"Cold Spring Harbor", di Richard Yates

More about Cold Spring Harbor “Casomai non ve ne foste accorti, tutti i miei libri parlano di una persona solitaria che cerca un modo per entrare in contatto con gli altri. E’ un po’ l’opposto del Sogno Americano: diventare tanto ricco da poterti tirare fuori dalla marmaglia, da tutta quella gente in autostrada, o, peggio, sull’autobus. No, il sogno è una grande casa, isolata in capo al mondo. Un attico, come quello di Howard Huges. Un castello in cima a una montagna, come quello di William Randolph Hearst. Un qualche nido isolato dove invitare solo la marmaglia che ti piace. Un ambiente controllabile, lontano dal conflitto e dal dolore. Dove sei tu a decidere. Che sia un ranch nel Montana o un appartamento in un seminterrato, con diecimila DVD e accesso a Internet a banda larga, non c’è eccezione: arriviamo lì, e ci ritroviamo soli. Isolati”.
Chuck Palahniuk, LA SCIMMIA PENSA, LA SCIMMIA FA, Ame 2011, pag. 9

L’ultimo Yates è buio e profondo; eppure, nonostante ciò, porta con sé tanta rabbia e tanta energia da lasciare perplessi. Riflessioni in ordine sparso.
  • Cold Spring Harbor è una polveriera di sentimenti inesplosi, malgrado l’aria tranquilla di sobborgo urbano, villette a schiera (lusso | medio lusso | popolare), drogherie, pub e strada statale. Niente di nuovo se non la provincia americana, con il suo sogno di emancipazione e ricchezza posticcia, in the middle of nowhere; la reclusione autoinflitta del cittadino medio in fuga dal caos della metropoli comprende, tra i vari optionals, abitazioni dall’odor di muffa, stanze dal soffitto basso separate da tramezzi di legno scadente, infissi scheggiati, tendine in cotone rosa pallido e smunto a difesa di una privacy inconcludente, vicini pettegoli e maligni. Abitazioni inframmezzate ai drive-in, lunghi edifici squadrati, insegne al neon, buio tra separè luridi e operai ubriachi. [E c’è qualcuno che ha imparato così bene la lezione di Yates, non tovate? (*)].

  • Per la serie “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”, e secondo l’assioma – Yates per cui “se non parli di famiglia di cos’altro parli”, i parenti-serpenti non mancano mai. Si parte da Evan Shepard, un James Dean de’ no’ artri, brutta copia dell’originale, quasi un Fonzie ante litteram depredato di ciuffo, senso dell’umorismo e happy days, bello da paura ma un po’ lento di comprendonio, che si innamora, giovanissimo, dell’ “impertinente” Mary, con cui concepisce una figlia e convola a giuste nozze riparatrici, a cui segue un divorzio altrettanto rapido. Evan, in viaggio con il padre, il “capitano” Shepard, brav’uomo, distinto, che da anni ha riunciato alla carriera militare e si è ritirato in pensione per accudire Grace, la moglie caduta vittima di gravi crisi depressive e alcolismo, per caso (che non è fortuito) incontra Rachel Drake, giovane ragazza bella e fragile, a metà strada tra l’emancipazione femminile incipiente e l’adeguamento, richiesto di necessità, al ruolo, socialmente codificato, di moglie e madre. Rachel introduce Evan nel fantastico ed emozionante mondo dei Drake: la madre, Gloria, divorziata (abbandonata dal marito), sempre sull’orlo di una crisi di nervi, dipendente da tabacco e alcool, regina del sopra le righe e del melodramma esistenziale, e Phil, fratello di Rachel, alle prese con un’adolescenza standard, né più bella né più brutta delle altre, e come ovvio ormonalmente ribelle.

  • Sarebbe facile stare lì a raccontarcela e divertirci a indicar col dito il buono e il cattivo. Rachel da una parte, Evan dall’altra (bastardo adultero), Gloria relegata a bruciare tra le fiamme della Geenna (girone infernale “Le Suocere Velenose”); e il povero “capitano” Shepard? Via, lo mettiamo tra i puri di cuore. Solo che in tutta questa kermesse abbiamo dimenticato un piccolo particolare: il punto di vista interno multiplo, che crea doppie, se non triple, letture di uno stesso avvenimento, che viene intepretato da più personaggi contemporaneamente. Così tutto si mescola: Evan non è soltanto un ragazzotto poco incline alle responsabilità ma un giovane dal cuore un po’ indurito dai travagli famigliari, alla continua, costante ricerca di miglioramento (si veda il desiderio di affermazione sul lavoro, anche grazie ad un’ipotetico diploma di laurea), vittima di un’educazione sbilanciata, perché solo paterna, forse troppo convenzionale, rigida, “militaresca”, che ha dato troppo peso non a quel che è ma a quel che la società vorrebbe che fosse. Rachel è giovane e promettente ma anche instabile e poco propensa all’analisi e alla comprensione: si veda il rapporto con il fratello Phil, che, malgrado l’età del ragazzo, non evolve in un paritario confronto tra giovani adulti, ma involve anzi, perché implode su se stesso sbilanciandosi via via o da una parte o dall’altra, in equilibrio instabile e condiviso tra una sorella maggiore eccessivamente compresa nel ruolo della “mammina premurosa” e un fratello adeolscente incapace di svincolarsi da quello del “piccolino di famiglia”. E via di seguito, passando da Gloria a Grace, con il “capitano” Shepard sempre in mezzo a far da parafulmine tra l’una e l’altra (e per altro non esente da colpe: prima fra tutte, l’aver trascinato per anni la moglie da una base miliare all’altra – instabilità di luoghi e affetti che forse, prima causa tra tutte, ha acuito, se non generato direttamente, le psicosi della povera Grace).

  • Cold Spring Harbor è il luogo delle promesse mancate, il luogo in cui l’uomo cessa di esistere come tale, sfibrato dallo sforzo e dalla fatica della ricerca. Un esempio su tutti, la guerra, o meglio il suo fantasma. Evan vorrebbe arruolarsi ma non può, a causa di un problema fisico, e cerca riscatto nello studio, temendo il momento in cui i reduci di guerra torneranno a casa, celebrati difensori della democrazia e della libertà. Shepard Senior nel corso della sua carriera militare, vuoi per scarse capacità vuoi a causa dei problemi di Grace, ha seguito il destino del nostro Tenente Drogo, alla ricerca di quei Tartari che non sono arrivati mai. Phil guarda con ammirazione il collega di lavoro, sguattero in un fast food di basso rango, che di punto in bianco assurge a rango di eroe patrio e vede finalmente riconosciuto il proprio valore, osannato dal pubblico in delirio e lacrime, alla vigilia della sua partenza per il fronte (e col senno di poi, chissà se sia mai tornato). E poi le donne: Rachel, da giovane, carina e promettente ragazza di città, si trasforma in una moglie un po’ sovrappeso, alienata dalla vita di famiglia e risucchiata nel gorgo di un matrimonio convenzionale e spento. Mary, che dopo un errore di gioventù, ricomincia a “studiare sodo” e forse ce la fa pure, ad emergere dalla palude, ma per contro, quale obolo, perde ciò che i giovani americani hanno sempre perso nel corso delle loro peregrinazioni lavorative: famiglia e affetti, sfilacciati tra figli dati in affido ai nonni, matrimoni plurimi, storielle sgangherate, bisettimanali o mensili, con uomini già impegnati.
Ritornando all’incipit della nostra questione, viene spontaneo domandarsi il perché, di tutto questo accanimento terapeutico. Se tutto è dato per perso, perché spenderci tanto tempo? Ma perché alla fine, ma proprio alla fine, Yates si dimostra per quello che è. Altro che cinico materialista. Vittima sì, ma di un inguaribile ottimismo. La SPERANZA, ecco cos’è che alimenta gli sforzi sovrumani di ogni personaggio di Cold Spring Harbor. Non sogni di gloria, per carità, ma la speranza del vivere quotidiano: quel vivere “un po’ meglio” che comprende un diploma di scuola superiore, un giorno senza alcool, le comodità moderne della lavatrice e della casa con un fazzoletto di giardino intorno; la condivisione della vita con gli affetti più cari, la salute, il riconoscimento sociale e professionale.

Phil prende defintivamente congedo da Cold Spring Harbor, e lo fa in un modo che ha assieme del poetico e del tragico. Prende congedo metaforicamente dalla parte più buia di se stesso e di Cold Spring Harbor: un attimo di inimità rubata, lo sguardo attraverso la tendina di cotone gualcito, falso simulacro di intimità familiare, che Phil, con coraggio, si fa forza a fissare per bene negli occhi.
Il ragazzo, dopo un’estate che porta con sé il profumo del romanzo di formazione, raccoglie armi e bagagli e parte per affrontare un altro anno di scuola. E’ bella, nella sua struggente malinconia, l’immagine del padre di Phil che, una volta affrrontata la fatica dell’acquisto dei vestiti (economici, altro che giacche di tweed) per la scuola, abbandona il ragazzo in un bar, così su due piedi, e Phil è costretto a correre, confidando solo su se stesso, per raggiungere la stazione e arrivare al treno.

E’ il giovane Phil, un altro ragazzo che “diventerà uomo”, come il piccolo tra le braccia di Rachel, ad avere racchiuso in sé il seme della giovinezza e del riscatto. Un seme piccolo, minuscolo, che Yates in qualche modo consegna anche, e soprattutto, ai suoi lettori.

(*) Nota a margine per la questione dei “virgolettati”. Ritorniamo sempre a JC Oates e al suo linguaggio in prestito, che diventa importantissimo strumento di metatesto (i piccoli che scimmiottano i grandi, cercando di utilizzare le stesse forme lessicali, e i grandi che imitano radio, televisione, cinema e carta stampata). Chapeau.  

Testo commissionato dall’associazione culturale di una piccola biblioteca di provincia quale base per un reading pubblico, estivo, in località turistica.

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