo visto solo in fotografia, così distinto – sarà il direttore di un negozio, o un capo officina in uno stabilimento, o un contabile?), alle difficoltà della vita adulta sia nella dimensione personale (l’amore, il sentimento, la maternità) sia in quella lavorativa, professionale. 
Si percepisce subito, all’istante, la presenza di una ricerca bibliografica accuratissima che rende le vicende narrate reali, concrete, contestualizzate. La magia della narrazione sta proprio in questo non-sensazionalismo. Sarebbe stato facile scivolare nell’asetticità del reportage giornalistico oppure, peggio ancora, cedere al fascino del sentimentale, scegliendo di raccontare una o due storie particolari, che avrebbero preso il lettore “di pancia” escludendo tuttavia il valore della testimonianza storica e limitando la capacità di immedesimazione. 
Vi lascio con le magistrali fotografie di Dorothea Lange, che per tutta la sua carriera professionale si occupò in primis di migranti e conflitti bellici. Buona lettura. 

“Stoner”, di John E Williams – una serata di lettura condivisa (parte prima)

More about Stoner Un post un po’ diverso dal consueto per raccontarvi l’interessante iniziativa di lettura condivisa – la prima a cui noi di ADC abbiamo partecipato – cha ha avuto luogo sul web, e via Twitter, lunedì scorso, 23 Aprile 
Abbiamo passato una piacevole e interessantissima serata ospiti di @tempoxme_libri, che gentilmente ci ha accolto nel suo salotto di lettura 

Direttamente dal website della casa editrice ecco alcune rapide note sull’autore e sull’opera proposta e su cui, insieme ad altre tre, preparatissime, bookbloggers (@leggendolibri, @SedCetta, @colvieux, che purtroppo non ha potuto partecipare attivamente a causa di problemi tecnici) ci siamo confrontate:
“Pubblicato per la prima volta nel 1965, poi quasi dimenticato, Stoner di John E. Williams è stato ripubblicato nel 2006 dalla New York Review Books, suscitando un rinnovato interesse da parte della critica e dei lettori.  
Stoner è il racconto della vita di un uomo tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento: William Stoner, figlio di contadini, che si affranca quasi suo malgrado dal destino di massacrante lavoro nei campi che lo attende, coltiva la passione per gli studi letterari e diventa docente universitario. Si sposa, ha una figlia, affronta varie vicissitudini professionali e sentimentali, si ammala, muore. E’ un eroe della normalità che negli ingranaggi di una vita minima riesce ad attingere il senso del lavoro, dell’amore, della passione che dà forma a un’esistenza”  (Continua qui)

Discussione coinvolgente, ricca di spunti e grazie all’utilissima sintesi di @tempoperme_libri focalizzata su quattro macroaree di rilievo, che hanno reso l’analisi estremamente compatta; analisi che tuttavia ha rispettato, e anzi favorito, le necessarie micro-incursioni che le numerose sottotematiche presenti nel testo di necessità richiedevano:  
  • Introspezione dei personaggi  

William Stoner: “un antieroe, un inetto sveviano” (@tempoxme_libri) oppure un “vero, (…) caparbio, trionfatore” (@SedCetta) nella declinazione più classica di quell’American Dream che ha permeato la prima metà del giovane, fecondo ‘900 d’Oltreoceano?  

Sottotematiche:  
– i rapporti interpersonali, tracciati con pennellate sicure, espressive, pungenti: amicizie, figure genitoriali di riferimento, referenti professionali  
– il primo conflitto mondiale: analisi di un rifiuto  
Edith: ovvero, l’insoddisfazione che pervade il quotidiano e il consueto; la femminilità tranquilla di una giovane donna di brillante intelligenza, asservita alle necessità del dovere sociale  
  • Tema dell’Amore  

La relazione amorosa tra Stoner ed Edith che si traduce in un sentimento soffocato dalle imposizioni sociali, tanto arido nel privato quanto celebrato e auto-giustificato quando esposto al pubblico, pruriginoso ludibrio della comunità.  

L’approccio di Edith alle problematiche della maternità e il ruolo di padre attivo, presente, anticonformista, assunto da Stoner nei confronti della figlia neonata.  
  • Fascino del libro

Che è in grado di “risultare avvincente senza raccontare fatti avvincenti” (@tempoxme_libri).

Specifica, e voluta commistione, tra Stoner, che trova la propria vocazione, e il proprio strumento di espressione principale, nella letteratura e la vicenda biografica dell’autore.  
La discussione prende spunto dalla rassegna stampa in merito, grazie agli interventi di @leggendolibri.  

Per ogni ulteriore dettaglio vi rimandiamo direttamente al website e, se ci seguite su Twitter, all’hashtag #Stoner 

ADC vorrebbe ringraziare personalmente @tempoxme_libri per l’ospitalità, e le amiche bookbloggers che hanno preso parte all’incontro e che, grazie all’entusiasmo e allo sguardo sempre acuto e competente, hanno reso interessantissima la serata.

Un ringraziamento particolare va anche a @fazieditore che ci ha allietato con la sua presenza : ancora una volta è stato dimostrato che il dialogo tra editori e lettori non è mai né impossibile né scontato, e che, quando avviene, nella maggior parte dei casi è terreno fertile di confronto e arricchimento.  

Il prossimo appuntamento, per l’analisi dei successivi 5 capitoli dell’opera, è in calendario per Lunedì 7 Maggio.

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Serata di lettura condivisa: “Stoner”, di John E Williams, Fazi Editore, 2012, capp.5-10  
Venue: @tempoxme_libri | #Stoner  
Date/Time: Lunedì 7 Maggio 2012, ore 22.00

"Le Sorelle Soffici", di Pier Paolo Vettori

More about Le sorelle Soffici Pare non sia più né utile né necessario, o peggio quanto mai dannoso, affrontare con i bambini in età prescolare la fiaba del Lupo e dei Sette Capretti così, d’emblée, nella sua cruda interezza di infanti mangiati, masticati e ingoiati e di pance di lupi tagliate con furore di lunghe cesoie da sarta.

Capita poi che il lupo di Cappuccetto Rosso sia relegato a macchietta folkloristica nelle mani dell’iconografia di un cacciatore tutto muscoli e fucili che, attraverso una ricontestualizzazione sentita come necessaria, assume le fattezze di un Buzz Lightyear ante litteram; mentre della mamma di Biancaneve (quella vera, quella che la bambina dalla carnagione di porcellana ha perduto, per morte improvvisa, in tenerissima età) in talune rivisitazioni proprio non c’è traccia, abbandonata in un limbo di non-consapevolezza e confinata al momento – si spera più lontano possibile – in cui il piccolo ascoltatore, rapito da sacro fuoco di conoscenza, costringerà il malcapitato genitore ad affrontare in maniera reattiva il tragico momento della rivelazione. 

Sarà, ma se non avessimo ben impressa nella memoria la risata malefica della strega di Biancaneve, o i vezzi delle amabili parenti acquisite di Cinderella, non so con che energia e consapevolezza potremmo farvi affrontare un’altra deliziosa matrigna, l’affascinante Olga della fiaba di Veronica e Cecilia Soffici, cosce lunghe e sguardo appuntito su un futuro (si spera il più roseo possibile), di denaro e affermazione sociale. 

Come dire, a ognuno il suo demone, ove daimon, alla maniera un po’ filosofica, sta ad indicare quel non so che di scuro e insondabile che alberga in ognuno di noi e che le favole fin dai tempi antichi hanno avuto il merito di riportare a galla attraverso l’allegoria e la metafora. 
Non manca proprio niente, a questa fiaba moderna: la matrigna cattiva, il padre anziano e inutile, per altro in fin di vita; la fata misteriosa capace di attraversare, un piede qui e uno là, la sottile barriera che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, rinchiusa nel corpo di una vecchia nutrice rugosa e piegata dall’età, un po’ fattucchiera de’ no’ artri un po’ stregone voodoo; e infine due protagoniste – non una, ma due! – che cercano di affrontare, a modo loro s’intende, la tragedia che sta per abbattersi sulla famiglia. 

Le “Sorelle Soffici”, ovvero, la ricetta segreta per una marmellata perfetta, che forse non esiste neppure; e poi succede che forse alla fine la scovi pure, la ricetta, ma – alla pari del frutto mortifero di Biancaneve – se ne saggi un cucchiaino, offerto dalla seducente matrigna trasformatasi in strega per l’occasione, precipiti nel buio dell’oblio senza fondo. 
Sta a noi, come sta ai bambini, affrontare proprio quel buio che si nasconde tra le pieghe delle parole, e trarne le opportune, personali considerazioni. 

Con un’unica differenza: se la favola del lupo cattivo – quella originale, diciamo – viene interpretata sia attraverso l’adozione del punto di vista esterno, onnisciente, sia grazie alla trasmissione orale del testo e alla mediazione linguistica e contenutistica prodotta dal genitore intento nella lettura, qui il lettore (adulto) deve fare tutto da solo, come è giusto che sia. 
La narrazione in prima persona di Veronica Soffici, affrontata per di più sotto forma di diario, la più soggettiva tecnica narrativa a pari merito con il romanzo epistolare, scardina impietosa, uno dopo l’altro – ormeggi sradicati dal mare in tempesta – i punti fermi che abitualmente separano la realtà oggettiva dalla percezione sensoriale soggettiva. 
I personaggi che popolano il mondo delle sorelle Soffici, attraverso l’osservazione spietata e allo stesso tempo coerente, ingenua e pura di Veronica, escono distorti e trasformati, non dalla metafora, ma dalla realtà di un’osservazione soggettiva, personale e per questo incontestabile. 

Se ne viene fuori storditi, affascinati da un bestiario di creature angeliche e demoniache che pervadono fin nel profondo la trama stessa dell’opera, tutte utili, nessuna esclusa, all’economia di un racconto incentrato sulle tematiche del disagio mentale, che evita con destrezza di divenire mero esercizio di stile e narrazione di un mondo fittizio, perché atemporale e scarsamente contestualizzato. 
Al contrario, l’opera ha il merito di caratterizzarsi pienamente all’interno della concretezza del quotidiano, scandito dal susseguirsi dei giorni e dei mesi, i piedi ben saldi immersi nella realtà storica del periodo attraverso una scrittura precisa, eppure così lieve, evidente e pregna di significato.

"22/11/’63", di Stephen King

More about 22/11/'63 Ovvero: King per chi non ama King. 
Con un coup de théâtre affascinante e intenso – e diciamocelo, sufficientemente spiazzante per tutti i suoi lettori, da qualche tempo un po’ critici rispetto alle sue ultime opere, giudicate un po’ fiacche – SKing mischia le carte e illumina non soltanto i suoi fans ma anche chi, suo fan, non lo è mai stato, con ciò che prima d’ora gli era rimasto intentato: il romanzo storico 

Una delle poche volte forse in cui un autore di chiara fama, in mancanza di idee fresche e dirompenti “di genere”, riesuma e rispolvera dal cassetto un manoscritto dimenticato da anni e ci fa pure centro.  
Il progetto difatti, secondo quanto lo stesso King afferma nelle recenti interviste, risale al 1973 ma vuoi per la materia ancora troppo fresca per essere affrontata con il necessario distacco, vuoi per gli impegni lavorativi pressanti che avrebbero inficiato la poderosa impalcatura di ricerca bibliografica e iconografica che indubbiamente sta alla base dell’opera e la rende quella che è, lo scrittore abbandonò l’impresa chiudendo nella credenza idee e manoscritto. Per poi riprendere tutto in mano, dopo più di vent’anni.  

King scommette su se stesso e si reinventa: puntando esplicitamente su un’audience più vasta, in parte diversa dallo zoccolo duro dei fans che lo sostengono da più di 20 anni, attraverso la scelta di un genere mai affrontato prima si offre a un pubblico sì diversificato, ma che si identifica nelle sue peculiarità proprio attraverso l’opera, un “romanzo americano” che contiene in sé la formula del risultato vincente: 1. la thriller-fiction, 2. contestualizzata in un passato storicamente determinato, non troppo lontano, 3. ben raccontato da chi scrive (“parla di ciò che conosci e sarà un successo”), 4. ben presente nella memoria di chi legge (idem come sopra).  

Tutto è escamotage per tutto, economicamente utile alla struttura del romanzo che in questo modo si costruisce su se stessa e attraverso se stessa, e si compone dall’interno:  
  • l’analisi storica – ci si confronta niente meno che con l’assassinio di JFKennedy – è nutrita da una ricostruzione minuziosamente approfondita di tutto quanto occorre conoscere per misurarsi con un simile evento, dai movimenti di Lee H Oswald e famiglia nel corso degli anni e dei mesi precedenti alla tragedia, al ruolo dell’FBI, alla situazione dell’economia interna e della politica internazionale, e si appoggia a una:  
  • contestualizzazione supportata da una conoscenza particolareggiata, mai solo “di genere”, dell’America degli anni ‘50 e ’60; territorio privilegiato e approfondito più volte da un King che ha dalla sua l’appartenenza anagrafica all’epoca di cui sopra e che quindi ha il merito di creare un’ambientazione scevra di qualsiasi tipo di idealizzazione. Ambientazione all’interno della quale a sua volta viene inserita:  
  • la vicenda chiaramente fittizia di Jake Epping che introduce la parte più marcatamente “Kinghiana” del romanzo: il fascino per la fantascienza (con esplicito omaggio a Jack Finney di “Indietro nel tempo”), per l’horror e per l’ignoto. Evidenti, perché disseminate ad arte lungo tutta l’opera, le più chiare impronte tipiche dello scrittore: il fascino per le atmosfere lugubri (il suono metallico di una catena di ferro che delimita un campo all’apparenza vuoto e incolto, che ondeggia nel vento torrido di un’estate di pianura; l’agorafobia che prende protagonista e lettore di fronte all’edificio malefico, buchi di occhi vuoti al posto delle finestre, da cui LHOswald premerà il grilletto; il buio di muffa e ossa nel cavo di una ciminiera adagiata a terra, crollata sotto il peso degli anni e dell’orribile) e l’horror più classico di sangue e violenza.  
E’ programmatica la dichiarazione anti-ucronica di King, che questa volta si chiama violentemente, a nostro parere, fuori dalla questione. J Epping si affaccia al mondo dell’ “e se”. Ma giusto per un capitolo. Lo scrittore non si sofferma su nulla in più del necessario: pochi tratti per il paesaggio, qualche pennellata per identificare un gruppo di personaggi minori, un paio di pagine per l’ambientazione esterna e interna. 
Come a dirci, un po’ per gioco un po’ sul serio, cantilenando, che, per questa volta, ahinoi un universo parallelo non ci sarà – malgrado la sua indiscussa bravura nella fiction di genere (abilità che in questo modo ribadisce chiaramente, attraverso il togliere piuttosto che il mettere) e le aspettative del lettore. Facciamocene una ragione.  

Ragione che, comunque, c’è. Per quanto riguarda l’omicidio Kennedy King appoggia dichiaratamente l’ipotesi del gesto solitario, negando quindi tutte le tesi, più o meno fantascientifiche, relative ai sospetti complotti tesi da CIA, FBI, servizi segreti, ufo da Marte, per l’eliminazione del Presidente.  
Si pensi allo scritto di Normal Mailer “Il racconto di Oswald” che King, in postfazione, indica giusto come uno dei testi su cui maggiormente ha lavorato nel corso della stesura dell’opera:  
“Se una tale non-entità ha distrutto il leader della più potente nazione della Terra – chiosa Mailer – allora un mondo di sproporzioni ci avviluppa, e viviamo in un universo assurdo”.  

Il segreto, per King, è ancora una volta l’orrore che ci circonda ma – anche qui – King distrugge con un improvviso e inatteso colpo di coda le aspettative del lettore: non è più l’orrore, come avviene invece nei suoi romanzi “di genere”, a entrare prepotentemente, ed inspiegabilmente nella realtà del quotidiano.  E’ la realtà stessa a esserne permeata, in ogni suo aspetto.  
Ecco perché King ci fa molta più paura, adesso. 

Ps & NB: doverosa nota di merito per la traduzione, a opera di Wu Ming 1, che tanta parte ha, a nostro parere, nel successo dell’opera.

"Vampire Empire" – part I, di Susan and Clay Griffith

More about Vampire Empire
Ovvero, se proprio vuoi sognare, almeno fallo in steampunk, che di certo non te ne pentirai.
Un po’ di storia. Il termine steampunk nasce (così pare) negli anni ’80 ad opera dello scrittore JWJeter, impegnato nella ricerca di qualcosa che, al pari del neologismo cyberpunk, definisse nella sua unicità le opere sue e di alcuni altri suoi colleghi autori che, contestualizzate nell’epoca ottocentesca, e in particolar modo vittoriana, seguivano i topoi della fantascienza al secolo contemporanea – da HGWells a Conan Doyle.
Da qui alle ambientazioni del video You&I di Lady Gaga, c’è da dire che lo steampunk ne ha fatta di strada, andandosi a definire, nel corso degli anni, nella sua interezza (di nicchia): ovverosia, quel filone della narrativa fantastica, e anche fantascientifica, che ha come caratteristica base, e sine qua non, l’ambientazione storica futura – di caratteristica prettamente Ottocentesca – in cui viene introdotta a forza una tecnologia del tutto anacronistica per l’epoca.
A far da padroni, il vapore (steam) al posto dell’energia elettrica, il magnetismo, i grandi meccanismi frutto dell’energia meccanica e i congegni ad orologeria. E tanti saluti al cyberpunk elettronico.
Il significato del termine si è a mano a mano ampliato arrivando a definire tutta quella serie di narrazioni fantastiche (talvolta pure extra-terrestri) ambientate anche in momenti diversi, successivi, all’Ottocento, momenti che tuttavia conservano in sé evidenti tracce del secolo di cui sopra. Si parla anche, in alternativa, di speculative fiction quando si voglia dare particolare enfasi all’attenzione specifica che il genere riserva alle tematiche della rivoluzione industriale e della ricerca scientifica (anche anatomica e medica), e quando si parla di steampunk occorre tenere ben presenti – almeno per i prodotti letterari dagli anni ’90 in poi – anche le caratteristiche horror e gotiche che il genere ha assunto.
Parlando di steampunk non si può evitare di far riferimento ad altri due concetti precipui del genere: la distopia e l’ucronia. In breve. Con il termine distopia si intende riferirsi, nello specifico, al concetto di utopia negativa: al posto di una realtà ideale, idilliaca, viene proposta un’altra realtà certo sempre fittizia, ma di carattere totalmente opposto, ovvero indesiderabile. Si va dalla rappresentazione di scenari post-apocalittici (ne avevamo parlato anche qui, con “The Passage” , uno degli ultimi più riusciti esempi di fantascienza post-apocalittica appunto) alla ricostruzione di una società futura (come nel caso di Vampire Empire) in cui particolari tipi di corporazioni o gruppi di potere hanno preso il sopravvento sul consueto vivere civile, minandone le caratteristiche salienti (libertà di culto, espressione, movimento, circolazione delle merci etc) e favorendo la nascita e la proliferazione di società segrete, riti dell’occulto, teorie del complotto.
Il termine ucronia – più conosciuto come “alternate history” soprattutto nel mondo anglosassone, identifica quel particolare processo di finzione letteraria (di genere chiaramente fantascientifico) che vede la rappresentazione in scena del “cosa sarebbe successo se”: cosa sarebbe successo se Hitler avesse vinto la guerra, cosa sarebbe successo se Cristoforo Colombo non avesse scoperto l’America e via di seguito.
Ebbene, in Vampire Empire tutto questo c’è. E per nulla infilato così alla bell’e meglio.
La narrazione, sostenuta da un ritmo sufficientemente incalzante, alterna in maniera convincente:

  • l’avventura nella sua essenza più pura e spregiudicata (esemplificata, da una parte, dal personaggio dello “Spadaccino Mascherato”– che pare uscire direttamente da un libro di favole per bambini di inizio ‘900, tra cappa, spada, onore da difendere, fanciulle da salvare e marrani da sconfiggere a suon di duelli all’ultimo sangue [sangue, per l’appunto – ndr] – e dall’altra dal capitano sbruffone, poco cervello e tutto muscoli bombe navi e spari sonanti)
  • la caratterizzazione steampunk, distopica e ucronica (evidente è l’ambientazione ottocentesca, tra una Londra fumosa e inquietante e le terre fertili dell’Egitto, una delle mete preferite, esoticamente ed esotERicamente più connotate, che caratterizzavano i “Grand Tour” dei giovani della Upper Class inglese all’apogeo dell’Impero. Puntuale è la descrizione degli strumenti meccanici in uso e non mancano accenni alla scienza e alla medicina – vedi il manuale di anatomia vampira che circola tra le pieghe delle pagine, sempre presente, sempre nascosto. Altrettanto ben identificata è la tematica della società piegata alle corporazioni e alle lobbies – sia umane, sia vampire – e la presenza dell’occulto e delle società segrete, nonché la parte relativa alla religione e al misticismo)
  • la love story (che c’è, eccome se c’è)
  • e last but not least la tematica vampiresca.

Spendiamo una parola per questi vampiri steampunk che per una volta tanto tornano ad avere i canini ben affilati: non frequentano le high schools, non partecipano ai prom, non hanno la patente e, non c’è alternativa veg che tenga, necessitano di una dieta ferrea per il proprio sostentamento.
Il vampiro di VE riprende, con scostamenti minimi, l’iconografia classica del genere, quella tipicamente nord-europea, corredata da tutto il kit di sopravvivenza che include ferocia, crudeltà, spargimento di sangue, lotte per il potere, disinteresse (quasi) totale nei riguardi della sopravvivenza del genere umano.
Eli, nostra prima e unica, viscerale passione vampiresca, non è poi così lontana.
Per altro – nota a margine – quando ci si mettono, i vampiri di VE si impegnano a salvare donzelle (umane) che per loro stessa natura non avrebbero assolutamente bisogno di essere salvate da alcunché – dato che se la cavano benissimo anche da sole. Fanciulle che hanno ben evidente il proprio ruolo nell’economia del mondo e non esitano di fronte a quello che potrebbe essere meramente identificato come “sacrificio di se stesse” ma che invece è da interpretarsi come (certo, stiamo parlando di fiction, teniamolo sempre a mente) responsabilità verso il vivere sociale ed etico.
La scena che ci è piaciuta di più? Il taglio dei capelli alla mohicana. Perché ha il merito di racchiudere in sé, in un unico fotogramma, la magia assoluta del ricordo, della referenza e della ricontestualizzazione: Edward Mani di Forbice e Tim Burton, l’estetica dello steampunk fatta di gothic Lolita, abiti vittoriani a brandelli, corsetti, fibbie e lacci, occhiali da esploratore, anelli e piercing, e, non per ultima, la tenerezza di un gesto intimo che nasconde in sé il germoglio di un nuovo sentimento.
Chapeau.
Nota a margine: il post di cui sopra non si arroga il diritto di aver risolto, in poche righe, l’analisi di un fenomeno in realtà così complesso quale lo steampunk, che al contrario di quanto possa sembrare condensa in sé tematiche varie e degne soltanto di un’analisi approfondita e di ampio respiro che deve toccare, per raggiungere un buon livello di struttura, anche il cinema, la musica e il fashion, oltre che la letteratura. Per cominciare, ecco a voi i link a Wikipedia che racchiudono una prima biografia essenziale (anche qui in parte utilizzata) per un approccio quanto meno “scientifico” al fenomeno.
Buone letture a tutti!
ADC Team

"La casa per bambini speciali di Miss Peregrine", di Ransom Riggs

 Dopo tanto young adult, l’horror ci riporta a casa.

Come succede(va) con LordVoldemort – quello di carta, intendiamo – di cui tutto si può dire a parte che non sia un cattivo di quelli che più classici non si può, neanche a mettercisi d’impegno. 


Senza effetti speciali. 
Solo un libro, pagine ingiallite come la carta con cui la nonna aveva rivestito l’interno dei cassetti del comò, disegni piccoli e fitti a ricordarti quel profumo di naftalina e sacchettini di lavanda ormai secca.
E vecchie fotografie che fanno più paura di qualsiasi altro daimon creato al pc.
Gli ingredienti ci sono tutti, abilmente mescolati sia nella trama sia nel packaging: un ragazzino d’oltreoceano un po’ annoiato un po’ sfigato, una famiglia a disagio con se stessa e un nonno che nell’armadio del tinello non conserva marmellate di frutta e salvadanai pieni di monetine ma un arsenale di fucili tutti lucidi e carichi e una scatola di vecchie foto che solo a sfiorarle ti viene la pelle d’oca. 
C’è la fiaba prima di dormire che presto si trasforma in un incubo senza inizio e senza fine, c’è il buio con i suoi mostri più classici, quelli che stanno nascosti sotto il letto e saltan fuori con artigli affilati, alito mefitico e zanne velenose, c’è la contestualizzazione storica fatta di U-boot, soldati in trincea, vecchio mondo in fiamme e, nascosto tra le pieghe della narrazione, e per questo sempre ben evidente a tutti, l’orrore di un filo spinato tracciato a carboncino su un vecchio muro, dalle mani leggere di un bambino sperduto e visionario.
E poi, come in ogni favola che si rispetti, c’è il viaggio, il romanzo di formazione, l’iniziazione alla vita adulta.
Ci sarà un seguito? Probabile, e siamo curiosi. 
Ci sarà un adattamento cinematografico? Forse ahinoi sì, peccato, vien da dire. 
Perché questo è un libro di quelli che non hai voglia di mettere via, e ti piace continuare a rigirare tra le mani le pagine disallineate in costa, spanciate sulla sinistra, un po’ più pesanti di prima al tatto. Perché anche se l’hai finito lo tieni lì, sul comodino: sai che nel momento esatto in cui lo riporrai sullo scaffale, già ti mancherà.
Buona lettura 🙂

"Bambino 44", di Tom R Smith

More about Bambino 44 Lettura di evasione, verrebbe da dire. E’ che l’immagine è così vivida, di questo Daniel Craig un po’ più sdrucito e un po’ meno palestrato dell’originale, ma sempre affascinante, piegato dalle avversità (e che avversità) della vita, che – inutile – si sospira, a metà tra l’ammirazione e l’istinto, tutto femminile, della crocerossina perduta. Cioè, ti fai tutto il film: l’eroe, l’avventura, le avversità, l’immaginifico della contestualizzazione fantastica, il lieto fine.
Peccato che, se messa così, la cosa funzioni soltanto in minima (e misera) parte.
Giacché, dopo le prime 30 pagine di goduriosa illusione, si scopre che:

L’eroe non è eroe per niente, anzi. Leo Demidov (che poi alla fine, non siamo proprio così sicuri neanche sul suo nome di battesimo) è un tipo che per qualcosa come una quindicina di anni si è letteralmente bevuto – e sparato su per il naso – coscientemente e consapevolmente, ogni qualsiasi sostanza possibile, dalla metamfetamina ai jingle di partito: piccoli, innocui aiutini necessari e indispensabili per arrestare, torturare e massacrare senza sforzo e senza rimpianto una pletora di ignoti e anonimi “dissidenti” esterni ed interni al sistema (e i muscoli se li è fatti, deliberatamente, proprio a tal fine).

L’avventura non è poi così avventura, visto che si cita niente di meno che – il tutto rivisitato certamente in chiave letteraria e anacronistica, ma pur sempre “storia vera” – il “Mostro di Rostov”, psicopatico colpevole di aver ucciso, sventrato e divorato decine e decine di bambini/e e adolescenti sovietici, negli anni tra il 1978 e il 1990.

(Nota a margine, come non pensare a questo punto al nostro caro amico Hannibal Lecter, il vicino di casa che tutti desideriamo avere e da cui non pochi hanno avuto l’onore di essere invitati a cena. Clarice Starling chiusa in quella dannata cantina è così vicina da darci i brividi).

Già qui ci sarebbe di cui riflettere, visto che ci stiamo infilando – trasportati a nostra insaputa dalla sapienza dell’autore – nel complicato tunnel della contestualizzazione.
A dire la verità, il dubbio si era già insinuato in noi a partire dall’identificazione geografica, precisa, puntuale, all’inizio di ogni capitolo (CentoKm? Nord, sud? E che bisogno c’è di indicarlo?) ma via, siamo lettori ingenui, possiamo sorvolare, intrippati come siamo da tutto il finto-contestuale che ci assale quotidianamente in libreria.

Peccato che poi ad un certo punto si parli di Seconda Guerra Mondiale (uhm uhm, suona qualche campanello? No, ancora no) e poi di Grande Guerra Patriottica (niente?) e, alla fine, di un certo qual personaggio, tale Jozif Djugasvili, detto, orbene sì, Stalin. E qui se ne vanno a farsi benedire tutti d’un colpo gli altri due punti: avversità e contestualizzazione fantastica.

Perché il paesaggio lunare di gelo glaciale, estati torride, lande desolate e foreste impenetrabili non appartiene a un qualsiasi mondo di fantasia, creato ad arte e misura di romanzo apocalittico post-nucleare, ma a quella misteriosa, antica, nascosta eppur così vasta porzione di terra al di là dell’Europa che prende il nome di Repubblica Sovietica – sempre lì, anche oggi, a tre ore di volo da noi, modifica di status sociale a parte.
Povertà, miseria, fame, carestia, guerra e morte non sono spunti immaginari per una narrazione di pura evasione. Così come non lo sono le tipiche esperienze di urbanizzazione post-Second War: casermoni grigi più simili a carceri che ad abitazioni, strade buie, edifici appena costruiti e già in rovina, vapori mefitici che ammorbano l’aria, treni stipati di passeggeri. Per non parlare di milizia cittadina, polizia segreta, prigioni, camere di tortura, gulag.

Morale della storia: ci piacerebbe, ma spiace, niente compromessi. Né all’esterno, né, tantomeno, all’interno della narrazione.
Nello stesso modo in cui Leo Demidov si trova a dover necessariamente fare i conti con il sistema deviato, innaturale e immorale a cui per tanti anni ha prestato fede, nell’ottica di un’obbedienza cieca a assoluta, il lettore è costretto ad uscire, sdradicato a forza, dall’esperienza confortante della fiction letteraria per affrontare un testo che soltanto a prima vista è solo quello che sembra, ovvero un thriller di spessore, sostenuto da una trama compatta, densa di colpi di scena, scarna al punto giusto, quasi minimale, ma che nasconde in sé l’anima calda della testimonianza politica che necessita di uno schieramento, dell’evidenza dei fatti, del racconto popolare, della Storia. Orribile, atroce, ineluttabile. Naturalmente, lieto fine escluso.

(Nota conclusiva per il pubblico femminile: a fine cott(lett)ura, correggere con una leggerissima spolverata di invidia indiscutibilmente rivolta alla bella e intelligente protagonista, nonché moglie del sopraddetto Craig-surrogato. 
Come dire, oltre il danno la beffa. 
Già, per altro, s’ode in lontananza il commento a metà tra l’inacidito e il velatamente stupefatto dell’ homo sapiens di turno – inteso, proprio homo – eventualmente coinvolto nella lettura, che, all’ennesimo saggio ultrabdominal del protagonista, o di fronte a uno dei suoi più clamorosi coup de théâtre in pieno stile MacGaiveriano, risoluzione inattesa di una situazione di alto pathos drammatico, esclamò scocciato: ma che fiaba. E chiuse lì la questione, con un grugnito di atavica, neandertaliana memoria.

Touchèma è l’arte del romanzo, e non si può prescindere – e perché, se Hannibal Lecter e Clarice Starling avessero preso non le sembianze di Antony Hopkins e Jodie Foster, ma quelle di due meri sconosciuti un po’ flaccidi e scipiti, dite che ci sarebbero piaciuti così tanto come ci sono piaciuti? Ohnno, certo che no. Quindi, dello spettacolo, almeno per questa volta, facciamocene tutti una ragione. Ne vale la pena).

"La cavalcata dei morti", di Fred Vargas

More about La cavalcata dei morti A far da antitesi ad un mondo in cui, nel bene e nel male, ciò che vale pare essere spesso quel particolare tipo di brillante capacità inventiva che, tuttavia, capita che talvolta trascenda in parola da celebrare necessariamente (ebbene sì, anche via twitter) attraverso l’esternazione e lavisibilità mediatica – a far da antitesi si diceva è il lento movimento silenzioso, adagio ma non troppo, del Commissario e della sua armata Brancaleone.
Ciurma che si desteggia, più reattiva che PRO-attiva, tra le avversità della vita a mano a mano che esse si presentano, non un momento prima, come dire a dire che lo smazzo preventivo è pressoché inutile di fronte alle avversità del destino, ma più spesso, forse, molti momenti dopo (ove il “dopo” è effetto, quasi sistematico, di cellulari dimenticati spenti, sveglie mai suonate, clamorosi colpi di testa emotivi, sbronze, abbioccamenti clandestini durante l’orario di lavoro e varie altre del genere medesimo).

E così, per stessa ammissione dell’autrice, ciò che sembra non è mai ciò che è, in un continuo gioco di specchi e di prospettive multiple. La squadra di Adamsberg è composta da “(…) uno affetto da ipersonnia che crolla addormentato sul più bello, uno zoologo specialista in pesci, di fiume soprattutto, una bulimica che scompare per fare scorta di cibo, un vecchio airone esperto di leggende, un mostro di cultura che non si schioda dal vino bianco, e via di seguito” (pag.83). Peggio di così, vien da dire, non si potrebbe. Eppure, alla fine ci si salva sempre – non è detto che le ammaccature non ci siano, per amor del cielo – ma ci si salva perché ognuno è in qualche modo artefice, con le sue, personali peculiarità, di quel pezzettino di destino che poi Adamsberg finisce, non si sa mai come, per incastrare a mo’ di tessera di puzzle.
Come quella antica favola secondo cui il serpente non sarà bravo a volare, ma striscerà meglio del coniglio, che invece darà il suo meglio nel salto e nella corsa ma che ben volentieri lascerà al passerotto il compito di cinguettare a squarciagola.

Adamsberge Danglard – e di riflesso, Fred Vargas, Sibilla d’Oltralpe – tentano di restituirci un mondo che, nella sua “regionalità” peculiare, vuole sfuggire alla globalizzazione del presente, almeno per taluni aspetti più vicini all’identità dell’Uomo in senso lato.

Danglardè il custode della tradizione orale, della leggenda, della narrazione popolare che quasi mai diventa (vedi sopra alla voce “visibilità mediatica”) erudizione sterile e semplice celebrazione del superego. Danglard ci racconta – lievemente annebbiato dai fumi dell’alcool, che quasi sempre lo accompagnano, in una sorta di estasi bacchica perenne (sacrableu, vino bianco per altro) – di annedoti, leggende, memorie: a flusso continuo, producendo una quantità di notizie abnorme, evidentemente esagerata dall’autrice il cui intento precipuo è l’identificazione del personaggio attraverso l’iperbole e l’esemplificazione di un certo tipo di vissuto.

Adamsbergè, tra l’altro, l’uomo del piacere fisico che prima ancora di esplicarsi con il sesso (vedi in questo caso la bella Lina) si esprime nel cibo. Mai viene a mancare, contestualizzazione del testo e suo inserimento all’interno di una dimensione “regionale” territorialmente marcata, la citazione culinaria: qui abbiamo zuppa di carote e spezzatino alla panna (vitello e fagioli, con il profumo del fuoco di legna), calvados e zollette di zucchero, e per finire, in un connubio di gusto, tatto e olfatto, il kouglof con mandorle e mele.

Veyrencper stavolta ci piace ricordarlo così – che ci volete fare, al cuor non si comanda, con buona pace di Danglard (è che c’è la storia dei capelli rossi, e il pericoloso sorriso da ragazza, quindi non stiamo a cantarcela sotto la doccia: il ragazzo, ormonalmente, disturba assai) – in piedi nell’erba alta, a tre metri da Adamsberg, seduto sotto al melo, intento a giocare a golf con delle piccole mele da sidro. La mattina è limpida, ancora umida di pioggia, il sole si infrange obliquo tra i rami. Chapeau.

Da dire, incredibile come Camille, ahinoi, non ci sia mancata quasi proprio per niente. E noi che pensavamo il contrario. Forse compensata dalla notevole presenza scenica di uno Zerk in splendida forma, quasi un Adamsberg ante litteram, un flashback su un giovane Jean-Baptiste con lo sguardo sempre per aria, l’occhio acuto fisso su dettagli quasi insignificanti (quasi), magliette e calzoni di misura sempre troppo grande, infilati su alla bell’e meglio e uno spirito di adattamento da far invidia a Reinhold Messner. 
Che dire, noi facciamo il tifo per lui.