"Un bel giorno per rimanere sola", di Nanae Aoyama

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Facile, facilissimo, sarebbe gestircela con un banale Yoshimoto vs. Aoyama. Tecnicamente possibile, contenutisticamente fuorviante. del perché, ora ne parliamo.

Inutile divagare sullo stile della Yoshimoto. E’ d’uopo soltanto accennare alla limpidezza dell’esecuzione e alla tecnica meditativa, tutta orientale, del togliere piuttosto che del mettere – e dell’arte poetica in senso lato.

Con N Aoyama ci troviamo ad affrontare un contesto stilistico totalmente differente – creato, supponiamo, in maniera (in parte) consapevole. Il confronto sarebbe oltre che inutile probabilmente anche dannoso perché offrirebbe un’accezione di base negativa per l’interpretazione dell’opera analizzata.

Questione contenuti. Parliamo di precise identità sociali: ragazzi giovani, giovanissimi, alle prese con il lavoro, la precarietà dell’esistenza, l’identità personale da ricercare e conquistare a fatica.

Un conto tuttavia è sistemare la questione con una Banana Yoshimoto classe 1960 (anno più, anno meno). Un altro è analizzare la problematica utilizzando come point of reference l’anno 1983.

Se proprio vogliamo tentare un raffronto, per quanto limitato, potremmo riflettere sul ruolo della realtà percepita.

Chizu è una ragazza che percepisce l’esistenza della vita quotidiana attraverso – o meglio, soprattutto attraverso – le crepe della sofferenza interiore, dell’inadeguatezza (studio e lavoro, istruzione e capacità intellettive), del confronto (impari) con la società (il presente e il futuro), con i genitori e con gli anziani, che rappresentano il presente e il passato. Ciò si esprime anche nella percezione che Chizu ha del mondo esterno: folla impersonale sui treni affollati, quartieri di periferia, fatiscenti e poco puliti, vecchie abitazioni tradizionali, squallide e cadenti, persone anziane che suscitano sentimenti di sarcasmo, pena, commiserazione, fastidio sia mentale (ragionamenti a prima vista sterili, difficoltà di comprensione del presente) sia fisico (indumenti smessi, abitazioni vecchie, poca pulizia).

Chizu (e forse l’autrice stessa) percepisce il peso del proprio passato, frutto di una così grande e millenaria tradizione culturale; e tuttavia non è più in grado di identificarsi in esso e di contestualizzarlo, eventualmente reinterpretandolo alla luce dei tempi moderni. Tutto ciò, a causa dell’educazione ricevuta – scolastica e familiare, che vede familiari e maestri relegati a un ruolo sempre più marginale – e dell’interesse quasi ossessivo – tipico di una certa fascia giovanile nipponica, gli under 30 fortemente urbanizzati – per il denaro, la realizzazione personale e l’occidentalizzazione.

Ecco spiegato l’astio irrazionale e immaturo (oltre che una mal celata invidia soprattutto nei riguardi della vita sentimentale) verso l’anziana donna con cui si ritrova, in qualità di ospite, a condividere l’appartamento.

Difficile che Chinzu si interessi a ciò che la circonda: visite a località storiche di interesse, attenzione al dettaglio architettonico o naturale, meditazione di fronte allo spettacolo della natura, sia esso un fiore di ciliegio in boccio, la neve in giardino, il mare in tempesta.

La visione della Yoshimoto, che talvolta, è bene ricordalo, soprattutto negli ultimi lavori tende lieve ad un velato manierismo, ha tuttavia il merito di un sostanziale ottimismo di fondo: il distacco dell’osservazione e del sentimento, tipico di entrambe le autrici, per la Yoshimoto è frutto di una meditazione personale che comprende un’analisi profonda del contesto sociale e personale alla luce di una spiritualità di profonda radice culturale che, malgrado le difficoltà, tende a mantenere valida nel tempo la propria forza espressiva; per la Aoyama, questo distacco è invece indice di un profondo disagio giovanile tipico, al momento, di un’identità culturale in equilibrio instabile tra rifiuto della tradizione e futura creazione di un nuovo equilibrio interiore. O così almeno si spera.

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