"La Bambina di Neve", di Eowyn Ivey

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La meravigliosa e tragica storia di Snegurocka, la bambina di neve, declinata in tutte le sue alternative regionali, dalla Russia ai paesi Scandinavi, è una fiaba antica e misteriosa che ha la capacità di mostrarsi nel suo significato principale, pregnante – eppure senza clamore, nel più completo silenzio e riserbo (fiocchi di neve piccoli e delicati, pronti a sciogliersi e a svanire al primo sole di primavera) – soltanto ai bambini molto piccoli. 
E per far sì che l’epifania abbia luogo in tutto il suo essere occorre sottostare inoltre ad un tacito, ferreo rito di iniziazione: il narratore delle vicende, così tenere e drammatiche, della bambina di neve (parole sussurrate durante una fredda sera di inverno, al chiarore tenue della lampada che illumina una stanza da letto calda e sicura) deve essere soltanto uno: colui che sia – oppure sia stato – genitore a sua volta. 
Perché soltanto così, dal sangue diretto, sarà mitigata la violenza della favola: dal ripercorrere attraverso le parole – ovvero, identificando tramite le codifiche rassicuranti del linguaggio e della narrazione – ciò che il proprio corpo e il proprio spirito hanno affrontato, inconsapevolmente, in un passato vicino, o anche lontano. Una catarsi maieutica, un percorso di conoscenza che riporta al significato allegorico principe delle fiabe antiche. 
Il miracolo della nascita, affrontata dalla madre tra il sangue e il dolore (e pure nella bellezza di un concepimento che non passa di necessità dal ventre materno ma che può essere anche soltanto immaginato, sognato, plasmato nella neve); quel primo momento di contatto tra il viso della donna e la pelle calda del neonato, la cui temperatura rimarrà impressa, marchio di imprinting animale, tra le pieghe della memoria e guiderà quel gesto antico, di tutte le madri del mondo, quando posano le labbra sulla fronte di un bambino – non solo del proprio – a riconoscere senza tema di errore le prime tracce di una febbre incipiente. 
La fatica del bambino, a trovare la propria strada verso il seno e il latte materno, identificando quell’odore dolce e denso che, per paradosso, costringerà la madre ad affidarlo alle braccia di altri, quando non occorrerà nutrirlo, per far sì che il piccolo, attraverso l’allontanamento e poi la successiva riconciliazione fisica, impari a percepire la differenza tra se stesso e la madre e nel contempo si abitui alla presenza del padre e dei familiari.
Il genitore, raccontando la vicenda – infinita, circolare, sempre diversa eppure sempre identica – della bambina forgiata dalla neve interpreta, attraverso il figlio in ascolto, la propria, personale storia alla luce della verità dell’esistenza fatta di nascita e crescita ma anche di abbandono, morte e disperazione.
Perché soltanto la presenza del figlio (gli occhi sgranati in ascolto, le guance arrossate dall’emozione, la mano calda stretta in quella del genitore), nel caldo conforto della cameretta lievemente illuminata, potrà rassicurare la madre che altrimenti, da sola, non possederebbe né la forza né il coraggio necessario per continuare la lettura fino alla tragica conclusione della storia (un vecchio libro dalla copertina in pelle azzurra, abbandonato sugli scaffali alti di una libreria polverosa, mai più aperto da anni); perché soltanto la figura della madre, china sul letto del bambino, potrà confortare il figlio che percepirà, sempre chiara ed evidente, la presenza salvifica del genitore nel momento del bisogno, della malattia, della disperazione (una madre ammantata di neve, accoccolata al capezzale improvvisato di una figlia in agonia) e lo aiuterà nell’interpretazione – attraverso l’allegoria della fiaba – del mondo circostante. 
La verità però a volte è molto più semplice della letteratura. Il bambino che, mentre tu leggi Eowyn Ivey, dorme nella stanza di là – un piedino umido e scalzo a penzolar dal materasso – non è tuo figlio. E’ una creatura fatata, ali di folletto o di angelo, che qualcuno ha posato nelle tue mani, in una mattina di primavera inoltrata il cui ricordo, in te, è così vero e chiaro, ma di cui – al tempo stesso – non conservi memoria cosciente alcuna. Quella creatura non ti appartiene, non è tua, ti sussurra Snegurocka – ed è per questo che la lettura è tanto difficile.
Ti è stata solo data in prestito, per quanto tempo non sai. Un giorno seguirà la sua strada e tu non potrai più tenerla con te.
Perché l’amore per un figlio non è una coperta di lana pesante che copre e riscalda. E’ un malestrom che ti lascia naufrago e nudo, esposto ad un vento freddo di tempesta che non smetterà mai di soffiare.
La ricontestualizzazione della fiaba di tradizione popolare è un processo letterario di attualizzazione della narrazione tradizionale che sta prendendo piede specificatamente oltre oceano e che in questo caso ha il merito di gettare luce, in particolare, su quel mondo misterioso e sommerso, perché spesso taciuto, della maternità dolorosa
Se n’era già parlato a proposito di “Quando la notte“. 
E’ il lato più profondo e buio del libro, quello che forse risulta più ostico da comprendere per chi genitore non ha avuto (ancora) l’occasione di diventarlo: il dolore fisico del parto e dell’allattamento (non permettere al bambino di mordere il capezzolo, o te ne pentirai), il senso di colpa nel momento del distacco, la scabrosità orribile di quel desiderio così intimo e violento che, anche una volta soltanto, ogni puerpera del mondo ha percepito chiaro in sé: abbandonare la creatura a cui ha dato la vita, per salvare se stessa. 
A questo proposito vorremmo accennare alla raccolta poetica “L’innocenza perduta” di Michela Miti edita da Mondadori e presentata, tra l’altro, qualche settimana fa, al programma tv La Compagnia del Libro. I brani presentati dal conduttore – e interpretati dall’autrice – ci hanno affascinato per il profondo e attento interesse della poetessa verso le tematiche della maternità: attesa e desiderata, ma anche, e molto più frequentemente, subìta o negata.

"La città di adamo", di Giorgio Nisini

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– Con una particolare capacità narrativa che mira ad accomunare, attraverso un gioco sottile di metafore e sineddoche, il tutto all’oggetto, G Nisini catapulta fin da subito il lettore nel territorio del falso d’autore
– Il televisore Brionvega, che l’affascinante Ludovica sistema in soggiorno, è un falso storico: una riproduzione benfatta del fratello maggiore dell’epoca, curata nei particolari costosi del modernariato, ma sempre un falso,riconoscibile solo ad occhio esperto (e socialmente accettato e ricontestualizzato). Ed è proprio attraverso il televisore che Marcello Vinciguerra – in contemporanea al lettore – è catapultato nella realtà di un altro falso storico: quello della vita stessa del protagonista

– Marcello, adolescente attempato, da diversi anni gioca a fare l’adulto, con risultati piuttosto soddisfacenti. Infanzia serena e senza troppi scossoni, tra buone scuole e una famiglia attenta, di ottima cultura; laurea acquisita fuoricorso, sine infamia sine laude, nozze con una donna del medesimo entourage, il giovane – senza patema alcuno per il futuro, già definito – al termine del percorso scolastico entra nella ditta del padre e lo affianca nel lavoro quotidiano. Ora, alla soglia dei quarant’anni, Marcello Vinciguerra abita le colline fertili delle Langhe, si è costruito una bella villa – che l’affascinante ed eclettica consorte Lulù, divenuta affermata commerciante di arredi di design, governa con amorevole cura (spostando di quando in quando un divano qui, una credenza là, casa di bambole) – guida una macchina potente, veste maglioni di cachemire e, non ultimo il fatto, conduce con più che discreto profitto – un po’ barcamenandosi, un po’ vivendo di rendita – la pregiata azienda ortofrutticola che ha ricevuto in eredità dal padre. E’ stimato tra i dipendenti e i collaboratori, non certo celebrato come lo era il padre, creatore ex novo di una delle più produttive aziende agricole del centro-Italia, ma è datore di lavoro rispettato, dotato di buona professionalità e attento spirito imprenditoriale

– La vita di Marcello scorre prevedibile e concreta, senza particolari traumi o imprevisti, complice anche la mancanza di figli (che – informazione preziosissima che l’autore centellina fino allo stremo della curiosità del lettore – non sono stati procreati “per scelta”). La passività di Marcello si esemplifica anche nel rapporto erotico con Ludovica, di cui Marcello subisce le stravaganze, nell’inconscio tentativo di mantenere viva la passione sessuale che deve di necessità rimanere immutata nel suo vigore post-adolescenziale e nella sua solidità di status acquisito, al pari di tutto ciò che di materiale circonda i due coniugi. 
– Il cambiamento e la mutazione, se proprio occorre, debbono avvenire soltanto attraverso canali mediati e secondo schemi preventivati, creati ad arte dal protagonista del cambiamento stesso oppure, ove subìti, socialmente accettati (sia che si tratti di un nuovo oggetto di design appena acquistato ed introdotto in casa – che deve corrispondere perfettamente agli ultimi dettami del lusso e della moda – sia che si tratti di un nuovo ristorante, o di un nuovo fidanzato per l’amica single). 
– E’ il fascino degli oggetti, dettagli all’apparenza insignificanti che invece plasmano e modificano la percezione che noi abbiamo di noi stessi e di chi ci circonda. E’ il silenzio al ristorante d’élite, interrotto soltanto dal soffice brusio dei pochi avventori e dal tintinnio delle posate sul piatto. E’ la poltrona ergonomica sui cui la madre di Marcello ondeggia a gambe all’aria; è una fotografia sovraesposta, tagliata rozzamente e slightly out of focus. E’ il divano boa, oggetto feticcio delle fantasie sessuali di Ludovica, o le tele di De Chirico, che tanta parte hanno nella ricostruzione iconografica dell’immaginifico del quartiere Eurano

– La contaminazione giornalistica ci pare minima, per altro totalmente decontestualizzata dal momento che luoghi, fatti e nomi sono dichiaratamente frutto di un atto di puro estro e mera fantasia artistica. Non si tratta quindi di un’operazione né pedagogica, né di denuncia sociale (*). 
Prova evidente della letterarietà del testo, la tipica ambiguità romanzata del cattivo. “O’ Filosofo”è un camorrista di sanguinaria memoria; ma allo stesso tempo è uno studioso illuminato capace di profonda ironia letteraria, un architetto visionario, una personalità carismatica e affabulatrice. 
Ciò non significa che l’autore di fiction debba necessariamente prendere posizione contro l’impegno civile, ma soltanto che qui, in questo contesto, la camorra sia da intendersi come semplice pretesto, una delle decine di possibili rappresentazioni del reale a disposizione dell’autore, quale strumento di avvicinamento al lettore (e per attirare il lettore). Un escamotage
– Marcello è un autodidatta della ricerca. Si muove rozzamente tra interrogatori surreali, pedinamenti sconclusionati, sopralluoghi improbabili: una moderna telemachia, un viaggio nel dubbio e nel grigio di un’esistenza che si tramuta in uno solo colpo, grazie a (o a causa di) un unico fotogramma passato alla televisione durante un programma di attualità politica, da pragmatica, razionale, comprensibile, evidente, a confusa, insondabile, equivoca, ambigua, ambivalente, metafisica. Il viaggio del figlio alla ricerca del padre, quel figlio che diverrà uomo soltanto dopo aver compreso, ed imparato, ad essere, esattamente, figlio – e padre a sua volta

(*) stesso approccio, piccola nota a margine, che hanno utilizzato con successo almeno altri due autori del Sud Italia che abbiamo annoverato tra le nostre personali migliori letture dell’anno: B Agostini e F Battistella 

"Cold Spring Harbor", di Richard Yates

More about Cold Spring Harbor “Casomai non ve ne foste accorti, tutti i miei libri parlano di una persona solitaria che cerca un modo per entrare in contatto con gli altri. E’ un po’ l’opposto del Sogno Americano: diventare tanto ricco da poterti tirare fuori dalla marmaglia, da tutta quella gente in autostrada, o, peggio, sull’autobus. No, il sogno è una grande casa, isolata in capo al mondo. Un attico, come quello di Howard Huges. Un castello in cima a una montagna, come quello di William Randolph Hearst. Un qualche nido isolato dove invitare solo la marmaglia che ti piace. Un ambiente controllabile, lontano dal conflitto e dal dolore. Dove sei tu a decidere. Che sia un ranch nel Montana o un appartamento in un seminterrato, con diecimila DVD e accesso a Internet a banda larga, non c’è eccezione: arriviamo lì, e ci ritroviamo soli. Isolati”.
Chuck Palahniuk, LA SCIMMIA PENSA, LA SCIMMIA FA, Ame 2011, pag. 9

L’ultimo Yates è buio e profondo; eppure, nonostante ciò, porta con sé tanta rabbia e tanta energia da lasciare perplessi. Riflessioni in ordine sparso.
  • Cold Spring Harbor è una polveriera di sentimenti inesplosi, malgrado l’aria tranquilla di sobborgo urbano, villette a schiera (lusso | medio lusso | popolare), drogherie, pub e strada statale. Niente di nuovo se non la provincia americana, con il suo sogno di emancipazione e ricchezza posticcia, in the middle of nowhere; la reclusione autoinflitta del cittadino medio in fuga dal caos della metropoli comprende, tra i vari optionals, abitazioni dall’odor di muffa, stanze dal soffitto basso separate da tramezzi di legno scadente, infissi scheggiati, tendine in cotone rosa pallido e smunto a difesa di una privacy inconcludente, vicini pettegoli e maligni. Abitazioni inframmezzate ai drive-in, lunghi edifici squadrati, insegne al neon, buio tra separè luridi e operai ubriachi. [E c’è qualcuno che ha imparato così bene la lezione di Yates, non tovate? (*)].

  • Per la serie “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”, e secondo l’assioma – Yates per cui “se non parli di famiglia di cos’altro parli”, i parenti-serpenti non mancano mai. Si parte da Evan Shepard, un James Dean de’ no’ artri, brutta copia dell’originale, quasi un Fonzie ante litteram depredato di ciuffo, senso dell’umorismo e happy days, bello da paura ma un po’ lento di comprendonio, che si innamora, giovanissimo, dell’ “impertinente” Mary, con cui concepisce una figlia e convola a giuste nozze riparatrici, a cui segue un divorzio altrettanto rapido. Evan, in viaggio con il padre, il “capitano” Shepard, brav’uomo, distinto, che da anni ha riunciato alla carriera militare e si è ritirato in pensione per accudire Grace, la moglie caduta vittima di gravi crisi depressive e alcolismo, per caso (che non è fortuito) incontra Rachel Drake, giovane ragazza bella e fragile, a metà strada tra l’emancipazione femminile incipiente e l’adeguamento, richiesto di necessità, al ruolo, socialmente codificato, di moglie e madre. Rachel introduce Evan nel fantastico ed emozionante mondo dei Drake: la madre, Gloria, divorziata (abbandonata dal marito), sempre sull’orlo di una crisi di nervi, dipendente da tabacco e alcool, regina del sopra le righe e del melodramma esistenziale, e Phil, fratello di Rachel, alle prese con un’adolescenza standard, né più bella né più brutta delle altre, e come ovvio ormonalmente ribelle.

  • Sarebbe facile stare lì a raccontarcela e divertirci a indicar col dito il buono e il cattivo. Rachel da una parte, Evan dall’altra (bastardo adultero), Gloria relegata a bruciare tra le fiamme della Geenna (girone infernale “Le Suocere Velenose”); e il povero “capitano” Shepard? Via, lo mettiamo tra i puri di cuore. Solo che in tutta questa kermesse abbiamo dimenticato un piccolo particolare: il punto di vista interno multiplo, che crea doppie, se non triple, letture di uno stesso avvenimento, che viene intepretato da più personaggi contemporaneamente. Così tutto si mescola: Evan non è soltanto un ragazzotto poco incline alle responsabilità ma un giovane dal cuore un po’ indurito dai travagli famigliari, alla continua, costante ricerca di miglioramento (si veda il desiderio di affermazione sul lavoro, anche grazie ad un’ipotetico diploma di laurea), vittima di un’educazione sbilanciata, perché solo paterna, forse troppo convenzionale, rigida, “militaresca”, che ha dato troppo peso non a quel che è ma a quel che la società vorrebbe che fosse. Rachel è giovane e promettente ma anche instabile e poco propensa all’analisi e alla comprensione: si veda il rapporto con il fratello Phil, che, malgrado l’età del ragazzo, non evolve in un paritario confronto tra giovani adulti, ma involve anzi, perché implode su se stesso sbilanciandosi via via o da una parte o dall’altra, in equilibrio instabile e condiviso tra una sorella maggiore eccessivamente compresa nel ruolo della “mammina premurosa” e un fratello adeolscente incapace di svincolarsi da quello del “piccolino di famiglia”. E via di seguito, passando da Gloria a Grace, con il “capitano” Shepard sempre in mezzo a far da parafulmine tra l’una e l’altra (e per altro non esente da colpe: prima fra tutte, l’aver trascinato per anni la moglie da una base miliare all’altra – instabilità di luoghi e affetti che forse, prima causa tra tutte, ha acuito, se non generato direttamente, le psicosi della povera Grace).

  • Cold Spring Harbor è il luogo delle promesse mancate, il luogo in cui l’uomo cessa di esistere come tale, sfibrato dallo sforzo e dalla fatica della ricerca. Un esempio su tutti, la guerra, o meglio il suo fantasma. Evan vorrebbe arruolarsi ma non può, a causa di un problema fisico, e cerca riscatto nello studio, temendo il momento in cui i reduci di guerra torneranno a casa, celebrati difensori della democrazia e della libertà. Shepard Senior nel corso della sua carriera militare, vuoi per scarse capacità vuoi a causa dei problemi di Grace, ha seguito il destino del nostro Tenente Drogo, alla ricerca di quei Tartari che non sono arrivati mai. Phil guarda con ammirazione il collega di lavoro, sguattero in un fast food di basso rango, che di punto in bianco assurge a rango di eroe patrio e vede finalmente riconosciuto il proprio valore, osannato dal pubblico in delirio e lacrime, alla vigilia della sua partenza per il fronte (e col senno di poi, chissà se sia mai tornato). E poi le donne: Rachel, da giovane, carina e promettente ragazza di città, si trasforma in una moglie un po’ sovrappeso, alienata dalla vita di famiglia e risucchiata nel gorgo di un matrimonio convenzionale e spento. Mary, che dopo un errore di gioventù, ricomincia a “studiare sodo” e forse ce la fa pure, ad emergere dalla palude, ma per contro, quale obolo, perde ciò che i giovani americani hanno sempre perso nel corso delle loro peregrinazioni lavorative: famiglia e affetti, sfilacciati tra figli dati in affido ai nonni, matrimoni plurimi, storielle sgangherate, bisettimanali o mensili, con uomini già impegnati.
Ritornando all’incipit della nostra questione, viene spontaneo domandarsi il perché, di tutto questo accanimento terapeutico. Se tutto è dato per perso, perché spenderci tanto tempo? Ma perché alla fine, ma proprio alla fine, Yates si dimostra per quello che è. Altro che cinico materialista. Vittima sì, ma di un inguaribile ottimismo. La SPERANZA, ecco cos’è che alimenta gli sforzi sovrumani di ogni personaggio di Cold Spring Harbor. Non sogni di gloria, per carità, ma la speranza del vivere quotidiano: quel vivere “un po’ meglio” che comprende un diploma di scuola superiore, un giorno senza alcool, le comodità moderne della lavatrice e della casa con un fazzoletto di giardino intorno; la condivisione della vita con gli affetti più cari, la salute, il riconoscimento sociale e professionale.

Phil prende defintivamente congedo da Cold Spring Harbor, e lo fa in un modo che ha assieme del poetico e del tragico. Prende congedo metaforicamente dalla parte più buia di se stesso e di Cold Spring Harbor: un attimo di inimità rubata, lo sguardo attraverso la tendina di cotone gualcito, falso simulacro di intimità familiare, che Phil, con coraggio, si fa forza a fissare per bene negli occhi.
Il ragazzo, dopo un’estate che porta con sé il profumo del romanzo di formazione, raccoglie armi e bagagli e parte per affrontare un altro anno di scuola. E’ bella, nella sua struggente malinconia, l’immagine del padre di Phil che, una volta affrrontata la fatica dell’acquisto dei vestiti (economici, altro che giacche di tweed) per la scuola, abbandona il ragazzo in un bar, così su due piedi, e Phil è costretto a correre, confidando solo su se stesso, per raggiungere la stazione e arrivare al treno.

E’ il giovane Phil, un altro ragazzo che “diventerà uomo”, come il piccolo tra le braccia di Rachel, ad avere racchiuso in sé il seme della giovinezza e del riscatto. Un seme piccolo, minuscolo, che Yates in qualche modo consegna anche, e soprattutto, ai suoi lettori.

(*) Nota a margine per la questione dei “virgolettati”. Ritorniamo sempre a JC Oates e al suo linguaggio in prestito, che diventa importantissimo strumento di metatesto (i piccoli che scimmiottano i grandi, cercando di utilizzare le stesse forme lessicali, e i grandi che imitano radio, televisione, cinema e carta stampata). Chapeau.  

Testo commissionato dall’associazione culturale di una piccola biblioteca di provincia quale base per un reading pubblico, estivo, in località turistica.

"Uccellino del paradiso", di Joice C. Oates

More about Uccellino del paradiso I bambini di JCO sono, quasi sempre, bambini abusati. Prima nello spirito e poi, non di rado, anche nel corpo.
C’è questo rumore di fondo, continuo, sordo, martellante, di infanzia rubata, patita, sofferta. Ce l’hai nelle orecchie fin dall’inizio.

Le diciotto ruote degli autotreni che scorrono sull’interstatale – il rombo attutito dai vetri sporchi di un fast food per camionisti, che arriva a far da contrappunto al cuore in subbuglio, tachicardico, di un’adolescente spaurita, ostaggio del padre ubriaco, incastrata a forza nello spazio angusto di uno dei tavolini nascosti tra luridi separé;
il fracasso di motori e attrezzi all’interno di un’officina meccanica, lo stridio della sega elettrica nella ditta di costruzioni edili;
ma anche i colori dell’ardesia degli stabilimenti abbandonati – silenzio ritmico di una campagna incolta – osservati attraverso il finestrino della macchina dagli occhi chiari di una bambina silenziosa costretta ad ascoltare, suo malgrado (con quell’attenzione all’apparenza distaccata, ma ricettiva e costante tipica dell’infanzia) il delirio di un padre sconvolto e ubriaco; uno stream of consciousness alcolico, delirante, a senso unico, alla stregua di un’autoradio gracchiante;
lo scricchiolio della ghiaia sotto le ruote delle biciclette, lo sferragliare dei treni lungo i binari della stazione abbandonata, meta prediletta dei tossici e dei bulli di quartiere; e, sopra a tutto, il continuo, inesorabile borbottio del Black River.

Ogni tanto credi di averlo perso, questo brusio di sottofondo, ma poi quando meno te lo aspetti lo ritrovi, puntuale e ricalibrato – arte della scrittura e dell’immaginazione – nella complessità narrativa di un testo che fa dei rimandi uditivi il veicolo privilegiato per una comunicazione tra autore e lettore che risulta attiva, biunivoca e dirompente perché reale, concreta e, come al solito, iper-contestualizzata.

Krista Diehl è la figlia defraudata dell’adolescenza, vittima di riflesso, condannata non solo dall’ingiustizia subìta, oggettiva e perpetrata dagli organi che invece, quella giustizia, dovrebbero tutelarla e difenderla, ma anche dal biasimo e dalla meschinità della comunità locale e dal livore di una madre ferita nell’orgoglio, palesemente incapace di affrontare le responsabilità della vita adulta. E Krista Diehl tanto più risulta credibile nel ruolo quanto meno se ne mostra consapevole, di questa sua esistenza ai limiti della normalità.
Come se il suo provocatorio rivaleggiare a pallacanestro contro ragazze chiaramente più grandi e più prestanti di lei – che sistematicamente la lasciano a terra con gli arti dolenti per le botte e la pelle piena di lividi e graffi – fosse questione naturale da archiviare con un’alzata di spalle, catalogando il tutto con etichetta “quel che va fatto per crescere” (come vorrebbe il padre Eddy – per propria comodità o mera incapacità di analisi) e non, come appare evidente ad occhi adulti consapevoli, un tentativo inconscio di purificazione catartica – il veleno del dolore dell’animo risucchiato all’esterno, come la tossina del morso della vipera, attraverso le ferite (in qualche modo auto inflitte) del corpo.
Come se la sua ossessione verso Aaron Kruller non avesse quale significato e giustificazione intrinseca – come Krista stessa concluderà, al termine del romanzo – la ricerca disperata e vana del confronto con quelle figure maschili che, chi per un motivo (il padre), chi per l’altro (il fratello) hanno abbandonato vita e responsabilità familiari nel momento più critico.

Sicché, a differenza di altre giovani adolescenti complessate, così abili a mostrare e descrivere i propri stati d’animo, con acume e spirito critico lievemente in contrasto con l’età anagrafica denunciata dall’autore / autrice del romanzo di cui sono protagoniste indiscusse, Krista Diehl non fa mistero della sua totale ignoranza in materia.
Krista Diehl è un fastello di contraddizioni, un vulcano di emozioni che neppure lei, come è giusto che sia, sa spiegare e contenere.
Tant’è la presenza dei molti virgolettati e corsivi, nella parte del libro a lei dedicata, a riportare “parole da grandi” (come spesso succede nelle opere di JCO, si veda “Sorella mio unico amore”) di cui Krista non padroneggia il significato, limitandosi, pedissequamente, ad una ripetizione volutamente goffa e incerta.

Krista Diehl è bambina impaurita innamorata di un padre gigante, dalle mani grandi e forti, partito troppo presto per un luogo dal quale non è mai più tornato; è figlia negletta e dimenticata da una madre sconvolta, sepolta viva sotto l’onta del tradimento che trascina con sé, a valanga, il senso di colpa, il peso del fallimento, la riprovazione sociale.
E’ adolescente alle prime armi, donna acerba quotidianamente fuori posto negli abiti e nel corpo minuto, dalla fragilità intrinseca e disarmante.
Solo che di tutto questo, Krista Diehl, nella sua ingenuità di bambina non ancora cresciuta, non ha coscienza, semplicemente perché, come è giusto che sia, data l’età, non ha ancora fatto propri gli strumenti atti ad una lettura consapevole (e che verranno dopo, attraverso le esperienze della vita).
E’ il lettore, a cui la Oates affida il ruolo di osservatore critico attivo, e non di mero fruitore del testo, a dover applicarsi nella puntuale decodifica dei messaggi nascosti.
Il lavoro di rilettura più difficile deve essere operato sulla figura di Eddy Diehl, il padre fedifrago, reo confesso dell’accusa di tradimento coniugale, il crimine più vergognoso che l’Uomo Perbene possa compiere all’interno del microcosmo della comunità sociale di appartenenza.
Lui, il WASP, l’americano medio: menomato reduce di una Guerra Giusta (una leggerissima zoppia, in realtà, caricata di un significato più grande di quanto effettivamente dovrebbe avere, particolare non da sottovalutare); onesto cittadino e lavoratore responsabile – ricordiamo in proposito l’orgoglio della moglie di fronte alla targa dozzinale, in simil-legno, appesa alla porta dell’ufficetto prefabbricato, che dimostra l’ascesa sociale del marito passato dal lavoro manuale di falegname a quello, di concetto, del capo cantiere; cappellino da baseball, lattine di birra e SuperBowl.
La Oates lascia in sospeso il giudizio univoco sull’uomo per stemperarlo in decine di complesse microanalisi, tante quanti sono gli occhi di chi lo osserva e di chi ha a che fare con lui nel corso del vivere quotidiano; di chi, come naturale, conserva ed esalta gli aspetti buoni, coerenti con il proprio vissuto, e rigetta, in un meccanismo inconscio di autodifesa e negazione, ciò che di stridente e difficile permea il carattere dell’individuo con cui, di volta in volta, si pone in raffronto.
Per Krista e Ben, Eddy Diehl è padre amorevole, forte figura di riferimento; ma è anche, ci dice Krista in un soffio, giusto qualche frase seminata qua e là, briciole di Pollicino che sta a noi raccogliere, un uomo rude, poco incline alla comprensione e all’empatia; un padre padrone (ed è proprio qui, che JCO insinua il sospetto) che a volte emana un sentore di birra neppure così vago e che, in certi momenti, per altro abbastanza frequenti, non permette né accetta il contraddittorio e men che meno le “domande scomode” (la guerra, la menomazione alla gamba, l’intimità del corpo, la morte).
Per Lucille, casalinga orgogliosa dedita all’educazione dei figli e al mantenimento della casa, Eddy è Marito e Padre Ideale, testimonianza vivente di un successo sociale a lungo cercato e finalmente conquistato. Che importano – relegate in un angolo della memoria cosciente – tutte quelle assenze ingiustificate, il puzzo di alcool, l’indifferenza verso il corpo della moglie?
Per i parenti, Eddy Diehl, un bell’uomo dall’aspetto massiccio e rassicurante, possiede un carattere forte, vigoroso, da vero leader.
Per la famiglia Kruller e per alcuni conoscenti, è soltanto una “testa calda” da cui stare lontani.

La questione è che tutte noi, in qualche modo misterioso che ha del poetico, nonostante la violenza, lo squallore e la povertà, siamo piccoli uccellini del Paradiso.
Lo è Krista, nella sua ingenuità di bambina tradita.
Lo è Lucille, nella sua perfetta ignoranza del mondo, persa, morta e sepolta, nella vana ricerca di un American Dream idealizzato e impossibile da recuperare, semplicemente perché mai esistito.
E lo anche, e soprattutto, Zoe Kruller, cosce e seni torniti in un corpo minuto e sensuale, messa in piega e permanente dorata, talento, energia e brama di esistere.

Uccellini del Paradiso da cullare e proteggere – e, nel caso, da lasciare andare, aprendo le mani verso il cielo senza rimpianto alcuno. 

"Lolita", di Vladimir Nabokov

More about Lolita Di Dolly devi leggerne in un solo boccone – a disposizione, un lungo week end d’estate, una sdraio a bordo piscina (specchio di acqua azzurra alla maniera ballardiana), noia e afa in pari grado.
Quindi, concludendo (siamo già alle conclusioni?), noi che “Lolita” ce lo stiamo snocciolando – udite udite – da ben un mese, inchiodati alla fermata del tram (massima 0, minima -3), diciamo che l’incompiutezza della lettura sbagliata ce la siamo proprio servita su un piatto d’argento.
La questione è anche l’ermeticità del testo che di certo non favorisce l’arbitraria vivisezione dei paragrafi, a meno di non volersi trovare invischiati in questioni pregnanti di così denso significato del tipo “ma cosa sto leggendo”.
Detto questo, poco altro da aggiungere, ché l’audience si divide in due:
  1. chi ci prova e poi abbandona, perso tra i rimandi letterari pantagruelici di un autore prolifico e dottissimo, e lievemente (lievemente?) irritato dalla figura Humbertesca del vecchioporco (si può dire, vecchioporco? Ma sì, e pure un po’ depravato, a ben guardare) maschilista, egocentrico e (ovviamente) psicopatico;
  2. e chi invece ci si mette per puntiglio, e con sforzo mnemonico notevole e impegno di notti insonni affronta un qualcosa che, Humbert a parte (ma si può, diciamo, mettere Humbert a parte?) sa di thriller Simenoniano – per la serie, sta’ certo, amico, ti porto alla fine del libro, ti dò la mia parola: vedrai la luce in fondo al tunnel; MA, solo quando lo dirò io. Ovvero, lentezza esasperante in caligine di capoversi inutili, meravigliosi, densi di lettere e di romanzo Europeo, inframmezzati da brevi episodi veloci e sporadici di importanza fondamentale per lo sviluppo della trama); e riesce a districarsi, fachiro dilettante su letto di chiodi roventi, liberandosi da una trama quasi scontata alla ricerca di un significato di metatesto nascosto tra le righe fitte di una scrittura che affrontarla con leggerezza sarebbe peccato da pagare alla maniera dantesca, per contrappasso.
Ora, non so se l’avete capito dalle parentesi, ma pare che questa Dolly, più che offrirci risposte, ci ponga di fronte a quesiti che di facile soluzione hanno soltanto la parvenza:
  • metodologia & analisi del testo: inutile approcciare l’opera via lettura veloce, ti perdi metà delle dotterie Nabokoviane e non ci capisci gran che. La lettura lenta è tuttavia rischiosa, foriera di risultati dubbi (vedi sopra, memoria labile e difficoltà con rimandi e parallelismi), ma ha a suo vantaggio la conservazione del ritmo narrativo (suddivisione tra prima e seconda parte, e soprattutto questione paragrafi)
  • tematiche: ondeggiamo come giovani adolescenti (!) in altalena, gambe al vento riso facile e dubbi amletici, tra il testo così com’è scritto – malata ossessione di un uomo maturo per minorenni vergini (vergini?) e implumi – e le sottotematiche che un po’ ci sono, ma forse anche un po’ no (che dire, vogliamo trovare una giustificazione, per questo Humbert? Ma si, parliamo di percorsi di lettura, parliamo di erudizione, parliamo di tematiche, parliamo di società, parliamo di Anni Cinquanta), che forse sono evidenti, ovvio, ma anche solo immaginate da un lettore avido di significati.
Insomma, se ancora non lo si è capito, il consiglio è: prendetela come viene. (Concordiamo con voi: questo post su “Lolita” è utilissimo). Fruizione libera del testo. Trattatelo come un’isola del tesoro, spalancando gli occhi dalla sorpresa e dall’ammirazione di fronte ad un’aggettivazione superba e inusuale, alla citazione erudita, alla tradizione del romanzo europeo in tutta la sua sfolgorante ricercatezza di dialoghi, rimandi, accenni, digressioni, paesaggi, descrizioni, personaggi, caratterizzazioni.
In redazione ne stavamo parlando, di questa trama ballerina di significati (pseudo)nascosti. Cosa dire, occorre forse contestualizzare la questione. Nabokov e la sua “alterità”, il suo essere poeta in esilio. La questione degli autori che “non stanno bene da nessuna parte”, vedi l’Irene, sempre straniera pure a casa sua. La questione del viaggio.

Il suo appartenere, suo malgrado, al boom americano degli Anni 50, con i suoi colori pastello, i frigoriferi cromati, le auto d’epoca, i gelati al gusto di sciroppo chimico, le Università prestigiose e i giovani in pullover e libri stretti al petto e code di cavallo ben legate sopra la nuca, le sigarette, l’alcool, le nuove professioni della pubblicità e delle arti creative. 
Oh, come ci fanno pensare, tutti questi piccoli, innocui luccichii. A cosa? A Yates, senza dubbio, uno specchio magico di un Harry Potter ante litteram, polla scura e insondabile di controfavole a bella posta dimenticate: l’alcool e le sigarette dei Wheelers o la psichiatria spiccia di “Disturbo della quiete pubblica”, per dirne solo alcuni. Carver e i suoi corti fulminanti.
Tra un caffè e l’altro è venuta fuori pure “Olive Kitteridge” (Elisabeth Strout, Fazi 2009). Per la serie, ecco da dove veniva, leggendola, quel nostro déjàvu di cose già sentite e già viste.

"Tangenziali – due viandanti ai bordi della città", di Gianni Biondillo, Michele Monina

More about Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città Allora. Per parlarvi di “Tangenziali” iniziamo da qui: dal “Parco dei Mostri” di Bomarzo (ma a noi piace di più quando se ne parla come del “Sacro Bosco di Bomarzo”).
E’ l’immagine tra le tante suggerite dallo scrittore-architetto Gianni Biondillo che più ci ha colpito, per intensità e significato. Del perché, verrà in seguito.

L’approccio a “Tangenziali” non può prescindere neppure da un altro strumento, da noi utilizzato di rado, ovverosia quello della citazione. Faremo i bravi questa volta, e ci proveremo, con le dovute attenzioni, perché scrittura, arte visiva, udito e memoria sono un tutt’uno nell’analisi di questo testo che è racconto di viaggio, ma anche letteratura, trattato, saggistica. Ovvero, Psicogeografia.

Nel particolare, parliamo della Tangenziale di Milano – no, meglio, dellE Tangenziali, che poi, alla fine, non si capisce neanche quante siano, e SE esistano davvero. Aggiungiamo due individui dall’aspetto inquietante (un architetto che fa lo scrittore e uno scrittore a metà strada tra la musica e le lettere), il caldo torrido dell’estate milanese e una macchina fotografica, ed eccoci qui. Tutto, rigorosamente, a piedi, per un controcanto a due e pitture macchiaiole di mondi, e microcosmi.

Per darvi un’idea della questione, iniziamo da pagina 41 (M Monina), con il paragrafo illuminante sulla psicogeografia e il nostro caro Ballard come precursore per metodo e analisi: “isolamento umano”, “rapporto con le macchine”, “alienazione”, “condomini come metafora della società, autostrade come metafora della vita, aeroporti come non luoghi” e “topos del non-luogo”.

Verrebbe da sconsigliare la lettura ai Non – Milanesi. E forse è d’uopo. Non per questioni di mero orgoglio meneghino o di presunte superiorità regionali, ma giusto appunto per quello che M Monina ci racconta a pag 177, riferendosi all’approccio letterario di G Biondillo: “le sue pagine trasuderanno amore per questa città molto piu’ che le mie” – “e nelle pagine in cui ci sarà odio “riuscirà a essere più incisivo di me”; “un conto è odiare un posto dove sei andato da grande, un conto la città che ha visto da vicino i tuoi primi passi, ma anche le tue prime cadute”.

E di rimando G Biondillo, a pag 157: “Milano si è ubriacata di happy hour, di mondanità, si è (piccolo) imborghesita, ha perduto il suo cuore (…) ha dimenticato di essere centro critico, poetico, artistico, e non solo mondano e modaiolo” – che poi riprende il discorso a pag 208 con il “quando è scomparsa Milano” e la breve dissertazione sulla “provincialità della grande firma”.

Vogliamo dire, è questione di comprensione del testo.
La dissertazione sulle ciminiere di Sesto San Giovanni, che avevano tutte i nomi di divinità greche (pag 42). Se non le hai viste alla luce di un tramonto di settembre, quelle ciminiere – o almeno, quelle superstiti – non è che puoi solo così, immaginartele.
Allo stesso modo, non puoi dipingere nei suoi tratti peculiari Via Corelli e la lunga odissea quotidiana verso Palazzo Niemeyer (un viaggio della speranza attraverso il freddo, la neve e l’ignoto – per non parlare del sole torrido di certi micidiali pomeriggi di luglio inoltrato, raggi di luce accecante che ti si piantano negli occhi, bastardi fino in fondo perché scivolano sotto le alette parasole e ti beccano proprio in fondo alla pupilla, moltiplicati a mille grazie alle particelle di polvere depositate sul parabrezza), se sei completamente digiuno dell’argomento (pag. 70, M Monina).

Per non parlare della descrizione puntuale di alcuni (sempre G Biondillo, pag 205) “borghi storici” con “coerenza urbana” da esaltare nella “loro unicità”. E poi la Bicocca (pag 233, “milanese molto più di altro”) e Santa Giulia (pag 155). E il Parco della Balossa (che ci fa sorridere, perché ci ricorda nonni e lingue perdute: pag 270, “intima ironia del dire dialettale – quella ironia perduta dai parlanti menghini (Baloss – furbo ma anche coglione)”
Perché tutto questo. Per la sacralità della domus, che a noi latini ci rimane un po’ nel sangue, anche a non volerlo. Ecco il perché del “Sacro Bosco di Bomarzo” che ci ha fatto tanto riflettere. Non lo spieghiamo, lo lasciamo all’arte di G Biondillo, noi non sapremmo davvero fare di meglio.

“Leggere è sempre un percorso, spesso irto, difficoltoso. ci sono libri ai quali mi sono avvicinato dopo un  lungo allenamento. Vette strepitose, monti bianchi, o cordigliere della letteratura. Leggere Joice è come fare mille metri di dislivello al giorno per settimane. Occorre una preparazione fisica, una filosofia adatta per avvicinarsi a certe vette. non bisogna correre, non è mica uno sport , nessuno ti dà una medaglia se arrivi primo. bisogna ascoltare il proprio respiro, regolare il passo, essere ben attrezzati, sapere quando andare e quando fermarsi. viaggiare, fare escursioni, leggere, dunque, hanno la stessa finalità: sono discipline che stimolano percorsi interiori atti all’autocoscienza, riti iniziatici, scavi psicologici che utilizzano strumenti e strategie differenti ma non dissimili” (pag 202)

Le città mutano di contesto e di materiale, a dispetto dei nostri desideri (“caducità dei punti di riferimento”, pag. 79); alcuni luoghi si trasformano, divengono inabitabili, atti ad ospitare potergeist e vecchi spiriti maligni (la casa inabitabile, pag 105). Eppure Milano è sempre Milano, è ciò che la rende tale sono la terra a margine (“il territorio disprezzato, pag 128), le case popolari (pag 263), i quartieri dormitorio, la natura manipolata dall’uomo e per l’uomo (la questione del landscape – “santo, madonna o condottiero” pag. 158). Alla ricerca di una verità sempre perduta e ritrovata, e poi dimenticata di nuovo in un circolo continuo di rimandi, ricordi, ed… epifanie: “il varco della tangenziale, e l’epifania perduta, “la verità troppo rumorosa, troppo caotica, troppo oltreumana” (G Biondillo, pag 271).

E poi, come non amarli, questi due viaggiatori del nostro tempo, che cinguettano a piene corde vocali sulle ragazze milanesi e su quella loro “tradizione tutta meneghina dell’humanitas borromaica” (G Biondillo). Adulatori maliziosi, ci hanno conquistato senza fatica, a pagina 56, perché noi ragazze di Città abbiamo il cuore perso, e facile all’emozione.

Consigli per la lettura numero 3: “Yo-oh-oh e una bottiglia di rum”. Parte seconda.

Allora. Con “L’isola del tesoro” ci cresci. Con “La vera storia del pirata Long John Silver”, ci rifletti sopra. Con “Moby Dick”, prima ci cresci (sudandoci sopra, sempre se riesci a finirlo alla prima lettura, questione non scontata), poi, a seconda lettura, a decenni di distanza, ti perdi via con l’illuminazione esistenziale. L’ “Odissea” ti trascina in uno zibaldone di questioni irrisolte, dalla filologia classica alla filosofia arcaica.
Se poi ci aggiungi anche “Robinson Crusoe”, fino ad arrivare al Tom Hanks di “Cast away”, allora non puoi più uscirne.
Con “Il canto dell’equipaggio” (Pierre Mac Orlan, 1996 Sellerio – curatore Ispano Roventi *) scopri qualcosa che ti pareva di aver perduto per sempre (e della perdita, non è che proprio te ne fossi reso così conto, così come un profumo che ricordi di aver dimenticato solo quando lo senti di nuovo).

E’ il trionfo della narrazione ipnotica, di ritmo metrico, una storia di mistero e avventura raccontata così come ce le raccontavano da bambini, con tutti i topoi al loro posto.
  • La presentazione dei personaggi, che giacciono languidi in uno stato di calma apparente ed equilibrio instabile: il buono, il cattivo, l’approfittatore, il tontolone di turno, le spalle comiche e tragiche, le donne scaltre e, a far da contrappunto, le servette sciocchine tutte moine e sorrisi – a noi sono venute in mente le tre sorelle fatte in serie della Bella e La Bestia Disneyana, le ragazze della taverna, intendiamo, quelle del “quantoèbravoGaston/quantoèfurboGaston”;
  • il ritrovamento della mappa e, di seguito, l’introduzione del meraviglioso e del fantastico;
  • la preparazione del Viaggio (le vele, l’equipaggio – il capitano dalla barba rossa, l’uomo senza un braccio o con una benda all’occhio, il mozzo di colore, il “cerusico”);
  • le pietre preziose come merce di scambio, i pugnali e le pistole di contrabbando;
  • gli eden tropicali perduti, terre dai colori sgargianti popolate da animali fantastici e uccelli dal piumaggio dorato, iante ricche di frutti maturi, golosi, e forieri di morte e veleno. Ad uso e consumo del pubblico over 18, gli accenni alle femmine procaci, vestite di nulla, la pelle ambrata dal sole e dal mare; gli aromi intensi dei tabacchi profumati e i giardini di palme ombrose, nascosti tra mura arroventate dal sole dei tropici; descrizioni senza luogo e soprattutto senza tempo, in cui la Storia del mondo (ricordiamo, siamo nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale) non va certo di pari passo con il tempo del romanzo, che ci riporta semmai indietro, a secoli precedenti, come se il Tempo, quello vero, tornasse e refluisse in un pensiero di intima circolarità;
  • e poi, ovviamente, l’Avventura. Con la A maiuscola. Quella immaginata, tracciata a pennarello rosso su fogli di carta a quadretti che la mamma ci aveva bruciato ai bordi, coi fiammiferi della cucina.
E last but not least la lingua, l’argot più profondo e misterioso, proprio quello che usavamo da bambini, quel linguaggio tutto nostro creato ad arte con l’amico del cuore e di avventure, un patto di sangue vòlto ad escludere, a priori, chi del nostro gruppo di pirati non faceva parte.

Vi consigliamo, a fine lettura, il bellissimo saggio che funge da prefazione: “La canzone dell’avventura” di Ispano Roventi. Non abbiamo veramente nulla da aggiungere.

– “L’isola del tesoro”, Robert L Stevenson, 2009 BUR
– “La vera storia del pirata Long John Silver”, Bjorn Larsson, 1998 Iperborea
– “Moby Dick”, H Melville, 2004 Mondadori
– “Robinson Crusoe”, D Defoe, 2003 Mondadori


* NB: purtroppo l’immagine della copertina di “Il canto dell’equipaggio” non è disponibile su Anobii. Siccome siamo un po’ ligi con i copyrights, non la peschiamo da altre fonti non accreditate.

"Operaie", di Leslie T. Chang (*)

More about Operaie Se con l’amato Rampini affronti un mondo di cifre, numeri, dati tecnici e testimonianze da puro reportage giornalistico (e del Rampini, una volta iniziato, non ne puoi più fare a meno) qui sei nel regno della meraviglia, nel senso più classico del “tutto è possibile”.
E’ un approccio alla Storia che rivela origini e background culturale dell’autrice, che, seppure nata e cresciuta in USA, accoglie in sé (forse senza nemmeno rivelarlo a se stessa) radici e stili letterari propri di un mondo orientale a noi sconosciuto.
La bibliografia, estremamente curata nei dettagli e l’attenzione all’accuratezza delle fonti, tipica dell’inchiesta giornalistica propriamente detta, vanno di pari passo al racconto del magico e della tradizione: il culto per gli antenati, i riti di passaggio – nascita, matrimonio, morte – ancora così vivi nell’ambiente rurale; il ritmo delle stagioni; la vita in comunità, nel villaggio – una quotidianità fatta ancora di stenti, povertà e commistione promiscua di famiglie, parenti, bambini e animali domestici, tutti radunati sotto lo stesso tetto, a condividere un’abitazione fatiscente priva di riscaldamento, acqua calda ed elettricità, e l’incertezza del domani. Commistione ed esperienze a cui l’autrice non si sottrae ma che, anzi, fa proprie attraverso un percorso di immedesimazione e fascinazione sempre più profonda (e per certi versi, inconsapevole) che la porterà alla fine al recupero della propria storia personale.
Partendo dall’esperienza personale (la sua, e quella delle migranti) l’autrice fa propria la visione storica, tutta orientale, del tutto per la parte: l’esperienza individuale, con il trascorrere del Tempo e delle generazioni, perde il suo carattere di unicità e si fa Storia ed espressione non più del singolo individuo, ma di un popolo intero.
Curiosamente, ed è qui forse, l’esempio più evidente di quell’inconsapevolezza di cui parlavamo più sopra, proprio quella mancanza di individualità che l’autrice lamentava nel corso delle sue interviste alla famiglia di origine è ciò che rimane a noi lettori, a conclusione del reportage.
Le storie di Chumming e Min, abbandonate le particolarità intrinseche tipiche del racconto di esperienze individuali, assurgono a Storia del migrante, attraverso i tempi, i modi e le generazioni. La famiglia dell’autrice, vittima delle rivoluzioni, delle epurazioni, della sventura e dell’esilio, non racconta più soltanto la storia di individui specifici, ma la Storia di tutto il popolo cinese.
Il libro delle genealogie, con i suoi dati scarni e vergati a fatica, è testimone di un processo storico impensabile ai nostri occhi occidentali: il respiro di una civiltà millenaria in continua trasformazione; il tutto in parte, il ritorno all’unità Storica attraverso la parcellizzazione del reale.  

(*) Anche noi partecipiamo alla campagna NastroRosa per la prevenzione del tumore al seno!

"La vita di Irène Némirovsky", di Di Patrick Lienhardt, Olivier Philipponnat. Consigli di lettura: una biografia "pubblica"

More about La vita di Irène Némirovsky

Abbiamo fatto i compiti quest’estate. Diligenti, abbiamo preso dallo scaffale la biografia dell’Irene, l’abbiamo messa in valigia e ce la siamo letta tutta, da cima a fondo, seduti comodi sul tavolino in terrazza, un matita dell’Ikea in mano e la tisana digestiva nell’altra, ché di sera, sui monti, scende l’umido.
Twitterando: dedicato a chi ha tempo da perdere – in una delle applicazioni più rognose che esistano quando si parla di fruizione consapevole del testo: lettura lenta & continua, seppur frazionata tentando di destreggiar se stessi tra rimandi, note a piè pagina, virgolettati, bibliografia. Ma ce la si può fare, se sospinti dal desiderio di dover, per forza e per orgoglio, capirne un po’ di più, di questa Irene.
Abbiamo letto in giro di come si sia storto un po’ il naso, di fronte ad un’analisi che privilegi, come in questo caso, l’aspetto letterario – pubblico verrebbe da dire – piuttosto che quello personale, privato, intimo.
Quando una lettura delude le aspettative ci capita, talvolta, di ripensare al “cosa sarebbe successo se”. Abbiamo tentato il passatempo anche questa volta, per vedere se, davvero, l’approccio all’Irene avrebbe potuto essere diverso.
Ne abbiamo convenuto che, ma anche no.
Intendiamoci.
Dal punto di vista contenutistico ne sarebbe venuto fuori un gran pasticcio, certo un po’ più fruibile rispetto alla mera cronaca, tra testimonianze (poche) di vita privata e inevitabile ricostruzione pseudo-romanzata, il tutto inframmezzato dalle note a piè pagina, che sarebbero rimaste ad ergersi quale unico baluardo (indifeso, perché non più supportato dall’utilizzo delle fonti) di testimonianza storica oramai relegata al ruolo di “se hai voglia leggi qui, ma anche no”.
L’Irene non era abbastanza famosa, nemmeno quel tanto che sarebbe bastato perché qualcuno si prendesse la briga di scriverne, in vita.
E nessuno avrebbe potuto testimoniare per lei, tra i parenti: né gli zii dispersi in Russia, né le figlie, che di lei serbano un ricordo di bambine, né la madre, né le rare amicizie. La testimonianza diretta avrebbe lasciato il posto a fatti romanzati, di natura incerta e validità storiografica di dubbia qualità.
La scelta degli autori ci è parsa la più autentica possibile.
Primo, perché ci restituisce un po’ di umiltà perduta. Pensare alla biografia dell’Irene come alla narrazione più o meno romanzata di un talento letterario in fuga dal Nazismo sarebbe stato, ancora una volta, dare adito a quel sentimento di orgoglio che spesso ci spinge a credere che l’unico atteggiamento consono per un lettore moderno sia la dominazione del testo. L’atteggiamento voyeuristico avrebbe fatto presa, ma non era questo l’approccio e soprattutto non era questo il fine.
L’analisi “paleografica” inoltre era l’unico sistema, in mancanza di testimonianze dirette, per identificare e porre in corretta luce tutta una serie di tematiche la cui omissione avrebbe, oltre che svalutato l’opera, anche creato alcuni problemi di interpretazione: l’analisi della stampa dell’epoca, i quotidiani, i settimanali, il romanzo a puntate, i rapporti tra editoria e politica e via di seguito.
L’approccio voyeuristico avrebbe magari dato più riscontro in termini di gradimento, ma avrebbe offerto un’immagine della scrittrice totalmente avulsa dal reale.
Irène Némirovsky non ha avuto una vita particolare, o più particolare di altre – certo, denaro a parte.
Il sensazionalismo non era di casa, presso la famiglia Epstein. Il rapporto con la madre, “solo” una famiglia difficile, come ce ne sono tante altre e come ce ne saranno.
Dipingere un “caso Irene” avrebbe avuto come risultato la mera e sterile creazione di un personaggio fittizio, da gran teatro, che nulla avrebbe avuto a che fare con quella figura di donna oramai così familiare ai nostri occhi: una donna minuta, né bella né brutta, affetta da una grave miopia, amante della vita tranquilla, della propria casa, dei propri affetti.
Ed è proprio questo spirito di tranquilla normalità, che affiora senza indugi, in ogni pagina, in ogni nota, ad offrire la chiave di lettura più autentica: una donna come tante, che ha saputo, grazie al talento, trasformare la sua vita nella vita di molti altri. 

"I cani e i lupi", di Irene Némirovsky

More about I cani e i lupi Che dire. A noi è piaciuto Harry. Si si, proprio lui, così bello, elegante, quasi fosse un divo del cinema. Le mani delicate, lisce e così poco avvezze al lavoro manuale. Un first name così lontano dalle tradizioni familiari che più lontano non si può. Lo sguardo sdegnoso e snob, i vestiti di alta sartoria, i precettori più eruditi, l’educazione internazionale.
Eppure i capelli portati stretti, tirati all’indietro grazie a generose spalmate quotidiane di brillantina, nascondono un segreto. Sono capelli da ebreo di Kiev, scuri, forti, ricci, indomabili. E il tremito delle mani, di quelle mani da gran signore. E gli occhi, fiammeggianti di passione.
Da rifletterci, su questo Harry, specchio e parodia di tutti i tempi, e sul suo alter ego Ben. E sull’errore di entrambi: l’uno, che rinnega per imprinting materno, per convenzione, perché è così che si fa. L’altro, che piuttosto di arretrare – fosse anche solo di un millimetro – sacrifica senza alcuna esitazione vita, amori, denaro, affetti.
In entrambi i casi, medesima pena: l’infelicità eterna.
Le ultime pagine, con la descrizione del parto di Ada, sono veramente significative.
Quando affronteremo la biografia, ne sapremo un po’ di più, anche considerando la cronologia delle opere. Abbiamo però avuto l’impressione di tornare in parte (viste anche le tematiche) a “Un bambino prodigio“.
Per essere precisi, ci è tornata alla mente la questione della tappezzeria della camera.
Come se, all’Irene, il professore di Scrittura Creativa avesse dato il compito a casa: descrivere, in meno di una pagina, la tappezzeria che decora una camera da letto di una nobile residenza estiva – Russia pre-rivoluzionaria. Avevamo già analizzato il risultato.
Ecco, qui ci sembra che sia stato applicato lo stesso metodo: partendo da canovaccio noto (difficile relazione sentimentale tra due personaggi contemporanei ma separati da classe sociale, censo, situazione storica e politica, religione) sviluppare intreccio, trama, psicologia personaggi, ambientazione.
Da rifletterci confrontando l’approccio dell’Irene con la scrittura di oggi, questione su cui ci eravamo già soffermati parlando di “Due”. Talento a parte, forse la questione deriva da qualcosa di più profondo.
La società dell’epoca – in special modo quella femminile – era votata, piuttosto che all’espressione di se stessa, all’osservazione silenziosa, al ricordo, alla trasmissione della cultura orale e delle tradizioni. La continua osservazione della realtà circostante, nutrita dal silenzio imposto per ruolo e censo, aveva, tra i tanti, oggettivi svantaggi, il merito di sviluppare occhio, istinto e acume – oltre che spirito creativo e artistico.
Forse, se parte della letteratura contemporanea, per assolvere al medesimo compito affidato all’Irene al momento della stesura di “I cani e i lupi”, risolve il tutto portando in scena situazioni che non sono reali – o per lo meno realistiche, ovverosia contigue alle esperienze dell’autore, osservate, analizzate e poi rivisitate, ma solo fittizie (ricorrendo ad escamotage quali personaggi limite del patologico o a generi letterari come l’Urban Fantasy) ciò dipende in parte anche dalla ormai ridotta capacità di osservazione, verifica, introspezione, che in alcuni casi è stata sostituita da una marcata espressione individuale che talvolta privilegia il sé piuttosto che l’unità sè-tutto.
Ultima nota, onore alla traduzione.