Notizie da bordo piscina/2. Dalla casalinga disperata alla tradwife: storia di un fenomeno (parte due)

Trovate qui la prima parte di questo fantastico excursus!

Una mucca per il congelatore

Nel reel apparso ieri sulla timeline di Instagram, la mia tradwife preferita è ripresa mentre maneggia una pagnottella di lievito madre e farine con una destrezza che neanche la nostra prozia di Aci Castello. L’inquadratura, di taglio professionale, la vede al bancone della cucina – legno grezzo, luce naturale dalla finestra – e mette in evidenza l’outfitas a 22 years old housewife: maniche rimboccate ai gomiti, apron a rouches rosa antico, gonna lunga con balze, foularino ai capelli. Al filmato si accompagna una colonna sonora peaceful orchestra e in sovrimpressione scorre il breve testo: Save for what we value” (“Risparmia per ciò che vale!”), seguìto da un elenco di punti tra cui spese sanitarie, pneumatici per l’automobile e “a cow for the freezer”.

Un altro video recente la presentava assediata da pentoloni di marmellate fumanti, abilissima esperta del Lid-vacuum (la macchina per il sottovuoto); in un altro filmato la si vede separare dalla panna il latte appena ritirato presso il fattore. Nella didascalia: “Pov: you eat seasonally, source locally, grow your own & preserve as much as you can” (“Punto di vista: mangi secondo stagione, usufruisci di risorse locali, coltiva il tuo [necessario] e metti da parte quanto più possibile”).

Acqua potabile

In USA, terra di gente che in media cambia città di residenza 11.7 volte nel corso della vita, con un tasso di permanenza che raramente supera i cinque anni, è consolidata abitudine consultare i website di ranking (“classifiche”) per verificare che nel luogo in cui ci si intende trasferire i parametri di interesse corrispondano alle proprie necessità. La reportistica è varia e accanto ai temi più quotati, relativi alla dimensione professionale, compaiono anche sezioni dedicate all’analisi ambientale, con indicazione dei luoghi nei quali è più agevole e garantito l’accesso a un’alimentazione sana e “local (chilometro zero) e a fonti di acqua potabile verificate; a ciò si aggiungono, infine, i dati sulla disponibilità di offerta in fatto di vita comunitaria, laica o religiosa.

(Nota per gli interessati: le statistiche di argomento professionale vertono sulla verifica delle opportunità di carriera e dei tassi di disoccupazione, su costi e disponibilità degli immobili, in vendita o locazione, e sulle modalità del commuting [tempi e modi del tragitto casa-lavoro]. Molto consultate anche le stats sulla presenza di microcriminalità e sul tasso medio di istruzione locale. Last but not least: per le statistiche relative alla potabilità dell’acqua, “Drinking Water Violation Rate” è la dicitura specifica: tutto un programma, vero?)

Numeri alla mano, si capisce che per gli americani sapere cosa c’è di preciso nel liquido che esce dal rubinetto o cosa sia davvero finito dentro alla famigerata cheesburger soup servita avant’ieri per cena non siano questioni derubricabili a una fissa da viziati hippie primomondisti. Le ragioni vanno cercate nella scarsa fiducia del consumatore statunitense verso il comparto alimentare, che per quadri normativi non sempre trasparenti e conclamate vicende giudiziarie risulta spesso ormai inaffidabile dal punto di vista della qualità sanitaria dei prodotti. Questo nuova consapevolezza coinvolge sempre più individui, spingendo le comunità locali a riformulare il modello di approvvigionamento: ove possibile si tende a virare su microimpresa domestica a chilometro zero, consumo secondo stagione, agricoltura organic indipendente dal biologico in scala (che ha prezzi inaccessibili). La produzione homemade su terreni controllati e materie prime verificate è passata da alternativa cozy a improrogabile necessità, non priva di una certa ossessione; ma, come si vede, gli americani hanno i loro buoni motivi.

(Note per gli interessati: L’offerta di testi che raccontano i disastri ambientali statunitensi è ampia e variegata e va dalla realistic fiction alla saggistica divulgativa. Su Goodreads, al tag “environment” sono associati, ad esempio, il romanzo “L’America sottosopra” di Jennifer Haigh [2018, Bollati Boringhieri] che affronta attraverso personaggi di finzione le drammatiche vicende di una certa parte rurale della Pennsylvania sottoposta alle attività estrattive per mezzo della tecnica del fracking, o le opere narrative-non-fiction di Elizabeth Kolbert e Naomi Klein).

Foto di Rob Wicks su Unsplash

One-income tradfamily

Non deve quindi destare stupore che il movimento tradwives dedichi tanto spazio agli argomenti relativi all’alimentazione. Per mezzo di video a estetica variamente romanticizzata (“homemade meals aesthetic”), le nuove casalinghe tuttavia celebrano – o giustificano, a seconda di come si voglia vedere la questione – il ritorno alla tradizione del cibo fatto in casa quale strumento di valore per ottenere non solo salubrità del prodotto/salvaguardia ecologica ma anche un consistente risparmio di denaro (sfruttando anche lo scambio comunitario di baratto/vendita solidale) e, ultimo ma non ultimo, per riappropriarsi della propria dimensione femminile.

Lo stile utilizzato per raccontare la scelta di vita che si basa su un reddito solo – che Ça va sans dire corrisponde all’entrata procurata dal maschio di casa – è su per giù quello del “SI PUO’ FARE” di Brooks-eniana memoria e le modalità con cui far fronte all’indiscutibile complessità del tema convergono sui concetti chiave della sobrietà, della rinuncia consapevole a beni definiti voluttuari e dei vantaggi che ne derivano (diminuzione dello stress legato a orari e responsabilità, possibilità di gestire meglio casa e famiglia, evitando la delega – donne delle pulizie, tintoria, spesa on line, babysitter, giornata scolastica lunga 12 ore ecc.). Sui social la descrizione delle pratiche saving si limita per necessità a qualche accenno ma niente paura: per una cifra solitamente inferiore ai 50 dollari, 40% off nel Black Friday, è spesso possibile acquistare l’ebook “Our affordable life as a one-income basic family” (titolo che invento, giusto per non tirare in ballo nessuno in particolare), una guida rapida e accessibile che tramite tips and tricks basati sull’esperienza pratica aiuterà chi lo desidera a “tagliare le spese e gestire il denaro in maniera più saggia”, definendo le proprie priorità e costruendo piani di risparmio.

(Note per gli interessati: la struttura organizzativa di questi testi è più o meno univoca. Si parte da un capitolo introduttivo sul “da dove cominciare”, dedicato a chi sente la necessità di un cambio di passo/nuovo modello di vita, per poi scendere nel dettaglio dell’analisi delle priorità. Interessante il punto sull’autocoscienza: quasi mai compaiono elenchi di spese dichiarate inutili a priori; è presente piuttosto un generale invito alla riflessione – “la verità è già dentro di noi” – sui temi del capitalismo, della teoria della creazione del bisogno sempre insoddisfatto e della scelta consapevole e che si auto-limita. A seguire di solito i capitoli più tecnici, con tabelle e conteggi, e alcuni compendi sull’utilizzo di prodotti alternativi e più economici per la gestione della quotidianità, dalla spesa ai detersivi, dai vestiti al parrucchiere. Accanto a osservazioni e piani di risparmio interessanti convivono suggerimenti che a prima vista ci possono apparire francamente banali del tipo “non usare la carta di credito se sai di avere il conto in rosso”: se però confrontiamo questa osservazione con gli ultimi dati usciti per FED New York – che dichiara per il secondo trimestre 2023 un debito USA  di 1.000 miliardi USD sulle carte di credito e un tasso di morosità superiore a quello degli 11 anni precedenti – si capisce come la questione sia concreta ed emergenziale.)

Sottomessa al marito

Il movimento tradwives insomma celebra abitudini nuove pescando a piene mani nella sedicente convergenza evolutiva secondo cui le donne di tutto il mondo sin dalla preistoria sarebbero state esclusive protagoniste dell’organizzazione domestica, in specie per quanto riguarda raccolta, produzione e conservazione alimentare; niente di più che un back to the origins, quindi. Master and commander di tutto ciò è il marito che di fatto tiene i cordoni della borsa e che ha la facoltà – magari non la userà mai, però ce l’ha – dell’ultima parola in fatto di amministrazione del denaro di famiglia. Marito a cui la moglie sta in rapporto di amore reciproco e submission.

Foto di Neslihan Gunaydin su Unsplash

Il concetto di “sottomissione” è biblico e a questo contesto si rifà, volente o nolente, la maggior parte delle tradwives influencer. Infilarsi in Google alla ricerca di “definition of submission”, però, è un atto per cuori impavidi perché le questioni filologiche, non da poco, si sovrappongono come si può facilmente intuire alle traduzioni interpretative. Il problema nasce anche dalla circolarità delle definizioni che talvolta, specie nei siti di target più ampio, faticano ad andare oltre il recupero della parola sacra. Per la maggior parte vengono citati i testi biblici di riferimento – il passo più quotato è Pietro, 3:4-6 – a cui spesso segue l’associazione con brani che indicano Dio come termine ultimo di sottomissione.

Il dubbio è che tramite queste associazioni si finisca per suggerire una sorta di identità semantica fra l’obbedienza che deriva dal riconoscimento di un’autorità sociale/politica (capoufficio/individui l’uno verso all’altro come comunità) e il rapporto di sottomissione moglie/marito – procedura che come si può intuire esclude a priori tutti i temi di relazione maschio/femmina, dall’erotismo fino alle questioni del patriarcato e dell’abuso; tant’è che, onde smussare il senso di “unconfortability” che ne deriva, con frequenza ci si sente in dovere di porre l’accento sugli aspetti “mutual” (“reciproci”) della subimission: “selflessness, service, accountability, and respect” (“altruismo, servizio, responsabilità e rispetto per il proprio partner” nell’ottica di una generale accettazione della volontà divina). Ove richiesti approfondimenti, le definizioni spesso utilizzano la formula al negativo, elencando ciò che NON significa submission: la sottomissione “non pretende che la donna dimentichi il suo cervello sull’altare”, “non significa che la donna non possa avere opinioni”, “non apre la porta alla violenza domestica”, “non è un rapporto legato al valore individuale” ed è difficile (o almeno, io per ora ne ho trovato scarso riscontro) che si faccia riferimento alla sostanziale estraneità del messaggio di Cristo nei confronti di una certa tipologia di cultura patriarcale.

(Note per gli interessati: il termine greco utilizzato è Υποτάσσω, che è in realtà d’uso militare [Υπο: sotto, τάσσω: mettere] e letteralmente indica la maniera in cui le schiere di soldati vengono sistemate in assetto da battaglia, ciascuna sotto il proprio generale. Nella Bibbia il termine compare 12 volte e sempre a voce verbale, mai come sostantivo, il che è già degno di nota perché rende più esplicita la necessità della contestualizzazione spazio-temporale. Nb: Non si pretende qui di offrire una panoramica esaustiva su questioni di esegesi biblica tanto complicate. In questi paragrafi ho voluto unicamente evidenziare alcune delle criticità più evidenti della questione, senza pretesa di esaurire in poche righe un argomento la cui complessità parte addirittura da questioni filologiche.)

Di fatto – per tornare alla concretezza del frigorifero – è difficile trovare una tradwife influencer che sui social risponda candidamente, con sì o no, alla domanda: “Se mio marito mi dice che non posso comperare verdura questa settimana, posso acquistarla ugualmente se lo ritengo necessario per la mia salute o per quella dei miei figli?”. E’ su tale, semplice questione che gli animi delle commentatrici si infiammano, costruendo volumi di engagement di dimensioni considerevoli.

Nel prossimo e conclusivo episodio di questa deep dive saga: differenze tipologiche e, da qui, breve cenno agli argomenti tabù (oh sì, ce ne sono). Analisi presenza e posizionamento di tradwives a etnia non bianca / minoranze. Clicca qui per andare alla terza e ultima parte.

Notizie da bordo piscina/1. Dalla casalinga disperata alla tradwife: storia di un fenomeno (parte uno)

Con questo articolo si dà il via a una piccola rubrica di pezzi semiseri ad argomento vario: approfondimenti su notizie che ho letto su internet, annotazioni recuperate da articoli di giornale o da programmi radio. Io le chiamo: le cose che non sono libri ma che mi possono servire per capire i libri – e quello che sta dietro, e dentro.

Foto di Chloe Skinner su Unsplash

Retroscena

Alcuni mesi fa, mentre cercavo la ricetta della “cheeseburger soup” – quindi sì, posso dire che di fatto è tutta colpa mia – l’algoritmo di Instagram mi offrì, tra un video e l’altro di pentole a cottura lenta, il reel appena pubblicato da una giovane donna del Missouri.

(Nota per gli interessati: le pentole per la cottura lenta di preparati tradizionali quali appunto la cheesburger soup si chiamano Crock Pot: medesima questione per cui noi ai bastoncini per la pulizia delle orecchie ci riferiremo sempre col nome di Cotton Fioc indipendentemente dalla marca acquistata).

Attraverso un’estetica dichiaratamente vintage, pulita e priva di ridondanze, con un’accuratezza professionale sui seppia ma senza darci dentro troppo nei filtri, questa ventiduenne acqua e sapone – che si auto-definisce “retired” dal mondo del lavoro (ndr: era fotografa matrimonialista, ecco il perché della competenza tecnica e lo so: dirsi “pensionata” a 22 anni suona bizzarro; ci arriveremo) – da circa un anno si impegna nella cronaca della sua nuova quotidianità tramite i canali social Instagram e Youtube.

Insomma, senza rendermene conto mi ero appena imbattuta – maledette furono le pentole – nella mia prima “Tradwife” e “Homesteaderinfluencer (così self-identified in bio).

Foto di Elisa Calvet B. su Unsplash

La tana del Bianconiglio

Scorrendo il feed, francamente attrattivo (66mila follower), scopro che la signora di cui sopra è sposata da poco e si dice molto innamorata del marito; la coppia vive in una piccola abitazione rurale nella Phelps County (44mila abitanti per circa 1700kmq); i due sono di fede cristiana e per il momento non hanno figli anche se il progetto è di allargare la famiglia.

(Nota per gli interessati: la contea di Phelps, situata nella parte centrale del Missouri, è terra di coloni europei dai primi dell’800. Cittadina di riferimento è Rolla, teatro di alcune battaglie importanti durante la Guerra Civile. L’economia si basa su agricoltura intensiva e allevamento ma il posizionamento industriale – automobili e macchinari – è ampio e variegato. La contea fa parte della cosiddetta “Bible belt” a maggioranza protestante anche se il cattolicesimo è ben rappresentato, secondo diverse confessioni. Racial composition: 85% bianchi, 2.8 latinos, 2.3 black/african. A maggioranza repubblicana, ça va sans dire.)

Le attività giornaliere in cui la donna si impiega mentre il marito è al lavoro riguardano per la maggior parte la gestione della casa e del coniuge: sveglia alle 6, preghiera e studio della Bibbia, toilette, preparazione della colazione e della pietanziera per il marito e poi rassetto delle camere, lavatrice, stenditura, cura degli animali (oche e galline) e del piccolo orto, spesa e dispensa con auto-produzione alimentare inclusa (pane e prodotti di pasticceria, conserve, burro).

Vengo a sapere inoltre che in casa non è presente la televisione. Nel tempo libero la donna si dedica alla lettura: l’attualità pare esclusa, conclamata invece la predilezione per narrativa di impronta vittoriana e il romancenot spicy” (ovvero privo di scene di sesso esplicito), saggistica e compendi teologici.

(Nota per gli interessati: esistono termini specifici per indicare la narrativa romance contemporanea scevra da contenuti sessuali espliciti. Su Goodreads possiamo trovare, per esempio, elenchi di varie reading suggestions per letture “non steamy” (letteralmente: “senza vapore”!) o “no spicy” (come si intuisce: “non piccante”) e, ancora, “no smut” (prive di… “fuliggine”, sostantivo che in senso astratto assume il significato di “oscenità”).

A dormire si va rigorosamente non oltre le 21, dopo aver passato la serata in attività di “sewing” (ricamare, rammendare e cucire vestiti, riadattando alla propria misura quelli comperati nei negozi dell’usato). La giovane donna non segue particolari dress code, tiene a precisare – ogni tanto posta scatti in jeans o abiti di foggia contemporanea -, ma per gusto personale preferisce gonne ampie e lunghe, aprons (grembiuli), cardigan e camicette, fiocchi e intrecci ai capelli. Si definisce “nata nel tempo sbagliato”. Appassionata di pottery, frequenta con curiosità mercatini e vendite di beneficienza, da cui recupera piccoli pezzi spesso dipinti con rappresentazioni di anatroccoli e papere; è attrice dilettante per i musical messi in scena dalla comunità parrocchiale.

(Nota per gli interessati: nel linguaggio della Tradwives subculture uno degli aggettivi più utilizzati a proposito del vestiario è thrifty, ovvero “economico” nel senso di “parsimonioso, frugale”, che obbedisce anche, se possibile, ai dettami della sustainability ambientale).

Da qui a seguire almeno un’altra ventina di profili simili costruendomi, va detto, una certa addiction, è stata questione di pochi click.

Il fenomeno: definizione

In linea generale, quando parliamo diHomemakers ci riferiamo a donne bianche nella fascia d’età 30-40 che hanno abbandonato lavoro o carriera dopo un numero variabile di anni di servizio per dedicarsi a tempo pieno a casa e famiglia oppure a giovanissime ventenni che a lavorare non hanno nemmeno cominciato, piccole occupazioni estive a parte, e che intendono percorrere la strada dell’homesteading (“metter su famiglia”).

Parafrasando Wikipedia, possiamo definire il fenomeno tradwives come un “neologismo per traditional wife o traditional housewife che nella cultura occidentale contemporanea indica in maniera specifica una donna che fa propri e mette in pratica i tradizionali ruoli di genere, anche all’interno della relazione matrimoniale”. Questo movimento possiede tratti distintivi e comuni ma rivela anche declinazioni diverse, sia per contenuto sia per target di riferimento.

Il fenomeno: caratteristiche web

Per la maggioranza delle tradwives la formula preferenziale di comunicazione social breve è il reel, accompagnato da linee di testo sovraimpresso e sottofondi musicali rural folk piano o stage and screen: video brevi e accattivanti, insomma, costruiti al fine di dare testimonianza di uno o più aspetti di ciò che queste influencer interpretano come parte integrante della propria nuova vita di casalinga tradizionale. Eventualmente segue in calce una caption (didascalia) esplicativa, non obbligatoria – perché queste tradwives non è che abbiano così tanto tempo da spendere (si legga “perdere”) sui social.

La community di riferimento è composta da donne che già condividono la tradwives subculture e – chi più chi meno – ne mettono in atto le linee guida (il punto è quindi offrire “tips and tricks” per la corretta cura di casa/marito/figli/finanze/alimentazione e per darsi man forte dell’affrontare il senso di isolamento e di stigma sociale che può derivare da una quotidianità all’apparenza solitaria e poco stimolante), o che desiderano avvicinarsi a questo stile di vita (si parla allora di “empowering women to take back their roles”).

Argomenti

A una prima osservazione, sembra possibile raggruppare questi micro-filmati in base ad alcune linee tematiche:

  1. Economia e finanza: accento sulla tematica dell’one-income, ossia sul fatto che la famiglia si trovi a contare su un’unica fonte di reddito (ndr: l’occupazione professionale del marito)
  2. Società: rivendicazione dei ruoli di genere e della dimensione di famiglia tradizionale all’interno della quale il marito si reca quotidianamente al lavoro mentre la moglie si occupa della casa e dei figli
  3. Valori morali e dimensione religiosa: viene dichiarata apertamente l’appartenenza a un credo, solitamente cristiano (differenti poi le confessioni), a cui segue la necessità di attenersi a determinati principi morali; a questi principi deve corrispondere uno stile di vita consono, anche in relazione alla comunità parrocchiale di riferimento, che spesso viene riassunto con il termine modesty (per grandi linee traducibile con “sobrietà”).

Da queste macroaree discendono altri sotto-argomenti, che approfondiremo in seguito.

Spoiler: uno dei temi che provocano maggiore engagement e momenti triggering fra le accanite commentatrici è l’argomento sociale, che come si può facilmente intendere porta con sé la riflessione sulle tematiche femministe e dell’autodeterminazione della donna, dal rifiuto del modello “bossy girl” a quello, spinosissimo, della “submission” – ossia della sottomissione della donna al marito. “Feminine, not feminist”, recita la bio di una delle maggiori – e criticate – tradwife IG influencer.

Foto di Fleur su Unsplash

Benvenuti, insomma, nel fantastico mondo delle tradwives!

Un movimento anglosassone non nuovissimo ma in forte ascesa (dal post-Covid, e non è un caso), di donne – single, fidanzate, sposate, madri, età varia (false: il range non è così lasco), ceto sociale ampio (anche qui c’è da rifletterci) ed etnia ininfluente (idem come sopra) – che promuovono uno stile di vita quotidiano legato in maniera “ultra-tradizionale” ai ruoli di genere.

Cosa potrà mai andare storto? Probabilmente tutto. Attenzione però a non derubricare questo fenomeno all’ennesima fissa ossessivo-escapista di una specifica parte di mondo occidentale, bianca e privilegiata o, ancora peggio, all’esito di certa cultura patriarcale, di maschilismo interiorizzato.

Cosa sottende questo movimento, cosa ci racconta dell’ansia sociale che pervade da sempre, sebbene declinata in modi differenti a seconda del contesto storico, la parte femminile dell’umanità tutta? Perché la tradwives subculture è stato avvicinata, in specie per quanto riguarda gli Stati Uniti, agli ambienti dell’ultradestra trumpiana? E infine: c’è chi ne sta parlando, in letteratura – e se no, perché?

In questo momento, su IG sono presenti 62.5mila post con hashtag #tradwife, 17.8mila per #traditionalwife e 731mila con tag #homemaker.

Grazie per essere arrivati fino a qui. Nella prossima puntata (sentitevi liberi di commentare con un sereno “gentilissima, ma anche no”) approfondiremo a grandi linee i tre punti a tema: dalla gestione delle finanze domestiche, strettamente legata al principio della “submission” fino all’aspetto religioso, passando per …il fare l’orto e il consumo di alimenti “organics”.

Trovate qui e qui i link alla seconda e alla terza parte dell’approfondimento.

NB: bibliografia su richiesta; se interessati, scrivete al solito appuntidicarta@gmail.com

“Java Road” – “Il regno di vetro”, di Lawrence Osborne (trad. Mariagrazia Gini)

Nota: longform – tempo di lettura 10min

A ogni nuova uscita mi domando cosa significhi leggere Osborne, di cui, va detto, sono grande appassionata. Credo sia perché è così irritante che a volte faccio fatica a sostenerlo, per quel suo modo che ha di prenderci tutti in giro: sicché per me è una questione di puntiglio, oltre che di fascino.

“La storia da raccontare non era lunga ma ero certo che vi potessero cogliere un nonsoché di esotico. E la loro distanza dai fatti la rendeva adeguatamente pornografica.”

Nato nel 1958 in Inghilterra, Lawrence Osborne studia al Fitzwilliam College di Cambridge e poi ad Harvard. Comincia con il mestiere di giornalista-viaggiatore subito dopo il diploma: percorre tutta l’Europa (per l’Italia passa più volte: in Toscana vivevano dei parenti acquisiti dai quali andava per l’estate), si sposta nella penisola balcanica, poi Nord Africa ed Estremo Oriente. Per molti anni risiede a New York, luogo in cui la sua carriera di columnist e reporter spicca il volo. Nel dettaglio, Osborne è autore di long-form journalism: per anni ha scritto su diverse testate, tra cui The New York Times Magazine, The New Yorker e Condé Nast Traveller; su Gourmet e Men’s Vogue ha curato, inoltre, valide e seguitissime rubriche di enogastronomia. Dal 2011 risiede a Bangkok. Al romanzo (“breve”, come tiene spesso a sottolineare) arriva quasi per caso, al successo pure: consapevole della sua abilità come narratore ma abbastanza incredulo, almeno all’inizio, di fronte all’impatto dei suoi testi narrativi.

La sua storia professionale, come si vede, è già di per sé intrigante; lontano dallo stereotipo dello scrittore escapista, Osborne deve parte della propria fortuna a questo punto di rottura con la tradizione: se l’America difatti lo riconosce erede della spy story internazionale (viene spesso avvicinato a Graham Greene e Patricia Highsmith), l’Europa d’altra parte lo elegge a esponente di quell’odi et amo usualmente dedicato agli autori che, appunto, si discostano dal venerato cliché di cui sopra. A ciò si aggiunga, carico da novanta, la spinosa questione del romanzo esotico.

“Era scesa una tregua, come se gli studenti, con le loro ultime volontà e i testamenti cuciti nelle giacche, avessero deciso di fermarsi qualche giorno per recuperare, e dunque le strade erano tornate a essere luoghi di tranquillità consumistica. Oppure, nel caso di Java Road, una distesa di pompe funebri piene di drappi scuri e insegne in bianco e nero, infestate dagli spettri dei magnati dello zucchero che si erano arricchiti con il commercio da Giava e i cui imponenti uffici un tempo troneggiavano proprio qui, come simboli della magnanimità coloniale.”

Pare incredibile data la varietà delle trame, eppure c’è caso che i Leitmotiv osborniani sempre a uno si riducano: l’enigma della stanza chiusa, ove per stanza chiusa si intende un ambiente altro all’interno del quale l’autore ha piacere di collocare le statuine dei suoi personaggi e stare a vedere cosa succede. In sostanza si tratta di protagonisti che per i più svariati motivi – e qui sta il nodo: la capacità di scovare varianti – vengono removed (così le recensioni oltreoceano) dall’ambiente geografico, sociale e politico di appartenenza per nascita e transplanted, ossia trapiantati, all’interno di contesti del tutto alieni all’esperienza. Questo “divorzio dall’abituale” crea nel protagonista una sorta di depersonalizzazione che trova concretezza di simbolo in alcuni punti fermi: solitudine, esclusione sociale, alterata percezione del tempo cronologico, incapacità di comprendere la dimensione politica, difficoltà di adattamento alle condizioni climatiche, resi tangibili attraverso la tecnica del romanzo d’atmosfera. Approccio narrativo che in questo caso si identifica, tornando al punto sopra, nell’ambientazione esotica: dalla Grecia a Macao, da Bangkok 2014, nella stagione del colpo di stato (“Il regno di vetro”) alla Hong Kong dei tumulti studenteschi al momento del ritorno alla Cina (“Java Road”) Osborne non smette di solleticare il lettore col guilty pleasure del mondo allo specchio, raccontando una realtà parallela che da sempre è oggetto di fascinazione e sempre lo sarà. Con un dettaglio: l’autore conosce per davvero i luoghi descritti, perché lì ha vissuto e lavorato; ne comprende le dinamiche sociali, ne ha scovato pregi, difetti, crepe e sintonie, ne ha approfondito la dimensione politica, economica, fisica.

“La vita del giornalista sfigato è pittoresca fin verso i quarant’anni. Dopo, si fa vivo lo squallore.”

“Ci avevano surclassati. Noi ci trascinavamo come un branco di elefanti semidormienti al seguito di notizie divulgate altrove al triplo della velocità. Servivamo ormai solo a dare un senso di legittimità a informazioni che credevamo degne di essere sancite dalla stampa, fosse anche solo digitale. Ma era diventata una specie di truffa. Noi mentivamo come tutti gli altri, pur essendo assolutamente certi di non mentire, e disprezzando chi, secondo noi, mentiva.”

L’abilità di Osborne, di fatto, è la capacità di inserire il resoconto di viaggio(1) all’interno della struttura narrativa di finzione, ove – per sua stessa ammissione – le vicende sono immaginate (…ci sarà da credergli?) ma i personaggi ni. Peter Kemp del Sunday Times definisce questo sistema di scrittura “atmospheric reportage of a place and time” identificando così uno sguardoche tramite l’osservazione di dettagli concreti riesce a dare l’idea del tempo storico che scorre attraverso un luogo specifico. Una dimensione spaziotemporale da cui Osborne taglia fuori il lettore, così di netto – ecco da dove viene l’irritazione! – rendendolo di fatto fruitore passivo riguardo a situazioni rispetto alle quali, va detto, in pochi al momento possono dirsi più consapevoli di lui. Conoscenza di luoghi e di temi attraverso cui, per altro, riesce a evitare il rischio di “latent orientalism”.

“Il tutto non avrebbe spostato di una virgola la mia marginalità.”

I personaggi messi in scena da Osborne, solitamente americani o inglesi (“maladjusted white protagonists”), sono i più vari. Ne “Il regno di vetro” c’è Sara, una giovane assistente personale in fuga dagli Stati Uniti; con sé porta una valigia di banconote, frutto di un raggiro ai danni dell’anziana celebrità per la quale prestava servizio. Convinta che il sistema migliore per farla franca sia far perdere le proprie tracce, si rifugia a Bangkok, affittando sotto falso nome (e tinta ai capelli compresa) un appartamento di pregio all’interno del Kingdom, un complesso residenziale abitato principalmente da farang – così vengono chiamati dalla popolazione locale gli stranieri ricchi e viziati. Fra prostitute euroasiatiche di alto lignaggio, inglesi espatriati dediti ad affari loschissimi, domestici silenziosi e prezzolati alla bisogna, Sara scoprirà ben presto, mentre i tumulti del colpo di stato si avvicinano pericolosamente alla recinzione del Kingdom, che nessuno è come appare e che disturbare il sonno degli animali preistorici addormentati nel fondo di certe piscine può risultare fatale, come ben ci insegna J.C. Ballard (3).

“«Siamo arrivati da laggiù, noi come tutti. Mio padre era un contrabbandiere. Non è passato poi così tanto tempo. Eravamo amici dei britannici, però. Lei è uno di quegli expat con la nostalgia di casa o uno di quelli che non torneranno mai?». «Sono un emigrato, quindi del secondo tipo». «Allora lo siamo tutti e due, per così dire. Migranti. Lei mi sembra più un esule. Di quelli volontari. È un destino fortunato, in qualche modo. Io dico sempre che poteva andar peggio. Potevamo non farcela».

In “Java Road”, invece, il protagonista è annoverato fra i “professional observers” – ossia personaggi dalla connotazione lavorativa ben specifica, che dà loro modo di osservare la realtà da vari punti di vista, interagendo con individui di circuiti sociali particolari. Alla vigilia della restituzione di Hong Kong alla Cina, le strade della metropoli sino-britannica sono invase dagli studenti universitari. Mentre la polizia utilizza lacrimogeni e manganelli per sedare la rivolta, Adrian Gyle, giornalista inglese di mezza età, expatried a Hong Kong da almeno vent’anni, talento in declino ma agganci formidabili nell’alta società, viene in contatto con Rebecca To, brillante studentessa e attivista nonché amante di Jimmy Tang, rampollo di una delle famiglie più influenti e ricche della capitale, amico intimo di Gyle dai tempi dell’università. Gyle, ben integrato nel microcosmo del quartiere, Java Road appunto, ma sempre prigioniero della propria intrinseca natura di gwai, (“fantasma bianco”, nomignolo lievemente dispregiativo con cui la gente del luogo chiama gli occidentali), si addentrerà nei meandri di una metropoli sull’orlo del declino, fra corruzione politica, “laissez-faire economics” e fanatismo imperiale, atmosfere da bar anni ’40, delitti irrisolti e il più classico dei triangoli d’amore non corrisposto. Chi è, davvero, Jimmy Tang? Cosa sarebbe disposto a fare, nel momento della caduta e del tracollo, per preservare l’unico bene che ancora gli appartiene e di cui può servirsi, ossia la reputazione?

“Intorno a me e dentro di me prese a crescere la confusione. Fu uno sconcerto amplificato dalla dissoluzione della città. Si può dire che l’intera società era diventata paranoica mentre oscillava su fondamenta sempre meno solide e so avviava alla disintegrazione. Per questo io e chiunque altro diventavamo paranoici. Non era eccezionale nemmeno la paranoia di Jimmy. Era la nuova realtà, e c’eravamo dentro tutti. I confini rimasti in piedi tra polizia, governo, famiglie potenti e media, eliminati nel giro di un mese. La vecchia Hong Kong delle leggi e dei giudici britannicamente imparruccati decostruita in una notte, e al suo posto era spuntato un mondo totalitario cupo e selvaggio nel quale regnavano dicerie, esagerazioni, odio, tribalismo, supposizioni.” (4)

Insomma, volevo farla breve per una volta e invece eccoci qui a parlare di Osborne in un modo in cui, secondo me, dovremmo andare avanti per ore. Leggete Osborne se volete immergervi in mondi incredibili, di una realtà concreta eppure inafferrabile, magnifica e terribile, al di là del nostro modo di sentire – e comprendere. Il meccanismo del thriller resta sempre valido, e nessun finale sarà come sarete stati in grado di immaginarlo.

Note: / (1) Sempre parlando di reportage come strumento di narrazione, bisogna osservare che in Osborne il narratore onnisciente non esiste: all’interno di una struttura a dialogo, i personaggi espongono la propria, personale visione del contesto; in tal modo il punto di vista si risolve nel parziale e l’analisi politica e sociale è sempre di parte. Sono i protagonisti stessi a fornire al lettore il quadro generale che in questo modo pur restando sempre sospeso, non oggettivato né oggettivabile, acquista valore di testimonianza del sentire locale, auto-validandosi. / (2) Di Osborne mi affascina l’abilità nel seminare easter eggs: piccoli gioielli che si riferiscono a eventi storici o citazioni letterarie rispetto ai quali il lettore si percepisce curiosamente sempre, o quasi, in difetto di conoscenza.  Di seguito giusto due esempi, recuperati in “Java Road”. 1. “Jimmy raccontò la storia terribile del medico personale di Mao (…) convocato (…) per eseguire la mummificazione della salma (…)”. Questo fatto, fondativo del pensiero transumanista russo, è ben raccontato dal divulgatore e giornalista Michel Eltchaninoff nel suo “Lenin ha camminato sulla Luna” ed. E/O. 2. “Nel 1938 alle cene altolocate del Surrey avresti sentito i medesimi argomenti sulla Germania.” È riferimento ai rapporti che il Duca di Windsor e la consorte Wallis intrattenevano con Ulrich Friedrich-Wilhelm Joachim von Ribbentrop, ministro degli Esteri tedesco, fidatissimo di Hitler. Pochissimi sono a conoscenza del fatto che nel Surrey Ribbentrop avesse preso possesso di una dimora di pregio: saranno questioni del lettore arrangiarsi a scoprirlo, pare ci suggerisca Osborne. Il dialogo sulle sorti gloriose della Germania nazista riportato da Osborne ricalca quasi perfettamente quello realmente accaduto e riportato fedelmente dai presenti, avvenuto fra il Duca, Wallis Simpson, Churchill e alcune altre personalità di spicco, proprio nel 1938, allo Château de l’Horizon, costa Azzurra (cfr “Côte d’Azur”, di Mary S. Lovell, ed. Neri Pozza). / (3) Osborne rende tangibile il meccanismo attraverso cui la crisi sociale e politica della città pervade, come mai accaduto, l’esistenza di Gyle per mezzo di un espediente stilistico alla coup de théâtre: una ferita alla guancia – frutto di un pugno che un insospettabile attivista sferra al giornalista lungo la via, all’uscita di un ristorante – che non vuole guarire e va in suppurazione (cfr. nella nostra recente narrativa il mal di denti del milite Cesco Magetti, protagonista di “Ferrovie del Messico” ed. Laurana, che ha la stessa funzione). / (4) Tutte le citazioni nel post sono tratte da “Java Road”.

“Il giudizio universale”, di Luc Lang (trad. Maurizio Ferrara)

“Quanto a me, credo nell’ira degli spettri all’approssimarsi della morte! «Così la notte fosse già venuta! Fin allora, tieniti tranquilla anima mia: le turpi azioni risorgono, benché tutta la terra le sopraffaccia, agli occhi degli uomini».”

Nel 1998 il romanzo “Mille six cents ventres” del quarantaduenne Luc Lang, scrittore e professore di estetica all’École nationale supérieure d’arts de Paris-Cergy, vince il Prix Goncourt des lycéens.

Creato nel 1988 da Fnac, rettorato di Rennes e accademia Goncourt, il premio Goncourt des lycéens viene assegnato annualmente da una giuria di circa 2000 studenti scelti fra tutte le scuole superiori francesi a partire dalla seconda classe e chiamati a votare l’opera preferita fra una lista di libri proposti dall’accademia Goncourt stessa. I volumi vengono distribuiti nelle scuole, senza distinzione d’ordine anzi includendo in maniera dichiarata e specifica tutti quegli istituti, tecnici e professionali, “notamment ceux les plus éloignés d’une culture littéraire” tra cui scuole francesi all’estero e, per dire, istituti penitenziari. Nel corso degli anni il Goncourt des lycéens è divenuto uno dei premi più ambìti nel panorama letterario francese1.

Milleseicento ventri” arriva da noi in Italia due anni più tardi, nel 2000, pubblicato da Passigli in traduzione di Maurizio Ferrara. La casa editrice decide di mantenerne il titolo originale che si riferisce – e qui sta il punto di questo giro introduttivo – al numero dei detenuti presenti fra le mura di Strangeways, il carcere cittadino di Manchester, al momento della rivolta dell’Aprile 1990.

Le proteste di Strangeways, con i detenuti in sommossa a denunciare le condizioni insostenibili della vita quotidiana all’interno della prigione, le vessazioni subìte dal personale, l’ingiustizia delle pene comminate (Strangeways in origine doveva essere un luogo di recupero per detenzioni non superiori ai cinque anni, ma poi – come prevedibile – divenne ben altro), diedero il via, in piena epoca Thatcheriana, a un fenomeno mediatico imponente le cui conseguenze furono una serie di rivolte all’interno di altri centri di detenzione fra Inghilterra, Galles e Scozia e svariate inchieste che toccarono punti nevralgici della struttura governativa dell’epoca2.

“Le ragioni invocate dai carcerati non sono del resto totalmente dei falsi pretesti”

Ricapitoliamo: uno dei più promettenti scrittori francesi, da poco professore di filosofia alla ENSAPC, sceglie di ambientare il suo quarto romanzo – quindi l’opera con cui o la va o la spacca – tra le casupole che compongono la zona suburbano/residenziale sorta alle pendici di uno dei penitenziari più problematici dell’intero Regno Unito, mettendo in scena, come su un teatro, uno degli episodi più drammatici di lotta sociale avvenuti in Gran Bretagna durante il governo di Margareth Thatcher: la rivolta di un manipolo di giovani uomini imbestialiti contro il sistema – perché di fatto la popolazione di Strangeways era composta per la maggior parte dai figli del sottoproletariato urbano fra abbandono scolastico, disoccupazione, microcriminalità e spaccio – chiusi in un carcere di massima sicurezza per reati di furto e ricettazione (“giovani che vanno dentro per una macchina rubata ed escono tossicomani”), costretti a condividere la cella con criminali della peggior specie in condizioni di detenzione disumane, abusi, malagiustizia. E in che modo decide di strutturare il racconto di questi venticinque giorni di sommossa, il nostro Luc Lang? Tramite la prima persona singolare, prendendo come protagonista uno dei residenti del quartiere: il sessantenne, raffinatissimo Henry Blain – proprietario di una delle casette più graziose del sobborgo, gran estimatore di donne e vini, mobili d’antiquariato e miscele di tè, nonché capocuoco della prigione di Strangeways e avvelenatore seriale dei detenuti; milleseicento ventri, appunto, su quali Blain regna incontrastato.

Fra spedizioni punitive – potenti lassativi nel minestrone dei carcerati giudicati maleducati o molesti, somministrazione di alimenti avariati a gruppi etnici di specifico taglio – e smerci di derrate consone in cambio di cibi etichettati come mangime animale, Blain da anni governa nell’ombra le cucine del penitenziario così come per anni aveva esercitato le proprie, disgustose perversioni sul personale delle navi da carico a bordo delle quali era arruolato. Abile manipolatore, malvivente astutissimo, meticoloso trafficante, Blain si ritrova al centro dell’azione che, come un miracolo letteralmente sceso dal cielo (i rivoltosi occupano i tetti, scagliando giù nella strada qualsiasi oggetto capiti a tiro: dalle pesantissime tegole di ardesia che vanno a infrangersi nei giardini delle casette fino a delicati e meravigliosi origami, farfalle che in mezzo allo spettacolo pirotecnico di lampeggianti, fuochi e sirene atterrano sulle teste del pubblico pagante), gli dà modo – unica volta nella vita – di autocelebrare pubblicamente il narcisismo patologico di cui è pregno: sfruttando l’indubbio vantaggio topografico, Blain apre la propria casa a cameramen e giornalisti che, previo pagamento, possono godere di una posizione di favore per riprendere gli scontri, nonché della testimonianza di un prezioso insider (che ovviamente se ne guarda bene dal proclamarsi parte del problema).

Riassumiamo (di nuovo): in Francia, un neoassunto professore universitario decide di giocarsi l’appena avviata carriera di scrittore mettendo insieme un romanzo basato su un fatto di cronaca dolorosissimo, che riguarda un Paese terzo e che ha per protagonista un lurido infame. Il romanzo tratta di violenza minorile, stupri, droga, delinquenza, abbandono scolastico, malattia mentale e femminicidio. Il libro esce, viene proposto a un pubblico adolescente/liceale – e vince il Prix Goncourt des lycéens.

“Louise sembra una zitella emancipata, sa quel che vuole, è lei a condurre il gioco, ma non è insensibile ai complimenti di un uomo. (…) Ha inoltre ritrovato in individui cosiddetti spacciati, lei predica fiduciosa, slanci di compassione verso gli altri, la natura umana è insondabile. (…) La compagnia di Louise un po’ brilla mi conveniva benissimo un attimo fa, ma davanti ai miei amici distinti ho una voglia quasi incontrollabile di schiaffeggiarla, un paio di sberle ben assestate, l’impronta viola della mano sulle guance bianche, si svegli dunque, si riprenda!”

Pausa – perché potremmo addirittura finirla qui, già sarebbe sufficiente (la domanda provocatoria potrebbe essere quale dei nostri attuali scrittori sarebbe in grado di osare tanto, ma ce la teniamo per un altro momento). Il punto in realtà è un altro e sta tutto nella figura di Henry Blain, che sotto la maschera di un’elegante normalità, fra aperitivi e merende nel salotto-tinello, nel profumo delle copertine di pellame pregiato con cui sono rilegate le edizioni dell’opera Shakespeariana di cui è avido collezionista, nasconde il più abominevole degli orrorie no, non stiamo parlando dei suoi maneggi avvelenati.

“«È un fior di donna, la sua fidanzata», mi confessano. «Sì, ma è di origine tropicale, ha sete e debbo innaffiarla spesso», rispondo per fargli piacere.”

Fra le meravigliose aiuole di aeonium e tillandisia, beloperona guttata, azalee e camelie che compongono il suo giardino – l’unico della strada a non essere invaso dai detriti di una vita ai margini e dai rifiuti della depressione economica, ecco sta lì, il raccapriccio mortale di un individuo scellerato rispetto alla cui moralità nessuno, nemmeno noi che leggiamo (con l’eccezione del pubblico femminile adulto, forse) avremmo potuto nutrire il benché minimo sospetto. Henry Blain è, in sostanza, l’uomo perbene: un vicino di casa un po’ fissato con l’ordine e la disciplina (“Dio solo sa quanto detesto che mi scompiglino le ondulazioni dei capelli pazientemente rifatte ogni mattina”), ma così premuroso all’occorrenza; il compagno di bevute forse un po’ eccentrico, ma a chi di noi, se ciucco tradito, non scappa lo sproloquio razzista e misogino? L’amante esigente, certo, ma così attento, e facile allo scatto d’ira ma figuriamoci, si pensi a cosa deve sopportare, poveretto, sul posto di lavoro e via così, con quei tratti che oggi nella neolingua si chiamerebbero red flag ma che nel linguaggio vecchio del racconto scritto bene entrano spogliati da qualsiasi orpello woke (linguaggio politicamente scorretto e scene triggering incluse) a indicare l’analisi sapiente dello scrittore sul tema del predatore sessuale – sul modo che ha di prendere di mira gli strati deboli del tessuto sociale mascherandosi da benefattore (allenatore, maestro, zio acculturato, metteteci chi volete), sulle maniere subdole che mette in atto al fine di penetrare la fragilità di donne scelte appositamente per la loro intrinseca debolezza.

Luc Lang, con una lingua colta e affilatissima e un sistema di romanzo a scene che prende a piene mani dal teatro antico, costruisce un giallo sociale che fa della normalità percepita il proprio cardine. La domanda, quindi, risulta ancora più delicata, spinosa da affrontare: se sia possibile, oggi, nel momento attuale, proporre un testo come “Il giudizio universale” al medesimo pubblico a cui era stato proposto vent’anni fa e se addirittura si dovrebbe sentire la necessità di proporlo, in tutto il suo scabroso e didascalico orrore di vomito e diarree, corpi mutilati e sangue, sciacallaggio mediatico e turismo dell’orrore – insomma nulla che non appartenga all’oggi – scrittore maschio bianco incluso che per altro afferisce a un sistema culturale completamente differente dal retroterra descritto (giusto per rimarcare bene il fatto che se uno è bravo a scrivere può scrivere della qualunque).

“Il giudizio universale” esce ora per Clichy, rivisto direttamente dall’autore nella traduzione – e la scelta di questo nuovo titolo è conveniente e adeguata, non solo perché riprende uno dei temi ricorrenti del libro, quello della differenza fra pena e giustizia, ma anche perché segna bene il riferimento a un aspetto interessantissimo della vicenda: la trasformazione finale del protagonista in un moderno Ebenezer Scrooge che, costretto a letto e divorato dalla febbre e dai sudori, viene visitato dagli spiriti degli orrori commessi, in una notte senza fine per la quale forse esisterà giustizia, ma non redenzione.

“I suoi capelli sono stringhe di cuoio, sembra che abbia passato sul viso un lucido da scarpe, quando ride le rughe e le guance scavandosi le screpolano la maschera, immagino la pelle lattiginosa di sotto. È sempre così arrogante, tende una mano verso di me, le sue unghie smaltate sono coltelli smisuratamente lunghi, dice: «Ricordati di Eleanor nel momento della tua caduta. Il tuo corpo non ha raggiunto il suolo ma si è già separato dal suo zoccolo, sta cadendo, le leggi della gravità sono più forti delle legge del tempo. Quando ti spappolerai, miscuglio di ossa e carne, pensa alla tua sposa davanti a Dio».”

Luc Lang non piace a tutti: è un autore che sceglie di trattare temi difficili utilizzando una scrittura raffinata e nello stesso tempo rarefatta, su cui occorre tornare più volte, e delle strutture temporali complesse, pluridimensionali, che necessitano di un impegno mentale importante. Non è certo uno scrittore della buonanotte, insomma. Eppure io lo trovo geniale: precisissimo nella forma, riduce all’osso le necessità del dire, strapazza il lettore, rendendolo allo stesso tempo dipendente dalle allusioni e dai sottintesi e libero di ampliare le proprie, personali riflessioni relative alla materia analizzata. In questo guinzaglio lungo, tirato e smollato con sapienza filosofica, nell’invenzione caleidoscopica di protagonisti grotteschi e disperati, esaltati o depressi, vittime e carnefici, ecco proprio lì sta per me il talento dell’autore.

  1. L’edizione 2023 appena trascorsa è stata vinta dalla scrittrice Neige Sinno con “Triste tigre” (di cui Neri Pozza ha giusto acquisito i diritti), un memoir in cui l’autrice francese trapiantata in Messico racconta le violenze sessuali e gli abusi domestici a cui fu sottoposta durante l’infanzia da parte del padre adottivo. ↩︎
  2. Ancora oggi, la Strangeways Prison riot è oggetto di acceso dibattito interno. ↩︎

“Il cerchio perfetto”, di Claudia Petrucci

Roma/Milano, 2035. Irene Sartori è un’immobiliarista di successo, specializzata nella vendita all’asta di proprietà storiche e di lusso. Si occupa di rilevare palazzi sontuosi appartenuti a nobili caduti in disgrazia, beni pubblici abbandonati, lasciati a marcire nella muffa, penthouse ricolme di opere d’arte – proprietà di sconsiderati investitori di cui si sono perse le tracce, che poi rivenderà al miglior offerente.

La guidano, oltre all’abilità negli affari, la passione per l’architettura e un inspiegabile, curioso intuito per il genius loci, “la percezione della natura della casa, del sentimento con cui è stata costruita e poi abitata. Il ricongiungimento con lo stato originale”. Nulla di strano, quindi, nella richiesta di contatto che così all’improvviso le arriva da un misterioso e raffinatissimo imprenditore milanese: l’anziano uomo d’affari le domanda una perizia su un’abitazione che ha ricevuto in gestione da alcuni anonimi investitori. Si tratta di una casa padronale, su più piani, progetto davanguardia che si incastra in quel triangolo di silenzio assoluto dell’alta borghesia milanese che è il retro di Brera, al confine con viale Gadio: al margine di via Saterna dormono di sonni inquieti le camere appartenute a Lidia Castelli, ventenne rampolla della Milano bene, morta suicida in una notte di bagordi del 1986. Si gettò dalla terza e ultima rampa di scale – racconta la cronaca, sul quotidiano dell’epoca – forse sotto l’effetto dell’alcool, forse vinta dal dolore per il padre appena mancato, forse traumatizzata dall’improvvisa rottura con il promesso sposo: dritta filata sino al piano terra, non un grido, non un rumore, la testa spaccata contro la materia solidissima che compone la vasca rotonda che fa da corrispettivo al lucernario centrale di questa casa avveniristica.

“Roma, lunedì mattina. Nelle ultime ore il cielo si è tinto di un giallo denso. La nube tossica proviene dalle campagne aride di una provincia meridionale a centinaia di chilometri dalla capitale, dove, da giorni, un incendio sta consumando i resti di una acciaieria: stando agli esperti, le polveri resteranno imprigionate nell’atmosfera fino alla prossima pioggia.”

“Sullo sfondo, la base nera del Duomo si distingue come il ventre di una nave madre in attesa; i profili sono sfocati, e la facciata è dissolta.”

Irene Sartori non esita dunque a imbarcarsi da Roma per Milano, sua città natale; questa consulenza le porterà una cospicua parcella e l’ennesimo giro di referenze ma sarà anche l’occasione per una visita ai genitori e alla sorella, ancora residenti a Milano malgrado le condizioni proibitive del luogo, offrendole allo stesso tempo il pretesto per prendersi una pausa dalla relazione con il fidanzato. Forse, pensa Irene, potrà anche esserci modo di un riavvicinamento col padre, anziano, e allettato, con il quale da tempo non va molto d’accordo. Naturalmente nulla andrà come preventivato: la casa di via Saterna spalancherà le porte e inghiottirà Irene nell’inferno di un racconto nero, di fantasmi e scambi di persona, intrighi familiari, vendette, spettri e – come ovvio – di un amore illecito e feroce. Sullo sfondo è dipinta una Milano cupissima, assediata da orde di tanaturisti, furgonati della polizia, bande di disperati rivoltosi e avvolta nella nebbia di una catastrofe climatica irreversibile.

“Le transenne si distinguono solo da vicino, somigliano a una recinzione: si chiudono sull’affaccio al Duomo e si perdono nella nebbia, muri di metallo alti tre o quattro metri, sorvegliati dai militari – quattro camionette parcheggiate da entrambi i lati, soldati a pattuglia.”

Sulla trama ci è concesso dir poco: siano sufficienti alcune domande. A chi la giovanissima Lidia Castelli diede mandato per costruire quell’abitazione, riguardo alla quale nacque l’irrecuperabile dissidio con il fidanzato? Perché il progetto fu modificato così all’improvviso, passando dalla linearità schietta della tradizione borghese a una visione d’estetica pura, tra strutture concentriche e panopticon, marmi e smalti, intarsi di pavimenti, gallerie, vetri e giochi di luce? Cosa c’entra in tutto questo l’anziano procacciatore dell’incarico – e cosa significano i silenzi del padre, al quale Irene appare come un’arrivista prezzolata, ignara del senso ultimo di ciò che significa casa, pagata per offrire a miliardari senza scrupoli preziosissimi beni immobili, privati e pubblici, a cui, per causa della sua azione, mai più nessuno riuscirà ad accedere?

“Com’è tremendo il futuro senza una casa. Per quanto sia ormai rassegnata, per quanto sia cosciente di far parte del trend negativo inevitabile della mia generazione, e per quanto è certo che noi, un numero imprecisato, milioni di individui nel pieno delle forze della vita non potremo mai permetterci di comprarne una, per quanto la flessibilità, la condivisione, l’abbandono della tradizione borghese, la libertà, la libertà di viaggiare, di spostarci, per quanto tutta questa narrazione nauseante miri a farci sentire meno soli, meno dispersi, parte di un insieme di milioni di individui pronti alla fuga, per quanto la nostra giovinezza ci venga raccontata come una dote irrinunciabile lo sento di aver perso tutto. Lo dico con pace, cons serenità, e senza alcun rancore, perché era inevitabile: abbiamo perso tutto.”

Claudia Petrucci costruisce un giallo in puro stile milanese, all’interno del quale tutti gli elementi di genere, pur presenti – dalla narrazione d’atmosfera al gioco degli equivoci – sono rivisitati in chiave contemporanea. E così, la scighera compatta, che rende il silenzio invernale della notte meneghina così denso che quasi si trattiene il respiro per paura di rovinarlo, non è più fenomeno atmosferico tipico della pianura padana ma il risultato di un non precisato, drammatico cataclisma che ha reso Milano una città in costante penombra, dove i pedoni circolano armati di speciali occhiali da vista, maschere e luci lampeggianti atte a segnalare la propria presenza e a evitare incidenti. E così, le domande esistenziali che nascono nella protagonista Irene prendono la forma di una società di consulenza per la procreazione assistita a cui la donna si rivolge, nell’ansia incipiente del tempo che sfugge. E così, i panni dell’antagonista vengono indossati non da un genio del crimine o da un assassino ma da una ragazzina timida e minuta, una squatter che abita di frodo le stanze appartenute a Lidia, che si immerge nella sua vasca da bagno, che indossa i suoi vestiti, che dorme fra le sue lenzuola di seta pregiata, che insomma ne assume l’identità fantasmatica. E così, infine, la crisi delle generazioni più giovani è identificata con l’incapacità di trovare radici, in un continuo andare e venire, un affitto dell’abitare che al senso dello sradicamento pone come alternativa quello della ri-occupazione.

Il cerchio perfetto simboleggia la pozza nell’oculus in cui Lidia specchiava sé stessa, il corpo nudo e bianchissimo e un’ombra accanto, racchiusa in una foto sgualcita. Ma è anche il passato che torna a bussare alla porta del giardino d’inverno, lì dove Lidia usava lasciare la chiave di scorta, nello sguardo di una ragazzina spaurita. Ed è anche il destino di Irene, compiuto per mano di altri, a guidarla come marionetta proprio al centro di quell’inspiegabile che lei non si attende. Sono le cifre che compongono le proporzioni all’interno della casa di via Saterna: inusuali, precisissime, a voler dirci qualcosa: come una celebrazione, una lettera d’amore, forse un testamento (“La casa è austera nella struttura, sensuale nelle finiture. Alcune stanze sembrano essere state progettate come degli scrigni.”)

La trama di questo giallo raffinato (si perdona volentieri l’unico difetto: un po’ di accelerazione improvvisa nel finale) potrebbe irritare – per l’ardire del chiamare in causa addirittura Buzzati, a far da rimpiazzo a una presunta mancanza di inventiva. Ma non ci si deve trarre in inganno: “Il cerchio perfetto” è un omaggio lieve e sentito alla leggenda di via Saterna e a certi spicchi di Milano. È il rendere onore ai luoghi della memoria individuale, alle storie sui misteri di periferia che abbiamo ascoltato da ragazzi, a quella luce dorata che emanano certe stanze milanesi, nel buio delle sei e mezza, quando la minestra è già sul fuoco e il parquet scricchiola al calore del termosifone.

“La desolazione di Milano Ovest, durante i brevi ritorni per le visite familiari o le trasferte, non si era mai sedimentata nella sua coscienza. Per Irene, tornare a vivere nella casa della sua adolescenza, compiere tutti i giorni lo stesso tragitto fino a via Saterna, ha significato essere costretta a soffermarsi sulla percezione dell’assenza.”

Lo scarto nello sguardo di Irene è familiare ed estraneo insieme: cammina parallelo a quello dell’autrice, milanese ma da tempo residente in Australia – come un’occhiata fuori fuoco, dentro ancora ma nello stesso tempo già al di là dell’esperienza, ormai ancorata al ricordo. L’escamotage dell’ambientazione distopica esalta queste modalità di osservazione, creando anche nel lettore l’impressione di un mondo al contrario in cui tutto pare identico al prima, ma completamente diverso. (NB: le parti relative alla torre Velasca e a villa Necchi sono piccoli gioielli, dedicati – davvero – a noi milanesi).

“In via Saterna nella città vecchia / esiste una villa con un grande / giardino da moltissimi anni / apparentemente abbandonata / dalla strada / però non / si vede / che il muro / di cinta e / il culmine / della casetta del custode.” Dino Buzzati, Poema a fumetti, 1969

“Faune”, di Christiane Vadnais (trad. Piernicola D’Ortona)

Con gran dovizia di modi e di toni, da diverso tempo ormai il panorama editoriale si pregia di illustrarci le azioni che in tutta coscienza dovremmo mettere in atto allo scopo di contrastare il disastro ambientale di cui siamo responsabili. Dal romanzo alla saggistica divulgativa, dalla poesia al fumetto, dal reportage al podcast, ci vengono elencati tutti i bias cognitivi di cui dovremmo liberarci e tutte le azioni pratiche individuali e collettive necessarie ad arginare le drammatiche situazioni che abbiamo contribuito a creare. La tipologia degli interventi proposti è duplice – contenere il danno e invertire la rotta – ma di fatto l’obiettivo è unico: il mantenimento di un particolare status quo che in questo caso corrisponde, ça va sans dire, alla sopravvivenza del genere umano.

Cosa succederebbe tuttavia se, con uno scarto di pensiero, saltassimo fuori dalla prospettiva umanocentrica e ci rivolgessimo all’antispecismo, ovvero se per una volta non ci sistemassimo – noi, in qualità di esseri umani – al centro della questione? Cosa succederebbe insomma se nell’economia delle cose future mettessimo in conto la nostra stessa estinzione, come conseguenza del casino prodotto?

“Di notte, i sogni dell’individuo si mescolano a quelli della sua specie. Mammiferi, uccelli, rettili tornano incessantemente a divorare. Sprofondati nel sonno, cani e gatti continuano a cacciare, le zampe percorse da sussulti. Volatili e lucertole addormentati reinventano il fremito degli insetti, lo strisciare dei vermi pasciuti, la fuga di prede minuscole e l’arrivo dei predatori più voraci.”

La domanda non è peregrina né inedita. Ne hanno già parlato, per esempio – giusto per citare la saggistica divulgativa raccontata qui sul blog – Emma Marris e Cal Flyn, che nei loro lavori riportano l’opinione di diversi scienziati al momento scettici sulle teorie del conservazionismo, ritenute, di fatto e di nuovo, figlie di una necessità antropocentrica spesso frutto di analisi su scenari remotissimi (per la serie: com’era il mondo prima noi) rispetto ai quali le nostre conoscenze restano vaghe, perfino ipotetiche. Un conto, tuttavia, è riflettere su quanto sia il caso di sterminare col veleno quella specie alloctona di gagliardissimi roditori che hanno invaso certe isolette del Pacifico a seguito dell’espandersi delle rotte commerciali cinquecentesche (risposta: no, non è il caso, ormai è tardi, sa il cielo a quale imprevedibile reazione a catena daremmo il via ammazzando migliaia di creature che alla fine nel bene e nel male si sono integrate nel cerchio della biodiversità locale). Altro conto è inserire la voce estinzione umana nell’elenco di ciò che riteniamo possibile che accada, in un futuro prossimo venturo.

Per fortuna però c’è la scifi. A raccontare con gran candore questa dissacrante ipotesi ci pensa il sottogenere weird, a cui il romanzo breve “Faune” appartiene, per forma e temi. Nel solco di chi, dal punto di vista scientifico, mette in dubbio la necessità di una salvaguardia conservazionista (che per certi versi sottostima l’efficacia dell’autoregolazione naturale e il concetto evoluzionistico di ibrido – cfr. sempre Marris e Flyn), ecco che le poetiche pagine di “Faune”, scritte da una giovane project mananger canadese, ci regalano un punto di vista quanto mai inedito: quello del non far nulla. Dell’arrendersi all’idea che questo pianeta su cui ci troviamo a vivere a un certo punto, semplicemente, non abbia più bisogno dell’essere umano e che si metta d’impegno per liberarsi di questo inutile fastidio.

“Nel sogno ritrova una nebbia attraverso cui si disegnano i contorni di animali vaghi, una foresta di sagome che si sfiorano girando intorno. Cervi. Volpi. Da quella massa di vapore si staccano creatura oblunghe, né bisce né vermi, che fuggono nell’acqua. Le vede agglomerarsi in un groviglio brulicante, un nido di vipere galleggiante che si trasforma in una donna, la cui pelle diafana lascia vedere le ossa in trasparenza, le vene, il sangue che pulsa nel corpo. Un essere a infrarossi, che spalanca enormemente la bocca scoprendosi il cranio.”

La biologa Laura, alla ricerca del parassita misterioso che a quanto pare sta modificando geneticamente tutto quello che di vivo incontra sul proprio cammino senza distinzione alcuna fra uomini, animali-non-umani o piante nell’approccio-spillover antispecistico più massiccio che la storia della Terra abbia mai conosciuto, si imbatte in una serie di esseri viventi che, col proseguire del contagio, assumono sempre più le caratteristiche di ibridi mostruosi e affascinanti, in una lotta spasmodica per la sopravvivenza che interessa tutti, senza distinzione di specie. Crostacei col ventre ricolmo di sostanze tossiche nascosti nel greto dei fiumi, in attesa di essere inghiottiti dai pesci e dagli uomini, conigli dai denti di bestie feroci che si nutrono di carne umana, piante luminescenti che secernono bave di sostanze infestanti, funghi che invadono con le loro spore la terra grassa del bosco e colonizzano la semenza futura; e poi uomini-pesce, uomini a cui spuntano peli e ali, donne-foresta dalla pelle bianchissima, quasi trasparente, che corrono nude per i boschi e si nutrono dell’acqua della palude. Nel cerchio della vita – viene a rendersi conto Laura, sempre più affascinata (perché scienziata) e orribilmente impaurita (perché essere umano) – poco importano i danni collaterali: il processo evolutivo ha sempre messo in conto i vicoli ciechi; il punto è che a questo giro pare che a essere arrivata alla destinazione finale non sia solo una certa quantità di animali e vegetali la cui ibridazione non riesce ad andare a buon fine ma anche l’essere umano.

“Non distingue più gli animali dalle loro ombre. I vivi dai morti. I rumori umani dal raspare e dagli ansiti resuscitati nel buio pesto.”

Al Weird non interessa granché della Natura come organismo eticamente polarizzato. Rifiutando sia l’epica del buon selvaggio (da Thoreau a tutto il movimento dell’anarcoprimitivismo, per esempio), con l’accogliente, idilliaca bontà del mondo naturale, sia – all’opposto – la narrazione che, fin da quel momento in cui sulla linea del tempo la preistoria lascia spazio al mondo illuminato, vuole l’essere umano in perenne conflitto con il mondo-non-umano (dal mito greco arrivando a “Jaws”, dallo sterminio dei popoli del Sud America alla conquista del West), questo stile narrativo, che in realtà è più un modo di vedere le cose del mondo, interpreta gli ambienti naturali come un ecosistema unico, volto alla propria conservazione, all’interno del quale l’essere umano altro non è che uno dei tanti attori.

In “Faune” Vadnais riprende esattamente questo paradigma, dipingendo un postumano in cui gli animali-uomini di nuovo (un ritorno al preistorico, insomma) non si trovano più al centro dell’ecosistema ma sono unicamente parte di esso – e di sicuro non in cima alla catena alimentare. Al di là della trama, di cui possiamo raccontare poco pena la perdita dell’effetto sorpresa (perché è chiaro, Laura non sarà semplice protagonista di tutte queste mutazioni), preme sottolineare come questo romanzo breve, a punto di vista interno multiplo e strutturato a capitoli praticamente autoconclusivi che assumono quasi la forma di piccoli racconti sul modello di una Spoon River distopica, si ponga come obiettivo la riflessione sulla wilderness e su come l’idea di separazione fra uomo e vivente-non-umano possa risultare al momento addirittura controproducente, ai fini della sopravvivenza della Terra. Vadnais sistema questo pensiero su carta attraverso una forma di romanzo poetico che, per frammenti, linguaggio lirico e sogno, vuole rendere evidente un modo di raccontare che scavalca il razionale logico, per entrare in una dimensione dominata più che altro dalle associazioni intuitive, sinestesiche, dall’istinto, dalle situazioni ambientali in una sorta di descrizione dell’istinto animale più puro.

Questo sistema di scrittura, con riguardo sia al contenuto sia alla forma, è stato accostato alle opere di Jeff Vandermeer. Vadnais è molto brava e possiede forse una voce addirittura più forte di quella del maestro, perché i personaggi delle opere di Vandermeer conservano di fatto una realtà umana che lo scrittore non ha (ancora)1 avuto il coraggio di scardinare. La biologa Laura è per certi versi degna erede di Kerans di ballardiana memoria, di cui Vadnais sembra ripercorrere la strada, chi lo sa se per coscienza o per mera convergenza evolutiva: la decisione dello scienziato di abbandonare il gruppo dei compagni per intraprendere un viaggio di sola andata verso l’equatore neo-preistorico va di pari passo con l’immergersi della scienziata in un mondo in cui le differenze fa esseri umani e animali-non-umani via via si assottigliano, fino a scomparire del tutto. Con una differenza, non marginale: “Faune” è un libro profondamente femminile, all’interno del quale è dato ampio spazio a tutti i fenomeni collegati alla fecondazione, alla riproduzione e al parto (non a caso c’è una netta prevalenza di protagoniste donne); l’atto generativo, di qualsiasi essere vivente si tratti, è il punto da cui la Natura parte e sempre ripartirà. La capacità di riprodursi, di generare e di partorire, dice Vadnais, sta alla base di ogni nuovo inizio.

“Forse raggiungendo una condizione stabile, relativamente al riparo dal pericolo, i nostri antenati hanno cominciato a sentir palpitare in loro una vita notturna. I sogni saranno attecchiti nel calore e nella sicurezza dei loro primi rifugi, nel riposo tranquillo di chi caccia anziché essere cacciato. I film catastrofici nascono in mezzo alle comodità. L’essere umano del nostro tempo, in barba a tutte le sue vittorie, continua a temere gli animali feroci.”

  1. [Note: Se la biologa dell’Area X non prova nemmeno a rinunciare completamente alla propria natura di essere umano, la madre adottiva di Borne (e così l’autore, parrebbe) comincia al contrario – nell’abbracciare l’alterità del figlio (simboleggiata dalle dimensioni fisiche che la creatura acquista con lo sviluppo) – ad avere sentore della necessità di una riflessione sull’arrendersi (non per nulla il terzo capitolo dell’Area X si intitola proprio Accettazione – ma non possiamo aprire qui questa discussione). Qualcosa di più potente affiora invece in Hummingbird salamander, con la trasformazione finale della protagonista nella quale si insinua, oltre allo spavento della mutazione, anche la consapevolezza di una necessità deterministica che va oltre il singolo individuo.] ↩︎

“Estate caldissima”, di Gabriella Dal Lago

La particolarità di “Estate caldissima” è che ognuno riesce a recuperare da queste pagine l’aspetto che più insiste nell’esperienza individuale. Dalla soddisfazione di una curiosità socio-antropologica fino all’attivazione di un personale triggering point (nel linguaggio nuovo: tutto ciò che, in senso esteso, è in grado di innescare una reazione emozionale non positiva), la struttura dell’enigma a stanza chiusa aiuta nella rappresentazione di una scena teatrale fissa: ciascuno dei personaggi interpreta un sé che finisce per diventare superficie riflettente rispetto alla platea dei lettori, pubblico in sala in qualità di individuo singolo e di entità collettiva.

L’approccio non è nuovo: da Boccaccio all’Isola dei famosi, dal noir di Poe alla speculative fiction di Ballard, la formula è quella della cornice narrativa all’interno della quale un gruppo di persone, ciascuna con proprie caratteristiche e idiosincrasie, viene osservato durante lo svolgersi di una situazione imprevista. Il romanzo breve “Estate caldissima” costruisce la propria impalcatura su questo canovaccio: figuranti posizionati all’interno di un presepe, per affrontare un’emergenza che, in questo caso, si vuole esterna.

Nove le statuine: Gian, quartacinquenne capobranco, capelli lunghi e brizzolati agghindati a cipolla, e i sei colleghi che compongono il team Bombagency – la trentenne Greta, compagna di Gian e socia fondatrice dell’agenzia pubblicitaria; Laura, bella e atletica art director; i due social media specialist Tommi lo svagato e la gigantessa Alma; in coda gli account Vic e Carlo: lei emo-“cyberspazio” ventenne neoassunta, lui disperato cocainomane. Chiudono l’armata il piccolo Leo, otto anni, figlio di Gian, e Lily, la gatta di Greta. Come luogo d’elezione (“location“), l’elegante ma sobrio cascinale-ristrutturato-con-piscina, di proprietà della famiglia di Gian, perso nell’arsura di una campagna estiva, potremmo pensare al piacentino o alla collina toscana. L’emergenza: un progetto da consegnare a un cliente di alto livello, durante un’estate post-pandemica che si preannuncia rovente, apocalittica. Una necessità di brainstorming che però nasconde e rivela allo stesso tempo l’urgenza di una fuga escapista alla quale ciascuno dei protagonisti, per proprio interesse (ed è qui che si incarna l’immedesimazione), ha motivo di guardare con favore.

“Estate caldissima” quindi come racconto generazionale, perché descrive con precisione la vita liquida della generazione Millennials, quel professionale che continuamente si sovrappone all’intimo in una caratterizzante commistione di fuori e dentro in un luogo del mestiere – tipicamente nel terzo settore creativo – che si mescola, agile e fluido, al momento del privato. Recensioni e approfondimenti on line si sono concentrati proprio sugli aspetti dell’ambito professionale: il linguaggio specifico, i titoli, le professioni, la maniera di vestire, gli oggetti, le attività, tutto è parte di un modo di percepire il reale che in certi momenti diventa altro rispetto al reale stesso, con le immancabili questioni che vediamo descritte anche in altri contesti di fiction e saggistica: precarietà come stile di vita, perdita di contatto con le famiglie d’origine, difficoltà nelle relazioni di coppia, attivismi che scivolano nell’ossessione, controllo sul corpo e sulla mente al limite del fanatismo – insomma come si vede ce n’è per tutti.

“…un sorriso che sembra una presa in giro ma che Alma legge come un’alleanza, la sicurezza che tra loro c’è qualcosa, un patto, una sintonia – e questo è il problema di leggere nei gesti degli altri quello che noi vogliamo leggere, e in definitiva questo è il problema di amare male”.

Un punto che tuttavia differenzia “Estate caldissima” da altri racconti simili è la presenza costante del motivo della necessità di interpretazione, per via dell’esistenza di uno scarto fra il reale e il pensato. L’autrice utilizza perfino il verbo “sovrascrivere” in relazione al meccanismo di sovrapposizione fra la persona reale e quella immaginata, identificando questa visuale come una delle criticità generazionali: l’ondeggiare fra la necessità di rivelarsi (io sono così e fattelo bastare, non cambierò) e quella inconscia, si potrebbe dire fisiologica e ancestrale, di tutelare i propri spazi di vita personale e pensiero. La paura di impegnarsi in una strada di scoperta dell’altro è parte fondamentale del sistema che governa l’incontro e che, di fatto, ne determina il fallimento. Questo è un punto importante, che spinge l’analisi sui Millennials di “Estate caldissima” un po’ più avanti, raffinandone l’osservazione perché si lega non solo a una lettura del reale non stereotipata – figurine da presepe, non caricature – ma anche al rapporto dei protagonisti con un tema che fino a ora era stato analizzato solo di sfuggita: quello del diventare adulti, con particolare riguardo alla genitorialità.

“Leo è abituato a interagire con persone molto più grandi di lui, perché da figlio di separati che hanno l’ansia di dimostrarsi reciprocamente di essere in grado di badare a lui senza ricorrere in misura eccessiva a genitori, baby-sitter o aiutanti di vario genere, ha passato gran parte della sua vita immerso nei contesti amicali dei propri genitori, trascinato a cene di compleanno, pranzi di lavoro, feste aziendali e sì, ora anche a ritiri creativi come questo.”

Poco analizzato perché erroneamente interpretato, verrebbe da dire, da molti ma non da Gabriella Dal Lago che ne coglie il nodo centrale: genitorialità legata non tanto e non per forza alla riflessione sul materno quanto a un approccio complessivo nei riguardi del mondo adulto, all’interno del quale la caratteristica fondamentale dovrebbe essere un atteggiamento di cura sociale, collettiva.

Per paradosso e per provocazione queste riflessioni sono consegnate a Leo. Il cui padre, a esser chiari, non brilla per competenza. Il fatto che sia divorziato non è dirimente nella misura in cui il romanzo non possiede intento moraleggiante ma ci interessa, ancora una volta, per la questione dei figuranti. Gian, maschio adulto di quarantacinque anni – professore universitario e amministratore di una realtà consolidata che si presenta e viene conosciuto unicamente tramite nomignolo – si impegna certamente nel ruolo genitoriale ma allo sforzo, dichiaratamente titanico e sottomesso a interi Eoni di iperboliche seghe mentali, corrisponde invero il parto di un topolino. Non sono migliori, nella gestione dell’età adulta, né le performance di Greta che ovviamente con Leo ha un rapporto complicato (per anagrafe potrebbe eventualmente corrispondere al ruolo di sorella o giovane zia: di sicuro non matrigna) né quelle degli altri membri del gruppo all’interno del quale nessuno a parte forse Tommi, che difatti nel finale del libro è l’unico a essere rappresentato in un modo ben preciso, rivela la benché minima capacità o voglia di interazione col ragazzino.

Come registra il bambino stesso, nel corso di alcuni capitoli a lui dedicati tramite punto di vista interno, Leo risulta non tanto in-curato quanto piuttosto abbandonato a sé stesso nell’uso e nella percezione della realtà che lo circonda; non visto (proprio uno dei suoi giochi preferiti: il ragazzino invisibile) il bambino assiste, privo di quella protezione comunitaria che invece dovrebbe essere riservata all’infanzia, al teatro della vita adulta senza filtri e, ancora peggio, senza che gli vengano forniti strumenti per localizzarne in senso: litigate di coppia, promiscuità, consumo di alcol e stupefacenti, fisime e scenate, workaholism, ritmi di sonno/veglia alterati, routine inadatta alle esigenze di un bambino; niente di ciò gli è precluso, in un senso di estraneità, disallineamento di percezione col reale e solitudine che si acuisce col procedere della narrazione. La tensione narrativa sulla figura di Leo è palpabile e nel lettore inevitabilmente nasce il sospetto che gli elementi “bambino di otto anni + giochiamo a essere invisibili + piscina incustodita” potrebbero non andare proprio così d’accordo fra loro.

Ciò che fa specie è l’incapacità del gruppo di uno sguardo di comunità; il che, come si è detto, non implica per forza la riflessione sulla maternità quanto l’esperienza del senso di famiglia: nello sguardo che percepisce la presenza di un bambino e nella consapevolezza della propria posizione di adulti ecco dovrebbe identificarsi lì, la capacità di mettere da parte sé stessi, se valutato necessario. Cosa che invece non accade poiché tutti e sette i protagonisti adulti sono concentrati unicamente sull’analisi e sulla risoluzione dei propri psicodrammi esistenziali.

Questo punto, della mancanza di cura (o di consapevolezza, o di contatto con il reale, la si metta come si preferisce), si rivela anche nell’allusione allo scenario distopico all’interno del quale ruota la vicenda. A un periodo di gravissima siccità seguiranno anni di inondazioni e marcescenze: con buona pace di Amitav Ghosh, che ormai parla da pagine antiche (“La grande cecità” è del 2017 e non sta invecchiando benissimo), la scelta di ambientare “Estate caldissima” a cavallo fra il reale del post- pandemico e una catastrofe climatica globale di sapore distopico – sebbene molto realistica – apre lo sguardo al tema del motivo-clima all’interno della narrativa italiana di fiction contemporanea, creando un buon precedente con cui le narrazioni successive dovranno per forza confrontarsi. Il tutto si incarna grottescamente, però, nella figura di Greta, (nomen omen) che si autodefinisce attivista ambientale ma che appare di fatto più vicina a un’invasata fuori controllo, con le sue crisi isteriche alle due di notte per una confezione di insalata in busta trovata in frigorifero, che a un’adulta consapevole di certe dinamiche, pronta a condividere le proprie conoscenze e consapevolezze con la comunità o con i più giovani (di lei).

“Ogni tanto si trovava a provare una cocente invidia per la conflittualità tra genitori e figlie che vedeva raccontata da film, serie TV, saggi, come se l’accondiscendenza e la comprensione estrema dei suoi genitori l’avessero privata di un passaggio cruciale, fondativo della sua identità come essere umano: la lotta.”

Gabriella Dal Lago non fa molti sconti alla generazione che dipinge. Ogni personaggio in scena incarna uno dei tanti punti di cui si parla spesso quando si parla dei trenta-quarantenni e di quando essi stessi si raccontano. Sembra, ci dice l’autrice, che il tutto si possa definire come una discrepanza fra ciò che si sente (a cui viene dato il credito dell’assoluto) e quello che è. Sarebbe troppo facile associare questo modo di interpretare il reale alla maniera in cui dai social pensiamo di dedurre la vita personale dei nostri following. È più che altro, invece, un difetto di lettura, un inciampo per qualcosa andato storto dove, chi lo sa – forse durante l’apprendimento scolastico, in famiglia, nelle amicizie (il tema dell’amicizia ricorre spesso), forse negli studi (altro tema ricorrente: università come buco nero di nozionismi iper-strutturati, determinati da una feroce corsa a chi arriva prima, legami sociali e dibattito contraddittorio ridotti al minimo).

Cosa succede alla fine? Sta qui l’equilibrio di queste pagine: chi lo dice, che debba per forza capitare qualcosa di drammatico per scuoterci, nei libri che leggiamo? Cos’è il fascino che abbiamo, per il contenuto, per l’inizio e la fine, per la conclusione che ci si aspetta: pure questa attesa del qualcosa, ci racconta l’autrice, non è che parte del problema.

“Kallocaina”, di Karin Boye (trad. Barbara Alinei)

“Sapevo che una volta, all’epoca dei civili, gli uomini dovevano essere attirati al lavoro e alla fatica dalla speranza di ottenere case più grandi, cibi più raffinati e vestiti più belli. Ormai non ce n’era più bisogno. L’appartamento standard – una camera per chi non era sposato e due per le famiglie – era più che sufficiente per tutti, dai più umili ai più meritori. I pasti della cucina condominiale nutrivano il generale come il soldato semplice. L’uniforme comune – una per il lavoro, una per tempo libero e una per il servizio militare o di polizia – era uguale per tutti, uomini e donne, di basso o alto rango, eccetto che per i distintivi di grado. Ma anche questi non differivano l’uno dall’altro per eleganza. Ciò che rendeva desiderabile un distintivo di grado superiore era unicamente il suo valore simbolico. Tale è il livello di spiritualizzazione.”

Poetessa di ampia produzione e scrittrice di cinque romanzi di cui “Kallocaina” è il più noto, Karin Boye nasce a Goteborg nel 1900; la famiglia si trasferisce presto a Stoccolma dove la Boyle, agevolata dal clima che si respira tra le mura domestiche, compie studi umanistici ed eterogenei che vanno dalla letteratura alle religioni orientali, dal greco antico al norreno. Durante gli anni universitari si unisce al movimento Clarté, le cui basi sono da ritrovarsi nel pacifismo e nella critica sociale socialista. Viaggia in Europa, visitando perfino l’Unione Sovietica e la Germania agli albori del Nazismo; nel 1929 si sposa con un collega di movimento ma divorzia poco dopo, a seguito di un percorso di psicoanalisi – altra materia di studio approfondito – che le permette di accettare la propria omosessualità, fino ad allora negata e repressa. Nell’aprile 1941, poco dopo aver completato “Kallocaina”, viene ritrovata senza vita, morta suicida, in un bosco di campagna non distante dall’abitazione che condivideva con un’amica malata di cancro, di cui si era innamorata e che da tempo accudiva.

Affrontare l’opera di Karin Boye significa immergersi in un mondo in cui le esperienze di viaggio, gli studi su materie specifiche e la vita privata dell’autrice si compenetrano in un sistema di pensiero attuale e composito. È in particolare il caso di “Kallocaina”, distopia da manuale perché recupera tutti i temi fondativi del genere, dalla critica sociale nei riguardi dei regimi totalitari fino al minimalismo della rappresentazione ambientale, e allo stesso tempo ne aggiunge uno specifico, di chiara influenza autobiografica: la necessità – che per Boyle non differisce da una volontà personale, autoimposta – di conformarsi a un modello sociale prestabilito tramite un quotidiano, controintuitivo e problematico processo di adeguamento.

In “Kallocaina” la rappresentazione finzionale di questo conflitto interiore nel momento esatto della sua nascita – la presa di coscienza della discrepanza – è affidata all’integerrimo Camerata Leo Kall, funzionario di una non ben identificata “Città Chimica numero quattro”. All’interno di questa megalopoli vige il sofisticato sistema politico dello “Stato Universale”, regime totalitario (di impronta prettamente socialista ma non scevro da alcuni elementi vicini al nazifascismo) che per tramite sia dei propri funzionari sia dei cittadini stessi, direttamente coinvolti nei processi quotidiani di gestione e controllo, domina l’intera collettività dal punto di vista politico, economico e sociale.

L’occhio del potere scruta ogni anfratto della vita individuale che, suddivisa in tempi di lavoro, svago e servizio alla comunità, è regolamentata in ogni aspetto e secondo rigidi protocolli di fruizione nel tempo e nello spazio. In particolare, la dimensione personale è limitata e ogni individuo è precocemente inserito nella collettività: ad esempio, le relazioni di coppia si basano su frequentazioni e matrimoni di fatto combinati e gli eventuali figli (ndr: Leo Kall ne ha tre) sono presto allontanati dal nucleo familiare per essere distribuiti fra le città dell’impero a seconda delle necessità governative – che prevedono anche l’addestramento militare, poiché l’impero è sotto costante minaccia da parte di altri regimi limitrofi.

“Dovresti ben capire che non è la mancanza di difetti che fa un buon compagno, e ancor meno l’irreprensibilità in quelle questioni in cui l’etica pubblica è ancora in elaborazione. No, la cosa più importante è la capacità di abbandonare il proprio punto di vista per abbracciare quello giusto.”

Malgrado le restrizioni, tuttavia, la vita sotto lo Stato Universale non viene percepita poi così disturbante o limitata – o almeno questo è ciò che appare: il sistema soddisfa tutte le necessità materiali, comprese quelle di vitto e alloggio, e a ciascun individuo sono assegnati, pur nei contorni di un principio di scelta oltremodo ristretto, un contratto di lavoro a tempo indeterminato e anche momenti di svago e di relazione più o meno in linea con l’interesse personale, che comunque viene agevolmente tralasciato in favore di un’ormai interiorizzata disposizione d’animo a favore del collettivo. Il potere governa con pugno di ferro ma o per deliberato calcolo o per inconsapevole inerzia tende a limitare gli interventi più invasivi: in questo modo le maglie vengono ad allargarsi e sono molte le situazioni in cui, pur nella restrizione, l’individuo riesce a gestire la propria quotidianità in maniera in un certo qual modo accettabile (relazioni extraconiugali comprese). Anche la pena, ove si riscontri una lieve infrazione, possiede spesso carattere simbolico e la giustizia viene applicata in maniera sostanzialmente corretta. Escludendo la perenne situazione di emergenza bellica – che alla fin fine potrebbe anche essere del tutto costruita ad arte, per quanto si mostra indeterminata e aleatoria – la vita dei cittadini dello Stato Universale scorre tranquilla e la popolazione, complice anche un assiduo lavoro di propaganda vòlto a magnificare il presente a fronte di un passato insalubre, violento e socialmente instabile, pare possedere un’opinione tutto sommato positiva, quando non apertamente favorevole e financo devota, come nel caso del Camerata Kall, nei riguardi delle strutture governative al rispetto per le quali viene affiancato un alto livello di responsabilità collettiva.

E difatti “Kallocaina” parte proprio da qui, dalla riflessione su quel che a lato pratico non manca ma di cui, in un modo o nell’altro, non si può fare a meno di sentire la mancanza.

“Rigettai con tutte le forze il pensiero della Città Deserta, forse non tanto perché fosse chimerica quanto perché era repellente. Repellente e al tempo stesso attraente. Mi ripugnava l’idea di una città – per quanto in rovina, squarciata dai gas e invasa da batteri, abitata da esseri asociali che vi cercavano il loro misero rifugio nascondendosi tra i sassi, perseguitati dall’angoscia e dal terrore, spesso vittime degli agguati della morte – una città dove comunque il potere dello Stato non arrivava, un territorio al di fuori della comunità. Ma perché attraente? La superstizione ha spesso un suo fascino, mi dicevo con sarcasmo. È uni scrigno nel quale si custodiscono come tesori le proprie illusorie tentazioni: il timbro profondo di una donna, il tremito nella voce di un uomo, un attimo, mai vissuto, di completa devozione, un riprovevole sogno di fiducia illimitata in un altro, la speranza di una sete saziata e di un profondo riposo.”

Il libro è strutturato come un lungo flashback in prima personasotto forma di diario dal carcere (e qui non si può rivelare la motivazione della prigionia, che copre per tutta la lettura del romanzo la funzione di efficace sistema “page turner”) nel quale il protagonista racconta le modalità attraverso cui, tramite i propri studi ed esperimenti, si imbatte una curiosa specie di siero della verità. Questa sostanza –brevettata con il nome dell’inventore, come si può intuire – una volta iniettata nei pazienti crea una sorta di trance durante in quale l’individuo non può esimersi dal rivelare ogni sentimento più recondito e quindi, va da sé, anche confessare eventuali momenti di debolezza, sconforto o franca ribellione nei confronti del regimeIl soggetto è spinto da un impulso irrefrenabile e disinibito a rivelare non solo accadimenti già avvenuti ma anche, e qui sta il punto, prossimi a compiersi, nella condivisione forzata non tanto di programmi già predisposti quanto di riflessioni e sentimenti ancora in bozza. L’invenzione viene brutalmente sperimentata su “materiale umano” e i volontari (in realtà cittadini che per mestiere hanno scelto il sacrificio estremo: una forma di lavoro, degna del massimo rispetto, che prevede la cessione del proprio corpo al regime per fini di sperimentazione) interrogati da un Kall incredulo, entusiasta ed efferato, si trovano ad ammettere ogni tipo di “delitto di pensiero”: dal desiderio di tradire il partner al senso di estraneità nei confronti del proprio mestiere, sino alla produzione di fantasie su un nuovo modo di concepire la vita personale, la famiglia o la società stessa. Naturalmente il preparato desta l’attenzione degli alti vertici e Kall assurge a inaudite vette di popolarità – salvo poi, come è possibile prevedere, cadere vittima del suo stesso sistema di delirio e mania di controllo nel momento in cui il dubbio comincia a erodere le sue personali, intime certezze: prima sui suoi collaboratori, poi sulla moglie e, infine, addirittura su sé stesso.

“Kallocaina” racconta un mondo al contrario – già solo per muoversi nella città pare sempre che occorra scendere, in un continuo di spazi chiusi fra ascensori e luoghi di scatole cinesi che assomigliano più al labirinto dei criceti che a un ambiente urbano – all’interno del quale il talento più ambito sembra identificato con la capacità di adattarsi, non certo con l’eccellenza individuale. Essa viene di riflesso poiché il principio dell’omologazione, giustificato per mezzo del bene collettivo, se ben attuato porta alla completa aderenza al regime, ossia all’approvazione da parte della comunità.

Il punto in realtà non è la messa in discussione di una sovrastante, malvagia struttura politica ma il comprendere cosa succede quando nella quotidianità viene a mancare il sentimento che deriva da un’azione unica, individuale, fatta – oseremmo dire – solo per sé. Ecco perché nel delirio indotto dal siero le cavie umane fanno riferimento non tanto a ipotesi di complotto e rovesciamento politico-militare come si aspettavano Kall e le autorità preposte ma a fantasie che insistono prima di tutto sull’intimità del quotidiano: vivere in un gruppo sociale scelto, altro da quello imposto, coltivando – guarda caso – discipline artistiche come la musica o il ballo (che ça va sans dire nello Stato Universale sono rigidamente proibite, se non nei limiti dell’utilizzo propagandistico), abitare nella Natura, al di fuori del contesto iperurbanizzato della città-trappola, e – addirittura – allevare i figli in piena autonomia decisionale, dando spazio a un rapporto genitoriale di lunga durata, empatico, costruito su misura, libero dai dettami imposti dal regime.

Cosa capiterà al Camerata Kall quando, terminata la dose di sonnifero mensile, pur senza essersi sottoposto al rito della Kallocaina verrà assillato – nel corso di notti sempre più inquiete – dalle medesime visioni apparse ai suoi pazienti? Fino a che punto siamo padroni del nostro pensiero? E fino a che punto, insomma, possiamo arrivare a negare noi stessi?

“Certo sapevo che ufficialmente ci veniva attribuito uguale valore che agli uomini, o quasi, ma un valore accessorio, in realtà, semplicemente perché potevamo mettere al mondo nuovi uomini, o nuove donne che avrebbero a loro volta messo al mondo altri uomini. (…) Le donne sono inferiori agli uomini, mi dicevo, non hanno altrettanta forza fisica, sono meno resistenti, meno salde di nervi sotto i bombardamenti e sul campo di battaglia: insomma, sono guerrieri e soldati meno validi degli uomini. Non sono che uno strumento per creare nuovi guerrieri. Che ufficialmente si attribuisca loro ugual valore è pura cortesia, lo sanno tutti, per farle contente e renderle compiacenti. Arriverà forse il giorno, pensavo, in cui ci si accorgerà che le donne sono superflue, il giorno in cui si potranno conservare le loro ovaie e gettare il resto nella fogna. Allora lo Stato potrà esser fatto di soli uomini, e non ci sarà bisogno di sprecare denaro per l’educazione e il mantenimento delle bambine.”

“Il figlio del Direttore”, di Piersandro Pallavicini

“Ero felice. A dieci anni desideravo la protezione dell’oscurità. Ora, a sessanta, ho preso un appartamento in Costa Azzurra inondato di sole.”

A metà strada fra il giallo sociale, la commedia degli equivoci e il romanzo generazionale, “Il figlio del Direttore” indaga, con disincanto scrupoloso e urticante sarcasmo, le pieghe della più esclusiva Late Boomers generation nostrana.

A questa enclave d’élite appartiene Michelangelo Borromeo: neosessantenne pavese, proprietario della centralissima libreria antiquaria “Da Recalcati Libri e Gusto”, single, abitudini raffinate e conto corrente di pregio. Fanatico della boutade sapida (per mezzo della quale s’arrabatta sin dall’adolescenza a mascherare una patologica timidezza), cultore degli abiti di sartoria, dei ristoranti stellati e delle macchine sportive, Michelangelo Borromeo – nomen omen a svelare una nobiltà farlocca, indizio della pesante eredità familiare toccatagli in sorte – è insomma, diciamolo, uno di quei boomer del cavolo che, pieni di soldi, seconde case e colonscopie in regime di libera professione, da giovani affollavano di villette monofamiliari la provincia lombarda e che ora troviamo ritirati, complici età e divorzi tardivi, fra le mura di sontuosi quadrilocali ztl in quel triangolo delle Bermuda casereccio rappresentato da alta Brianza-varesotto-pavese.

“Da Recalcati Libri & Gusto, oltre alle prime edizioni di Sereni, Montale, Pavese, D’Arzo, ho quindici diversi prodotti al tartufo, colature di alici, bottarghe, creme di pistacchio, nocciola, fava tonka, tè cinesi esoterici, caffè campani artigianali, per non parlare degli champagne, solo grand cru, e dei vini di Bordogna, soltanto grand cru pure loro, e su ogni barattolo, scatoletta, bottiglia ci metto dei ricarichi semplicemente criminali. Ma la radice di follia del collezionismo librario, evidentemente, corrisponde alla medesima folle radice dell’estremismo gourmet.”

Il Borromeo, insomma, ne ha così tanti che un po’ fatica a immaginarne l’uso e a parte qualche momento di inquieta solitudine, speso a immaginarsi un personale futuro distopico di malattie neurodegenerative o navigando sui siti pornografici, se la passa discretamente bene fra il negozio, la residenza pavese e l’appartamento di proprietà al Mer Azur, un condominio di lusso affacciato sul boulevard de la Garoupe, ad Antibes. Il modo in cui Pallavicini racconta la raffinata decrepitezza della Côte d’Azur fuori stagione mi porta quel piccolo e noto conforto che viene dal leggere pagine scritte bene – tra piscine svuotate, pioggia che batte le strade quasi deserte, arenili inselvatichiti, odore forte di mare e aghi di pino, café solitari frequentati unicamente da persone del luogo e da qualche sparuto turista nordeuropeo. È un paesaggio lunare di cui Michel – come il Borromeo viene chiamato qui – si nutre avidamente; uno scenario che rimanda il lettore non soltanto agli anni gloriosi di Aly Khan e Rita Hayworth ma anche, in maniera più sinistra, all’Eden-Olympia di ballardiana memoria – il finzionale, paradisiaco complesso residenziale nizzardo all’interno del quale si svolge uno dei più truci romanzi della fantascienza occidentale.

Se sotto la penna di Pallavicini (come fosse un rivoltare d’involucro) i cultori dell’antiquariato librario si trasformano da stimati intellettuali a gente in sostanza anche simpatica e piacevole ma un poco gonza – e per questo finanziariamente necessaria, in un gioco di sapiente miniaturizzazione caricaturale, così i residenti del Mer Azur, allontanati a forza dalla gloria dei tempi passati, assumono sembianze a metà strada tra i fantasmi del tempo che fu e i protagonisti di un parco dei divertimenti a tema “benvenuti sul pianeta Terra”. Da Agathe, la svagata, autoctona proprietaria di alcuni appartamenti al Mer Azur, a rigore ricchissima ma scroccatrice seriale di opulente colazioni, a Madame Kirsten Østergaard, la turista danese affittuaria di Agathe che con l’assoluta incultura per la lingua italiana, le forme sinuose e il nudismo integrale sul terrazzo per lo yoga notturno al sottofondo di campane tibetane sconvolge gli ormoni del Borromeo e gli riporta a galla un’antica parafilia assolutamente politically incorrect, fino a Gualtiero, uno zerozerosette nazionale invischiato in non si capisce che traffico notturno – Gualtiero che ovviamente non si chiama Gualtiero e che per modi e piglio assomiglia non tanto a Daniel Craig quanto alla guardia del corpo di un boss mafioso.

“Il raggio del faro sulla cima del Cap taglia il buio ogni pochi secondi, un aereo che si prepara ad atterrare a Nizza attraversa il cielo stellato. Sotto le suole, mentre stropiccio i piedi sull’asfalto crepato, scricchiolano gli aghi dei pini. In questo momento mi sento come sempre mi sono sentito in questo angolo di mondo: non felice, che è una condizione implausibile per qualunque essere umano sopra i quarant’anni, ma vagamente euforico, sollevato anche se non si sa bene da cosa, diciamo in tregua col mondo. Ed è adesso, mentre l’angoscia della morte, della catastrofe e della rovina sono lontane, è ora, mente rimiro l’oscurità del mare con i gomiti appoggiati alla balaustra, che il cellulare si mette a suonare.”

I fantasmi del Borromeo però non finiscono qui perché, come in ogni giallo che si rispetti, a un certo punto ci scappa il morto – nella persona, addirittura, di Luca “Luchino” Borromeo, altrimenti detto il Signor direttore – nonché padre di Michelangelo; quel rinomato banchiere di provincia assurto fra gli anni ’70 e ’90 alle glorie di direttore di filiali per il Banco Italico tra Vigevano, Milano, Cantù e Busto Arsizio, quel padre smargiasso e burino, razzista, omofobo e cornificatore seriale, mancato due anni prima per causa di un brutto male che al posto di redimerlo lo aveva reso ancora più iracondo, menefreghista, cafone e stronzo. Nella pace della passeggiata serale sulla spiaggia nizzarda, insomma, una sera il cellulare del Borromeo comincia a squillare; il numero di telefono da cui arriva la chiamata è quello del padre – passato a miglior vita, come si è detto, due anni prima. La linea si interrompe appena Borromeo clicca sul tasto verde. Chi sta utilizzando il telefono del morto, quindi? Chi dunque si è introdotto nella casa di famiglia? Chi è colui che si sta appropriando dell’identità del Signor direttore?

La telefonata notturna scoperchierà il vaso di Pandora e la villeggiatura fuori stagione del Borromeo si trasformerà in un rutilante viaggio nel passato perché niente, come è ovvio, è come appare; in costante equilibrio fra i colpi di scena di un noir dai tratti hard-boiled e la farsa comica, Borromeo sarà costretto a precipitare non solo nell’abisso della propria giovinezza – un luogo della memoria infido e crudele dal quale aveva avuto ben cura di tenersi lontano – ma anche nel passato dei genitori e nel ricordo di Marcella, l’amore perduto.

Il viaggio di Michelangelo Borromeo però sarà anche un po’ nostro, perché “Il figlio del Direttore” è non solo la storia della famiglia Borromeo ma anche il racconto del sentirci boomer: se difatti alla tal generazione appartengono di diritto solo i nati tra la fine della guerra e la metà dei favolosi Sessanta va però detto che noi, un poco più giovani, quell’aria lì l’abbiamo respirata quotidianamente, insieme al fumo passivo in pizzeria – e non è che certi sistemi di pensiero si possano scardinare con facilità. “Il figlio del Direttore”, poi, significherà per molti il ritorno alla provincia lombarda – regno di piccoli ricordi acuminati, dolorosissimi – e per molti altri invece un volo radente sopra una terra che, lo si voglia oppure no, ha significato moltissimo per la società e per la politica italiana.

Ah, non dimenticate la FFP2, mi raccomando; ché tra le altre cose “Il figlio del Direttore” è anche un romanzo post-pandemico – forse il primo che s’azzarda a recuperare la dimensione comica della tragedia, fra ipocondriaci atterriti, svagati cronici che del Covid quasi nemmeno si sono accorti, incoercibili no-vax equipaggiati di bottigliette di gel igienizzante incartapecorito e mascherine putrefatte.

È possibile, si domanda Michelangelo Borromeo, godersi la vita dopo che la vita è passata? Forse no, ma forse anche sì.

“Lenin ha camminato sulla Luna”, di Michel Eltchaninoff (trad. di Luisa Doplicher)

Art direction: Emanuele Ragnisco – Illustrazione in copertina: DR

“Verrà forse il dubbio se valga davvero la pena di interessarsi a questa piccola setta di pensatori e studenti esaltati, che vorrebbero sconfiggere la morte e invadere il cosmo. Non incarnano forse le derive peggiori del famigerato misticismo russo, mescolate all’utopia sovietica della creazione di un essere umano nuovo, alleggerito dal peso del passato? È possibile che sia così. Ma è innegabile che le speranze nutrite da questi uomini dimenticati, in parte, sono diventate anche le nostre. Non tanto in Europa, dove si guarda con sospetto al potere distruttivo della scienza e della tecnica, ma sull’altra sponda dell’Atlantico, soprattutto nella Silicon Valley. Oggi questo sogno di chiama transumanesimo.”

Nel 2018 Elon Musk, invitato a una tavola di discussione sul telefilm Westworld, richiama l’attenzione del pubblico su Konstantin Ėduardovič Ciolkovskij (1857-1935), filosofo, ingegnere, scienziato russo nonché padre della cosmonautica sovietica. Di famiglia povera e appartenente alla piccola nobiltà rurale (il padre era guardia forestale e amministratore locale), sordo sin dall’infanzia per via della scarlattina, dopo una formazione primaria da autodidatta frequentò scuole prestigiose e divenne insegnante di matematica e fisica, lavorando soprattutto sulla progettazione dei motori a reazione. Per volere di Putin, nel 2013 il suo nome fu utilizzato per ri-battezzare la città chiusa siberiana che secondo i faraonici progetti governativi russi dovrebbe (o avrebbe dovuto) sostituire il cosmodromo kazako di Bajkonur. Tuttavia pochi sanno che Ciolkovskij, insieme ad altri due esponenti della vita scientifica e intellettuale sovietica, il filosofo Nikolaj Fëdorovič Fëdorov (1829-1903), che intratteneva rapporti perfino con Dostoevskij e Tolstoj, e il mineralogista Vladimir Ivanovič Vernadskij (1863-1945) – che fra gli altri suoi studi si occupò di Biosfera e Antropocene – viene considerato l’iniziatore non solo dell’astronautica ma anche del pensiero cosmista russo.

“La più grande scoperta che forse avremo compiuto entro il 2001 è la possibilità di eliminare la vecchiaia (…). Troppa gente ritiene inevitabile il decadimento senile, e anche la morte stessa. Non è affatto vero, come ha scritto l’autorevolissimo scienziato russo Vasilij Kuprevič: «Sono sicuro che riusciremo a scoprire come disattivare i meccanismi che fanno invecchiare le cellule.»” L’autore di questo virgolettato non è Musk e nemmeno Putin: è Stanley Kubrick, intervistato da Playboy nel 1968, in occasione dell’uscita di 2001: A Space Odyssey.

Lenin ha camminato sulla Luna” è un ricco e variegato compendio di divulgazione filosofica. Michel Eltchaninoff, giornalista, docente di filosofia russa a Parigi nonché autore di “Nella testa di Putin“, attraverso una scrittura intensa e precisa ci invita ad approfondire il cosmismo russo, ossia quella corrente di pensiero filosofico che come un fenomeno carsico attraversa l’Unione Sovietica dagli ultimi decenni del 1800 sino a giorni nostri. Vale la pena, si chiede l’autore nell’introduzione, indagare il pensiero di questi sparuti esponenti, di questa tendenza di riflessione che alla fine non è mai nemmeno stata codificata apertamente, incastrata com’era fra l’esaltazione, l’abiura e le referenze interdisciplinari (dalla filosofia alla biologia, dalla geologia al misticismo religioso fino alla mistica di matrice ortodossa) che la caratterizzano? A quanto pare sì, dati gli aneddoti di cui sopra.

Attraverso la struttura classica della presentazione cronologica, quindi, Eltchaninoff ci prende per mano e ci conduce nel fantastico, caleidoscopico e sconcertante mondo di tutte quelle personalità sovietiche che – chi in qualità di scienziato, chi come esponente politico o militare, chi come religioso – hanno abbracciato una visione della realtà a cui afferiscono alcuni aspetti ben precisi, identificati come “elementi del cosmismo sovietico” ossia di quella forma di pensiero che si impegna a studiare e approfondire il concetto di interdipendenza fra esseri umani e cosmo, nella convinzione che l’essere umano possa essere in grado di determinarne e dirigere gli eventi di quest’ultimo. Detta così è riduttiva, poiché non si tratta di una teoria superomistica nella visione di un affrancamento individuale dai concetti del bene e del male ma di un legame tra specie umana e intero universo che nasce nientedimeno che dal misticismo religioso di matrice balcanico-asiatica: nel paese più esteso del mondo, “immensa pianura disseminata di chiese” che, nella tradizione bizantina da cui derivano, per struttura e iconografie testimoniano il legame unico e indivisibile tra cielo e terra, nasce e si sviluppa una speculazione filosofica nomade, che si nutre di eventi in grande scala, riflessioni di radicale ascetismo e feroce critica neoeuroasiatica all’occidente in qualità di luogo in cui viene “respinto ogni principio infinito” nel nome di un essere umano divenuto dio all’interno di una realtà priva dell’idea di dio.

Gli elementi fondativi del cosmismo sono vari e non posso prescindere dagli esponenti che di volta in volta li hanno approfonditi. Ecco perché “Lenin ha camminato sulla Luna” risulta in sostanza una piccola enciclopedia di nomi e relazioni fra le parti. Dalle lezioni di “umanità divina” di Vladimir Sergeevič Solov’ëv (1853-1900) alla monumentale, citatissima e proscritta (più e più volte nel corso dei decenni) “Filosofia dell’opera comune” di Nikolaj Fëdorovič Fëdorov (all’unanimità ritenuto il miglior teorico del cosmismo russo), figlio illegittimo del principe Pavel Gagarin nonché coltissimo bibliotecario del Rumyanzev, la più prestigiosa biblioteca moscovita, nella quale l’autore introduce il concetto di resuscitazione; dalla crioconservazione teorizzata da Leonid Borisovič Krasin, spregiudicato militare tra i più vicini ai vertici del potere bolscevico, dai raccapriccianti esperimenti sulle scimmie africane del biologo Il’ja Ivanovič Ivanov fino all’empiriomonismo anticapitalistico dello scienziato e pensatore Aleksandr Bogdanov – che scappato in Europa fra un’epurazione e l’altra si pregia di scrivere pregevoli romanzi di fantascienza socialista tra cui “La stella rossa” e “Ingegner Menni” e infine muore fra atroci tormenti nello scantinato di un inquietante palazzo principesco al centro di Mosca in seguito a un esperimento transumanista a cui si era sottoposto… insomma come vediamo ce n’è per tutti.

L’intento del transumanesimo, ricordiamo, è quello di “superare la natura umana nella sua finitezza tramite progressi congiunti di biologia, medicina, nanotecnologie, scienze cognitive e informatica” (Eltchaninoff, nell’introduzione). Che esistano delle convergenze evolutive fra cosmismo e transumanesimo è evidente, come altrettanto chiari sono i rapporti di reciproca conoscenza che i cosmisti russi – di fatto esponenti di certo livello intellettuale e respiro internazionale (in molte occasioni addirittura spinti dal regime all’approfondimento all’estero, ove e quando il cosmismo era considerato utile alla causa politica) intrattennero con la più quotata intellighenzia europea. Altrettanto chiare tuttavia sono le differenze fra i due movimenti, in specie quando si prende in considerazione l’ideologia libertaria del transumanesimo statunitense che, pur sempre a favore di una élite – non diversamente dal movimento sovietico – è in realtà fondato su una libertà individuale completa che spinge ad alcune conclusioni (auto-esclusione dalle imposizioni morali, emancipazione culturale) estranee ai cosmisti russi.

“Lenin ha camminato sulla Luna” è un saggio interessantissimo perché riesce a far luce su un aspetto della filosofia russa che, sebbene ancora privo di una trattazione sistematica, ha influenzato le scienze e il pensiero sovietico in maniera profonda e per certi versi ancora ignota. Per leggerlo occorre pazienza e metodo, poiché la divulgazione in ambito filosofico non può prescindere da una struttura che ha l’esigenza tecnica di rimanere accademica. Ma sarà tempo ben speso.

[Qui e qui alcuni articoli che su ADC hanno raccontato di transumanesimo. Potete trovare altro anche sul Twitter)