"Appunti di un venditore di donne", di Giorgio Faletti

More about Appunti di un venditore di donne Milano non è per tutti, c’è poco da dire. Ne avevamo già parlato a proposito di “Tiratori Scelti” e “Tangenziali“. Per Emmanuele Bianco erano i palazzoni della periferia nord e i quartieri satellite. Per Monina-Biondillo, l’infinito e periglioso cammino lungo via Corelli o il sole che al tramonto illumina le acciaierie dismesse di Sesto San Giovanni. Orgoglio o presunta superiorità poco ci azzeccano, è questione di mera identità geografica.
Per Faletti, Milano è un tempo, più che un luogo. I luoghi, poi, vengono da soli. Milano è quel momento, preciso, perfetto, da cui siamo passati tutti noi, milanesi di origine o di lunga adozione; forse, per scelta o necessità, lo abbiamo soltanto sfiorato, forse invece lo abbiamo vissuto appieno.
Quel momento di sospensione del respiro, in attesa del giro di vento, quando l’alba ha ancora da venire e comincia a specchiarsi nell’acqua del Naviglio, e profuma di aria fresca e cielo chiaro.
Quell’attimo preciso in cui il pomeriggio lascia il posto alla sera, un momento che sa di attesa elettrica, chiacchiere e persone e gente e mete nascoste, da evitare, o da raggiungere.
I luoghi sono quelli di sempre. Brera e le vie intorno, con il Byblos, gli altri locali, la sede del Corriere e quel Classico famoso che qualcuno di noi ha frequentato; i Navigli che sanno di osterie, vino e sapori antichi di nonni operai in fotografie color seppia. I teatri del centro con l’odore di polvere e palcoscenico, i cinema di Corso Vittorio Emanuele quando i multisala erano ancora soltanto un’idea. La Bovisa, i bar malfamati, la periferia più scura e nera.
Questo vorremmo annotarci, di Faletti. Questa esegesi del luogo che rende l’opera quasi privata, dialogo intimo tra scrittore e lettore consapevole. Ma si sa, noi siamo di parte, perché teorici massimi della contestualizzazione assoluta e necessaria, più volte ribadita, e dell’analisi un po’ scolastica – e un tantino antropologica – del testo (anche disgiunto dalla trama).
Sicchè si comprende bene lo scartamento di chi, trovatosi di fronte a un thriller sui generis, così diverso dai precedenti, accusa noia e torpore. Quindi, attenzione all’approccio, perché c’è da rifletterci (e si veda quel che capita digitando su Google “D’Orrico – Faletti”).

"Le quattro casalinghe di Tokyo" di Natsuo Kirino

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Avevamo affrontato la questione “Nipponica” già qualche tempo fa, qui, a proposito di una giovane e talentuosa (secondo noi) signorina classe 1980 anno più anno meno.
Teniamo a mente questo punto ma facciamo un passo indietro.
Parte della letteratura di viaggio contemporanea, soprattutto quella che potremmo definire “amatoriale” (intendiamo, via blog, o websites) tende per certi versi alla rappresentazione di un immaginario “Nipponico” destrutturato, ricostruito e poi ricontestualizzato alla luce di un’interpretazione occidentale che parte sì da un vissuto reale ma che poi si sfalda, scivolando in quella che pare una proiezione fantastica frutto di una lettura del reale filtrata da codici standard e da interpretazioni di difficile applicazione pratica.
Un esempio per tutti il classico photoshow con, da una parte, giovani ragazze in kimono, impegnate a scegliere frutta e pesce al mercato rionale; dall’altra, studentesse di liceo, minigonna, calze “scese”, accessori manga, unghie laccate e pettinature adatte all’occasione. E ancora, abitazioni tradizionali e grattacieli, ristoranti di periferia e grandi catene alberghiere, anziani in gruppo e sale di Pachinco.
Tutto reale, tutto vero. Ma poco esemplificativo.
Lasciamo da parte (e in sospeso) la questione per rivolgerci ad altro. Eh, fastidioso, lo sappiamo, ma è una questione primaria, dobbiamo accordarci in merito altrimenti non si va da nessuna parte.
Dunque: scordatevi il Giallo; dimenticatelo, malgrado quello che potreste leggere su internet; anzi, lì la questione è stata in alcuni casi così mal posta da inficiare lettura e soprattutto, ahinoi, giudizio.
Di base il delitto c’è, e c’è pure l’assassino. Dite voi, ci sta pure, eh, come struttura; ma che poi no, ribattiamo noi, perché qui quel che manca è il Tenente Colombo. Chiaro che se la prendiamo in questo modo, di stellette gliene diamo al massimo due. Anche perché la trama risulta un tantino prevedibile in tutte le sue sfaccettature, sicché, per la cronaca, a pagina 400 e rotti hai già capito come andrà a finire.
Quindi, riprendiamo (oggi vi facciamo ballare un po’, scusateci, ma è l’unico modo – secondo noi – per capirci qualcosa).
La nostra cara amica Natsuo Kirino è stata così brava da cancellare, in un solo frullo d’ali, tutto quello che pensavamo di sapere, e di conoscere, sulla sua terra. Cancellato, via, depennato con il pastello blu. Con un pretesto che ha del banale: quattro donne, quattro colleghe di lavoro al limite della crisi isterica, sono complici dell’omicidio che una di loro perpetra verso il marito, uomo violento e dedito al gioco e alle donne.
Andiamo a caso.
Si parla di feste tradizionali, di teatro, di musica?
(Oh, il teatro, come adoooriamo le rappresentazioni che ci vengono offerte a pacchetto dalla nostra agenzia viaggi di fiducia)
No, per carità, non c’è alcun accenno ad una seppur vaga vita sociale, o politica, o culturale di un certo rilievo in cui possano essere coinvolte le nostre quattro protagoniste, che o lavorano, o dormono, o guardano la televisione (no, pardon, non la guardano quasi mai in realtà; la tv è mero accessorio, rumore di sottofondo), o sezionano cadaveri (Uhm).
Si parla di indumenti tradizionali o di culto per l’arte, il disegno, l’illustrazione, il colore?
(Oh, l’arte tutta giapponese del colore e della forma, che i nostri negozi “etnici” cercano di riprodurre in tutta la sua purezza con mobilia vintage e quadri d’arredo)
Come no. Dal punto di vista fashion, siamo alla fiera della sciatteria, femminile e maschile: magliette scolorite, colori mescolati alla bell’e meglio, vestiti da uomo di fattura umile, che mal calzano perché o troppo larghi o troppo stretti o troppo corti o troppo lunghi, giacconi rattoppati con lo scotch anche se non mancherebbero i mezzi pratici per acquistarne di nuovi; sciatteria che si contrappone alla ricerca quasi spasmodica per un lusso vero – o finto, pataccato – di cattivo gusto perché focalizzato soltanto sull’esposizione della marca (meglio se italiana) e completamente avulso da questioni del calibro di “stile” ed “eleganza”.
E le tradizioni culinarie? 
(Oh, dobbiamo commentare?)
Ma certamente! L’opera si apre sull’immagine forte, evidente, fredda, asettica di uno stabilimento di cosa? Di cibi in scatola. Confezioni che immaginiamo di plastica, resistenti a freezer e microonde, riempite con dosi standard di riso precotto e congelato, cotolette quadrate di animali non ben identificati, salse scure e untuose.
Cibi che vengono comperati nei supermercati aperti 24 ore su 24, consumati in fretta, scaldati e trangugiati in cucine fatiscenti, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
E cosa dire dell’architettura? 
(Oh, vedi sopra, la voce “culto per l’arte”)
Stanze spoglie, sporche, buie, in case vecchie e diroccate; quartieri dormitorio fatti di porte chiuse, giocattoli vecchi abbandonati nei corridoi, biancheria stesa ad asciugare, odori di cucina; aree dismesse tra erba alta, caseggiati abbandonati e centri commerciali superaffollati.
Non parliamo poi dei rapporti interpersonali. Pare che le regole di buon vicinato si siano mantenute soltanto per una sola, unica questione meramente opportunistica: il turno per gettare l’immondizia.
Per il resto, nient’altro se non un vespaio di vecchie pettegole che non perdono il gusto per la delazione neppure davanti a un morto ammazzato. Anzi.
Colleghi menefreghisti, usurai di quartiere, figlie poco più che adolescenti che per una mazzetta di denaro e qualche vestito di marca si vendono al miglior offerente.
Mononuclei familiari in cui la tradizionale reverenza verso gli anziani è ormai stemperata in un flebile e imprecisato senso del dovere verso genitori lontani, assenti, poco o per nulla conivolti nella quotidianità di figli e nipoti.
Tant’è che l’unico personaggio maschile positivo, depositario di valori forse autentici quali la fedeltà alla propria terra, alla famiglia, all’onestà intima che viene dal lavoro duro, dalla fatica fisica, è Kazuo, il non-giapponese, il reietto, il semi-clandestino che abbandonerà il Giappone e tornerà in Patria.
Curioso, che due scrittrici di calibro e di età differente si trovino ad affrontare le medesime tematiche: la decadenza culturale, il ruolo della donna, schiava della famiglia e vittima di una realtà sociale maschilista e mortificante, il senso religioso dimenticato, il culto del lusso e del denaro fine a se stesso.
A voi le riflessioni del caso.
Nota alla lettura: questo è il primo esperimento del 2011 sulla lunga distanza. Vi avevamo promesso un’opera dal volume consistente, la cui lettura tuttavia non equivalesse di necessità a uno sforzo mnemonico interminabile e lentissimo. Secondo noi, funziona.

Sunshine Award & i 12 blog


Allora, ve lo spieghiamo. Il Sunshine Award è un riconoscimento a catena. Ovvero: i blog che parlano di libri ci riflettono e poi segnalano, sul proprio sito, 12 tra i blog (sempre di argomento letterario) preferiti. Il premio sta tutto qui, in questo post di segnalazione.

In copia e incolla, ecco il regolamento:
  • ringraziare coloro che ci hanno premiato
  • scrivere un post per il premio
  • passarlo a 12 blog che riteniamo meritevoli
  • inserire il link di ciascuno dei blog che abbiamo premiato
  • dirlo ai premiati

E così, eccoci anche noi, con la nostra lista personale.

  1. Angolo Nero
  2. Centostorie
  3. Come la carta
  4. Dei libri passati, presenti e futuri
  5. Destinazione Cuore Stomaco e Cervello
  6. I libri di Elisa
  7. In Between Words
  8. La libreria immaginaria 
  9. Libri in metro
  10. Notte di nebbia in pianura
  11. Taccuino all’idrogeno
  12. Who’s the reader
…ma ce ne sarebbero moltissimi altri…

Propositi per l’anno nuovo: cosa troverete su ADC, se avrete la pazienza di seguirci

Il 2010 è trascorso all’insegna del di tutto di più, ovvero come conciliare ufficio, famiglie, figli e libri sul comodino. Ce l’abbiamo (discretamente) fatta, visto che il nostro Anobii per il 2010 ne conta 40, di letture, a cui dobbiamo aggiungerne almeno altre 10, spiluccate tra librerie e web. Ecco, il problema sta quasi tutto qui: Anobii.

A causa di una sorta di bulimia letteraria ci eravamo invaghiti della questione “mega biblìon, mega kakòn” (“grande libro, grande male”, come dicevano i nostri amici d’età ellenistica, per rifuggir da Omero e dalla troppe parole: ovvero, fuga dal “mattonazzo”, per farla triviale). Twitterando: ha voglia di leggere libri da una settimana: più sono, meglio è, ché in tanti hanno qualcosa da dire ed è un peccato farseli scivolare tra le dita.
La qual cosa funziona, soprattutto se si ha la fortuna condividere la fatica con un paio di collaboratori geniali, rapidissimi a suggerire pagine davvero degne di lettura – e tutto quello di cui abbiamo parlato qui su ADC lo è stato, degno, e lo è tutt’ora.
Tanti narratori: conosciuti, citati, recensiti, eleganti, minori, nascosti, dimenticati. Del presente ma anche del passato: ci siamo innamorati dell’Irene Némirovskj, abbiamo approfondito Yates e la provincia americana, anche con l’aiuto, inatteso, di alcuni JG Ballard d’annata a far da contrappunto e di un Nabokov in rilettura “adulta”; abbiamo passato notti di febbri infantili, chini su lettini in penombra, a cambiar pezzoline bagnate, in compagnia di Teresa Solana e dei suoi fratelli Estivill – Martínez e abbiamo incontrato (anche via Anobii) un paio di autori italiani che ci hanno stupito per freschezza e acume – e per un utilizzo preciso e puntuale della lingua, così inaspettato da farci venire il capogiro, a noi filologi impenitenti.

Eppure, per la serie squadra che vince non si cambia, quest’anno sarà diverso.

Si dà il caso che molto probabilmente (forse) capiterà di avere a disposizione qualche momento di calma in più, giacché i vari figli si volgono ad affrontare, oramai, età consone alla conversazione, al gioco in solitaria, alla scuola materna e alla nanna filata 21-07, tutta roba fantascientifica al solo pensarla un anno fa.
L’idea è quindi quella di sparire tra pagine e pagine e, vittime di una sorta di indigestione mediatica da statistica Anobiiana (vedi la pagina relativa, tutto un florilegio di misurazioni scientifiche del tipo scopri-quanti-libri-hai-letto-e-a-quante-pagine-corrispondono – da dire che noi siamo un po’ sensibili all’argomento e delle volte ci fa specie anche la parentesina sulla destra di ogni titolo, avete presente, quella in cui viene indicato il numero di persone che hanno la tal opera in libreria), dicevamo, fregarcene di tutto il quantificabile e abbandonarci, ebbene sì l’avete capito, proprio al… (eridaje) mattonazzo.
Mattonazzo d’autore, però – o almeno, quelli che ci paiono tali, poi magari prenderemo delle sòle pazzesche, di cui non vi parleremo visto che qui su ADC ci occupiamo solo, per scelta, di quello che ci è piaciuto assai, e la stroncatura pseudoprofessionale la lasciamo ad altri e più in gamba di noi.
Di bestsellers ne troverete pochini ma oramai lo sapete, che qui si legge spesso di Minori & Indipendenti, quindi, nulla di nuovo sotto al sole.
Ora, piccola nota tecnica: opera “lunga” non significa di necessità lettura lenta. Anzi.
E ve lo dimostreremo, abbiamo già un paio di casi all’attivo che non vediamo l’ora di sottoporvi.

Alcuni punti fermi, comunque, ve li dobbiamo: primo fra tutti, il ritorno dell’Irene, ché dobbiamo assolutamente concludere (per passare poi a Maugham W. Somerset, che abbiamo scoperto con “In Villa” – ma non ne avevamo parlato, qui? Sacrebleu! Vedremo di recuperare al più presto) e di cui abbiamo da parte, per una sorta di caso fortuito, (o ben congeniato dal Demone Celeste dei libri, questo nessuno lo sa, sicché siamo ancora e sempre in dubbio sulla questione marzulliana del sei tu che scegli i libri o sono i libri che scelgono te) i romanzi più lunghi e densi di maturità.
Vorremmo avere per le mani anche il terzo e ultimo volume dell’Iliade Napoletana, questione che ci preme parecchio (autore avvertito…) e l’idea è anche quella di completare Yates, sempre che ci torni l’ispirazione (Yates non si può leggere se manca quella).

Il progetto è ambizioso, ché si compone di una parte ancora più complessa: leggere due opere in parallelo, una “grande” e una “piccola” – psicodramma esistenziale MAI affrontato da nessuno qui in redazione, più per testardaggine che per intima convinzione.

Motivazione duplice, e in entrambi i casi opportunistica: 1) per offrire qualcosa in più ai nostri lettori, che sennò dovrebbero aspettare settimane tra un post e l’altro; 2) perché siamo convinti, anzi convintissimi, che qui in redazione nessuno riuscirebbe a reggere 20, 30 giorni di fila con in mano un solo e unico testo. Assisteremmo alla nascita di una Nuova Disciplina Olimpica: il Lancio del Libro nel Cestino della Carta Riciclata.

Quindi, che dire, se non… Buona Lettura!
E per favore, se venite a trovarci, compilate il sondaggio di opinione. Per noi è importante!
Grazie a tutti per la vostra fiducia. Noi, da parte nostra, faremo del nostro meglio (anche via Twitter).

"Lolita", di Vladimir Nabokov

More about Lolita Di Dolly devi leggerne in un solo boccone – a disposizione, un lungo week end d’estate, una sdraio a bordo piscina (specchio di acqua azzurra alla maniera ballardiana), noia e afa in pari grado.
Quindi, concludendo (siamo già alle conclusioni?), noi che “Lolita” ce lo stiamo snocciolando – udite udite – da ben un mese, inchiodati alla fermata del tram (massima 0, minima -3), diciamo che l’incompiutezza della lettura sbagliata ce la siamo proprio servita su un piatto d’argento.
La questione è anche l’ermeticità del testo che di certo non favorisce l’arbitraria vivisezione dei paragrafi, a meno di non volersi trovare invischiati in questioni pregnanti di così denso significato del tipo “ma cosa sto leggendo”.
Detto questo, poco altro da aggiungere, ché l’audience si divide in due:
  1. chi ci prova e poi abbandona, perso tra i rimandi letterari pantagruelici di un autore prolifico e dottissimo, e lievemente (lievemente?) irritato dalla figura Humbertesca del vecchioporco (si può dire, vecchioporco? Ma sì, e pure un po’ depravato, a ben guardare) maschilista, egocentrico e (ovviamente) psicopatico;
  2. e chi invece ci si mette per puntiglio, e con sforzo mnemonico notevole e impegno di notti insonni affronta un qualcosa che, Humbert a parte (ma si può, diciamo, mettere Humbert a parte?) sa di thriller Simenoniano – per la serie, sta’ certo, amico, ti porto alla fine del libro, ti dò la mia parola: vedrai la luce in fondo al tunnel; MA, solo quando lo dirò io. Ovvero, lentezza esasperante in caligine di capoversi inutili, meravigliosi, densi di lettere e di romanzo Europeo, inframmezzati da brevi episodi veloci e sporadici di importanza fondamentale per lo sviluppo della trama); e riesce a districarsi, fachiro dilettante su letto di chiodi roventi, liberandosi da una trama quasi scontata alla ricerca di un significato di metatesto nascosto tra le righe fitte di una scrittura che affrontarla con leggerezza sarebbe peccato da pagare alla maniera dantesca, per contrappasso.
Ora, non so se l’avete capito dalle parentesi, ma pare che questa Dolly, più che offrirci risposte, ci ponga di fronte a quesiti che di facile soluzione hanno soltanto la parvenza:
  • metodologia & analisi del testo: inutile approcciare l’opera via lettura veloce, ti perdi metà delle dotterie Nabokoviane e non ci capisci gran che. La lettura lenta è tuttavia rischiosa, foriera di risultati dubbi (vedi sopra, memoria labile e difficoltà con rimandi e parallelismi), ma ha a suo vantaggio la conservazione del ritmo narrativo (suddivisione tra prima e seconda parte, e soprattutto questione paragrafi)
  • tematiche: ondeggiamo come giovani adolescenti (!) in altalena, gambe al vento riso facile e dubbi amletici, tra il testo così com’è scritto – malata ossessione di un uomo maturo per minorenni vergini (vergini?) e implumi – e le sottotematiche che un po’ ci sono, ma forse anche un po’ no (che dire, vogliamo trovare una giustificazione, per questo Humbert? Ma si, parliamo di percorsi di lettura, parliamo di erudizione, parliamo di tematiche, parliamo di società, parliamo di Anni Cinquanta), che forse sono evidenti, ovvio, ma anche solo immaginate da un lettore avido di significati.
Insomma, se ancora non lo si è capito, il consiglio è: prendetela come viene. (Concordiamo con voi: questo post su “Lolita” è utilissimo). Fruizione libera del testo. Trattatelo come un’isola del tesoro, spalancando gli occhi dalla sorpresa e dall’ammirazione di fronte ad un’aggettivazione superba e inusuale, alla citazione erudita, alla tradizione del romanzo europeo in tutta la sua sfolgorante ricercatezza di dialoghi, rimandi, accenni, digressioni, paesaggi, descrizioni, personaggi, caratterizzazioni.
In redazione ne stavamo parlando, di questa trama ballerina di significati (pseudo)nascosti. Cosa dire, occorre forse contestualizzare la questione. Nabokov e la sua “alterità”, il suo essere poeta in esilio. La questione degli autori che “non stanno bene da nessuna parte”, vedi l’Irene, sempre straniera pure a casa sua. La questione del viaggio.

Il suo appartenere, suo malgrado, al boom americano degli Anni 50, con i suoi colori pastello, i frigoriferi cromati, le auto d’epoca, i gelati al gusto di sciroppo chimico, le Università prestigiose e i giovani in pullover e libri stretti al petto e code di cavallo ben legate sopra la nuca, le sigarette, l’alcool, le nuove professioni della pubblicità e delle arti creative. 
Oh, come ci fanno pensare, tutti questi piccoli, innocui luccichii. A cosa? A Yates, senza dubbio, uno specchio magico di un Harry Potter ante litteram, polla scura e insondabile di controfavole a bella posta dimenticate: l’alcool e le sigarette dei Wheelers o la psichiatria spiccia di “Disturbo della quiete pubblica”, per dirne solo alcuni. Carver e i suoi corti fulminanti.
Tra un caffè e l’altro è venuta fuori pure “Olive Kitteridge” (Elisabeth Strout, Fazi 2009). Per la serie, ecco da dove veniva, leggendola, quel nostro déjàvu di cose già sentite e già viste.

"Tangenziali – due viandanti ai bordi della città", di Gianni Biondillo, Michele Monina

More about Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città Allora. Per parlarvi di “Tangenziali” iniziamo da qui: dal “Parco dei Mostri” di Bomarzo (ma a noi piace di più quando se ne parla come del “Sacro Bosco di Bomarzo”).
E’ l’immagine tra le tante suggerite dallo scrittore-architetto Gianni Biondillo che più ci ha colpito, per intensità e significato. Del perché, verrà in seguito.

L’approccio a “Tangenziali” non può prescindere neppure da un altro strumento, da noi utilizzato di rado, ovverosia quello della citazione. Faremo i bravi questa volta, e ci proveremo, con le dovute attenzioni, perché scrittura, arte visiva, udito e memoria sono un tutt’uno nell’analisi di questo testo che è racconto di viaggio, ma anche letteratura, trattato, saggistica. Ovvero, Psicogeografia.

Nel particolare, parliamo della Tangenziale di Milano – no, meglio, dellE Tangenziali, che poi, alla fine, non si capisce neanche quante siano, e SE esistano davvero. Aggiungiamo due individui dall’aspetto inquietante (un architetto che fa lo scrittore e uno scrittore a metà strada tra la musica e le lettere), il caldo torrido dell’estate milanese e una macchina fotografica, ed eccoci qui. Tutto, rigorosamente, a piedi, per un controcanto a due e pitture macchiaiole di mondi, e microcosmi.

Per darvi un’idea della questione, iniziamo da pagina 41 (M Monina), con il paragrafo illuminante sulla psicogeografia e il nostro caro Ballard come precursore per metodo e analisi: “isolamento umano”, “rapporto con le macchine”, “alienazione”, “condomini come metafora della società, autostrade come metafora della vita, aeroporti come non luoghi” e “topos del non-luogo”.

Verrebbe da sconsigliare la lettura ai Non – Milanesi. E forse è d’uopo. Non per questioni di mero orgoglio meneghino o di presunte superiorità regionali, ma giusto appunto per quello che M Monina ci racconta a pag 177, riferendosi all’approccio letterario di G Biondillo: “le sue pagine trasuderanno amore per questa città molto piu’ che le mie” – “e nelle pagine in cui ci sarà odio “riuscirà a essere più incisivo di me”; “un conto è odiare un posto dove sei andato da grande, un conto la città che ha visto da vicino i tuoi primi passi, ma anche le tue prime cadute”.

E di rimando G Biondillo, a pag 157: “Milano si è ubriacata di happy hour, di mondanità, si è (piccolo) imborghesita, ha perduto il suo cuore (…) ha dimenticato di essere centro critico, poetico, artistico, e non solo mondano e modaiolo” – che poi riprende il discorso a pag 208 con il “quando è scomparsa Milano” e la breve dissertazione sulla “provincialità della grande firma”.

Vogliamo dire, è questione di comprensione del testo.
La dissertazione sulle ciminiere di Sesto San Giovanni, che avevano tutte i nomi di divinità greche (pag 42). Se non le hai viste alla luce di un tramonto di settembre, quelle ciminiere – o almeno, quelle superstiti – non è che puoi solo così, immaginartele.
Allo stesso modo, non puoi dipingere nei suoi tratti peculiari Via Corelli e la lunga odissea quotidiana verso Palazzo Niemeyer (un viaggio della speranza attraverso il freddo, la neve e l’ignoto – per non parlare del sole torrido di certi micidiali pomeriggi di luglio inoltrato, raggi di luce accecante che ti si piantano negli occhi, bastardi fino in fondo perché scivolano sotto le alette parasole e ti beccano proprio in fondo alla pupilla, moltiplicati a mille grazie alle particelle di polvere depositate sul parabrezza), se sei completamente digiuno dell’argomento (pag. 70, M Monina).

Per non parlare della descrizione puntuale di alcuni (sempre G Biondillo, pag 205) “borghi storici” con “coerenza urbana” da esaltare nella “loro unicità”. E poi la Bicocca (pag 233, “milanese molto più di altro”) e Santa Giulia (pag 155). E il Parco della Balossa (che ci fa sorridere, perché ci ricorda nonni e lingue perdute: pag 270, “intima ironia del dire dialettale – quella ironia perduta dai parlanti menghini (Baloss – furbo ma anche coglione)”
Perché tutto questo. Per la sacralità della domus, che a noi latini ci rimane un po’ nel sangue, anche a non volerlo. Ecco il perché del “Sacro Bosco di Bomarzo” che ci ha fatto tanto riflettere. Non lo spieghiamo, lo lasciamo all’arte di G Biondillo, noi non sapremmo davvero fare di meglio.

“Leggere è sempre un percorso, spesso irto, difficoltoso. ci sono libri ai quali mi sono avvicinato dopo un  lungo allenamento. Vette strepitose, monti bianchi, o cordigliere della letteratura. Leggere Joice è come fare mille metri di dislivello al giorno per settimane. Occorre una preparazione fisica, una filosofia adatta per avvicinarsi a certe vette. non bisogna correre, non è mica uno sport , nessuno ti dà una medaglia se arrivi primo. bisogna ascoltare il proprio respiro, regolare il passo, essere ben attrezzati, sapere quando andare e quando fermarsi. viaggiare, fare escursioni, leggere, dunque, hanno la stessa finalità: sono discipline che stimolano percorsi interiori atti all’autocoscienza, riti iniziatici, scavi psicologici che utilizzano strumenti e strategie differenti ma non dissimili” (pag 202)

Le città mutano di contesto e di materiale, a dispetto dei nostri desideri (“caducità dei punti di riferimento”, pag. 79); alcuni luoghi si trasformano, divengono inabitabili, atti ad ospitare potergeist e vecchi spiriti maligni (la casa inabitabile, pag 105). Eppure Milano è sempre Milano, è ciò che la rende tale sono la terra a margine (“il territorio disprezzato, pag 128), le case popolari (pag 263), i quartieri dormitorio, la natura manipolata dall’uomo e per l’uomo (la questione del landscape – “santo, madonna o condottiero” pag. 158). Alla ricerca di una verità sempre perduta e ritrovata, e poi dimenticata di nuovo in un circolo continuo di rimandi, ricordi, ed… epifanie: “il varco della tangenziale, e l’epifania perduta, “la verità troppo rumorosa, troppo caotica, troppo oltreumana” (G Biondillo, pag 271).

E poi, come non amarli, questi due viaggiatori del nostro tempo, che cinguettano a piene corde vocali sulle ragazze milanesi e su quella loro “tradizione tutta meneghina dell’humanitas borromaica” (G Biondillo). Adulatori maliziosi, ci hanno conquistato senza fatica, a pagina 56, perché noi ragazze di Città abbiamo il cuore perso, e facile all’emozione.

Consigli per la lettura numero 3: “Yo-oh-oh e una bottiglia di rum”. Parte prima.

Nota a margine: pieno diritto del lettore quello di saltare l’introduzione personale alla questione (esageratamente prolissa).
Per farlo, si clicchi qui: “non ci interessa il background” e andrete direttamente all’analisi di quel che vogliamo proporvi.
La storia inizia qui, da una credenza di poco conto abbandonata nel garage. Twitterando, Del Demone Celeste, ovvero, quel che, da leggere, ti capita tra le mani per caso, come un TESORO di pirati nascosto in una vecchia cassa umida e polverosa.
Una vecchia parente, acquisita da parte di cognato materno e passata a miglior vita oramai un decennio fa, di famiglia ricca e di origine avvocatesca, aveva la fissa per i club di lettura, che frequentò con soddisfazione e gloria personale dagli 82 ai 101 (perché dai 50 agli 80 si era dedicata con sfarzo ad altre attività ludiche, quali gite in montagna, sci di fondo, scampagnate domenicali in collina, decoupage, ikebana, cucina etnica e, last but not least, collezione di opere d’arte pittorica).
Si diceva. Assieme a giovani pulzelle tali quali a lei si ritrovava, una volta a settimana, a casa dell’una o dell’altra, un pomeriggio di tè e vassoi di confectioneries serviti dalla domestica, per commentare i libri assegnati e letti di volta in volta.
Di tutto questo fulgore di cristalli e tintinnii di preziosi alle orecchie, a noi, parenti lontani non è rimasto – e non è mai pervenuto altro, né ante, né post mortem, – che qualche scatolone pieno zeppo di libri.
Magra eredità, si potrebbe pensare. E invece no, e ora vi spiego il perché.
In parte si trattava di libri usati, che una parente di mia mamma era solita prendere a prestito dalla libreria per dare senso a interminabili e noiosissimi pomeriggi estivi che si trovava a condividere con la signora in questione, la governante straniera e i nipoti piccoli (che i vari fratelli usavano lasciare a balia per l’estate) nella famosa casa di campagna di cui la signora era proprietaria.
La signora, di memoria lieve e portafoglio ampio, si curava poco dei suoi possessi letterari e quindi – a meno che non si stesse parlando di edizioni di vero pregio artistico – lasciava che i suoi volumi circolassero liberamente tra parenti, nipoti e appartamenti, più per vaghezza che per filantropia.
Di conseguenza, molte delle sue letture hanno condiviso il destino dei libri prestati e più restituiti, un bookcrossing ante litteram di pagine scambiate, lette, ricordate e poi dimenticate.
Per il resto, si trattava di libri nuovi, tutti regali per le feste di Natale, i compleanni e gli anniversari, consigli per letture di nicchia, poco commerciali, che venivano direttamente dal famigerato club di nonnine chic.
Saggi di arte figurativa, scrittori del nord Europa, all’epoca veramente di avanguardia, design anni ’70.
Sarà, ma io li ricordo con affetto, quei volumi che hanno popolato la mia giovinezza. Parlo soprattutto dei “reminders”. Gli Adelphi colorati di confetto; i Sellerio, con la copertina di carta lavorata, impreziosita da misteriose illustrazioni lisce lisce.
Volumi letti, senza dubbio, ma sempre in ottimo stato, ché la signora non amava la piegatura della costa e le orecchie a modo di segnalibro. E, su tutto, un leggero profumo di borotalco di lavanda. E le note a margine.
Come le adoravo, quelle note.
Al principio, subito in prima pagina, nome, luogo e data, in alto a sinistra, una penna nera dalla mina sottilissima, sempre, per un tratto piccolo e discreto. E poi, quando meno te lo aspettavi, una nota a margine, perduta tra le pagine. Un asterisco, un puntino ricamato più volte, un “vedi pagina”, un punto esclamativo.
Tutto questo per dirvi che “Il canto dell’equipaggio” (Pierre Mac Orlan, Sellerio 1996, a cura di Ispano Roventi) l’ho trovato nel garage della sorella di mamma, in una credenza classe 1970, spostata e aperta per caso. Benché il volume, questa volta, non rechi con sé alcun segno di riconoscimento, sono quasi certa della sua origine, perché, a naso esperto, porta ancora un vago, vaghissimo sentore di lavanda.
E siccome a libro capitato per le mani, come dice il demone Celeste, non si rinuncia, eccoci qui.

Consigli per la lettura numero 3: “Yo-oh-oh e una bottiglia di rum”. Parte seconda.

Allora. Con “L’isola del tesoro” ci cresci. Con “La vera storia del pirata Long John Silver”, ci rifletti sopra. Con “Moby Dick”, prima ci cresci (sudandoci sopra, sempre se riesci a finirlo alla prima lettura, questione non scontata), poi, a seconda lettura, a decenni di distanza, ti perdi via con l’illuminazione esistenziale. L’ “Odissea” ti trascina in uno zibaldone di questioni irrisolte, dalla filologia classica alla filosofia arcaica.
Se poi ci aggiungi anche “Robinson Crusoe”, fino ad arrivare al Tom Hanks di “Cast away”, allora non puoi più uscirne.
Con “Il canto dell’equipaggio” (Pierre Mac Orlan, 1996 Sellerio – curatore Ispano Roventi *) scopri qualcosa che ti pareva di aver perduto per sempre (e della perdita, non è che proprio te ne fossi reso così conto, così come un profumo che ricordi di aver dimenticato solo quando lo senti di nuovo).

E’ il trionfo della narrazione ipnotica, di ritmo metrico, una storia di mistero e avventura raccontata così come ce le raccontavano da bambini, con tutti i topoi al loro posto.
  • La presentazione dei personaggi, che giacciono languidi in uno stato di calma apparente ed equilibrio instabile: il buono, il cattivo, l’approfittatore, il tontolone di turno, le spalle comiche e tragiche, le donne scaltre e, a far da contrappunto, le servette sciocchine tutte moine e sorrisi – a noi sono venute in mente le tre sorelle fatte in serie della Bella e La Bestia Disneyana, le ragazze della taverna, intendiamo, quelle del “quantoèbravoGaston/quantoèfurboGaston”;
  • il ritrovamento della mappa e, di seguito, l’introduzione del meraviglioso e del fantastico;
  • la preparazione del Viaggio (le vele, l’equipaggio – il capitano dalla barba rossa, l’uomo senza un braccio o con una benda all’occhio, il mozzo di colore, il “cerusico”);
  • le pietre preziose come merce di scambio, i pugnali e le pistole di contrabbando;
  • gli eden tropicali perduti, terre dai colori sgargianti popolate da animali fantastici e uccelli dal piumaggio dorato, iante ricche di frutti maturi, golosi, e forieri di morte e veleno. Ad uso e consumo del pubblico over 18, gli accenni alle femmine procaci, vestite di nulla, la pelle ambrata dal sole e dal mare; gli aromi intensi dei tabacchi profumati e i giardini di palme ombrose, nascosti tra mura arroventate dal sole dei tropici; descrizioni senza luogo e soprattutto senza tempo, in cui la Storia del mondo (ricordiamo, siamo nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale) non va certo di pari passo con il tempo del romanzo, che ci riporta semmai indietro, a secoli precedenti, come se il Tempo, quello vero, tornasse e refluisse in un pensiero di intima circolarità;
  • e poi, ovviamente, l’Avventura. Con la A maiuscola. Quella immaginata, tracciata a pennarello rosso su fogli di carta a quadretti che la mamma ci aveva bruciato ai bordi, coi fiammiferi della cucina.
E last but not least la lingua, l’argot più profondo e misterioso, proprio quello che usavamo da bambini, quel linguaggio tutto nostro creato ad arte con l’amico del cuore e di avventure, un patto di sangue vòlto ad escludere, a priori, chi del nostro gruppo di pirati non faceva parte.

Vi consigliamo, a fine lettura, il bellissimo saggio che funge da prefazione: “La canzone dell’avventura” di Ispano Roventi. Non abbiamo veramente nulla da aggiungere.

– “L’isola del tesoro”, Robert L Stevenson, 2009 BUR
– “La vera storia del pirata Long John Silver”, Bjorn Larsson, 1998 Iperborea
– “Moby Dick”, H Melville, 2004 Mondadori
– “Robinson Crusoe”, D Defoe, 2003 Mondadori


* NB: purtroppo l’immagine della copertina di “Il canto dell’equipaggio” non è disponibile su Anobii. Siccome siamo un po’ ligi con i copyrights, non la peschiamo da altre fonti non accreditate.

"Operaie", di Leslie T. Chang (*)

More about Operaie Se con l’amato Rampini affronti un mondo di cifre, numeri, dati tecnici e testimonianze da puro reportage giornalistico (e del Rampini, una volta iniziato, non ne puoi più fare a meno) qui sei nel regno della meraviglia, nel senso più classico del “tutto è possibile”.
E’ un approccio alla Storia che rivela origini e background culturale dell’autrice, che, seppure nata e cresciuta in USA, accoglie in sé (forse senza nemmeno rivelarlo a se stessa) radici e stili letterari propri di un mondo orientale a noi sconosciuto.
La bibliografia, estremamente curata nei dettagli e l’attenzione all’accuratezza delle fonti, tipica dell’inchiesta giornalistica propriamente detta, vanno di pari passo al racconto del magico e della tradizione: il culto per gli antenati, i riti di passaggio – nascita, matrimonio, morte – ancora così vivi nell’ambiente rurale; il ritmo delle stagioni; la vita in comunità, nel villaggio – una quotidianità fatta ancora di stenti, povertà e commistione promiscua di famiglie, parenti, bambini e animali domestici, tutti radunati sotto lo stesso tetto, a condividere un’abitazione fatiscente priva di riscaldamento, acqua calda ed elettricità, e l’incertezza del domani. Commistione ed esperienze a cui l’autrice non si sottrae ma che, anzi, fa proprie attraverso un percorso di immedesimazione e fascinazione sempre più profonda (e per certi versi, inconsapevole) che la porterà alla fine al recupero della propria storia personale.
Partendo dall’esperienza personale (la sua, e quella delle migranti) l’autrice fa propria la visione storica, tutta orientale, del tutto per la parte: l’esperienza individuale, con il trascorrere del Tempo e delle generazioni, perde il suo carattere di unicità e si fa Storia ed espressione non più del singolo individuo, ma di un popolo intero.
Curiosamente, ed è qui forse, l’esempio più evidente di quell’inconsapevolezza di cui parlavamo più sopra, proprio quella mancanza di individualità che l’autrice lamentava nel corso delle sue interviste alla famiglia di origine è ciò che rimane a noi lettori, a conclusione del reportage.
Le storie di Chumming e Min, abbandonate le particolarità intrinseche tipiche del racconto di esperienze individuali, assurgono a Storia del migrante, attraverso i tempi, i modi e le generazioni. La famiglia dell’autrice, vittima delle rivoluzioni, delle epurazioni, della sventura e dell’esilio, non racconta più soltanto la storia di individui specifici, ma la Storia di tutto il popolo cinese.
Il libro delle genealogie, con i suoi dati scarni e vergati a fatica, è testimone di un processo storico impensabile ai nostri occhi occidentali: il respiro di una civiltà millenaria in continua trasformazione; il tutto in parte, il ritorno all’unità Storica attraverso la parcellizzazione del reale.  

(*) Anche noi partecipiamo alla campagna NastroRosa per la prevenzione del tumore al seno!