"La vita di Irène Némirovsky", di Di Patrick Lienhardt, Olivier Philipponnat. Consigli di lettura: una biografia "pubblica"

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Abbiamo fatto i compiti quest’estate. Diligenti, abbiamo preso dallo scaffale la biografia dell’Irene, l’abbiamo messa in valigia e ce la siamo letta tutta, da cima a fondo, seduti comodi sul tavolino in terrazza, un matita dell’Ikea in mano e la tisana digestiva nell’altra, ché di sera, sui monti, scende l’umido.
Twitterando: dedicato a chi ha tempo da perdere – in una delle applicazioni più rognose che esistano quando si parla di fruizione consapevole del testo: lettura lenta & continua, seppur frazionata tentando di destreggiar se stessi tra rimandi, note a piè pagina, virgolettati, bibliografia. Ma ce la si può fare, se sospinti dal desiderio di dover, per forza e per orgoglio, capirne un po’ di più, di questa Irene.
Abbiamo letto in giro di come si sia storto un po’ il naso, di fronte ad un’analisi che privilegi, come in questo caso, l’aspetto letterario – pubblico verrebbe da dire – piuttosto che quello personale, privato, intimo.
Quando una lettura delude le aspettative ci capita, talvolta, di ripensare al “cosa sarebbe successo se”. Abbiamo tentato il passatempo anche questa volta, per vedere se, davvero, l’approccio all’Irene avrebbe potuto essere diverso.
Ne abbiamo convenuto che, ma anche no.
Intendiamoci.
Dal punto di vista contenutistico ne sarebbe venuto fuori un gran pasticcio, certo un po’ più fruibile rispetto alla mera cronaca, tra testimonianze (poche) di vita privata e inevitabile ricostruzione pseudo-romanzata, il tutto inframmezzato dalle note a piè pagina, che sarebbero rimaste ad ergersi quale unico baluardo (indifeso, perché non più supportato dall’utilizzo delle fonti) di testimonianza storica oramai relegata al ruolo di “se hai voglia leggi qui, ma anche no”.
L’Irene non era abbastanza famosa, nemmeno quel tanto che sarebbe bastato perché qualcuno si prendesse la briga di scriverne, in vita.
E nessuno avrebbe potuto testimoniare per lei, tra i parenti: né gli zii dispersi in Russia, né le figlie, che di lei serbano un ricordo di bambine, né la madre, né le rare amicizie. La testimonianza diretta avrebbe lasciato il posto a fatti romanzati, di natura incerta e validità storiografica di dubbia qualità.
La scelta degli autori ci è parsa la più autentica possibile.
Primo, perché ci restituisce un po’ di umiltà perduta. Pensare alla biografia dell’Irene come alla narrazione più o meno romanzata di un talento letterario in fuga dal Nazismo sarebbe stato, ancora una volta, dare adito a quel sentimento di orgoglio che spesso ci spinge a credere che l’unico atteggiamento consono per un lettore moderno sia la dominazione del testo. L’atteggiamento voyeuristico avrebbe fatto presa, ma non era questo l’approccio e soprattutto non era questo il fine.
L’analisi “paleografica” inoltre era l’unico sistema, in mancanza di testimonianze dirette, per identificare e porre in corretta luce tutta una serie di tematiche la cui omissione avrebbe, oltre che svalutato l’opera, anche creato alcuni problemi di interpretazione: l’analisi della stampa dell’epoca, i quotidiani, i settimanali, il romanzo a puntate, i rapporti tra editoria e politica e via di seguito.
L’approccio voyeuristico avrebbe magari dato più riscontro in termini di gradimento, ma avrebbe offerto un’immagine della scrittrice totalmente avulsa dal reale.
Irène Némirovsky non ha avuto una vita particolare, o più particolare di altre – certo, denaro a parte.
Il sensazionalismo non era di casa, presso la famiglia Epstein. Il rapporto con la madre, “solo” una famiglia difficile, come ce ne sono tante altre e come ce ne saranno.
Dipingere un “caso Irene” avrebbe avuto come risultato la mera e sterile creazione di un personaggio fittizio, da gran teatro, che nulla avrebbe avuto a che fare con quella figura di donna oramai così familiare ai nostri occhi: una donna minuta, né bella né brutta, affetta da una grave miopia, amante della vita tranquilla, della propria casa, dei propri affetti.
Ed è proprio questo spirito di tranquilla normalità, che affiora senza indugi, in ogni pagina, in ogni nota, ad offrire la chiave di lettura più autentica: una donna come tante, che ha saputo, grazie al talento, trasformare la sua vita nella vita di molti altri. 

"I cani e i lupi", di Irene Némirovsky

More about I cani e i lupi Che dire. A noi è piaciuto Harry. Si si, proprio lui, così bello, elegante, quasi fosse un divo del cinema. Le mani delicate, lisce e così poco avvezze al lavoro manuale. Un first name così lontano dalle tradizioni familiari che più lontano non si può. Lo sguardo sdegnoso e snob, i vestiti di alta sartoria, i precettori più eruditi, l’educazione internazionale.
Eppure i capelli portati stretti, tirati all’indietro grazie a generose spalmate quotidiane di brillantina, nascondono un segreto. Sono capelli da ebreo di Kiev, scuri, forti, ricci, indomabili. E il tremito delle mani, di quelle mani da gran signore. E gli occhi, fiammeggianti di passione.
Da rifletterci, su questo Harry, specchio e parodia di tutti i tempi, e sul suo alter ego Ben. E sull’errore di entrambi: l’uno, che rinnega per imprinting materno, per convenzione, perché è così che si fa. L’altro, che piuttosto di arretrare – fosse anche solo di un millimetro – sacrifica senza alcuna esitazione vita, amori, denaro, affetti.
In entrambi i casi, medesima pena: l’infelicità eterna.
Le ultime pagine, con la descrizione del parto di Ada, sono veramente significative.
Quando affronteremo la biografia, ne sapremo un po’ di più, anche considerando la cronologia delle opere. Abbiamo però avuto l’impressione di tornare in parte (viste anche le tematiche) a “Un bambino prodigio“.
Per essere precisi, ci è tornata alla mente la questione della tappezzeria della camera.
Come se, all’Irene, il professore di Scrittura Creativa avesse dato il compito a casa: descrivere, in meno di una pagina, la tappezzeria che decora una camera da letto di una nobile residenza estiva – Russia pre-rivoluzionaria. Avevamo già analizzato il risultato.
Ecco, qui ci sembra che sia stato applicato lo stesso metodo: partendo da canovaccio noto (difficile relazione sentimentale tra due personaggi contemporanei ma separati da classe sociale, censo, situazione storica e politica, religione) sviluppare intreccio, trama, psicologia personaggi, ambientazione.
Da rifletterci confrontando l’approccio dell’Irene con la scrittura di oggi, questione su cui ci eravamo già soffermati parlando di “Due”. Talento a parte, forse la questione deriva da qualcosa di più profondo.
La società dell’epoca – in special modo quella femminile – era votata, piuttosto che all’espressione di se stessa, all’osservazione silenziosa, al ricordo, alla trasmissione della cultura orale e delle tradizioni. La continua osservazione della realtà circostante, nutrita dal silenzio imposto per ruolo e censo, aveva, tra i tanti, oggettivi svantaggi, il merito di sviluppare occhio, istinto e acume – oltre che spirito creativo e artistico.
Forse, se parte della letteratura contemporanea, per assolvere al medesimo compito affidato all’Irene al momento della stesura di “I cani e i lupi”, risolve il tutto portando in scena situazioni che non sono reali – o per lo meno realistiche, ovverosia contigue alle esperienze dell’autore, osservate, analizzate e poi rivisitate, ma solo fittizie (ricorrendo ad escamotage quali personaggi limite del patologico o a generi letterari come l’Urban Fantasy) ciò dipende in parte anche dalla ormai ridotta capacità di osservazione, verifica, introspezione, che in alcuni casi è stata sostituita da una marcata espressione individuale che talvolta privilegia il sé piuttosto che l’unità sè-tutto.
Ultima nota, onore alla traduzione.

"Due", di Irene Némirovsky

More about Due In un’epoca in cui di Urban Fantasy non si parlava ancora – e neppure la si sognava – ecco qui un bel ritratto multiplo, e ante litteram, di Isabella Swan Cullen. O almeno, così pare, per ora. Perché tiriamo in ballo Twilight (aridaje, ne parlino bene, ne parlino male, basta che ne parlino) – che poi, per altro, non è che noi si sia particolarmente contro la questione Cullen: parte della critica, soprattutto sul web sostiene, secondo noi a ragione, che la validità del fenomeno risieda nella capacità che ha avuto il libro (Holliwood a parte) di suscitare riflessioni e stimolare la querelle del pro e del contro.
Quindi – morale della storia – ne parliamo.

Dicevamo. In senso lato, l’adolescenza & i suoi tormenti. La malinconia del crescere, le strade che porteranno al domani – un futuro indistinto e remoto, creato (oppure subìto) grazie a (o a causa di) scelte spesso definitive che, essendo tali, precludono altre possibilità che sondate non lo saranno mai.

E’ curioso il parallelismo con Bella Swan. Bella immagina, fantastica sul suo futuro, ama, con le profondità del cuore e della mente così come soltanto un adolescente sa fare, agisce in maniera avventata. Faccia bene, faccia male, è questione da considerare in altra sede.
La differenza con Marianne “Marion”e Antoine? Nessuna. Per ora.
E quindi? Ora ci arriviamo.

Viene da domandarci che fine abbia fatto la nostra realtà contemporanea, se per mettere in scena i tormenti dell’adolescenza, che fanno indiscutibilmente parte del nostro vissuto, abbiamo bisogno oggi di una novella di urban fantasy (come è Twilight) o di personaggi al limite del vissuto normale, quotidiano, sperimentato dai più, come possono essere, poniamo, eroine vittime di autismo, droghe, alcool, infanzia difficile, situazioni al limite, oppure ragazzine superdotate dal QI superiore alla media.
Perché l’irene ci riesce, invece? A scrivere di realtà basandosi solo su ciò che vede – e da dire poi, il suo mondo era sicuramente più ristretto del nostro – e che sperimenta intorno a sé, e noi, ce la facciamo un po’ meno? Un punto su cui riflettere – noi per primi, ancora il dilemma non l’abbiamo risolto, quindi, via libera al commento selvaggio (e all’insulto, se lo ritenete opportuno).

Avevamo già sottolineato (a proposito di Jezabel) quella necessità intrinseca propria di ogni personaggio dell’Irene: l’inscindibilità di personaggio e contesto. E qui ci siamo: qual è lo scopo che l’Irene si prefigge. Ancora una volta, la vita all’interno della realtà del mondo. Sarà la realtà stessa, attraverso le gioie, le sofferenze, i dolori; il matrimonio, i figli, il lavoro (prerogativa maschile, questa), le guerre, i lutti, le nascite, la malattia, a plasmare l’uomo e a consegnargli quel bagaglio di esperienze chiamate passato, che formeranno la sua vita.
Tutto il contrario di quanto accade a Bella Swan e ad alcune altre eroine del tempo presente: Bella cerca l’eternità dell’adolescenza, un momento perfetto e irripetibile, congelato in un istante di pura perfezione, fisica e mentale, e poi ripreso e rivissuto per l’eternità – il tutto esemplificato, possiamo concludere trivialmente, dalla dicotomia Edward / Jacob, che della vita, della trasformazione dell’Uomo, del sentimento e della corporeità è il vero esponente.
Da rifletterci.

***

Merito dell’Irene, l’idea di precisa sintesi che offre al lettore – né troppo, né troppo poco. Un equilibrio magico di scritto e taciuto, di verità e sospetti, di parola detta e pensiero intuito, solo immaginato. Ci si domanda quante vite abbia vissuto, l’Irene. Forse due, tre, tutte insieme: la sua incredibile agilità camaleontica la fa uomo d’affari, adolescente ai primi drammi, moglie matura, madre, amante; anziano padre di famiglia, governante, nurse amorevole.
Non avevamo ancora messo a fuoco uno degli aspetti del talento dell’Irene, quello della scrittura su commissione. Spesso si pensa all’ispirazione: un qualcosa che nasce dall’idea del momento, dalla realtà dell’esistenza trasformata nel magico dell’opera letteraria. Ora; a una prima lettura, una differenza tra opere nate dall’ingegno del momento, e successivamente pubblicate, e lavori come dire, commissionati dalla necessità, non è che sia di grande evidenza. Annotiamo l’osservazione a margine e proseguiamo nella lettura integrale dell’Opera, aspettando di confrontarci con la biografia per utili rimandi alla questione.

E’ il primo libro dell’Irene che leggiamo tutto d’un fiato, dal principio alla fine, senza fermarci. Dovevamo fare questo esperimento.
Tempo di lettura, 8 ore. Risultato, un mal di testa feroce.
Ma la lettura continua non ha prezzo. Per tutto il resto, c’è l’Ibuprofene.

"La moglie di don Giovanni" – "Jezabel" – "Il calore del sangue", di Irene Némirovsky

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More about JezabelCosa dire. L’Irene, quando leggerla, te lo dice lei. Non è che puoi decidere tu, consapevolmente, ok, non ho altro da fare, mi leggo un’Irene. No. L’Irene ti capita tra le mani quando vuole lei. Al contrario, ti metti in testa di affrontare, con raziocinio e dedizione, che so, Suite Francese, e dopo due mesi sei ancora lì, a combatterci con tutte le tue forze, fermo e fisso a pagina 46.
L’Irene è l’arte del detto e del sottinteso, l’arte della pittura dalla pennellata veloce. L’Irene è quella che ti fa capire che se non osservi LE realtà che ti stanno intorno, se non le sperimenti, se non ne fai tesoro; se non ti documenti, se non te la sudi a studiare giorno e notte tutti coloro che sono venuti prima di te, ecco, scrittore non lo diventerai mai. Non che l’esperienza e l’applicazione salvino dalla mediocrità, comunque. Questa signorina vestita di chiffon rosa te lo rammenta, verrebbe da pensare – un sorrisetto malizioso e perfido sulle labbra – ogni volta che, santocielo, prende in mano una penna. Fastidioso.
Eppure utile, perché al di là delle tematiche (complesse) contingenti, viene da riflettere sul ruolo della Scrittura e dell’analisi interiore, sul valore dell’osservazione e della riflessione intima.
Ci dà l’impressione – tutta personale, ovviamente, e degna di qualsivoglia confutazione – che parte della letteratura contemporanea, soprattutto quella degli ultimi anni, si sia espressa favorendo, consapevolmente o no, una certa, come dire, ottica di globalizzazione. Personaggi più da film che da libro, tendenti di volta in volta alla caricatura o allo stereotipo; situazioni decontestualizzate, di facile montaggio, smontaggio e riposizionamento. L’adolescente inquieta, il giornalista tutto d’un pezzo, la donna in carriera. Figure evanescenti, pur nei loro (minimi) tratti peculiari, personaggi volutamente poco caratterizzati che potrebbero, con una certa facilità, poche modifiche e scarso impegno, essere estrapolati dal contesto originario e riposizionati, in un solo gesto, tra le righe di un qualcosa di completamente diverso.
La micro-caratterizzazione dei personaggi ha molteplici cause e qualche vantaggio di non poco conto. tra i vantaggi, una più vasta possibilità di immedesimazione. Molto più facile per un’adolescente confrontarsi con, poniamo, una Isabella Swan – per carità, nulla da dire, solo che Mrs Cullen è soltanto l’ultima delle tante ad incarnare il topos della ragazzina acqua e sapone (location non ben definita, potrebbe essere una cittadina qualsiasi della sterminata provincia americana come della molto meno sterminata bassa padana), carina ma non troppo, timidina ma forse no, abilità ginniche pari a zero, pochi amici, studiosa, elenco hobbies, gusti musicali, opinioni politiche… tutto non pervenuto – piuttosto che con i profili così complicati delle figure femminili descritte dall’Irene.
Donne giovani ma già adulte. Donne mai avulse dal contesto, al contrario inserite a pieno regime all’interno del proprio microcosmo, che è, e rimane, particolarissimo: l’alta società parigina del decennio ’30-’40, la Russia anteguerra, e che non potrebbe essere modificato in alcun modo. Donne dal carattere forte, indomito, alle prese con difficoltà che vanno bel oltre quelle di alcune “eroine” moderne: realtà sociali e politiche, il matrimonio, i figli, la guerra, la miseria, la deportazione, la fame, il lutto.
Il problema è che l’immedesimazione, talvolta, porta conforto, ma allo stesso tempo limita – e perdonate il gioco di parole – il confronto costruttivo e la visione di insieme.
Le donne dell’Irene sono creature dalla pelle candida e dagli occhi febbricitanti; tormentate, inquiete, passionali, vivide, reali. Nei loro balli, nei loro vestiti, nei loro gioielli. Nella grazia e nella rudezza dei discorsi, negli atteggiamenti, negli sguardi. Ognuna con il proprio carattere, fatto di luci e ombre, nessuna sovrapponibile all’altra. L’omologazione è improponibile. 
Dalla negazione del tutto, verso un io primario, definibile, indivisibile, nasce tuttavia, inaspettatamente, un altro tipo di immedesimazione, quella della pluralità: il modello, che non è univoco, lo diviene, cancellando in un soffio il pericolo dell’immedesimazione passiva in un singolo modello.
Le mille donne dell’Irene ne compongono una sola, che vive non soltanto nelle pagine di un romanzo, ma nella realtà e attraverso i secoli: una donna dalla femminilità fortissima, dalla grande identità personale, formata e plasmata dalle gioie ma anche – e forse soprattutto – dalle sofferenze e dalle difficoltà  della vita, ciascuna così diversa e personale, ma tutte così simili, nei tempi e nei modi.

"Il Ballo" di Irène Némirovsky

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Prendiamo l’Irene a piccole dosi. Malgrado la sopraggiunta “popolarità” dell’autrice, che oramai non si legge più grazie soltanto ad un semplice passaparola, come era qualche tempo fa, ci andiamo cauti.
Cominciamo a sentirci costretti, su questo punto. SAPPIAMO quel che ci si aspetta da noi: dovremmo leggere Suite Francese. Dovremmo leggere (PRIMA) I doni della vita, e poi di seguito Suite Francese; sappiamo che dovremmo comperare la biografia edita da Einaudi. 
Ma non è ancora arrivato il momento, benché la pressione stia salendo in maniera inesorabile. 

Ma resistiamo. Resistiamo perché ci piace fare le cose a pezzettini minuscoli, e poi mettere insieme il tutto soltanto quando siamo estremamente pronti. Per il momento ci limitiamo a piccoli morsichini, anche perché, in questi nostri tempi frenetici, in redazione si sente la necessità di questa letteratura di passo lento, fatta apposta per ricordarCI che, una volta, le storie si leggevano così. Pubblicate a capitoli sulle riviste settimanali oppure negli inserti della domenica dei quotidiani. E occorreva aspettare, e godersele, quelle storie. Occorreva aspettare l’uscita della rivista, oppure toccava stare composti a tavola, buoni e zitti, gli occhi avidi sul giornale che papà non aveva ancora terminato di leggere.

Che cos’è, “Il ballo”.
Noi lo prenderemmo come un folgorante esempio di cattiveria umana – e letteraria. Così, semplicemente.
Prima di tutto letteraria, ché, una persona così, che al suo secondo lavoro riesce a condensare in meno di 100 pagine udito, olfatto, vista, gusto e tatto, se la provi a cercare non la trovi neanche tra mille. L’Irene è fatta per rammentarci quel piccolo grande segreto che molti pseudo-scrittori di oggi si dimenticano: che scrivere non è per tutti.

Ci piacciono le sue descrizioni piantate a mezz’aria, un particolare per l’intero, il tutto percepito attraverso il dettaglio: le braccia nude sul vestito di chiffon color pesca, l’aria fredda della sera, il personale incompetente e poco affezionato ai nuovi padroni, fotografato nell’atto volgare e esemplificativo di tracannarsi lo champagne, tra risa sguaiate, di nascosto in una stanza di servizio. La carne in gelatina esposta sul tavolo di portata, le luci scintillanti moltiplicate dal gioco degli specchi.

Specchi e stoviglie d’argento che riflettono il viso tirato, sconvolto, dai tratti quasi scimmieschi, della madre di Antoinette. Una donna gretta, presuntuosa e prepotente, arricchita grazie alle sostanze di un marito abile negli affari ma poco propenso all’analisi interiore, di sé e degli altri (e qui, non si nega all’Irene una certa qual supponenza di giudizio – davvero giovanile – che la spinge a pensare che forse le “pescivendole” di estrazione proletaria, anche se arricchite e “ripulite”, sempre pescivendole debbano rimanere. Ma forse c’è anche dell’altro).
Che poi, d’altra parte, il viso di Antoinette non è che si discosti molto da quello di sua madre. Il suo sorriso, alla fine, sa più di indulgenza e distacco, commiserazione e disprezzo, piuttosto che intimo compatimento.
Lo scherzo crudele e veramente cattivo di Antoinette svela molto altro, rispetto alla semplice bravata adolescenziale tra le quali lo si vorrebbe, per indulgenza, annoverare. Rivela mancanza di raziocinio, intelletto e maturità, egoismo, rabbia profonda e una buona dose di cinismo che davvero lascia stupefatti. E’ sempre impressionante vedere come una ragazza di buona famiglia come l’Irene, all’apparenza così integrata nel sistema e nella società, potesse covare dentro di sé simili sentimenti autodistruttivi.

Non riusciamo a condannare Antoinette, così vulnerabile, infelice, abbandonata e dimenticata in uno sgabuzzino per le scope, in compagnia di un’istitutrice che di didattico e di realmente morale le insegna ben poco, tranne che l’arte della Pomiciata-con-il-fidanzato, consumata dove capita, dopo aver scaricato la ragazzina dovunque e a chiunque, solo per liberarsene e non averla tra i piedi. Eppure la bambinaia è istruita, e parla inglese. E’ di moda, avere un’istitutrice avvezza alle lingue straniere.

Eppure, per la madre di Antoinette, ci troviamo a non poter spendere una che una parola di conforto. Si potrebbe pensare ad un’infanzia di povertà, alle difficoltà della gioventù, ai tentativi di affrancarsi da una realtà misera e negletta.

Gli specchi della sala da ballo, tuttavia, mostrano anche un’altra immagine, quella dell’adulta Antoinette, a sua volta ricca signora, e forse moglie, e madre. E’ una visione ancora imperfetta e sfocata, appannata dall’incertezza. Eppure c’è.
Quel sorriso creato ad arte, quelle frasi a metà (un flashforward ante litteram) sussurrate al fidanzato – vero o presunto: “quanto ero stupida, che cosa ridicola” fanno già intendere il fine verso il quale l’Irene ha puntato.

La nemesi storica, le colpe dei padri che ricadono sui figli, che vengono corrotti e sfregiati nell’animo, per sempre, da famiglie assenti e da madri “pescivendole” nell’animo.
Un decadimento spirituale che sa anche un po’ di denuncia morale
Madre, sono un mostro, così mi hai creato, come cera nelle tue mani. Da brivido.

"Un bambino prodigio", di Irène Némirovsky

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Nel corso di una piacevolissima conversazione con uno dei “Signori Giuntina”, alla Fiera del Libro di Torino, la persona in questione ci raccontava, tra le varie curiosità, di come in realtà fossero stati loro a pubblicare per la prima volta L’Irene Némirovsky (e anche Aharon Appelfeld, per la cronaca), e di come poi i possessori dei diritti di pubblicazione fossero emigrati verso altre case editrici di più vasto respiro. Occorrerebbe sentire le ragioni di tutti, e analizzare nei dettagli i perché di questa scelta; però, comunque peccato, perché a noi piacciono queste edizioni in cartonato ruvido, senza foto in copertina, la carta spessa e la tinta che vira all’avorio. Ci piaceva l’idea. 

Ad ogni modo. 

L’Irene non è una scrittrice, è una pittrice di atmosfere. Paesaggi perduti, descritti così come affiorano dalla memoria e dalla malinconia. Malinconia per un mondo perduto, infelicità profonda e taciuta verso una terra “nuova”, che non appartiene, e verso un passato “vecchio”, da cui si è stati definitivamente esclusi. 

I personaggi di questo racconto giovanile (ma che di giovanile ha francamente ben poco) hanno ormai abbandonato la loro dignità di uomini dal carattere fermo e coraggioso, seppure provato da una delle più indicibili sofferenze dell’animo – l’esilio dalla propria terra natìa – per diventare nulla più che poveri esuli disperati, alla vana ricerca di una pace interiore che mai arriverà, almeno in vita. 

“L’Irene”, all’epoca di questo racconto, era una ragazzina di appena 22 anni, figlia dell’alta borghesia russa, la famiglia espatriata a Parigi perché di religione ebraica; la ragazza è bella, coltissima come la classe sociale prevede; divisa tra gli studi e le amicizie, la sua è la vita agiata di una ragazza benestante, scandita da cocktails e partite al gioco del tennis. Eppure, ecco ciò che ha saputo partorire il suo animo (troppo) agitato e (troppo) sensibile. Un racconto perduto, di una bellezza struggente, un momento di speranze cercate e mancate che termina con un velatissimo – ma impossibile da non cogliere – terribile elogio al suicidio come termine ultimo per una, soltanto ipotetica, redenzione dell’animo. 

Ecco, noi lo consiglieremmo tra le letture scolastiche questo libello, rischiando la censura preventiva. Prova evidente di un’adolescenza difficile, che è difficile per tutte indipendentemente dal periodo storico e dalla classe sociale; dimostrazione di un talento precoce tutto da sondare, idee magistrali e realizzazione ancora meglio nonostante qualche scivolone nel banale che perdoniamo volentieri. Lettura critica, attenta, e cerebrale, molto lontana dalla prosa “cinematografica” che spopola così tanto, ultimamente, nelle nostre librerie “della lettura facile”. 

Ultimi appunti di carattere prettamente tecnico. L’aggettivazione, da alcuni considerata un po’ leziosa, è invece per noi, filologi impenitenti, quasi paradisiaca (merito anche della traduzione, suppongo). Finalmente qualcuno che di qualitativi per ogni sostantivo ne mette due… e non uno soltanto, come fosse sparato così a casaccio. Se metti un aggettivo, vuol dire che ci hai pensato (forse, tendenzialmente); se ne metti due, vuol dire che le cose, quelle che scrivi, te le sei davvero immaginate. Le hai sentite con le orecchie, viste con gli occhi, annusate con il naso, toccate con i polpastrelli delle dita e assaggiate con la lingua. 

Come la descrizione dolce e violenta e immediata della fetta del cocomero, o dell’inverno siberiano, o delle stole di seta e diamanti che rivestono gli abiti della “principessa” (un esempio per tutti, a metà libro – pag. 38 – il paragrafo sulla fine del ballo, con le luci che si spengono ad una ad una e gli specchi “umidi”, un’immagine così vivida, precisa nei suoi contorni fisici e tattili). 

Nessun commento sulle cinque righe (pag. 41) dedicate alla tappezzeria consunta del villino di campagna: sfido chiunque a riuscire a riempire cinque dicasi cinque righe con la descrizione di una tappezzeria vecchia, umida e mangiucchiata senza scivolare nel drammaticamente insulso. E lei ci riesce. Come? Descrivendola attraverso i deliri che i giochi delle ombre sui muri provocano nella mente di un ragazzo solo e disperato, costretto a letto da una febbre cerebrale.