“Borne”, di Jeff VanDerMeer (trad. di Vincenzo Latronico)

borne

“Avvicinandomi fui investita da un fiotto di odore salmastro e per un attimo sparì la città in rovine tutt’intorno a me, sparì la ricerca incessante di acqua e di cibo, sparirono le bande di razziatori e le creature modificate evase da chissà dove, con chissà quale intenzione. Sparirono i cadaveri mutili e combusti impiccati ai lampioni spezzati. Per un rischiosissimo istante, invece, sentii che quella cosa che avevo trovato veniva dalle calette sabbiose della mia infanzia, così tanto tempo prima che arrivassi in città. Distinguevo la nota di fiori essiccati nel profumo di sale, avvertivo la brezza, riconoscevo il fresco dell’acqua che si increspava a ogni passo. Le ore interminabili a raccogliere conchiglie, la voce roca di mio padre, la cantilena squillante di mia madre” (pag.5)

La verità è che “Borne” è una storia più tradizionale di quello che potremmo pensare. E se la considerassimo soltanto una fiction di fantascienza faremmo un grave errore.

A me pare che l’avventura della cercarifiuti Rachel, che a un certo punto si imbatte nel trovatello e neonato Borne, sia prima di tutto una riflessione sulla famiglia e sul ruolo che hanno i genitori all’interno delle dinamiche comunicative della famiglia stessa; e anche sulla responsabilità educativa che ciascuno di noi, in qualità di adulto, ha il dovere di prendere su di sé nel caso in cui si trovi ad avere a che fare con chi – figlio proprio oppure no – del mondo dell’infanzia fa ancora parte.

Abbiamo già parlato di come la fantascienza contemporanea stia cercando di riguardagnare un po’ di quello spazio che aveva perduto. Jeff VanDerMeer è uno degli esponenti di questo rinnovamento che se da una parte si impegna a recuperare il passato distopico pre-hitech da Silicon Valley (della questione ne ha parlato ad esempio Christian Raimo, qui) dall’altra non abbandona di certo la tensione verso la critica sociale che da sempre ha caratterizzato questo sotto-genere della fantascienza – ma rileggendone i canoni e riadattandoli alla realtà attuale.

“Erano quelle le ciminiere che avevano sterminato questa parte di mondo. Erano state quelle le catene di montaggio che ci avevano ingozzati di prodotti inutili che eravamo addestrati a bramare” (pag.99)

Credo che quindi non occorra stupirsi troppo del fatto che questa nuova prova di Jeff VanDerMeer, autoconclusiva stavolta (e ricordiamoci ciò che dicevamo recentemente sul declino della scifi seriale) non si focalizzi sulla dinamica extraterrestre come accaduto per la “Southern Reach Trilogy” ma sulle realtà alternative di cui l’essere umano è l’unico artefice, con riguardo particolare a tutto quello che concerne la manipolazione genetica e la creazione di nuove forme di vita bio-tec. Le quali poi, inevitabilmente, riescono a sfuggire al controllo del loro creatore.

Le realtà in cui Jeff VanDerMeer ci ha abituato non sono costituite da mondi lontani a cui arrivare attraverso l’esplorazione dello spazio profondo. Non è la distanza siderale, a interessarlo, non lo è mai stata, quanto al contrario il concetto di prossimità, l’assoluta permeabilità delle dimensioni (malgrado i nostri sforzi per mantenerle nettamente divise). E se nella “Southern Reach Trilogy” questa incapacità di limitare i confini si esemplificava nella assoluta impossibilità di individuare le “porte di accesso” (e di uscita) di un fenomeno altro, in continua espansione (esterna e interna), in “Borne” essa è rappresentata dalla presenza ossessiva, sempre in background, dell’elemento distopico delle “vasche di contenimento“, una sorta di brodo primordiale creato artificialmente dall’uomo (“La Compagnia”) che nel progetto iniziale avrebbe dovuto funzionare da elemento isolante per i risultati degli esperimenti di biotecnologia svolti all’interno della struttura di cui fanno parte.

Ovviamente, ça va sans dire, niente andrà come deve e tutto devierà verso l'(in)immaginabile.

“Pinne morte e branchie tremolanti, vibrazioni disincarnate, sguazzi e fruscii di cose concepite a quattro zampe ma che ne avevano due. Creaturine arricciate come gamberi costrette in piccoli stagni in cui sbocciavano e morivano, sbocciavano e morivano in perpetuo, sempre il medesimo organismo che procreava se stesso. Tossico. Un circuito chiuso. Un brandello di materiale genetico che girava in tondo, che moriva costantemente ma mai del tutto, ma neppure viveva, in fondo. (…)

Era quella la consistenza delle pozze di contenimento che cingevano sia la sede della Compagnia sia la piana desolata, una salina che non era naturale ma un trito di materie plastiche, vetro e metallo. I rifiuti che non potevano o non volevano incenerire. Componeva anche il fondale delle pozze. Lambiva i margini della sede della Compagnia come il caviale gommoso di un pesce industriale. (…) Da lì veniva il colore dei laghi, era per quello che riflettevano ogni colore immaginabile, benché la combinazione risultasse ai nostri occhi di un verde scuro, sotto una certa luce, e azzurro o rosa altrimenti” (pag.280)

Difatti anche Borne è frutto di un esperimento scappato di mano (ma forse no): un’identità cangiante, come a vedere un celenterato mascherato da pianta carnivora o viceversa un tubero più simile a un calamaro che a una patata.

E’ buffo Borne – non certo il figlio immaginato che noi tutte madri ci aspettiamo. E’ prima una pianta da innaffiare, poi un animaletto da sfamare e infine un piccolo umano – o una cosa prossima all’umano – da crescere e da educare. Un figlio che meno biologicamente nostro non potrebbe essere ma un figlio che, come tutti i figli, ci viene consegnato senza il libretto di istruzioni, né sul montaggio, né sull’utilizzo, né sulla manutenzione … né sul futuro che gli sarà destinato. Un figlio che come tutti i figli cresce troppo in fretta e ci costringe a cambiare continuamente i nostri punti di riferimento per adattarli ai suoi; e che a un certo punto prenderà una strada diversa da quella che ci aspettavamo e da quella che sognavamo per lui ma che in qualche modo, inevitabilmente, sarà la sua strada. Un figlio che tuttavia, nel suo diventare adulto, non dimenticherà mai le proprie origini e chi lo ha cresciuto, nutrito ed educato.

“Stavo cercando di essere una brava madre, una buona amica con Borne, così dissi: – Sì, ogni cosa ha uno scopo. E ogni persona ha uno scopo, o lo trova -. O se non altro trova una ragione. – E io sono una persona? disse Borne, con le antenne tese a dimostrare un’attenzione particolare. Non esitai. – Sì, Borne. Certo che sei una persona”. (pag.70)

Gli elementi della fiction distopica stavolta ci sono tutti, diversamente da quanto era accaduto con la “Trilogia dell’Area X”. Abbiamo l’ambientazione post-apocalittica, in cui la parte fondamentale è rappresentata dall’attenzione per i temi dell’ecologia e del wilderness, prima che su scenari industriali o di discendenza cyber-punk. Ambientazioni in cui l’acqua, declinata in tutte le sue forme di archetipo Ballardiano, presenti o assenti, gioca un ruolo fondamentale quale origine primigenia dell’Uomo ed elemento fondante e imprescindibile per la sopravvivenza del genere umano. Abbiamo la critica verso la società del consumo sfrenato, dell’indifferenza verso l’ambiente, della lotta senza esclusione di colpi per il mantenimento di uno status-quo insostenibile.

Questi scenari sconvolgenti, che forse appartengono al pianeta Terra ma forse anche no (e qui sta uno dei nodi del romanzo, di più non si può dire) e che in parte anticipano come sappiamo il mondo che verrà se non cambiamo i paramenti attraverso cui viviamo l’attuale, fanno da contrappunto alla tenerezza di una madre per caso, che accoglie un figlio (forse atteso, forse no) come lo accolgono tutte le madri del mondo: con dubbio e imperizia.

“Ora avrei cominciato a preoccuparmi per lui. Mi sarei preoccupata della sua incolumità, perché non potevo più controllarlo, ma anche se lo avessi controllato non avrei avuto alcuna garanzia di riuscire a tenerlo al sicuro. Mi sarei preoccupata dell’ingenuità della sua fiducia. Mi sarei preoccupata di ogni mancanza” (pag.161)

Borne, come tutti i figli, non dà risposte perché la sua natura di figlio è solo una: quella di porre domande.

“Devo avere la certezza di aver compreso correttamente quei momenti, di aver fatto le scelte giuste. Ma è una certezza che non potrò avere mai” (pag.192)

Allo stesso modo fa Jeff VanDerMeer con questo romanzo, perché se ne guarda bene dal consegnare al lettore una qualsiasi opinione preconcetta sui temi cardine che si è proposto di affrontare: la manipolazione genetica, i nuclei familiari non convenzionali, i cambiamenti climatici, l’ecologia, il capitalismo. Semplicemente, attraverso quello che sa fare – scrivere bene e scrivere di fiction distopica – non fa nient’altro se non parlare di ciò che ormai, volenti o nolenti, fa parte – questa volta sì – della nostra realtà e non di un mondo soltanto immaginato.

La storia della cercarifiuti Rachel è l’esperienza di tutte noi madri. E Borne non è altro che l’innocenza dell’infanzia e della sua fine, quel momento insieme magico e straziante in cui ogni genitore deve prendere per mano il proprio figlio e poi affidarlo al mondo e al destino.

“La cosa che non avrei mai potuto scordare, è che era davvero bello. Era così incredibilmente bello, e non me ne ero mai accorta prima di allora. Nello strano blu oltremare della sera, il fiume schiumava di lilla, oro e arancio fra gli isolotti rocciosi chiazzati di alberi… ed era incredibile. Con quella luce, la Scogliera risplendeva di un colore profondo che era quasi nero ma non del tutto, quasi blu ma non del tutto, irto di ombre solide e fredde. Borne non sapeva che era tutto letale, velenoso, davvero schifoso. Forse per lui non lo era. Forse sarebbe stato in grado di nuotare in quel fiume senza farsi niente. E forse, me ne rendevo conto solo in quel momento, forse fu allora che cominciai ad amarlo. Perché non vedeva il mondo come lo vedevo io” (pag.61)

… e grande apprezzamento per la traduzione di Vincenzo Latronico. Non deve essere stata impresa facile.

Buona lettura 🙂

ps. questa lettura conclude (si fa per dire) quel percorso che ho intrapreso qualche mese fa, forse in maniera un po’ inconscia, di cui ho parlato qui. Di cose da leggere in proposito ce ne sarebbero molte altre ovviamente – ne ho già in mente una di cui parlarvi: spero di riuscire a farlo presto, magari anche su Instagram. Il suo nome è #Loop 🙂

E se volete qualche immagine, di orsi e di astronauti… andate qui: 

https://www.newyorker.com/magazine/2017/04/24/jeff-vandermeer-amends-the-apocalypse

e qui:

http://weirdfictionreview.com/2017/05/interview-jeff-vandermeer-borne/

“The Southern Reach Trilogy”, di Jeff Vandermeer

Avvertenza: data la lunghezza (lettura stimata 13 minuti) il post è stato originariamente pubblicato su @MediumItaliano: ho scelto poi di copiarlo su ADC per facilitare l’utilizzo di Google Translator così come mi hanno richiesto alcuni followers anglofoni. Cliccare qui per essere reindirizzati alla pagina originale – e ai commenti.
In cui si cerca di riflettere, tra le altre cose, su: l’evoluzione del sistema New Weird e la nuova frontiera dell’eco sci-fi — o climate fiction che dir si voglia; cosa sia il *new #NatureWriting*, per quale motivo se ne parli così tanto all’estero e così poco qui da noi, e del perché lo si ponga in correlazione con la SRT; le belle amicizie che si fanno su Twitter, specie durante le ferie estive. Non ultimo, su “Accettazione”, il terzo e ultimo volume della trilogia di cui al titolo.

 

1. Il New Weird. Corrispondenze, interferenze

 

“Kerans si disse che aveva fatto bene a restare all’interno dell’albergo: le tempeste scoppiavano con frequenza sempre maggiore via via che la temperatura andava aumentando. Ma Kerans sapeva benissimo che il reale motivo della sua decisione era l’accettazione ormai passiva del fatto che gli restasse ben poco da fare. Le rilevazioni biologiche erano diventate un gioco senza senso e privo di alcuna utilità, dato che la nuova flora seguiva pedissequamente le tendenze anticipate dagli scienziati vent’anni prima, ed era sicuro che nessuno a Camp Byrd, nella Groenlandia settentrionale, si preoccupava di archiviare i suoi rapporti, figuriamoci poi di leggerli” . (JG Ballard, “Il mondo sommerso”, Feltrinelli 2005, trad. Stefano Massaron, pag.5)

“Il microscopio era abbandonato da tempo in un angolo, coperto di muffa, semisepolto dal passare degli anni . Non avevo la forza di prelevare un campione, di scoprire quello che già sapevo. In fondo, un microscopio non poteva dirmi niente di quel gufo che già non sapessi. Niente che non avessi capito in anni e anni di stretta interazione e osservazione”. (Jeff Vandermeer, “Accettazione”, Einaudi 2005 pag. 148)

 

Edward Hopper. Credits @HopperAtoZ

 

E’ sufficiente questa simmetria tra il biologo Kerans e la biologa senza nome protagonista della SRT a rendere evidente il debito di Jeff Vandermeer nei confronti di James Graham Ballard, debito a cui segue di necessità un tributo che percorre tutta la “Southern Reach Trilogy”. In verità però ho scelto questo paragrafo, uno tra i tanti recuperati dal mio Feltrinelli sgualcito, anche perché credo che confrontato con quello di Vandermeer, citato appena sotto, riesca a identificare meglio di molti altri (forse più evocativi ma meno efficaci) le motivazioni che hanno determinato la scissione di cui Jeff Vandermeer è stato artefice: quella tra la fantascienza propriamente detta e il movimento New Weird.

Del fenomeno New Weird avevamo già avuto modo di parlare in occasione dell’uscita di “Annientamento” e ancor più con la pubblicazione di “Autorità”, SRT parte seconda, che aveva innegabilmente risvegliato le attenzioni della critica nostrana fino ad allora sicuramente entusiasta dell’opera ma poco avvezza a trattare certi argomenti più consoni, per tradizione, alla narrativa d’oltreoceano.

[Ricordiamolo cos’è, questo New Weird, utilizzando proprio la definizione data dallo stesso Vandermeer nel lontano 2008: “A type of urban, secondary-world fiction that subvert the romanticized ideas about place found in traditional fantasy, largerly by choosing realistic, complex real-world models as the jumping off point for creation of settings that may be combine elements of both science fiction and fantasy”]
Il columnist Joshua Rothman, l’Archive Editor del The New Yorker, con l’articolo “The weird Thoreau” (01/2015) dimostra inequivocabilmente come in realtà la critica anglofona, guardando ancora più avanti, non solo abbia affrontato il fenomeno NW con dovizia di interventi ma si sia ritrovata ad accostarlo, e non senza ragione, a uno dei temi che da un paio d’anni tengono banco sulle maggiori riviste culturali UK/US: la rinascita del Nature Writing.
 
2. Il “New Nature-Writing”. Parte prima: dalla nostalgie della boue all’Antropocene

“Try sci-fi and sci-fi film (…). “It opens up worlds of imagination. (…) “Some of the most exciting thinking about identity and landscape seems to me to be happening in science fiction and speculative fiction, which I teach in these terms: the extraterrestrial pastoral as a means of radically rethinking notions of belonging and place”.

Tra i tanti espedienti attraverso cui cominciare a parlare di #NatureWriting ho scelto deliberatamente questo, ossia riferirmi a un passo dell’articolo “Toward a Wider View of “Nature Writing” a firma della giornalista e scrittrice Catherine Buni, pubblicato sul Los Angeles Review of Books il gennaio scorso. In verità qui la Buni sta citando altre due fonti (Nikky Finney e Robert Macfarlane) e la questione centrale dell’articolo si basa non tanto sul NNW quanto su una sua particolare interpretazione (lo studio delle relazioni che legano “culture, place, *race* and identity”) — ma questo al momento ci interessa relativamente.
Cito questo passo non perché sia il primo sull’argomento, o il più interessante; la realtà è che mi ci sono affezionata perché leggendolo sono riuscita per la prima volta a fissare nei miei appunti un concetto fondamentale: il New Nature Writing ha ormai travalicato il genere letterario da cui è nato; il che, a mio parere, non è poco. Poi vedremo perché.
Ma facciamo un passo indietro. Ai primi di marzo appare su Rivista Studio un intervento di Francesco Guglieri dal titolo “Dire attraverso la natura”. FGuglieri (per primo) ad uso e consumo di noi residenti nelle province dell’impero si propone di fare il punto sulla questione dello “scrivere secondo natura” differenziando la tradizione tutta britannica dello scrivere sulla natura dall’approccio moderno al tema dell’ambientazione rurale, che diviene, piuttosto, un dire qualcosa utilizzando la natura. [Qui su ADC potete trovare un po’ di bibliografia sull’argomento, nel post dedicato all’ultimo romanzo della scrittrice canadese Frances Greenslade pubblicato in Italia da Keller Editore]. Guglieri è seguito più o meno a stretto giro da Fabio Deotto che dalle pagine della Lettura (2/08/2016) addirittura si spinge fino ad annoverare la SRT tra gli esempi più felici e recenti della climate-fiction.
Ricominciamo. Nel suo saggio Guglieri citava tra gli altri l’articolo — divenuto ormai un must-read sull’argomento — del giornalista Steven PooleIs our love of nature writing bourgeois escapism?” (The Guardian, 6/07/2013). Poole, pur tecnicamente abbastanza scettico (“L’aumento del moderno appetito dei lettori metropolitani nei riguardi di opere che parlano di passeggiate e della scoperta di se stessi nella natura è l’equivalente letterario dei mercatini a chilometro zero che vediamo nascere e crescere nel nord di Londra” — e citando questo passo ho detto tutto) pone l’accento su una questione specifica, quella del rewilding:

“On one hand, nature is considered as something we should not attempt to manage — what is wild is just what is not cultured. Rewilding, Monbiot promises, “is about resisting the urge to control nature and allowing it to find its own way”. There is a certain smug hands-off paternalism to this image, as though the rewilder is watching from a safe distance while nature, like an adorable little child, wanders off haltingly on its own path

che se ne porta dietro inevitabilmente un’altra:

Nature writers do tend to whitewash the non-human world as a place of eternal sun-dappled peace and harmony, only ever the innocent victim of human depredation (Leach even says nature is like a “hostage” and we her “captors”) — always somehow forgetting that nature has exterminated countless members of her own realm through volcanic eruption, tsunami, or natural climate variation, not to mention the hideously gruesome day-in, day-out business of parts of nature killing and eating other parts. (…) If you go back far enough, human beings aren’t native to any part of the world except Africa. So we must be among the most invasive species of all. We’re eternal immigrants to a nature where we don’t belong. This assumption, too, is common in modern nature writing. We are interlopers, intruders. Nature is no longer our home”.

Va bene, questa cosa dell’Antropocene l’abbiamo già sentita. Dove? Ma certo, vi ricordate l’hashtag dell’agosto scorso, #TheSixthExtinction? Si tratta del titolo di quel documented book che zitto zitto ha scalato le classifiche US e alla fine s’è vinto pure il Pulitzer 2015 per la non-fiction e che, in sostanza, raccoglie gli ultimi reportage riveduti e corretti della giornalista statunitense Elizabeth Colbert, specializzata in temi ambientali. In Italia è stato pubblicato da Neri Pozza e io ne avevo parlato qui, ammorbando i miei followers con decine di twitts sull’argomento.
Ma parlando di Antropocene, a darci il colpo di grazia in tutta questa storia, ingarbugliata di suo fin dalla nascita, come si vede, è stato infine il bravo Gianluca Didino che con l’articolo “Alle radici del nature writing contemporaneo: da Ballard a Sebald, la scrittura della natura al tempo dell’Antropocene racconta molto più di quanto si possa pensare” ci è venuto in soccorso poche settimane fa associando il NNW al superamento del genere letterario di origine.
D’altra parte, già nel 2013 così si esprimeva lo scrittore Tim Dee nell’articolo “Supernatural: the rise of the new nature writing”:

“Until relatively recently, things were clearer; the British branch of nature writing was mostly about the countryside, its landscape and creatures; it was non-fiction, non-scientific prose characterised by close attention to living things that were known and often loved by its writers. It almost always felt as if it had come from the pre- or barely industrial past and, with rare exceptions, nature writing was nice writing and it walked — stout shoes and knapsack — a thin green lane between hedges of science on one side and a wild wood of poetry on the other. It was different from either, though fed by both, and it bled palely back into each. It developed through letters (for example, Gilbert White),diaries (Francis Kilvert), essays (Edward Thomas) and journalism (WH Hudson). (…) In this crisis of the end of nature, poetry, polemic and scientific prose have vastly lengthened the nature-writing booklist. Meanwhile old taxonomies, hierarchies and clarities have disappeared”.

The High Shore, (1923) Lyonel Feininger. Credits TBC
3. Il “New Nature-Writing”. Parte seconda: “a religious experience”

“Books on nature and landscape follow fashion, just like everything else. At present, the dominant mode is the transcendental: muddy-booted birdwatchers are out, and high-minded Emersonians are in. Arguments from authority — the lab smarts of the ecologist or zoologist, the field knowhow of the naturalist — have lost their clout. The writer Melissa Harrison has made the case that “some experts forget that fostering a love of nature doesn’t start with facts and statistics, but stories and experience: things that engage our hearts and bodies as well as our minds.” Facts are less interesting than personal experience. But this is not any old personal experience. It is, to all intents and purposes, religious experience”.

Lascio da parte la questione dell’Antropocene per soffermarmi su un altro aspetto del NNW che mi sta particolarmente a cuore. A scrivere quanto sopra è il giornalista Richard Smyth, che nell’aprile scorso pubblica sulla rivista New Humanist un saggio dal titolo inequivocabile: “The cult of nature writing. A resurgence in nature writing offers secular transcendence. But are we being led up the garden path?”. [O.T. : “Authority”: ora, non so voi, ma io a volte ho, onestamente, l’impressione che Jeff Vandermeer mi stia prendendo in giro, seminando sassolini qui e là che poi mi tocca raccogliere e conservare. Comunque, andiamo avanti]. Smyth si occupa di un aspetto a suo dire fondamentale del New Nature Writing, ossia l’esperienza religiosa, spesso a un passo dal misticismo, che il NNW o per lo meno quello di ultimissima generazione porta con sé.
“Ora che la maggior parte degli scrittori ha escluso la divinità dai propri progetti, siamo rimasti o di essa sguarniti, oppure, viceversa, ci troviamo nella condizione di dover cercare qualche altro punto di riferimento”: cosi Smyth cita David George Haskell, autore di The Forest Unseen. E continua:

“The many stories of the universe from which we sprang provide one such center: transcendent power, inscrutable complexity, and humbling vastness. When we get a taste of these we’re inclined to preach the revelation to others. I see this move as directly parallel to the impulses underlying mystical religious writings. This parallelism results in not a convergence of language, but language flowing from the same source. (…) Haskell is a writer who can combine a kind of transcendentalism with a clear, human prose style. He also has a Cornell PhD in Ecology and Evolutionary Biology. Others of those who come down to us from the mountain bearing strange writings might not have PhDs or years of hands-on experience, but that’s precisely the point — they don’t need those things, because they have something better. They speak with the voices of prophets”.

[Nota a margine: per complicare ulteriormente le cose, accenno soltanto al fatto che Smyth citi tra le altre sue fonti anche Philip Hoare, che scrisse l’introduzione a “Leviathan” di Samuel Johnson (2008), opera poi pubblicata in Italia da Einaudi e recentemente suggerita su Twitter dallo stesso Guglieri quale esempio di testo NNW].
Smyth affronta la questione anche dal punto di vista stilistico quindi, evidenziando come all’aumentare della dimensione trascendentale vada in crescendo anche una certa, tipica “prosa da pulpito” che “duplica l’oscurità e crea qualcosa che può essere potente ed evocativo — e che può, forse, essere poeticità – ma che non è realmente interessato a spiegare alcunché” . Né più né meno di quel che accade nella SRT (“Leaning towards obscurity may be an honest reflection of the writer’s priorities — after all, putting the personal ahead of the general is what novelists and poets do all the time” chiosa bonariamente Smyth):

“It’s interesting to note, by the way, that while the Victorian heyday of popular nature writing was dominated by Anglican clergymen exploring the science of their subject, the big players in today’s scene are writers of a humanist bent pushing a transcendentalist angle”.

Non è possibile fare altro se non concludere così questo terzo punto:

“La mano del peccatore esulterà, perché non c’è peccato nell’ombra o nella luce che i semi dei morti non possano perdonare” (Jeff Vandermeer, “Accettazione”, Einaudi 2005 pag. 259). Detto e fatto.

French Coast, (1892) Van Rysselberghe. Credits @MichikoKakutani
4. Appunti in breve: “Accettazione”, di Jeff Vandermeer
Con “Accettazione” si conclude infine la Trilogia dell’Area X: tra continui flashback e ritorni al presente torniamo a seguire le vicende della biologa (o meglio, del suo doppio, l’Uccello Fantasma) e di John Rodriguez (“Controllo”), del guardiano del faro Saul Evans, di Cinthya, la direttrice, e della sua vice, Grace Stevenson, fino alla conclusione (o presunta tale?) che non disattende di certo le premesse e il piano dell’opera.
Non ci si aspetti neppure in questo volume — che va assolutamente letto di seguito ai precedenti pena la perdita di una consequenzialità tematica e stilistica difficile da recuperare a distanza, ecco il perché della pubblicazione a date ravvicinate — una lettura facile, svelta e di chiara interpretazione.
La struttura di questa terza parte è già di per sé complessa, definita com’è dai continui salti temporali a cui il lettore è costretto: il presente — la fuga della biologa e di John Rodriguez all’interno dell’Area X e, in parallelo, quella della vicedirettrice Grace; un passato recente — la spedizione misteriosa e non autorizzata della direttrice e del suo vice Whitby; un passato invece più remoto — quello del guardiano del faro, Saul Evans; il racconto della biologa, anch’esso ormai trascorso, che narra in prima persona i momenti passati all’interno dell’arcipelago e del faro sull’isola contaminata.
La lettura è complicata anche da un progetto stilistico che raggiunge una forte ed evidente complessità sintattica e lessicale (ben resa anche in traduzione) mai fine a se stessa ma vòlta a dimostrare l’inutilità della più alta espressione umana nel momento in cui sia necessario descrivere un reale altro e completamente estraneo.
Vandermeer è preparato in materia e sono evidenti la consapevolezza riguardo il genere letterario affrontato e la conoscenza dell’opera dei predecessori. Specie la stampa estera si è domandata, all’uscita di “Acceptance”, se la “Southern Reach Trilogy” sia da considerarsi oltre che un manifesto programmatico del fenomeno New Weird un esempio di quel complesso sistema “New Nature Writing” che sta facendo tanto parlare di sé. Gli elementi come si diceva ci sono tutti: dalla riflessione, se vogliamo più banale e intuitiva, sul ruolo del genere umano all’interno della biosfera fino alla suggestione del rewilding (i conigli di “Authority”, ve li ricordate?), per non parlare dei temi legati all’utilizzo del linguaggio, ai sistemi di comunicazione, alla loro interpretazione e al misticismo religioso. Parallelismi che sembrano non lasciare dubbi sulle origini dell’opera ma anche sull’intenzione dell’autore di travalicare anche questo sottogenere letterario con un lavoro che, come abbiamo visto, raccoglie in sé le tendenze più innovative della letteratura contemporanea.
5. Il “New Nature Writing” autoctono: sogno o realtà? & Thanks to…

“Era quella che si dice una giornataccia. Salivo per il sentiero a picco sul mare lottando con le raffiche, e nel buio dovevo badare a dove mettere i piedi. Da ovest arrivava il temporale, la folgore mitragliava un promontorio lontano simile a una testuggine. Ero sbarcato appena in tempo: con quel mare in tempesta non sarebbe arrivato più nessuno per chissà quanti giorni. Ero solo, non conoscevo la strada del faro e l’Isola era deserta. Miglia e miglia lontano, il resto dell’arcipelago era inghiottito dal buio e dalla spruzzaglia. Non una luce, niente”.

“Rileggo il diario di quel primo giorno. Frasi brevi, quasi degli haiku. ‘Ore tre. Impossibile riprender sonno. Aprile, notti fredde’”.

Scale a chiocciola, una porta bianca, una scala di ferro, una seconda scala. Oltre non vado. Ho paura che l’occhio di Polifemo si possa guardarlo solo nel riflesso dei vetri esterni, e da un angolo più basso. Oltre, temo che la luce sia intollerabile. (…) A ripensarci, mi rendo conto di non aver scritto io questa storia. Sono stati il vento e la marea. Io non ho fatto che registrarne la voce amplificata dal ventre cavo della torre”.

“E’ la notte della Risurrezione, ma sembra quella del Golgota: chissà se il Nazareno ha già spostato la pietra del Sepolcro. (…) Quanto ci farebbe bene, penso, un po’ di sano, superstizioso timore dell’ira d’Iddio — o degli dèi — per guarire da questa oscena sicumera che nasce dal sentirci garantiti e sazi in un mondo pieno di strepito e incoscienza”.

“Forse è il corpo che tenta di resistere al risucchio del nulla. Perché davvero qui sei solo, rischi di diventare matto. Parli con te stesso, ti viene naturale, e non ti accorgi di farlo per il semplice motivo che hai il tuo Doppio accanto (…). Lo sento anche ora: se aprissi gli occhi lo vedrei seduto al capezzale. Ieri per due volte volte, esplorando l’Isola prima della pioggia, mi sono voltato per capire di chi erano i passi dietro di me, ma non c’era nessuno”.

Edward Hopper. Credits @HopperAtoZ

Questi brani non sono tratti dalla SRT bensì da “Il Ciclope”, l’ultimo lavoro di Paolo Rumiz uscito a novembre 2015 per Feltrinelli e credo parlino da soli, senza bisogno di commento. Mi piacerebbe avere il tempo e le risorse (nonché il talento! — piccolo particolare) per raccogliere la sfida lanciata da Luca Albani via Twitter: cominciare a definire un corpus di testi su cui poter poi innestare una riflessione critica riguardo la potenziale esistenza di un New Nature Writing tutto italiano: a quanto pare, il materiale non mancherebbe.

Per il momento però non posso fare altro che ringraziare non solo Luca Albani ma anche Francesco Guglieri che con pazienza e passione, tra un twitt e l’altro, mi hanno accompagnato in questa mia avventura da autodidatta alla scoperta del New Nature Writing. Spero di aver ricambiato con queste note, almeno in parte, la loro infinita cortesia.

Buona lettura

 

"Autorità", di Jeff Vandermeer

Finalmente anche la stampa italiana scopre Jeff Vandermeer. Non che all’uscita di “Annientamento” non se ne fosse parlato, si intende. Ma forse soltanto ora, a seguito del secondo volume, si inizia a comprendere anche qui nell’oltreoceano latino la reale portata del fenomeno new weird – che esiste sì, esiste no, ma pure questo dubbio fa parte del gioco – passando oltre le analisi cartografiche, indubbiamente necessarie, e i vari accostamenti (un po’ meno utili) a prodotti cinematografici simili soltanto nell’apparenza; argomento che aveva monopolizzato un po’ la critica in occasione della prima pubblicazione.
 
A firma Fabio Deotto (che ci aveva già visto lungo su Wired) è l’articolo apparso sull’ultimo numero della Lettura nel quale lo scrittore annovera la “Southern Reach Trilogy” fra gli esempi più recenti di climate-fiction, ossia quel sottogenere della sci-fi che “prende le distanze dalla fantascienza tradizionale – in alcuni casi rinunciando all’ambientazione futuristica – per concentrarsi sulle implicazioni ecologiche e sociali di scenari possibili”
In realtà Vandermeer si era distinto già tempo fa (ufficialmente, con la pubblicazione dell’antologia “The New Weird”, anno 2008) nella definizione e nella canonizzazione di un genere letterario se non nuovo quanto meno diverso dalla tradizionale narrativa fantascientifica distopica. 
Proprio per causa di questi significati sottesi al testo, che ha del paradigmatico, non si incorra nell’errore di considerare la lettura di “Authority” una quiz di facile approccio, come d’altra parte non lo era stato neppure per il primo volume, ça va sans dire. Ma qui le cose, al posto di semplificarsi, si complicano, finalmente. Ci troviamo ad affrontare infatti un secondo volume che rivela, dispiega e soprattutto rivendica il proprio ruolo di parte irrinunciabile nell’economia dell’opera. Anche questo un manifesto paradigmatico, vista la densa querelle in proposito, qui da noi passata appena in sordina.

//platform.twitter.com/widgets.jsUn’intenzione, quella della serialità, che viene rivendicata per le opere di science fiction ma non giustificata a priori, a fronte della necessità di una completa ricontestualizzazione della formula, reinterpretata sia con riguardo verso la forma (pubblicazioni a scadenza ravvicinata contro attese lunghe anni) sia verso la sostanza (no a volumi di mero raccordo).

E qui siam giunti. 
Con “Authority” vengono svelati, solo in parte naturalmente, i segreti che l’Agenzia per il controllo dell’AreaX racchiude. Il tutto attraverso lo sguardo del nuovo direttore ad interim John Rodriguez, chiamato a sostituire “la psicologa”, da anni a capo dell’Agenzia e perita misteriosamente durante la XII spedizione di cui al libro primo.
L’aspetto horror alla base della prima narrazione viene qui perfezionato. Non solo con per quanto concerne gli episodi che compongono l’opera ma anche a livello stilistico, ad esempio attraverso l’utilizzo, già accennato nel primo volume ma qui sistematico, di similitudini, metafore e altre figure retoriche di comparazione che riflettono sempre il medesimo tema sviluppato in trama: il mistero dell’insondabile, dal ruolo degli ecosistemi naturali contrapposto allo sviluppo del genere umano a quello della paranoia mentale.

“Un piccone piantato nel cervello già pervaso da un mal di testa sordo ma persistente che s’irradia da un bolo palpitante dietro il cranio. Una specie di scudo satellitare pulsante” (pag.190)

“Quando ricorrevi alle formule magiche, ai rituali, con il paleoncefalo che diceva al resto della tua persona: <>” (pag.90)

Se quel giorno fosse capitata una sciagura e la scientifica avesse tentato di ricostruire i fatti dal contenuto del loro stomaco, Cheney sarebbe passato da schizzinoso, Whitby da miaiale, Hsyu da salutista e Grace da inappetente” (pag.170)  

Come un ghirigoro di aceto balsamico sul piatto di uno chef. Come il rivolo di sangue scuro che conduce fino al cadavere in un telefilm poliziesco” (pag. 245)

Andiamo per bullet points:

Un tempo il fiume scorreva più veloce, ma gli scarti agroindustriali formavano un limo che lo rallentava, lo placava e mutava ogni forma di vita al suo interno. Sull’altra sponda, nascoste dal buio, cartiere e vecchie fabbriche in rovina continuavano a inquinare le acque freatiche. Tutto si riversava dentro mari sempre più acidi” (pag.68)

(…)stupidi lampioni finto-vittoriani dall’aspetto deliberatamente turistico, coronati da luci simili a globi pieni di nebulose uova alla coque. (…) Non era un territorio selvaggio, si trovava a comoda distanza dalla civiltà, ma era separato quel tanto da creare un confine. Era quello che volevano quasi tutti: essere vicini alla natura senza farne parte. Non volevano la spaventosa incognita di una <>. Ma nemmeno una vita artificiale e senz’anima” (pagg. 68-69)

La marea infinita di squamosi tronchi d’albero. L’odore di aghi di pino misto all’odore acre di decomposizione e al fumo di scappamento della jeep” (pag.96)

(…)i pini scuri e i tratti paludosi lasciarono posto a una specie di foresta pluviale subtropicale. (…) vide i punti interrogativi dei germogli di felce e un sorprendente nugolo di efemenotteri dalle ali nere e delicate. L’odore era cambiato, da umido e vischioso era diventato un richiamo” (pag.103)

  • Il concetto di Natura pensante e consapevole di se stessa, che si sviluppa con mezzi e fini propri, sconosciuti all’Uomo. Da qui, le riflessioni sui codici di comunicazione, dall’utilizzo del linguaggio condiviso alla spersonalizzazione individuale attraverso la cancellazione dell’identità data dal nome proprio:

La teoria è che, se puoi essere la tua funzione, le associazioni si riducono o si bloccano del tutto, impedendo anche l’accesso alla tua personalità. (…)i soggetti venivano spogliati della personalità al semplice scopo di inculcare la fedeltà e rendere più efficaci il condizionamento e l’ipnosi” (pag.96-97)

Emittente e ricevente erano ormai colonizzati da una forza esterna e non se ne accorgevano neanche” (pag.161)

Quali sussurri o grida poteva articolare all’improvviso una sezione trasversale di muschio o di corteccia di cipresso. La trama che innervava rami e foglie. Era un pensiero troppo assurdo per esprimerlo a parole. (…) <>, come aveva detto la biologa alla direttrice (…)” (pag.107)

Durante la riunione Hsyu aveva detto qualcosa a proposito della terminologia, sul fatto di darla per scontata. (…) Tornando all’idea di spogliare i membri delle spedizioni dei loro nomi: e se il carattere e altri dettagli, sommati a una mera funzione, avessero fatto emergere un quadro diverso?” (pag.114)

(…) se non quando aveva chiesto, a lei come a tutti gli altri, di chiamarlo <> anziché <> o <>” (pag.6)

Se qualcuno o qualcosa cerca di introdurre nella tua testa delle informazioni usando parole che capisci con un significato che non capisci, il problema non è solo che viaggiano su una larghezza di banda che tu non puoi ricevere. E’ ben più grave. Come dire, se il messaggio fosse un coltello e creasse il proprio significato incidendo nella carne e il destinatario fosse la tua testa e ti ficcassero continuamente la punta di quel coltello nell’orecchio…” (pag.91)

  • La riflessione sulla letteratura. Non consolatoria ma un terroir di esperienze l’una collegata all’altra, non certo un qualcosa che accade e a cui il lettore deve assistere in maniera passiva e neppure un mero strumento che l’autore può facilmente modellare a suo piacimento:

“Il termine [terroir] si riferisce alle caratteristiche di un determinato luogo: la geografia, la geologia e il clima che, uniti alle tendenze genetiche, possono dare vita a un vino sorprendente, intenso e originale. (…) si potrebbe tradurre con <>, vale a dire la somma degli effetti di un ambiente localizzato nella misura in cui incidono sulle qualità di un particolare prodotto” (pag.111)

  • Il disagio derivato dall’incapacità di interpretare l’esterno si proietta all’interno; la paranoia:

“Ti resterà comunque il dubbio. Sei sempre stato il tipo che va a spaccare il capello in quattro, anche quando non serve” (pag.202)

“Non era più sicuro di conoscere la differenza tra quello che avevano voluto fargli trovare e quello che aveva scoperto da solo” (pag.204)

“Continuava ad arrovellarsi – aveva perso delle occasioni, era rimasto al palo, aveva dato troppa importanza (…) altrimenti se ne sarebe accorto prima” (pag.264)

“Meglio essere paranoici o stupidi che rischiare” (pag.206)


Su tutto domina la pachidermica mole della Southern Reach Agency. Che se nel primo libro la nostra mente, traviata da supposizioni infondate (sì, perché Vandermeer non l’aveva proprio descritta, furbetto, se non per briciole, lasciando a noi tutta l’inutile fatica) l’aveva partorita quale frutto ipertecnologico di una civiltà progredita, futuristica e scientificamente avanzata, ora attraverso gli occhi del suo direttore si mostra per quel che in effetti è:

“L’arredo in bianco e nero d’impronta astratta e modernista aveva linee e tonalità che in passato potevano sembrare futuriste ma ora facevano uno strano effetto retrò. Questa è la nostra versione di sedia. Questo è un simil-tavolo, un bancone. Sui divisori in vetro <> (…) erano incisi paesaggi naturali stilizzati, tra i quali un canneto sorvolato da un simil-falco di palude. Come la gran parte dei tentativi analoghi, sembrava la scenografia di un film low-budgetdi fantascienza anni Settanta” (pag.142)


Buona lettura 🙂 
(e grazie a tutti coloro che hanno condiviso i twitts di ADC su #Authority) 

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******Testi citati (e non) – NB: bibliografia non esaustiva, quella completa su richiesta:

 

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#Annientamento, di Jeff VanderMeer

Nel Febbraio del 2008 lo scrittore statunitense Jeff VanderMeer in collaborazione con la moglie Ann diede alle stampe per la Tachyon Publications, casa editrice specializzata in smart science fiction & fantasy, l’antologia di autori vari The New Weird
Autori – Clive Barker, Michael Moorcock, China Miéville tra gli altri  che secondo VanderMeer appartengono appunto alla corrente New Weird di cui lo scrittore, nella parte critica del testo, offre per primo la definizione stabilendone canoni, caratteristiche e derivazioni:

“A type of urban, secondary-world fiction that subverts the romanticized ideas about place found in traditional fantasy, largely by choosing realistic, complex real-world models as the jumping off point for creation of settings that may combine elements of both science fiction and fantasy”

Questo sottogenere della narrativa fantastica si definisce quindi attraverso la presenza dell’elemento fantasy e fantascientifico (steampunk in certi casi) mescolato talvolta anche a quello horror che porta con sé la predilezione per le ambientazioni lugubri e il gusto per l’aberrazione e il grottesco. Tuttavia, e qui sta una delle maggiori differenze con la speculative fiction classica, il new weird crea mondi alternativi estremamente verosimili e coerenti proprio nel tentativo di affrancare il fantasy dai topoi della narrativa di stile tolkeniano (specie per quanto riguarda la dicotomia bene/male, che viene ampiamente superata) anche riguardo al finale che spesso, pur non rimanendo irrisolto, quasi mai aspira all’ happy ending e alla presenza di contenuti filosofici e socio-politici presentati anche sotto forma di allegoria.

Il New Weird viene quindi a definirsi non solo per le sue caratteristiche intrinseche ma anche e soprattutto per il fatto di trascendere per paradigma e con un processo sistematico e mai casuale i generi letterari da cui parte e prende spunto


Un processo di rielaborazione profonda nell’ambito della letteratura di genere, sentita forse non tanto qui da noi quanto più negli States e in generale nel mondo anglosassone in cui è più forte la tradizione della speculative fiction e che Einaudi ha voluto proporre nella sua interezza a partire dal packaging e dalle copertine, realizzate da Lorenzo Ceccotti:

La trilogia “The Southern Reach” (prima edizione, 2014, Farrar Straus and Giroux, NY) si compone di tre titoli: Annihilation, Authority e Acceptance, (il secondo e il terzo volume in uscita per Einaudi rispettivamente per giugno e settembre 2015). 

“L’AreaX, alla vigilia dell’Evento imprecisato che trent’anni fa l’ha imprigionata dietro il confine ed esposta a così tante vicende inspiegabili, faceva parte di una regione selvaggia situata nei pressi di una base militare. Era ancora popolata, quella specie di oasi naturale, ma da pochi abitanti, che tendevano a comportarsi da laconica progenie di pescatori. Qualcuno avrà visto nella loro scomparsa il semplice accentuarsi di un fenomeno iniziato generazioni addietro.

“Quando ebbe origine l’AreaX, le informazioni erano vaghe e confuse, ed è tuttora vero che al mondo pochi sono al corrente della sua esistenza. Il governo, nella sua versione dei fatti, pose l’accento su una catastrofe ecologica circoscritta derivante dalla sperimentazione in campo militare. (…) Nel giro di un paio d’anni diventò materia per i teorici del complotto e altri personaggi di nicchia. Quando mi arruolai e mi venne rilasciato il nullaosta di sicurezza per apprendere come fossero realmente andate le cose, l’idea di un’ <> persisteva nella testa di molte persone come una fiaba oscura, un’idea su cui non volevano riflettere troppo. Ammesso che ci riflettessero” (pp.89-90)

credits: qui 

Questa è la storia, raccontataci in prima persona, della dodicesima spedizione inviata dall’Agency governativa “Southern Reach” alla volta dell’AreaX. Il gruppo, capitanato da una psicologa, che impone la sua autorità su altre tre colleghe, è composto da altre tre donne di cui non sapremo mai il nome: una topografa, un’antropologa e infine una biologa – l’io narrante della vicenda – che si spingeranno nel cuore di questa terra incontaminata e misteriosa decise a carpirne il segreto, come tutti coloro che le hanno precedute. Che fine abbiano fatto i membri delle precedenti undici spedizioni (sempre che fossero solo undici) qui non si può dire.

“La conclusione logica era solo una: l’esperienza diceva ai nostri superiori che pochi di noi, se non nessuno, sarebbero tornati” (pag.91)

Protagonista delle vicende – almeno, di quelle di questo primo volume – non è tanto la giovane donna di cui leggiamo il diario (perché di questo si tratta, per quanto: “Non resta molto altro da raccontarvi, anche se non l’ho raccontata proprio giusta” – pag.180) quanto la Natura in tutta la sua magnificenza, descritta, questo sì, attraverso gli occhi esperti di una professionista del mestiere. Fauna e flora mirabilmente ispezionate nei minimi particolari, prima osservati e poi dettagliatamente riprodotti per mezzo di un linguaggio che nella sua asettica scientificità trasuda, per paradosso, una passione infinita e totalizzante per le meraviglie di un mondo che alla fine l’Uomo non può fare altro che osservare, con inquietante e crescente estraneità. 
Ma il rovesciamento della prospettiva non si attua, come sovente accade in questi casi, applicando alla Natura le caratteristiche di un maelstrom incontenibile e privo di significato che travolge in ondate di violenza inesplicabile tutto ciò che incontra sul proprio cammino, quanto quelle, piuttosto, di un organismo cosciente che si muove secondo una propria intima e precisa volontà. Intenzione che non ha nulla di sovrannaturale ma che comunque rimane insondabile all’occhio dell’Uomo, ridotto a mero spettatore e forse a microscopica vittima di un processo che di certo non è cominciato con la nascita dell’umanità e forse neppure si concluderà con la scomparsa degli esseri umani.

Siamo di fronte a un testo complesso anche per impianto narrativo e linguaggio – tradotto con perizia da Cristiana Mannella – che di certo non può essere definito soltanto come lettura di evasione ma che al contrario pone diversi interrogativi, stesi in forma simbolica, tra cui quelli ad esempio relativi all’intelligenza artificiale (come sottolinea Wired citando il Los Angeles Review) sui quali già da tempo si stanno interrogando scienza e letteratura. 

E no, don’t worry, non è Lost.

Nota sull’autore: tra i premi vinti dallo scrittore ed editore Jeff VanderMeer (Bellefonte, 1968) figurano il BSFA Award, il World Fantasy Award, il Nebula Award. E’ stato finalista all’Hugo Award. E’ autore del best-seller “City of Saints and Madmen” e di numerosissime raccolte di racconti e saggi sia propri sia in raccolta di autori vari. Qui la bibliografia completa.

Buona lettura 🙂