"Revolutionary Road", di Richard Yates

More about Revolutionary Road 
Potremmo occuparcene per giornate intere. Da approfondire, preferibilmente in original language. Nella prefazione di Ford utili rimandi a tanti autori che varrebbe la pena analizzare. Minimum Fax da vedere a catalogo. 
Giubilo totale per un buon libro, solido, valido nella struttura, coerente nella trama, un prodotto letterario fine e ben costruito soprattutto nei dettagli e nella caratterizzazione dei personaggi.
Scetticismo sottile e controllato per personaggi al limite della caricatura, esasperati e distorti, quasi come spiati attraverso il fondo di uno spesso bicchiere da cocktail; descrizione di paesaggi al limite dello stereotipo e travalicanti anche la più classica delle puntate di Happydays. 

Per rifletterci, ci servono paragoni e confronti.

Interessante il concetto citato qui e là, secondo cui, alla fine, la ricerca dell’elitario e della preziosità intellettuale porta alla rivalutazione e alla ricontestualizzazione del brutto, del banale, del popolare, del vecchio (vedi l’episodio della “Capannina da Vito”, oppure la “moda” nascente della ristrutturazione di vecchi edifici contadini). 
D’altra parte non abbiamo fatto molta strada in più, se pensiamo alle ricontestualizzazioni architettoniche attuali di aree ex industriali quali le acciaierie Falk, nelle zone ormai urbanizzate della Milano Nord, o in quelle della Bovisa; per non parlare dell’improvviso revival delle vecchie osterie sui navigli, di cui conserviamo arcana memoria attraverso le fotografie unte e scolorite di bisnonni e vecchi zii, ritratti in posa cameratesca, in piedi davanti alla vetrina o seduti al tavolino con un fiasco di vino e un bel bicchiere pieno in primo piano.

Vedi anche il personaggio di Shep, che in nome di altri, nuovi e fecondi ideali (e il gregge qui, attenzione ai fantastici “nomi parlanti”, la fà da padrone), abbandona la strada veramente d’elite indicatagli dall’educazione impartita dalla famiglia d’origine per rifugiarsi in un qualcosa che di elitario, ormai, ha ben poco, anzi non ha mai avuto nulla.

Da analizzarsi anche dal pdv dei rapporti familiari, non crediamo siano da tralasciare anche se sono, in parte, di marginale importanza. 

Il rapporto o meglio il NON-rapporto con le famiglie di origine e la costruzione di mono-nuclei familiari sradicati dal contesto economico, culturale e sociale di provenienza. La liberalizzazione della donna che tuttavia, nella sua strada verso l’emancipazione, può contare solo su se stessa e non su quella rete di sicurezza emotiva composta da madri, sorelle, zie, nonne, su cui si è sempre fondato il nucleo familiare occidentale.

Da notare, curioso che non si parli mai di religione. Come ultimi, credo spicchino su tutte, il ritratto del “matto che parla” e quelli, sfocati, di tutti i non ben specificati “bambini” che gravitano intorno alle vite dei grandi senza veramente farne parte, figure di piccoli cuccioli indifesi, che forse conservano in sé il germe per una società nuova, sempre se riusciranno a sopravvivere ai cataclismi familiari e alla nuova, spumeggiante, eclettica “era del calcolatore elettronico”. Che premonizione. 

Lasciamo ad altri la validazione della trasposizione cinematografica, a noi basta questo.

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