"I Dodici", di Justin Cronin

Più riguardo a I dodici Io ve lo consiglio, il sequel di “The Passage”, semplicemente perché Cronin riesce nell’impresa e sarebbe un peccato perdersela, l’opera di questo dotato discepolo di Stephen King.
Il testo affascina: per impianto narrativo, trama, linguaggio.
Cronin ama immergere il lettore in una orchestrata trama di piani temporali sovrapposti che intreccia e organizza con abilità, guidandolo sapientemente tra rimandi di luoghi, tempi e protagonisti le cui correlazioni tra loro sono o rese subito evidenti o – molto spesso – lasciate in sospeso, affidate all’abilità del fruitore del testo che Cronin rende quindi parte attiva all’interno del processo narrativo.
La tecnica del flashback (e del flashforward) offre la possibilità, sia all’autore, sia al lettore, di gestire lo sviluppo dei personaggi e i conseguenti collegamenti, mentre l’espediente narrativo della narrazione esterna, utilizzata a tratti, attraverso l’inserimento di stralci di finta documentazione ufficiale risalente ad un periodo successivo a quello in cui si sviluppa la narrazione e di piccoli spoiler relativi ai personaggi principali, aiuta il lettore nella gestione della trama distopica creando coinvolgente aspettativa e suspance.
La narrazione trova un suo valido equilibro tra scene di azione ben congegnate e parti descrittive. Queste ultime dimostrano l’inconsueta abilità di uno scrittore evidentemente a proprio agio all’interno di quella sub-parte della narrativa fantascientifica più specificamente apocalittico-distopica che necessita, per mantenere credibilità e struttura, di una parte narrativa forte e particolareggiata, ma equilibrata e strategicamente ben sviluppata: in questo, Cronin ha imparato la lezione, studiando non solo Matheson e McCarthy ma anche il più datato Ballard, creando un mondo distopico dalle caratteristiche concrete e reali, mai eccessive, ridondanti o inutili per l’economia della trama, e per questo coinvolgenti e appaganti per il lettore che non se ne sente infastidito.
I personaggi sono tutti, protagonisti e comprimari, ben delineati e traspare evidente l’attenzione, per non dire il fascino, dell’autore nei confronti della parte negativa rappresentata dai dodici individui, le creature frutto dell’esperimento militare drammaticamente fallito le cui conseguenze devastanti Cronin ha immaginato, e raccontato, nel primo volume. Fascino che non si limita ad un superficiale apprezzamento “cinematografico” ma lo travalica nel nome di un’intima com-passione verso il genere umano e le sue debolezze.
Nota di merito alla traduzione di GL Staffilano: si apprezza perché, mai anonima, rende appieno la dinamicità della narrazione senza perdere in compostezza e varietà, in un crescendo di aggettivazione sempre attenta e puntuale, e fluidità nell’organizzazione e nel mantenimento della struttura sintattica originale.
Nota a margine: il perché dell’etichetta #booksformums, nonostante la mole: perché in #ereader funziona. La lettura scivolerà e grazie alle numerose suddivisioni tra capitoli e paragrafi si adatterà agilmente a tempi ristretti. Provare per credere.

Buona lettura 🙂

"La nemica", di Irène Némirovsky

Più riguardo a La nemica Luglio 1928. Tra una pagina e l’altra di David Golder, Irène Némirovsky scrive e fa pubblicare sotto lo pseudonimo di Pierre Nerey il racconto lungo “L’Ennemie”.
D’obbligo, per non rimanerne delusi, avvicinarsi a questo testo, inedito in Italia e ora proposto (Febbraio 2013) da Elliot, più con intento squisitamente letterario che con pretesa di immedesimazione, impregnato com’è di elementi autobiografici e ingredienti evidentemente melodrammatici, data l’epoca e il contesto storico-sociale nel quale risulta inserito.
Il rapporto violento e distruttivo di una figlia con la propria madre è al centro della trama e rispecchia pienamente la relazione travagliata di Irène con Fanny: “Raffinata e autoritaria: così doveva restare Fanny nella memoria familiare, e così l’ha dipinta la figlia nel romanzo della propria infanzia amara [Le Vin de solitude, I 7]: Alta, ben fatta, con un portamento regale. In realtà era piccola, un metro e sessanta al massimo. Sempre incipriata anche in tarda età, sempre timorosa che i baci della figlia potessero rovinarle il trucco e sempre allegra, perché la tristezza invecchia e sciupa il viso (…) Ma Anna Margulis era una donna, oltre che lasciva e bugiarda, anche venale” (OPhilipponat / PLienhardt, La vita di Iréne Némirovsky, Adelphi 2009 p34)
Il titolo dell’opera, che è tratto da un sonetto di Baudelaire: “Fu la mia giovinezza un uragano cupo: | improvviso splendeva di tanto in tanto un raggio. | Fulmini e pioggia han fatto un tale scempio | che solo nel giardino qualche frutto rosseggia” (Op. Cit. p149) si riferisce chiaramente all’“innocenza devastata da Fanny, più rivale che madre” (ibid.). 
Effettivamente, molti gli episodi raccontati che paiono autentici, per i particolari vividi e la crudezza della descrizione accurata: la scena in cui la figlia sorprende la madre in compagnia dell’amante, oppure ancora: “Nei loro primi soggiorni parigini, i Némirovsky non potevano ancora permettersi alberghi di lusso. (…) Irocka e la governante vennero alloggiate altrove, quasi sempre in albergo di seconda categoria. La romanziera avrà così tutto il tempo di costruirsi in uno dei suoi primi romanzi, l’Ennemie, un’infanzia bohemienne. “Sapeva che non sempre era opportuno andarsi a ficcare tra le gonne di mammina quando costei passeggiava lentamente sotto gli alberi con un signore sconosciuto” (L’Ennemie I 1). La sua fu peraltro un’esistenza quasi da orfana” (Op. Cit. p31-31).
Ancora, la scena del suicidio della protagonista Gabri: “E’ quasi certo che all’età di vent’anni sia stata sfiorata dalla medesima tentazione” (Op. Cit. p125) o quella della violenza carnale, che rispecchia – secondo quanto raccontato da Irène stessa in una lettera all’amica Madeleine – un episodio della vita stessa della scrittrice, fortunatamente uscita illesa dall’esperienza grazie all’intervento di alcuni amici (Op. Cit. p123-124). Oppure la descrizione di Biarriz (“Una novella Sodoma” – Op. Cit. p138) e dell’Hotel du Palais, frequentato con regolarità dalla famiglia Némirovsky:
http://it.wikipedia.org/wiki/Biarritz
e anche – da qui il nome “Génia” (l’amante violento di Gabri) – la maledizione dell’ereditarietàdel sangue (Irène non fa mistero delle sue avventure di gioventù, specie durante gli anni della Sorbona passati tra amicizie, divertimenti, balli e notti insonni).
Eppure a Iréne questa vendetta truce e sadica non porta alcun benessere: nel racconto, il complesso rapporto tra la figlia e la madre viene ridotto ad una semplice rivalità amorosa e ciò che rimane più impresso è il sentimento negativodell’odio e dell’autodistruzione (che più che distinguere le due donne, le avvicina e le pone allo stesso livello) piuttosto che l’orgoglio della superiorità morale. Questione spinosa che verrà risolta tra le pagine di Le Bal, uscito nel febbraio del 1929 sempre a firma Nerey: “In esso IN abbandona il tono a volte patetico dell’Ennemie per soffocare i suoi singhiozzi in una feroce risata. Quei sarcasmi, quell’arte di scrivere dialoghi grossolani ma senza compiacimento, (…) la base morale di quella violenta satira sociale saranno l’impronta del suo stile fino alla metà degli anni Trenta” (Op. Cit. p154).
Ma le due opere, pur così differenti l’una dall’altra, continueranno ad in intrecciarsi tra loro in una fitta rete di echi e rimandi, non solo sulla carta, ma anche nella trasposizione cinematografica: “Nel film (Le Bal) Rosine Kampf si fa chiamare Jeanne, uno dei tanti nomi dietro cui ama camuffarsi Anna Némirovsky. E come nell’Ennemie, è l’irruzione di un amante a provocare la vendetta di Antoniette. E’ la prima volta che Irène osa sfidare così apertamente la madre, e sul grande schermo” (Op. Cit. p206).
http://www.voirunfilm.com/fiche-film/Le+bal-61305.html
Buona lettura 🙂

"Il weekend", di Peter Cameron

Più riguardo a Il weekend Cameron insegna al lettore l’arte della lettura lenta e continua. A concedergli fiato, frammentandola, ci pensa lui. Placido – ma risoluto – ti ordina di seguirlo.

“The weekend” è un’opera acerba (la prima edizione è del 1994), a tratti destrutturata, ma contiene in sé già tutti i germogli che andranno poi a comporre, maturati a frutto, le narrazioni successive.

Primo tra tutti, il gusto per il dipinto di atmosfera che tanto piace all’autore, utile e futile allo stesso tempo.

Sono i passi che più abbiamo condiviso su Twitter:

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“Lyle tornò tenendo in mano la lampadina come se fosse una rarità. Era smerigliata, di un tenue rosa conchiglia. <> disse. Tolse alla lampada il paralume di carta marrone e fece il cambio. La stanza si accese di un colore rosato” (p30)

“Per un’estate va bene – rispose Laura – ma ha quella terribile aria da casa in affitto” (…) “Hanno portato via tutte le cose decenti. Ho dovuto comprare delle lenzuola di cotone e della cristalleria. C’erano i bicchieri di plastica” (p49)

Nelle descrizioni degli ambienti predominano le nuance pastello, uno shabby-chic molto retrò che spazia dal rosa confetto, alle mille gradazioni del giallo (“Il colore delle pareti […] una sfumatura delicata ma brillante, come il burro genuino” – p67) , al color acquamarina (p119) di bagni e piscine – onnipresente la dimensione liquida e fredda che Cameron associa, come caratterizzante, alla stagione estiva, malinconica e sensuale allo stesso tempo: dagli specchi d’acqua assoggettati e ricreati ad arte dall’uomo (“<>” – p125) a quelli selvatici, dal fascino potente e inconscio: “Non poteva dire che il fiume fosse più bello di mattina, anzi, c’erano certe sere quiete in cui veniva da piangere a guardarlo: prendeva un colore viola e sembrava fermo, come un livido in fondo al prato. Scorreva profondo e freddo e determinato, limpido e tonificante” (p11)

I passi narrativi, per la maggior parte impiegati in descrizione d’ambiente, creano quasi sempre uno scostamento percettivo: si tratta spesso di inserti creati ad arte all’interno di una scena o di un dialogo serrato e pregnante tra i protagonisti. Quasi come se le questioni si facessero troppo personali, l’autore entra in campo lungo ristabilendo le giuste, e civili, prospettive, come a voler in qualche modo preservare l’intimità e la privacy dei suoi protagonisti, limitando il lettore nella sua conoscenza di fatti e personaggi.

Altro tratto caratterizzante della narrazione, ancora in fieri (e per questo forse ancora troppo accentuata ed evidente), è l’attenzione per quella patina di teatralità, glassata e zuccherosa, o cupa e dirompente, con cui tutti noi, a volte, amiamo dipingerci la vita e su cui lo scrittore Cameron riflette, con disincantata autoironia (usufruendone e, allo stesso tempo, criticandone l’utilizzo):

“Voleva toccarlo di nuovo, accarezzargli la pelle tesa e levigata dell’avambraccio, ma gli parve un gesto eccessivo, troppo consapevole, scontato. Sembrava un’indicazione di scena in un’opera teatrale: (Lyle tocca il braccio di Robert)” (p19)

“<> (…) <>” (p22)

“Durante la partita, con la mazza in una mano e il cocktail o la sigaretta nell’altra, sembrava indifferente, senza una tattica, distratto, ma verso la fine metteva da parte il bicchiere o il tabacco e in pochi colpi concludeva vittorioso la partita. Letale! esclamava, sono letale!” (p60)

“<>” (p66)

“Basta che la conversazione passi dal particolare all’astratto, pensò Marian, e stai sicura che avrai l’attenzione di Lyle. (…) <> <>. <<Quindi tu parli dell’arte narrativa? (…) Ma quella è una forma morta” (p70)

“<> <> rispose lei. <> <> <> <>” (p170)

Cameron in “The Weekend” riflette. Sui rapporti umani prima di tutto, come di consueto nelle sue opere, nelle quali non si può dire di certo che l’azione prevalga sul momento riflessivo, di cui essa è spesso soltanto un pretesto. E su quelle convenzioni sociali che regolano le relazioni interpersonali e a cui, volenti o nolenti, ci troviamo a dover sottostare:

“<> disse Robert. <<Be’, non credo che oggi si possa vivere diversamente, a meno di non essere degli idioti. Ma è una seconda natura, una corazza che copre quella vera” (p130)

“Te l’ho detto che i weekend in campagna con gli eterosessuali possono essere un pericolo per la salute mentale. E’ stato orribile? Avete mangiato hamburger e giocato a croquet?” (p165)

Il mondo di Cameron è un raffinato gioco di scatole cinesi, amaro e commovente: sotto le maschere da teatro che comunemente indossiamo e che –crediamo – ci differenziano l’uno dall’altro rendendoci unici e speciali (l’ereditiera italiana di mezza età, la di lei figlia attricetta hollywoodiana, il gay critico d’arte, la coppia di eterossessuali rigidamente NewYorkesi…) vivono e bruciano i medesimi sentimenti: il timore di non essere amati abbastanza, l’angoscia per il senso della vita, l’amore filiale che porta con se, più che felicità e senso di appagamento, l’ansia e le preoccupazioni per il futuro, nostro e di chi ci sta accanto.

“Ci sono cose che si perdono e non tornano indietro; non si possono riavere mai più, se non nella copia carbone della memoria. Ci sono cose a cui sembra impossibile rassegnarsi ma a cui rassegnarsi è inevitabile. Lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai. Un piccolo bassotto di porcellana delle White Mountains. Una marionetta del teatro delle ombre di Bali. E guarda: un calzascarpe d’avorio di un hotel a quattro stelle di Zurigo. E qua, come un sasso che porto ovunque, c’è un pezzetto di cuore altrui che ho conservato da un vecchio viaggio” (p159-160)

Vi invito a leggere le belle cose scritte, a riguardo, da @FNall.

Buona lettura 🙂

"Tradimento", di Adriaan van Dis

Più riguardo a Tradimento Adriaan van Dis (Bergen, Olanda – 1946), celebre anchormen della televisione nederlandese, giornalista e scrittore di narrativa e di libri di viaggio, con questo nuovo titolo affronta ancora una volta i temi a lui più cari: “Figlio di genitori rimpatriati dall’Indonesia dopo la Seconda Guerra Mondiale e cresciuto con le sorelle nate da un precedente matrimonio della madre con un indonesiano, lo scrittore ha fatto del tema dell’identità e della diversità, del contatto interculturale e della discriminazione i temi centrali della sua opera già a partire dal primo romanzo, ‘Nathan Sid’, pubblicato nel 1983” (Fulvio Ferrari, postfazione, p271-272).
Van Dis si reca in Africa già nel 1990, al momento della liberazione di Nelson Mandela. Da questo viaggio nasce “La terra promessa”, un reportage in forma narrativa che ha come protagonisti gli afrikaaner (sudafricani bianchi di lingua afrikaans) della regione del Karoo e che ben descrive la situazione di estrema incertezza in cui versa il Paese, diviso al suo interno dalle secolari lotte tra gruppi etnici e inerme di fronte a così repentini cambiamenti politici e sociali. Più di dieci anni più tardi van Dis torna in Sudafrica (passando anche per Namibia e Mozambico) e gira un corposo docu-reportage per la televisione olandese: sette puntate a forma di intervista, in onda nel 2008, nelle quali il giornalista, interagendo con una gran varietà di persone di ogni ceto sociale e gruppo politico, dipinge con maestria la realtà multi-sfaccettata del Sudafrica contemporaneo. 

E’ da queste esperienze ventennali che nasce il romanzo “Tikkop”, uscito in Olanda nel 2010
Il titolo in traduzione italiana, “Tradimento”, fa riferimento, in doppia interpretazione, prima di tutto alla macro-vicenda sociale e politica dell’apartheid sudafricano e poi alla storia personale dei due personaggi di cui van Dis ci narra – e nel passato, e nel presente – in un costante intreccio di piani narrativi sia verticali, attraverso i numerosi flashback, sia orizzontali, grazie all’intreccio delle vicende personali dei protagonisti, Mulder e Donald, con quelle delle varie realtà che popolano la narrazione. 

Il racconto scorre fluido e unisce sapientemente la finzione narrativa alla veridicità del reale. Nella prima parte assistiamo all’incontro dei due protagonisti, l’olandese Mulder e il sudafricano Donald, che si ritrovano dopo quasi quarant’anni di lontananza. Entrambi, da giovani, erano membri di una organizzazione clandestina che combatteva contro l’apartheid: Mulder era un brillante studente universitario interessato alle vicende di un Paese legato al passato colonialista della sua patria. Donald invece un giovane in volontario esilio, figlio di un alto esponente dell’elite afrikaaner da cui si è per scelta allontanato. Ma nulla è come era un tempo. Oppure non lo è mai stato; comunque sia, il presente, da qualsiasi parte ci si giri a guardarlo, nn corrisponde certo alle aspettative del passato. 


Donald, medico, è in Sudafrica da ormai molti anni. Vive sulle colline insieme ad una moglie che vede di rado e che per sei mesi all’anno risiede in Francia, con la sorella; abita in un’enclave per afrikaaners e stranieri, lontano dal villaggio di pescatori in cui vorrebbe professare la medicina; a causa della delinquenza locale si è fatto costruire una villa fortificata da mura e chiavistelli ed è vittima di episodi di intimidazione da parte di esponenti delle istituzioni municipali la cui corruzione e ignavia spesso denuncia attraverso lettere e proclami; battaglie civili che ai pescatori del villaggio spesso fanno più male che bene poiché alterano uno status quo che nel suo insieme, pur zoppicante, permette alle poche cose che funzionano di continuare a funzionare. 
Mulder invece, da brillante studente e viaggiatore indefesso, deve fare i conti con una malattia invalidante che lo costringe ad assumere numerosi medicinali e gli procura delle gravissime perdite di memoria. 
Si ritrovano dunque, Mulder e Donald, a fare i conti con un passato ingombrante e con un presente incerto; con le proprie memorie, intime e labili come solo sanno esserlo i ricordi dei tempi della giovinezza, e con quella, forse molto più labile, di un Paese che dimentico degli slanci di euforia e del sentimento di speranza che animava la classe dirigente dei primi anni Novanta si trova nella necessità di confrontarsi quotidianamente con la corruzione politica e con uno sviluppo a macchia di leopardo che vede realtà ipertecnologiche ed estremamente europeizzate convivere accanto a sacche di non-sviluppo segnate ancora da povertà, malattia, analfabetismo, droga e violenza, in un amalgama sociale e politico solo in superficie modificato da una lotta all’apartheid spesso unicamente formale, sotto cui ribolle ancora la discriminazione, la lotta di clan e quella di razza. 

A fare da contrappunto romanzato a questa realtà multiforme, le due figure d’invenzione che assieme a Mulder e Donald costituiscono il fulcro della “parte-romanzo” dell’opera.

Da una parte il fantasma della bella Cathérine, attivista del movimento clandestino, ragazza di Morten e come Donald – che conosceva fin da ragazza e con cui forse ebbe una relazione – figlia di un esponente di spicco del partito nell’era pre-Mandela. Tradita da uno scambio di documenti finito male, operazione in cui erano coinvolti sia Donald sia Mulder (che per questo nutrono l’uno verso l’altro un rancore antico e mai esploso, nella convinzione comune che sia stato l’altro la causa dell’errore), e condannata ad una lunga pena detentiva, da anni ha fatto perdere le sue tracce. 
Dall’altra l’adolescente Hendrik che i due protagonisti si prefiggono di salvare – ultima propaggine e colpo di coda della lotta intrapresa in passato – dal tik, la famosa, potente amfetamina ricavata da un mollusco, una delle tante piaghe sociali dell’Africa contemporanea. E anche qui, lo scollamento tra ideale e realtà è in agguato, poiché alle (buone) intenzioni di Mulder e Donald fa da contrappeso la riottosità del giovane tossicodipendente (fino all’inevitabile conclusione) nonché la deflagrante maldicenza del vicinato e della popolazione locale che legge nell’interesse dei due uomini verso il ragazzo una cura viziosa ammantata di perversità. 

Van Dis è giornalista e come tale affronta la materia letteraria: fraseggio limpido ed essenziale, aggettivazione ridotta all’osso, paratassi – queste le caratteristiche stilistiche dell’opera che pur nella sua fondamentale impronta narrativa mantiene intatto lo spunto redazionale che la caratterizza fin dal principio, anche dal punto di vista strutturale. L’autore infatti ha come fine ultimo e ben chiaro l’obbedienza non tanto ad una struttura circolare quanto a quel carattere intrinseco del reportage che sta nel porre domande ed aprire questioni, piuttosto che chiuderle in un finale auto-conclusivo, tipico della narrativa tradizionale. In questo senso anzi vanno letti i personaggi della “fiction-Tradimento”, come meri strumenti di cui l’autore si serve per risvegliare, attraverso un reportage che non è solo esterno, ma anche “interno” (un viaggio nella memoria, intima e personale, e dell’autore, e dei suoi personaggi, ma anche in quella collettiva di un Paese in continua evoluzione e cambiamento), l’interesse del proprio pubblico nei confronti di un tema sociale e politico che da molti anni oramai non è più al centro dell’interesse internazionale ma che continua ad avere un peso notevole all’interno del sistema-mondo contemporaneo.

Buona lettura 🙂

"I doni della vita" – "I falò dell’autunno", di Irene Némirovsky

Più riguardo a I falò dell'autunno Più riguardo a I doni della vita   Per far fronte alle spese sempre ingenti, tra la prima e la seconda metà del 1941 Irene Némirovsky si rivolge nuovamente a Horace de Carbuccia, Chief Executive della rivista “Gringoire” (“Una banderuola dal punto di vista ideologico ma un genio della carta stampata” – OPhilipponat / PLienhardt “La vita di Irène Nemirovsky”, Adelphi 2010 p340), proponendogli alcuni racconti inediti, tra i quali spicca “Les Biens de ce Monde”. Racconto che Carbuccia, naso fino, occhio lungo e affetto profondo per la scrittrice, si impegna a pubblicare, a puntate, sulla sua rivista: “un romanzo inedito scritto da una giovane donna” (di cui viene naturalmente mantenuto l’anonimato) recita la presentazione del feuilleton
Risultato: le vicende di Pierre Hardelot, giovane erede designato delle omonime cartiere, tengono in scacco centinaia di lettori per ben 30 capitoli, dal 10 Aprile al 20 Giugno. 
La famiglia Hardelot incarna perfettamente l’iconografia classica della media borghesia francese tipica della Belle Epoque: la saga familiare, incentrata su Paul e sua moglie Agnes, sposata per altro contro la volontà dei parenti poiché appartenente al ceto medio, prende il via negli anni appena precedenti il primo conflitto mondiale, termina con l’occupazione della Francia ad opera dei Tedeschi e si snoda epica, sciorinando una serie infinita di protagonisti e comprimari, attraversando trent’anni della storia francese tra nascite, matrimoni, funerali, guerre, sorti avverse ma anche favorevoli. “Les Biens de ce Monde è il grande classico di Irene Némirovsky, nel quale l’autrice svela quale sia il segreto della Francia: la solidità a prova di bomba della borghesia provinciale, che non si lascia mai abbattere e affronta con coraggio la sorte” (op cit p358)
L’opera non sottende né lo spessore né l’impegno politico / sociale di altri racconti ma funziona perché, nella sua mole dettata in primis, per altro, dalle mere questioni economiche che tanto assillavano l’autrice, risulta un’epopea estremamente accattivante per il pubblico specie per le decine di personaggi presenti e ben contestualizzati nella realtà contemporanea, tecnica che permette un meccanismo di immedesimazione quasi perfetto. 
Incoraggiata quindi dal buon esito del romanzo, INémirovsky affronta subito una nuova saga familiare, che andrà a coprire il periodo delle due guerre fino al 1941: “Les Feux de l’automne”. 
Non si tratta, tuttavia, di opere gemelle e neppure di un tentativo meramente commerciale volto a “cavalcare l’onda”. Anzi. 
Nel 1914 il giovane e promettente Bernard Jacquelin, appartenente ad una famiglia parigina della piccola borghesia, spinto dal fervore patriottico si arruola nell’esercito e parte per la guerra. Quattro anni di trincea, tuttavia, lo trasformeranno in uno sciacallo cinico ed arrivista al soldo di un vecchio amico di famiglia, Raymond Détang, ora divenuto potente imprenditore, abile finanziere e influente politico senza scrupoli. Se in “Les Biens de ce Monde” INémirovsky celebrava la forza di una certa classe sociale che aveva avuto (e avrebbe dovuto avere, agli occhi della scrittrice) il merito e il dovere di fungere da “collante” per la società, al contrario nell’ “Les Feux de l’automne” la scrittrice non fa mistero delle sue disillusioni: la Belle Epoque si è definitivamente conclusa (nel peggiore dei modi) e la guerra, (con il suo “culto ipocrita del sacrificio predicato dal pulpito” – op cit p379) non ha fatto altro che creare una nuova razza di giovani disillusi, attratti solamente (dopo anni passati in trincea a offrire la propria vita ad una Patria che mal li ha ricompensati) dal denaro facile e dal mondo corrotto dei piaceri, terra di avidi politici, faccendieri meschini e amori prezzolati. 
Eppure, all’Irene e al suo inguaribile ottimismo dovremmo essere ormai abituati. “Les Feux de l’automne” non è certo “un romanzo della rassegnazione” (op cit p384). La vecchia nonna, la signora Pain, la notte prima di morire sogna se stessa; cammina in mezzo ad un campo, tenendo per mano la nipote: “Vedi – le diceva – sono i fuochi dell’autunno che purificano la terra e la preparano per nuove sementi” (II, 9). 
Insomma, Irene Némirovsky ancora una volta ci stupisce per la sua profonda umanità, tanto più apprezzabile quanto più difficile da sostenere: “Accettò con falsa umiltà il bicchiere di acqua di Vichy che le offriva Thérèse e, non appena questa le voltò le spalle, scese dal letto, aprì la finestra e gettò il contenuto giù in cortile” (II, 9) 
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Irene Némirovsky non ebbe mai la soddisfazione di vedere pubblicati questi due romanzi: “Les Biens de ce Monde” uscirà in edizione integrale nel 1947.  Dieci anni di attesa in più toccheranno a “Les Feux de l’automne” (prima ed. 1957).
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Nota a margine: si è scelto di identificare le due opere oltre che con le consuete etichette anche con la tag #booksformums sia per via dei contenuti sia per la forma. La sensibilità di Irene Némirovsky nei confronti dei temi legati alla maternità è evidente, manifesta e soprattutto reca con sé elementi di profonda attualità. Per quanto riguarda la forma, il carattere intrinseco del feuilleton favorisce una lettura agile, di largo respiro, che non viene penalizzata ma semmai esaltata da una cadenza temporale lunga e inframmezzata dalle pause tipiche che il genere letterario porta inevitabilmente con sè. 
Buona lettura 🙂

#BooksForMums è…


  • Letture per mamme che non hanno tempo da perdere
  • Qualcosa che se lo lascio lì per una settimana poi ci capisco comunque
  • Roba forte che non spegne il cervello, anzi, ma che si legge in fretta
  • Volumetti agili e svelti, da infilare nella sacca dei pannolini o meglio ancora nell’ #ereader
  • #bellecose di case editrici indipendenti e “minori”
  • Narrativa impegnata, spesso declinata al femminile, straniera
  • Scrittori italiani: per apprezzare la nostra lingua, senza intermediari
  • Ultime novità, ma anche pagine in giro da un po’
  • Diari di viaggio, memorie, epistolari: dalla vita di altre donne si impara sempre
  • Giallo d’autore (astenersi fantamistico, folla di personaggi dai nomi irricordabili, effetti speciali da multisala)
  • Mommyporn e/o YA romance? Ma anche no, grazie
  • #booksformums è… semplicemente una nuova tag. Presto, su ADC.

Buona lettura 🙂

"La preda", di Irene Némirovsky

Più riguardo a La preda  “<Finanza e politica – aveva detto un giorno a Dourdan – sono le due mammelle a cui si attacca l'ambizioso. Ma una è per metà prosciugata – aveva risposto Dourdan, perché era l'epoca dei grandi crac. Sì, il denaro era un merce effimera e deperibile. Solo per il denaro non avrebbe venduto la sua vita, ma c'era dell'altro… Non avrebbe pensato di sposare una ragazza semplicemente perché provvista di una bella dote, come avrebbe fatto un ragazzo privo di mezzi venti o cinquant'anni prima. Quello che bisognava inseguire non era tanto il denaro quanto un certo mondo, vicino al potere, o che il potere ce lo aveva in mano…” (p49) 
“Il mondo dei Sarlat, quello della finanza e della politica, era il solo in cui fosse ancora possibile progredire, non ristagnare, intraprendere qualcosa e portarlo a buon fine. Giacché per il resto… Lavoro non ce n’era da nessuna parte, né c’era la possibilità, o anche solo la speranza di progredire, di soddisfare le ambizioni più naturali dell’uomo. A costo di privazioni inaudite lui aveva ottenuto un titolo di studio il cui valore era pari al peso della carta sulla quale era stampato” (p60)
“Tutto si mercanteggiava nel segno dell’amicizia, della fiducia, dei favori dati e ricevuti, e così facilmente… Con una parola, un sorriso, un’alzata di spalle, degli imbecilli venivano portati alle stelle, dei ladri perdonati e uomini senza virtù né intelligenza forniti di laute prebende” (p78)
“Qual era stata l’esca usata da Abel Sarlat per riuscire a coinvolgere Langon in quelle speculazioni finanziarie che erano andate così male, che vanno male così facilmente? …Con ogni probabilità non c’era nemmeno stata un’esca… era bastata la leggerezza dell’uomo politico, dell’uomo importante, viziato dal successo…” (p108)
“Come si affezionavano in fretta, quegli uomini… Sembravano creati per nutrire e allevare i loro futuri rivali, o loro nemici. L’abitudine a vivere in pubblico, in una perpetua rappresentazione, li induceva a dare con facilità non la loro fiducia, ma le apparenze di una fiduciosa familiarità”(p112-113)
“Nelle tribune della Camera, una folla immobile, stipata tra le colonne, aspettava le sue star con silenziosa soddisfazione. Una folla sensibile non tanto alla precisione o alla profondità delle argomentazioni quanto al tono della voce, all’efficacia di una parola, di un gesto, di un’esclamazione” (p119)
Stiamo parlando dell’Irene, che scrive questo “La Preda” nel 1936 su suggerimento della rivista “Gringoire”, che poi pubblica il testo a puntate. La trama è (relativamente) semplice: il giovane Jean-Luc Daguerne, nato da famiglia povera, accecato dalla sete di riscatto sociale ed economico, spende la giovinezza alla ricerca del denaro e dell’affermazione personale nell’unico modo in cui gli pare conveniente, ossia gettarsi a capofitto nel mondo (fumoso e corrotto) dell’economia e della finanza. Finirà sì benestante, ma solo e corrotto, vittima – no meglio, “preda” – di tutto ciò che non è stato in grado di apprezzare durante gli anni migliori della vita: gli affetti familiari e filiali, le bellezze della vita, le amicizie profonde, uniche e durature, e, soprattutto, l’amore. Poiché la crisi economica crea e modella un tutto mercificabile la cui acquisizione, tuttavia, richiede pur sempre un obolo: “Il titolo, La Proie, è emblematico di un periodo in cui tutto, dai sentimenti al benessere, alla dignità, è oggetto di rapina” (OPhilipponat / PLienhardt “La vita di Irène Nemirovsky”, Adelphi 2010 p265).
Curiosamente, si veda l’articolo a firma Massimo Gaggi su @La_Lettura #73, di ultima uscita, che abbiamo riportato martedì su Twitter: “Tutto si vende, anche l’onore”, con sottotitolo “Michael Sander contesta la dilagante mercificazione dei costumi e dei valori: Posti in fila, celle singole, uteri: il mercato della nuova società di mercato”. 
La versione completa dell’opera viene data alle stampe nella primavera del 1938, vende più di diecimila copie (op cit p281) e stupisce i contemporanei per il vigore del giovane Daguerne (dal carattere tipicamente “nemirovskiano”) e l’acume stilistico con cui il personaggio viene dipinto malgrado una certa lentezza e prevedibilità della trama “a tesi”, che ad alcuni, per altro, risulta eccessivamente politicizzata. E da parte dei critici contemporanei il confronto con il protagonista della Nausée, opera di un “certo” Jean-Paul Sartre e pubblicata nello stesso anno, viene naturale… ma di risultato non scontato.
Buona lettura 🙂

"Prima di scomparire", di Xabi Molia

Più riguardo a Prima di scomparire Mi trovo un po’ in difficoltà per non dire in imbarazzo a raccontarvi di Xabi Molia. Del perché è presto detto: altri, molto più acuti e istruiti di me in materia, ne hanno già abbondantemente discusso. E dell’opera, e della casa editrice che la propone. 
Per cominciare, due parole sulla casa editrice. Attraverso l’acronimo dei nomi di battesimo dei due fondatori, @lormaeditore rimanda non tanto ad una editoria “giovane” quanto al ruolo centrale dell’editore, che si intende così rivalutare nella sua esperienza di “persona di lettere”. Approda in libreria il 4 ottobre scorso con due titoli tra cui proprio “Prima di scomparire”, che fa parte della collana di punta della casa editrice, “Kreuzville” (crasi tra Kreuzberg e Belleville, quartieri di Berlino e Parigi in cui i due editori hanno vissuto), riservata ad autori tedeschi e francesi. 
Per approfondimenti, non posso fare altro che invitarvi alla lettura dell’interessante articolo (con intervista ai due editori) di A Cortellessa su @00doppiozero forse l’intervento più puntuale e completo che trattano dell’esordio della casa editrice romana.
Detto questo, parliamo dell’opera. Recentemente è apparso su @La_lettura (10/03/2013) un interessante articolo a firma Sandro Modeo dal titolo “Il ponte sospeso tra le sponde franate”. Sottotitolo: “Il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora. La parentesi temporale del presente fotografa la nostra condizione. Però non esaurisce il nostro mondo”. SModeo accosta e pone in correlazione la crisi del presente, fatta di un passato “che non c’è più” e di un futuro “che non c’è ancora” – si va dalla precarietà economica e quindi sociale a quella esistenziale, che ne è conseguenza – con alcune tipologie di fruizioni letterarie che al momento paiono preponderanti e in continua ascesa (o revival): “da un lato, un rifugiarsi nostalgico-riflessivo nella società letteraria ante web (i classici, la poesia, i grandi scrittori di lingua e di stile); dall’altro, l’adesione acritica a fiction di genere (vampiri, zombie, le stesse distopie). Come a dire, un ripiegamento museale contro una proiezione esorcistica”. La distopia in special modo “rinunciando all’illusione dell’utopia, prefigura un futuro in negativo per scongiurarlo”. 
Xabi Molia, 35 anni, è sceneggiatore e insegnante di cinema all’università di Poitiers e, nonostante la giovane età, già affermato scrittore (questo è il suo quinto romanzo). L’opera rientra perfettamente nei canoni della fantascienza distopica, sia per ambientazione sia per contenuti. 
XXI secolo, futuro prossimo. 
In una Parigi dilaniata dalla guerra civile appena conclusa, scoppiata a seguito di una grave crisi economica, si aggira il medico Antoine Kaplan, a cui il governo ha assegnato il compito di ricercare e segnalare tutti coloro che mostrano i primi sintomi (banalmente, prodromi di una brutta influenza) di un misterioso virus che sta trasformando la popolazione in una sorta di esseri-zombie crudeli e violenti ma dotati di raziocinio e intelligenza, il cui unico scopo pare la distruzione della razza umana. Dato che per ora sembra non esistere antidoto alcuno contro il virus, che per altro è in grado di mutare e rafforzarsi, e siccome gli “infetti” diventano sempre più organizzati nei loro attacchi – sostenuti anche da sacche di ribelli “umani” – , quella di Kaplan, e di altri come lui facenti parte del Dipartimento dell’Individuazione, viene ad assumere i connotati di un’inutile corsa contro il tempo verso un destino ineluttabile. L’ambientazione, cupa, oppressiva e ossessionante è tratteggiata con sapienza e ogni particolare è utile e necessario all’economia del racconto, senza mai risultare ridondante. 
In parallelo al dramma sociale dobbiamo anche seguire anche le vicende personali di Antoine. Prigioniero, in tempi precedenti, di un campo di deportazione (poiché di gruppo sanguigno AB, che alle autorità pareva, all’inizio del contagio, il più sensibile all’attecchimento del virus) e poi fuggito dall’area di detenzione, ora a seguito della riabilitazione concessa alla popolazione ingiustamente deportata (o meglio, a quella parte di popolazione deportata E sopravvissuta al carcere) è medico e si occupa di rilevare i sintomi incipienti della malattia, sempre trattando i malati con la maggior compassione e cura possibile. Ma non solo. Hélène, sua moglie, attivista politica e nota autrice di fumetti pubblicati a “strisce” su una famosa rivista, è misteriosamente scomparsa, forse unitasi ad uno dei gruppi sovversivi a cui pare sia legata – o forse semplicemente fuggita con un amante di cui Antoine, indagando, rileva qualche traccia: il rapporto di Antoine con la moglie, pur fresco di appena qualche anno, si era esaurito da diversi mesi e i due vivono nella completa estraneità, benché inquilini dello stesso misero e fatiscente appartamento. 
Come ha più volte riferito l’autore stesso, “Prima di scomparire” è un tentativo di rilettura della storia in chiave letteraria, dalle pagine indelebili e infamanti della Repubblica di Vichy alla realtà odierna dei sans papiers. L’idea quindi supera la rappresentazione distopica, a cui tanto comunque deve e che conserva in sé tutti i suoi topoi narrativi, dalle atmosfere fatiscenti e vagamente steampunk di edifici, abiti e occupazioni, e si concentra piuttosto sulla ricerca del sé – e dell’altro – sia come Uomo, sia come individuo
Un esempio su tutti, l’accento che l’autore pone sul culto delle lettere e dell’arte in generale. Nel romanzo, nonostante il clima di terrore e la devastazione della guerra, tra palazzi in rovina privi di corrente elettrica, computer e cellulari ormai abbandonati in stanze polverose, i cittadini di Parigi ritornano a dilettarsi con la cultura umanistica: divengono scrittori, giornalisti, filosofi, artisti, attori. Fioriscono i circoli letterari organizzati e improvvisati, ci si reca a teatro, si ragiona di filosofia, si rispolverano i classici, l’amore per le citazioni, la passione per i libri e le opere artistiche dell’ingegno umano. Eppure, il dubbio rimane. Siamo di fronte ad una reale presa di coscienza che comprende il recupero della tradizione e la sua rivalutazione, oppure, piuttosto, ad una pantomima unicamente di facciata nel tentativo di salvare tutto ciò che – tutti sanno – non potrà essere salvato? 
La risposta forse ci viene offerta dallo stesso Kaplan, nel finale dell’opera. Anzi, da un suo alter-ego di età anagrafica più avanzata e di fama un po’ più nota: Robert Kerans, che con Kaplan condivide il ruolo del protagonista all’interno di un romanzo distopico dal finale aperto e dalla forte e profonda recherche spirituale:
Così abbandonò la laguna e si addentrò nuovamente nella giungla. Nel giro di qualche giorno si perse completamente, seguendo le lagune che si susseguivano verso sud nella pioggia e nel calore sempre più intensi, attaccato dagli alligatori e dai pipistrelli giganti, un secondo Adamo alla ricerca dei paradisi dimenditcati del sole rinato” (JG Ballard, “Il mondo sommerso”, traduzione di Stefano Massaron, Feltrinelli 2005, p199). 
Buona lettura 🙂

No hashtags, no party: #certilibrivannolettidicarta #SMWmilan #socialreading e tanti altri

Giocando un po’ con gli hashtag di Twitter, qui ad ADC recentemente se n’era inventato uno curioso: #certilibrivannolettidicarta. Un gioco innocente, ma forse non tanto, per verificare, ancora una volta e sempre in maniera empirica, l’evoluzione del concetto stesso di lettura che ormai non può più prescindere dalla scelta del device “di competenza”.

Tra le tante opere adatte a prestarsi all’esperimento noi di ADC avevamo individuato anche quelle di @MiraggiEdizioni, che ci erano capitate sottomano qualche settimana fa. Perché presto spiegato, ma dobbiamo partire da lontano.

A Milano, dal 18 al 22 Febbraio si è svolta la Social Media Week (#SMWmilan @SMWMLNdeclinazione milanese della kermesse internazionale omonima.
Tra i vari panel che abbiamo seguito con interesse (in streaming) c’era anche questo: “Social Reading: leggere, condividere e scoprire grandi libri” – in didascalia:
“Social Reading è tutto ciò che riguarda l’esperienza della lettura attraverso e-book ed e-reader: dalle annotazioni ai segnalibri, dalle recensioni alle votazioni. Ogni azione contemporanea alla lettura può essere social e condivisibile”.
Qui trovate il link all’evento e qui la diretta streaming, che potete ora visionare on demand.

Si è trattato di un un confronto serrato e brillante tra @henrikberggren, il creatore della piattaforma #Readmill (@readmill) e @marcoghezzi di @Bookrep. Una delle affremazioni che più hanno colpito gli spettatori in sala e il pubblico a casa (a giudicare da Twitter) è stata questa:  
seguita a breve lunghezza da questa:

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Sicché da una parte è chiaro e lampante il concetto espresso da Henrik Berggren per il quale, in sostanza, la tendenza generale è quella di una fruizione dell’atto “del leggere” sempre più concentrata – dato l’interesse primario del lettore che dovrebbe vertere sempre più su quell’ “in between” che sta tra la prima e la quarta di copertina – anchesull’utilizzo del device, che nella fattispecie dovrebbe diventare unico (in questo caso, smartphone o tablet) e soprattutto PLURIfunzionale.
Dall’altra, abbiamo la nostra esperienza quotidiana che ci bisbiglia all’orecchio, ancora una volta, il valore dell’ “oggetto libro”, che indiscutibilmente, se ben costruito e ben trattato, continua …a vender cara la pelle.
E così, eccoci di ritorno a @MiraggiEdizioni, con un titolo che ben esemplifica il nocciolo della questione.

Come al solito, lasciamo a voi le riflessioni del caso. 
Qui parliamo più diffusamente dell’opera citata.
Buona lettura 🙂

PS & NB: questo post pare ad ADC una buona occasione per rimandarvi alla nostra “Nota a margine” sul blog – sempre utile da tenere a mente per capire l’approccio di lavoro che si è scelto per www.appuntidicarta.it

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"Cacciatori di frodo", di Alessandro Cinquegrani

Più riguardo a Cacciatori di frodo Alessandro Cinquegrani, 39 anni, ricercatore di Letteratura comparata all’Università Ca’ Foscari, scrive un’opera prima (finalista al @PremioCalvino XXIII edizione) piuttosto scomoda, ruvida carta vetrata a grana fine, sia per lo stile sia per i temi trattati.
L’impatto con la pagina è notevole, fitta com’è di segni e lettere che si inseguono l’una con l’altra senza neppure il respiro di un a-capo. Peggio ancora quando si scopre, fin dalle prime righe, di trovarsi di fronte ad un testo zoppo perché ripetitivo, ciclico, ipnotico: intere frasi e paragrafi identici l’uno all’altro fino all’ultima virgola, copiatiincollatie ripetuti all’infinito e inframmezzati (soltanto) da pochi, centellinati singhiozzi di parole nuove che spingono in avanti la narrazione, passi di gambero eleganti e minuscoli, avanti ma anche, inaspettatamente, indietro.
Un approccio alla forma evocativo, per altro, perché rimanda direttamente all’archetipo primitivo della trasmissione orale del testo, di matrice indoeuropea: quella dell’aedo, che battendo sulla terra nuda il bastone con cui segnava (per sé e per il pubblico) l‘esametro omerico, non disponendo di un testo scritto diventava a sua volta compositore avvalendosi di uno stiletipicamente formulare caratterizzato da ripetizioni, appellativi e topoi che – funzione pratica – giungevano in soccorso nel momento in cui il cantore avesse dimenticato la strofa successiva e che – funzione poetica – ammaliavano il pubblico trascinandolo in una dimensione evocativa mistica e quasi religiosa, grazie al potere ritmico dell’esametro.

Accade lo stesso in “Cacciatori di frodo” con incisività tanto maggiore poiché la scelta della forma è direttamente collegata a quella del contenuto: il dolore di una tragedia orribile che, evocata all’infinito non solo nella sua oggettività (mai del tutto chiarita) ma anche nel suo fardello di “acerbe espiazioni” (cit.) tra sensi di colpa per vecchi rancori infantili mai sopiti, tragiche sciocchezze giovanili ed errori ancor più gravi perché commessi in età adulta, trascina inevitabilmente verso il gorgo della malattia mentale che nelle sue forme più gravi e distruttive priva l’essere umano di qualsiasi personale consapevolezza del mondo reale per confinarlo all’interno di universi paralleli e distorti in cui il tempo e lo spazio non percorrono più traiettorie lineari ma girano e si arrotolano su se stessi in un continuo ritorno di percezioni falsate e ossessioni.

Tra i boschi spogli che costeggiano le rive del Piave rieccheggiano degli spari. Sono quelli dei cacciatori di frodo che si aggirano cauti nella nebbia alla ricerca della preda ma sono anche quelli, molto più antichi e profondi, appena udibili, dei soldati caduti in battaglia: sì, proprio quelli del Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio”, la cantilena ossessiva che accompagna i pensieri e i passi di Augusto, protagonista dell’opera. Augusto ci racconta la sua storia – ma anche quella della sua famiglia – un monologocostruito passo dopo passo, un particolare in più ogni mattina mentre percorre tra sterpi e sassi, facendo attenzione a non rovinare l’ultimo paio di scarpe buone rimastogli, i dodici chilometri della ferrovia abbandonata che separa la casa cantoniera in cui vive dal luogo in cui la moglie, Elisa, dopo essere uscita dall’abitazione, si reca ogni mattina.

Cacciatore di frodo è però (o meglio era) anche il fratello gemello di Augusto, Cesare, un cacciatore di demoni infernali, propri e altrui, con la memoria del quale Augusto ha da confrontarsi inevitabilmente. Augusto: un’esistenza “passiva” com’egli stesso la definisce, trascorsa nell’attesa e quasi mai nell’azione. Un buon uomo che, fin dall’infanzia non troppo serena, ha sempre cercato di appianare gli screzi e tutelare le persone care, rattoppando alla bell’e meglio strappi profondi che non potevano in alcun modo essere ricuciti, sempre fedele ad una personale, cieca fiducia – e a un pizzico di codardia di troppo – a valori familiari e sociali autoimposti a cui, per sopravvivere, era necessario aderire: la buona creanza, l’accomodamento delle criticità interpersonali, il successo socialecostruito da sé, l’idea rassicurante della famiglia perfetta. Dall’altra parte, specchio dolente di ricordi mal sopiti, sensi di colpa e – ancora una volta – “acerbe espiazioni” – il gemello Cesare, o meglio, quel che di lui, oltre il ricordo, rimane: ancora una volta, un refrain, e che refrain (che vi lascio scoprire da soli).

Buona lettura 🙂

Nota a margine: anche qui s’è parlato di “Cacciatori di frodo”, entrato nella nostra personale hit-parade #certilibrivannolettidicarta. Perché la copertina (“nuda e vestita”, come si è detto su Twitter) già mostra, in germoglio, quel che l’opera poi renderà esplicito.