"Il castello dei Pirenei", di Jostein Gaarder

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Abbiamo preferito procrastinare di qualche giorno l’analisi critica di quest’ultimo J Gaarder, poiché, indubbiamente, è libro per cui di necessità dovrebbe ritenersi fondamentale una riflessione attenta, puntuale e anche, diremmo, quasi “cross-funzionale”, oltre che lievemente strutturata.

Cominciamo prima di tutto col definire il genere letterario a cui appartiene, o meglio, a cui vogliamo far appartenere quest’ultima fatica dello scrittore-professore Gaarder. E’ romanzo, opera di fantasia e immaginazione; ma è anche trattato, opera di divulgazione, saggio interdisciplinare, così come gran parte dei suoi scritti.

Si è detto molto, nelle rassegne stampa e sul web. Romanzo lento e dal sapore posticcio, stile piatto e di empatia quasi nulla, personaggi inverosimili e costruiti a tavolino. Trattato dal sapore eccessivamente divulgativo per alcuni; per altri, al contrario, pagine ridondanti di dissertazioni filosofico-scientifiche di difficile comprensione / fruizione per i lettori (la maggior parte) non avvezzi alla materia.

Affrontiamo prima di tutto la questione genere letterario, dalla quale siamo partiti. Affrontare questo tipo di analisi relativamente a quest’opera significa abbandonare in parte i preconcetti, tipici del genere “romanzo”, a cui per certi versi ci hanno abituato le ultime letture della medesima tipologia. Non ci troviamo di fronte ad una sceneggiatura da film e di ciò occorre, come dire, farsene una ragione. Questi personaggi riflettono molto e agiscono poco, anzi per nulla. Il romanzo non è racconto di avventura, azione, sentimento, passione alla stregua di best sellers internazionali – o di una loro trasposizione cinematografica da colossal Holliwoodiano. Anzi, probabilmente ci troviamo di fronte ad uno dei libri meno cinematografici degli ultimi anni.
Ecco il perché, in parte, di una delle maggiori critiche portate al volume. Il lettore medio ha per certi versi perduto quella capacità di fruire di un romanzo da lettura lenta e ponderata, all’interno del quale sia preponderante l’utilizzo del pensiero e dell’immaginazione piuttosto che quello dell’azione e della descrizione dettagliata (fisica soprattutto, e poi emozionale), di personaggi e atmosfere. 
Abbiamo bisogno, a tutt’oggi, di avere ben in evidenza le fattezze di un personaggio, per innamorarcene o per disprezzarlo. Ci occorre avere un’idea che risulti quanto meno vaga possibile del suo corpo, dei suoi capelli, del suo sguardo, di ciò che vive, e dove; di ciò che sente, e come. La nostra capacità immaginifica è, per certi versi, andata perduta.
Eppure, di esperimenti di questo tipo ne è piena la letteratura. Basti pensare ai Dolori del giovane Werther, oppure alla “copia italiana” opera di U. Foscolo (le ultime lettere di Jacopo Ortis). La tradizione dei romanzi epistolari è lunga e attraversa ogni cultura e ogni epoca. 
Forse qualcosa è andato perduto, e occorrerebbe recuperare qualche antica tradizione letteraria che potrebbe offrire, ancora, diversi e notevoli spunti di riflessione.

Abbandoniamo per un momento la questione genere e personaggi per passare ad una breve analisi sulla parte più specificatamente didattica. Quel che ci preme qui sottolineare non è tanto la validità o meno delle tematiche espresse, su cui ci permettiamo di sospendere il giudizio, quanto la tecnica espositiva, che rivela, tendenzialmente, un approccio perfettamente scientifico votato ad una completa “analisi e accettazione del dubbio”.
Le dissertazioni filosofiche di Steinn non hanno alcuna pretesa di verità insindacabile o di inequivocabile giudizio morale. Semplicemente, Steinn esprime con valida e congruente arte dialettica ciò di cui ha fatto tesoro ed esperienza nel corso di decenni di vita: studi, esperienze, affetti, delusioni.

Prova evidente di questa posizione di estremo dubbio e totale apertura allo scibile, non soltanto la sua riflessione in quanto tale (il sogno della navicella spaziale, per esempio) ma anche l’agitazione, la riflessione continua, l’irrequietezza con cui Steinn, a mano a mano, affronta la corrispondenza con la (ex)amata Solrun.

Se dovessimo consigliare una tematica di base, sottesa, o meglio una chiave di lettura attraverso la quale affrontare questo volume, consiglieremmo una riflessione attenta sulla “liberazione dal pregiudizio”.

Prima di tutto con valenza endogena: entrambi i personaggi, dopo un percorso di crescita e maturazione, che Gaarder non manca di esporre con coscienziosità di giudizio, si liberano (in parte) da tutte quelle sovrastrutture intime, mentali e fisiche che avevano così caratterizzato (e condannato) la loro giovinezza.
Gaarder ammette, candidamente verrebbe da sostenere, se non fosse che le ammissioni sono da ricercare tra i meandri della scrittura e della “cultura giovanile” che lo scrittore dipinge in maniera sottile e si direbbe quasi incurante – dicevamo Gaarder ammette l’immaturità di certe tesi e di certi atteggiamenti tipici, se vogliamo, di una certa età anagrafica ma anche di certi ambienti e di talune epoche storiche.

La chiusura mentale del giovane Steinn, che per un gioco di specchi, irritante e menzognero, si ritrova da una parte ad assaporare la libertà fisica, mentale, di giudizio e di azione (tipica spavalderia di giovane uomo agli albori dell’esistenza) e dall’altra a rifiutare categoricamente non soltanto una via alternativa, ma addirittura, gli individui che di questa via alternativa si fanno profeti.
In questo senso, non ha miglior fortuna Solrun, che, dopo un’esperienza sensoriale certamente di dubbia origine, converge ogni sua energia nella ricerca di una realtà immateriale intrisa sì di religione, ma anche di mistica ed esperienze parapsicologiche.

La difficoltà di approccio per noi sussiste invero anche a causa della nostra “visione esterna della problematica” (un tantino pregiudiziale, vien da dire).
Indubbiamente la cultura nordica, per certi versi molto simile a quella anglosassone, si distacca in parte dalla nostra per quanto riguarda vari aspetti tra cui, per esempio, la concezione della famiglia, della religione, della società, il rapporto con la natura e/o l’ambiente che ci circonda.
Fatichiamo a comprendere questi due personaggi che ai nostri occhi potrebbero rischiare di apparire solamente quali sciocchi post-adolescenti girovaghi e irresponsabili, alla ricerca di emozioni adrenaliniche estreme per sfuggire alla noia dell’esistenza (e alle responsabilità che derivano da una vita adulta: scuola, lavoro, famiglia): la vita in una caverna ad imitazione degli uomini primitivi, le fughe in lande desolate, organizzate all’ultimo minuto, prive di qualsivoglia meta e omogeneità strutturale, i “colpi di testa”, le distrazioni (fatali, verrebbe da dire).

Il rapporto intenso, quasi viscerale, con la natura, l’acqua, la terra, il cielo, i fenomeni atmosferici; relazione unica con la natura e l’ambiente tipica di popolazioni che da millenni debbono fare i conti, al nostro contrario, con una natura selvaggia e indomita; una relazione di assoluta reverenza che porta ad una compenetrazione profonda, di completo rispetto e venerazione, per l’universo circonda l’Uomo le lo compenetra.
Potemmo pensare che il libro di Gaarder sia poco riuscito proprio per questa sua mancanza di adattabilità al contesto globale. Indubbiamente è un libro di nicchia, di certo non corrispondente ai canoni estetici più in voga. Anche qui, credo che la tematica dello “scampato pregiudizio” sia l’unico mezzo per riappropriarsi di una propria identità, unica e inalienabile, di lettore consapevole.

Per quanto riguarda il capitolo finale (da molti indicato come posticcio e inconcludente):
vorremmo lasciare libera interpretazione, con un solo, marginale spunto di discussione. In tutta la vicenda, il marito di Solrund rappresenta in un certo senso l’uomo di mezzo. Colui che, avulso da un contesto prettamente accademico, di conoscenza approfondita di tematiche e materie, si accosta al mondo con l’innocenza tipica dell’Uomo e la sua ingenuità.

"Educazione siberiana", di Nicolaj Lilin

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Pareri contrastanti e fenomeno mediatico. Interviste, ospitate, tante parole. Peccato, ci viene da dire. Così ci si è rovinata la lettura, persa nell’idea secondo cui, PER FORZA, ce ne dobbiamo fare un’opinione. Quindi, morale della storia, o sei con lui, o sei contro di lui. Un fenomeno editoriale? Tante verità fittizie messe assieme così per caso? Uno spaccato di gioventù criminale con cui fare i conti? Chi lo sa.

Ad ogni modo, a noi questa Educazione Siberiana ha fatto venire in mente quelle vecchie storie che ascoltavamo quando eravamo ragazzi.
Quando, a scuola, la maestra invitava i nonni reduci della Seconda Guerra a parlare della prigione o dei bombardamenti, e noi li ascoltavamo in silenzio, un po’ intimiditi, seduti al banco con le braccia conserte. E ne uscivamo intorpiditi, con la mente invasa da immagini e colori e felicità e disperazioni, quando la mattina si era già fatta mezzogiorno e per una volta non ci eravamo resi conto del trascorrere del tempo.
Il ritmo narrativo è lo stesso, un tempo lungo, lunghissimo, antico, monotono e cantilenante, una storia nella storia, ogni accenno o digressione utile per un racconto parallelo che si intesse e si incastra nel precedente e nel successivo senza soluzione di continuità. (Astenersi chi cerca avventura e suspance alla maniera delle spyfictions made in USA).

Così erano le storie, quando ancora non c’era la televisione, a monopolizzare le nostre serate. Forse erano veritiere, forse un poco idealizzate; probabile, anzi, perché l’arte del ricordo è poesia soggettiva e di mutevole pensiero.
Eppure, erano queste storie a illuminare il nostro passato, a tenere la via libera dalla polvere della dimenticanza, quella strada sconnessa che congiunge il nostro passato – qualsiasi esso sia – con il nostro presente e con il futuro che verrà.

In questo senso non possiamo permetterci di definire questo ragazzo classe 1980 quale “erede di Saviano”. Tutto ci può stare, tranne che etichettare Educazione Siberiana come un libro documentario o un manifesto di denuncia. E’ semplicemente un ricordo, un rimembrare di tempi passati alla maniera dei vecchi cantastorie, inestimabili rappresentanti di tutte le culture e di tutti i tempi.

Con tutte le differenze del caso, viene da pensare che Educazione Siberiana sia un po’ il prodotto del nostro tempo alla stessa maniera in cui lo sono stati i versi dell’Iliade e dell’Odissea.

Lungi dall’essere considerate vicende reali, queste due opere monumentali venivano recitate e ascoltate in parte per il puro piacere della narrazione (di una potenza enorme, ipnotica e violenta, grazie all’uso dell’esametro: una metrica dotata di una purezza stilistica estrema, che dava alla narrazione quel ritmo lungo del respiro che ben si adattava alla recitazione, alla riflessione e alla meditazione, ma che, proprio per questa intima circolarità, offriva la possibilità di un distacco totale dall’analisi della forma a favore di una fruizione totale sul contenuto), ma anche – si diceva – quale testo didattico e di riflessione morale.

Le divinità dei poemi epici non sempre corrispondono alla nostra idea di Entità Soprannaturale: accanto a figure mitologiche di grande spessore morale, troviamo anche creature capricciose e vendicative, abituate ad ottenere tutto il richiesto senza porsi troppi problemi in fatto di etica e giustizia.

Allo stesso modo, non tutti i protagonisti (comprimari e no) dei poemi omerici sono cavalieri senza macchia e senza paura: ci si imbatte in animi malvagi, personaggi ambigui e bugiardi, assassini e mentitori di professione. E anche gli eroi veri sono Uomini a tutto tondo che sbagliano, soffrono, maturano e attraverso questo percorso di vita creano la propria strada e influenzano quella degli altri.

L’esempio offerto da questi uomini di valore (ricordiamo l’epiteto qualitativo che compete ad Odisseo: “colui che ha molto sofferto”, colui che ha molto sopportato: gli sbagli degli altri, le vendette umane e divine, ma anche le proprie debolezze interiori), ovverosia il rispetto che mostrano verso la propria terra, verso i propri vecchi, i progenitori e antenati, quello per le proprie donne, figli e famiglia, offre ai giovani un’autentica mimesi che travalica epoche e culture.
In questo senso i poemi omerici erano, per la gioventù, testi didattici e filosofici – oltre che, per altro, validi “manuali pratici” che insegnavano, in maniera semplice e tradizionale, le arti manuali delle armi, della pittura, della navigazione e della vita quotidiana.

Nessuno può contestare la violenza sanguinaria insita in Educazione Siberiana, o una visione a tratti parziale che tende, in certi punti, ad un velato tentativo di auto-giustificazione (tirando in causa assetti di geopolitica che meriterebbero un’analisi a parte). Occorre, crediamo, verificare il fine a cui tende tutto ciò e che travalica in parte il contenuto del testo.

Notevole l’idea della forma italiana del testo: è evidente l’operazione di editing (soprattutto per quanto riguarda forme complesse della lingua, quali consecutio e congiuntivi) che tuttavia non altera l’immediatezza di fondo e il trasparire di una visione semplice e imperfetta del vissuto quotidiano propria di un giovane poco più che adolescente. 

"Disturbo della quiete pubblica" – "Super Cannes", Richard Yates & G. J. Ballard

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Abbiamo accomunato Yates e Ballard perché ci interessava il connubio psichedelico alcool-droghe di sintesi. Eravamo curiosi di porre a confronto questo Yates cupo, segnato dal destino, ferito e disilluso dalla realtà – ma ancora ben radicato in essa – e uno degli ultimi Ballards, che, la realtà, la irride, la svirgola, la trasforma e la manipola fino a creare scenari di visoni metafisiche e surreali, in un delirio visionario di mondi da olocausto nucleare eppure, alla fine, così incredibilmente paralleli a quella realtà che, pareva, avesse abbandonato.
Curioso che due personalità eminenti della letteratura moderna, praticamente coetanei (1926 verso 1930) con molte esperienze simili a curriculum (vedi permanenza nell’esercito) siano arrivati a risultati analoghi utilizzando mezzi diametralmente opposti – ma c’è da dire che l’errore di lettura qui c’è: stiamo paragonando uno scritto degli anni 60 ad uno più giovane di circa 30 anni. Ce lo facciamo andare bene così, per il momento, e poi vedremo perché.
Per questo consiglio di lettura utilizziamo i “bullet points” perché vogliamo offrire soltanto qualche spunto di riflessione spot. A ciascuno poi, l’arte di rifletterci sopra in maniera articolata (e non strutturata, perché qui l’opzione non funziona, visto il gap temporale tra i due scritti).

– Porre a paragone John Wilder – Yates (JWy) e Paul Sinclair – Ballard (PSb). Riflettere sugli “stati di partenza”: affermazione sociale e professionale e successivo abbandono di una situazione di equilibrio, instabile e precario, ma pur sempre equilibrio, a favore di un’opzione totalmente destrutturata, totalmente avulsa dal contesto di partenza – sicurezza sociale, accettazione da parte della comunità, canoni prestabiliti. 
Definirne le motivazioni: per Jwy, desiderio di rivalsa, attitudine alla sfida, desiderio di emergere, aconvenzionalità rispetto alla realtà conosciuta, istinto (possiamo chiamarlo così) di sopravvivenza. Per PSb, passione amorosa, desiderio di compiacere, interesse verso nuove realtà alternative, una certa qual passività di animo e di sentimento.

Alcool e droga di sintesi. L’utilizzo di sostanze psicotrope per sopravvivere a realtà in continuo mutamento ed evoluzione, da cui è impossibile sottrarsi e, viceversa, sopportare. Curioso che Yates avesse già identificato, agli albori della psicanalisi, il potenziale distruttivo di antidepressivi e ansiolitici che sostituiscono i superalcolici e le sigarette (a questo proposito, possiamo anche tornare alla nostra Oates, vedi “Sorella, mio unico amore”). 
Gli antidolorifici da cui PSb si trova dipendente, i derivati dell’eroina assunti dalla giovane moglie in carriera, e le bottiglie di gin scolate di nascosto da Jwy, tracannate in solitudine, in bettole mefitiche e luride, giusto pochi attimi prima di partecipare alla riunione degli AA, ben poche differenze hanno tra loro.

– Le realtà alternative, sottoinsiemi rotondi e tracciati di rosso, gli uni dentro agli altri: per PSb, il complesso di Eden-Olympia, un paradiso perduto che sa tanto di Dante Alighieri, con i suoi gironi e le sue bolge infernali, per quanto edulcorati e trasmutati dall’aria condizionata e dalla brillantezza delle superfici vetrificate. 
Per Jwy, il centro di igiene mentale, luogo infernale di malattia, sudiciume, violenza, disprezzo, pazzia.

– La pazzia lucida (e qui torniamo al matto che parla, vedi Revolutionary Road, o al ricercatore Robert Kerans compagno di avventura del colonnello Riggs nel Mondo Sommerso). In parte, Jwy perde il senno si direbbe quasi consapevolmente. La pazzia non assume i contorni, ahimè più consistenti, di un delirio reale e drammatico, inevitabile e devastante, ma viene per certi versi ricontestualizzata ad arte per assomigliare sempre più ad una quasi consapevole – e teatrale – uscita di scena. 
L’alienazione mentale (fomentata sempre più spesso da alcool o sostanze) risulta l’unico mezzo, di rivalsa istintiva e senziente, attraverso cui chiamarsi fuori da una realtà sempre più estranea e incompatibile con la propria esistenza interiore. 
Ballard invece, nei suoi tratti visionari, va ancora oltre. In una società in cui nulla è più lasciato al caso, all’improvvisazione e all’istinto naturale, la psicopatia CONSAPEVOLE e guidata è l’unica via di uscita per conservare una SUPPOSTA lucidità di fondo che aiuti a sopravvivere nella realtà del quotidiano e del necessario. 

Interessantissimo confronto tra le parti: Yates, nella sua essenza di autore letterario fedele ad un realismo puro, scarnificato e incontrovertibile, definisce la fuga come unica via di uscita da una vita ormai priva di qualsivoglia significato intrinseco. Ballard, libero invece da ogni sovrastruttura letteraria di questo genere, si abbandona a una riedizione fantascientifica totalmente nuova e di violento impatto psicologico: l’analisi della realtà di oggi, che non è più necessario abbandonare, ma che è sufficiente de-compattare e poi ri-comprendere; l’Uomo, attraverso strumenti nuovi, totalmente scevri da qualunque etica e qualsiasi morale, non è più costretto ad un esilio volontario (e in parte salvifico). 
L’Uomo di Ballard, nel nome di nuovi, fecondi ideali solipsistici, può vivere appieno la sua Nuova Era.

– Sembra stupido ma… l’arte cinematografica & LA PISCINA. Dare un occhio alle ambientazioni. 
E’ inutile, Ballard rimarrà per sempre affascinato dalle sue visioni perfettamente surreali e abbacinanti. Da qualsiasi parte lo si legge, coordinate che sempre ritornano e che fa piacere ritrovare: il sole violento e caldissimo che batte contro le pareti di vetro e acciaio di palazzi addormentati – o abbandonati; la luminosità del cielo che si riflette negli specchi d’acqua di piscine azzurre, immobili, su cui navigano moscerini minuscoli, dalle ali argentee. 
Da confrontare con la parentesi “cinematografica” di Jwy: una Los Angeles allucinata, chiarissima, persa nel caldo e nell’afa dell’estate; una città post nucleare popolata da attori squattrinati – prigionieri di appartamenti microscopici arredati a colori pastello e soffocati dai flebili effluvi provenienti da vetusti e mal funzionanti condizionatori d’aria – e da imprenditori senza scrupoli, volgari e reietti, confinati in  ville-con-piscina immerse nei verdi villaggi residenziali (SuperCannes docet) sulle alture holliwoodiane. Si confronti anche l’industria cinematografica a firma Yates con la descrizione puntuale e accurata del Festival del Cinema di Cannes alla Ballard-maniera. Risultati … stupefacenti. 

"Easter Parade", di Richard Yates

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Prova evidente di come si possa (se si vuole) andare molto più in là di ciò che ci viene proposto dalla letteratura di genere e da Hollywood, questo diabolico Yates fa saltar via in un colpo solo, con un tocco secco di scalpellino ben azzeccato, tutto quello che di pre-costruito ci circonda. Letteratura di cui, francamente, oramai da anni ne avevamo un po’ piene le tasche.




L’esaltazione del successo a tutti i costi, la celebrazione del “self-made man“, la glorificazione di una cultura di massa in cui anche l’essere anticonformisti diviene quasi uno studio di maniera che si riduce, puntualmente, in una mera e pedissequa imitazione di qualcosa già inventato da qualcun altro.

Ci sono tutti gli ingredienti giusti.
Le due sorelle della classe media (quella famosa dei Wheeler, quella “in ascesa”, quella delle grandi aspettative made in USA): due vite diverse eppure così simili nella loro crudezza e inconcludenza, come a dire che nessuno si salva, né la bella casalinga di provincia con il grembiulino inamidato, la cirrosi epatica da alcool e la faccia gonfia delle sberle prese dal marito, né la brava giovane emancipata sia nel lavoro che nel sesso, che paga con il deserto dei sentimenti e della solitudine una vita sempre alla ricerca inquieta (e vana) di un non ben dichiarato obiettivo di redenzione personale e di emancipazione familiare.

La società che cambia, il mondo frenetico della città (quasi un Sex & the City ante litteram per la “piccola” Emily, ci verrebbe da dire, se non avessimo paura di mostrarci irriverenti nei confronti di questo Yates in forma così – si fa per dire – smagliante).
Gli uomini, capitolo a parte. Che uomini. Qualcuno si salva? Parrebbe di no. Se non si salva Yates, non si salva nessun altro. Tralasciamo le avventure più o meno occasionali; figure di necessità soltanto abbozzate e citate appena, e anche qui davvero grande l’abilità di Yates che attraverso una curiosa operazione di meta-testo ci rende partecipi della dimenticanza: la difficoltà di Emily nel ricordare nomi, visi e situazioni rende questi figure di burattino, ai nostri occhi, ancora più marionette di come potrebbero essere realmente.

Troviamo questo Easter Parade (1976) veramente più maturo del più giovane Revolutionary Road (1961), e molto più interessante. I parallelismi tra le due sorelle, l’analisi della famiglia, sempre assente, sempre irrimediabilmente poco coinvolta nella vita dei congiunti (la Pookie del libro non è altro che la Dookie madre dell’autore, in un ritratto assolutamente identico e sovrapponibile). L’analisi della società, che dovrebbe essere stimolo e riflessione, e che invece diviene soltanto solitudine, incongruenza, falsità, inutilità.

Se in RR i giovani nutrivano in sé i germogli per una nuova rinascita, in EP anche la generazione successiva si trova a dover fare i conti con la precedente, in una sorta di nemesi storica senza scampo e senza fine: come le sorelle a confronto con la madre, così i figli / nipoti a confronto con il vecchio padre / padrone in un certo senso ne assolvono le responsabilità: anche quelle più drammatiche (e l’animo resta quieto e in pace, anestetizzato: emblematica la chiosa di Emily, nel garage del nipote, sull’andare in bicicletta).

Ci vorrebbero pagine e pagine per affrontare ogni singolo aspetto della scrittura di Jates. Basti qui annotare la descrizione dell’ineffabile, che attraverso l’analisi di particolari insignificanti rimanda sempre ad altro (la polvere sulla scatola delle lettere riposte nello sgabuzzino, l’intimo della vecchia madre visibile da sotto la vestaglia, le cravatte appese nell’armadio), e anche attraverso tutte quelle meravigliose espressioni di cordialità forzata, di compassione e di circostanza, ancora in fase di abbozzo in RR ma così vive qui in EP.

Ultime riflessioni: personalmente non concordiamo con le ipotesi di “cinismo” piuttosto in voga al momento. Non si tratta di cinismo verso una realtà di base valida seppure complessa e di difficile interpretazione. Si tratta di rivelare, senza troppi orpelli, la vacuità di qualsiasi struttura sovrasensoriale atta a modificare, reinventandola, una realtà tipicamente “made in USA” che di adorabile, magnifico, meraviglioso ha ben poco. Non a caso, tematica riscoperta oggi, durante i tempi bui di quella che noi Europei chiamiamo, a ragione, recessione.

"Un bambino prodigio", di Irène Némirovsky

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Nel corso di una piacevolissima conversazione con uno dei “Signori Giuntina”, alla Fiera del Libro di Torino, la persona in questione ci raccontava, tra le varie curiosità, di come in realtà fossero stati loro a pubblicare per la prima volta L’Irene Némirovsky (e anche Aharon Appelfeld, per la cronaca), e di come poi i possessori dei diritti di pubblicazione fossero emigrati verso altre case editrici di più vasto respiro. Occorrerebbe sentire le ragioni di tutti, e analizzare nei dettagli i perché di questa scelta; però, comunque peccato, perché a noi piacciono queste edizioni in cartonato ruvido, senza foto in copertina, la carta spessa e la tinta che vira all’avorio. Ci piaceva l’idea. 

Ad ogni modo. 

L’Irene non è una scrittrice, è una pittrice di atmosfere. Paesaggi perduti, descritti così come affiorano dalla memoria e dalla malinconia. Malinconia per un mondo perduto, infelicità profonda e taciuta verso una terra “nuova”, che non appartiene, e verso un passato “vecchio”, da cui si è stati definitivamente esclusi. 

I personaggi di questo racconto giovanile (ma che di giovanile ha francamente ben poco) hanno ormai abbandonato la loro dignità di uomini dal carattere fermo e coraggioso, seppure provato da una delle più indicibili sofferenze dell’animo – l’esilio dalla propria terra natìa – per diventare nulla più che poveri esuli disperati, alla vana ricerca di una pace interiore che mai arriverà, almeno in vita. 

“L’Irene”, all’epoca di questo racconto, era una ragazzina di appena 22 anni, figlia dell’alta borghesia russa, la famiglia espatriata a Parigi perché di religione ebraica; la ragazza è bella, coltissima come la classe sociale prevede; divisa tra gli studi e le amicizie, la sua è la vita agiata di una ragazza benestante, scandita da cocktails e partite al gioco del tennis. Eppure, ecco ciò che ha saputo partorire il suo animo (troppo) agitato e (troppo) sensibile. Un racconto perduto, di una bellezza struggente, un momento di speranze cercate e mancate che termina con un velatissimo – ma impossibile da non cogliere – terribile elogio al suicidio come termine ultimo per una, soltanto ipotetica, redenzione dell’animo. 

Ecco, noi lo consiglieremmo tra le letture scolastiche questo libello, rischiando la censura preventiva. Prova evidente di un’adolescenza difficile, che è difficile per tutte indipendentemente dal periodo storico e dalla classe sociale; dimostrazione di un talento precoce tutto da sondare, idee magistrali e realizzazione ancora meglio nonostante qualche scivolone nel banale che perdoniamo volentieri. Lettura critica, attenta, e cerebrale, molto lontana dalla prosa “cinematografica” che spopola così tanto, ultimamente, nelle nostre librerie “della lettura facile”. 

Ultimi appunti di carattere prettamente tecnico. L’aggettivazione, da alcuni considerata un po’ leziosa, è invece per noi, filologi impenitenti, quasi paradisiaca (merito anche della traduzione, suppongo). Finalmente qualcuno che di qualitativi per ogni sostantivo ne mette due… e non uno soltanto, come fosse sparato così a casaccio. Se metti un aggettivo, vuol dire che ci hai pensato (forse, tendenzialmente); se ne metti due, vuol dire che le cose, quelle che scrivi, te le sei davvero immaginate. Le hai sentite con le orecchie, viste con gli occhi, annusate con il naso, toccate con i polpastrelli delle dita e assaggiate con la lingua. 

Come la descrizione dolce e violenta e immediata della fetta del cocomero, o dell’inverno siberiano, o delle stole di seta e diamanti che rivestono gli abiti della “principessa” (un esempio per tutti, a metà libro – pag. 38 – il paragrafo sulla fine del ballo, con le luci che si spengono ad una ad una e gli specchi “umidi”, un’immagine così vivida, precisa nei suoi contorni fisici e tattili). 

Nessun commento sulle cinque righe (pag. 41) dedicate alla tappezzeria consunta del villino di campagna: sfido chiunque a riuscire a riempire cinque dicasi cinque righe con la descrizione di una tappezzeria vecchia, umida e mangiucchiata senza scivolare nel drammaticamente insulso. E lei ci riesce. Come? Descrivendola attraverso i deliri che i giochi delle ombre sui muri provocano nella mente di un ragazzo solo e disperato, costretto a letto da una febbre cerebrale. 

"Sorella, mio unico amore" di Joice C. Oates

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Stordisce questo pezzo di bravura della nostra Oates. Ci devi mettere impegno, mente, cuore, e una forza fisica che ad oggi poche letture francamente suscitano ancora, per sondare ogni lettera, ogni parola, ogni sfumatura nel linguaggio, ogni collegamento nascosto. Occorre scavare a viva forza e violentarne la lettura; ma che risultato. Il libro è un tutto contro tutti magnifico e potente, una lettura di metatesto che spinge ad una fruizione attiva a partecipe, pressante, instancabile, indefessa. Non puoi mollare, non puoi rassegnarti, non puoi lasciarlo a metà. DEVI continuare, malgrado la fatica di una prosa volutamente difficoltosa e in alcuni momenti così simile ad uno “stream of consciousness” tra i più classici e riusciti, una consecutio temporum complicata da repentini flashback & forward, una dimensione monumentale.
Un libro contro i libri, quelli da spiaggia, quelli da thriller facile, quelli scritti “grandi” e la sovraccoperta rigida con tanto di fascetta pubblicitaria di grido. Un libro contro la massificazione della letteratura, della stampa e in generale della parola scritta; contro la desensibilizzazione sensoriale prodotta dal sensazionalismo cinematografico di stampo holliwoodiano.




E che strano, ci si può domandare se questi libri-contro siano sempre esistiti oppure se siano un bel prodotto di questa new economy, di questa crisi evidente, di questo si-ricomincia-da-capo.




Ci piacciono i virgolettati sulla sintassi “degli altri” contrapposta a quella di Skiler, tutti una citazione di frasi fatte, molto presenzialiste, molto da cerimonia, molto glamour così vicine al metatesto di Yates (ricordi, tutti gli “adorabile”, “magnifico”, “meraviglioso” di Easter Parade). E’ sufficiente aprire il libro a caso: “pittoresco”, “storico”, “traumi non superati”, “completamente isolata”, “in compagnia” (di un’altra donna).
Un libro contro il successo ad ogni costo che cela, nasconde e all’occorrenza dimentica gli orrori dell’esistenza, tutti infilati poi a forza nel nostro subconscio o, peggio ancora, costretti, morti e insanguinati, in un buio, muffoso locale caldaia di una “meravigliosa” villa di provincia in stile neo-pseudo qualcosa che più artefatta di così non si potrebbe.
Un glorioso contro-inno venefico, un’esaltazione al contrario di quella psichiatria da spettacolo il cui unico scopo è il voler ravvisare patologie del tutto immaginarie per giustificare poi la sperimentazione e la somministrazione di qualsivoglia farmaco dagli effetti collaterali non ben specificati; un’invettiva mal celata verso le multinazionali caterpillar, verso la ricerca genetica disgiunta dall’etica, verso l’affermazione sociale che va a discapito della famiglia e della vita di coppia. Curioso e sottile, in un duplice gioco di specchi, il fatto che la Oates attribuisca il ruolo di “paladini della famiglia e della cristianità” (e dei valori conservatori legati alla casata Bush) proprio a coloro che meno incarnano, con le loro azioni, il ruolo di Padre e Madre.
E che dire del povero Skyler, così lontano dal figlio che il buon padre di famiglia (WASP così buono, così onesto, così fedele, così affermato, così INTEGRATO – ? – ) vorrebbe possedere e mostrare agli altri quale simbolo della sua ascesa sociale, economica, culturale: accusato di omicidio, depresso, impasticcato, esautorato dalla vita e dalle scelte che essa impone, trasandato, irrimediabilmente alterato nella psiche e nel fisico.
E ad evidenziare l’alterazione mentale di chi, da genitore, non riesce più a verificare lo scarto tra l’ideale e il reale, ci pensa la Oates, descrivendo il figlio perduto prima attraverso i rimproveri della madre (al momento della foto per le cartoline di Natale: sta dritto, non stare curvo, per dio non zoppicare, non fare smorfie), poi attraverso le sensazioni del figlio (eppure, a Skyler NON sembrava di zoppicare o di fare smorfie) e infine attraverso il magico specchio della medesima fotografia perduta e ritrovata: un ragazzo esile, timido, sorridente, “quasi sereno”, come Skyler 19enne vede se stesso.
Eppure, forse (non lo sappiamo), al contrario di ciò che succede ai personaggi di Yates, Skyler ce la farà. Come nel finale del magistrale “The Truman Show”, la vita si Skyler si chiude proprio nel momento in cui vorremmo sapere “cosa ne sarà di lui”. La sua vita, vissuta per anni sotto i riflettori di una notorietà indesiderata, sondata in ogni suo più intimo dettaglio dalle dita umidicce di un pubblico morboso, viscido, insistente, scandaloso, impuro, dal momento dell’epifania in poi ci sarà sconosciuta: lo spettacolo è finito, le luci, sul palcoscenico, finalmente si spengono.