"Io che amo solo te", di Luca Bianchini

Più riguardo a Io che amo solo te (Ovvero – elogio della nota in parentesi).

In un mondo in cui sempre più spesso parlare di “nazionale” equivale a dire “provinciale”, #iocheamosolote ci ricorda, un po’ controcorrente, che la regionalità – sia di abitudini, sia di lingua – è caratteristica peculiare della nostra penisola (non fosse altro che per un paio di avvenimenti storici passati) e andrebbe salvaguardata e difesa con la stessa cura che il WWF riserva all’Ailuropoda Melanoleuca.

Per non parlar poi, appunto, della questione linguistica, uno dei tratti più caratterizzanti della letteratura italiana del Novecento: questo fatto del bilinguismo endogeno, che ci portiamo dietro al pari delle nemesi storiche di cui sopra e che ha influenzato la produzione letteraria di tutti gli esponenti del mondo della cultura italiana del secolo.

Sicché la cronistoria dello sposaliziodi Chiara e Damiano – lei, la figlia venticinquenne della sarta più brava del paese, lui, il rampollo di Don Mimì Scagliusi, “re delle patate” (si, proprio campi e campi di patate, esportate in tutto il territorio nazionale e pure oltre): un banale matrimonio (sempre che possa esistere, poi, un matrimonio “banale”) contemporaneo (italianissimo fino al midollo, per di più, data la “piena …regionalità” dell’evento) pieno zeppo di tutte quelle implicazioni, trame sottese, imprevisti, fraintendimenti, commedie degli equivoci, scoop rivelatori etc etc che caratterizzano le nozze di chiunque – diventa un pretesto leggero e sottile per parlar di tutt’altro.

Delle bellezze un po’ selvatiche dell’Italia che muore, per esempio, naufragate nel mare magno e senza vento dei tour organizzati:

“(…) era convinta che solo a Polignano ci fosse quella luce fatta di rocce e di blu” (p32)

“Chi è nato su uno scoglio lo sa: il mare ha sempre una risposta e una carezza per te” (p207)

“Non c’erano strappi al paesaggio, interrotto qua e là solo da qualche muretto a secco. L’unico elemento belligerante era il vento, (…) Da un lato, gli ulivi si attorcigliavano su se stessi con le loro storie secolari” (p63)


“(…) poi lunedì finalmente si parte per la crociera. (…) C’imbarchiamo a Bari e facciamo tutto il Mediterraneo. Io volevo andare alle Maldive ma Damiano sulle tratte lunghe ha troppa paura dell’aereo, mannaggia a lui, che i suoi ci pagavano il viaggio anche in Australia, se volevamo andare” (p87-88)

Delle tradizioni locali perdute e sostituite da accrocchi internazional-popolari mal digeriti (cielo, in tutti i sensi!) che lungi dal nobilitare il desco, lo rendono pacchiano e stucchevole, omologante e omologato:

“Grand Buffet di Antipasti: Crudo di Mare / Cozze Gratinate / Sushi Rivisitato / Ostriche al Gratin, Tempura di Verdure / Gamberi Croccanti / Calzoncini di Ricotta / Rombini al Groviera / Polpettine / Mozzarelline alla Milanese / I salumi del buongustaio con delizie del casaro / Caponatina leggera di zucchine / Crudité di verdure.

Il gran buffet di antipasti era un trionfo di abbondanza e varietà, frutto di una trattativa quasi più estenuante della scelta della sala (…) L’unica scelta all’unisono era stata il Crudo di Mare, perché dava prestigio al menu. Il resto fu il risultato di lunghe meditazioni, in cui misero bocca tutte. (…) Ognuna ebbe la sua piccola vittoria: Matilde portò a casa le polpettine; Ninella le mozzarelline alla milanese per impressionare zia Dora; Chiara il sushi rivisitato perché le piaceva l’idea della rivisitazione; Nancy le crudité di verdure per avere qualcosa di francese e ipocalorico. Il risultato fu un menu ^un po’ incoerente^ come provò a dire il direttore di sala, che appena vide le loro facce subito si corresse: ^Incoerente ma decisamente interessante!^” (p167)

O degli effetti della globalizzazionespecie sulle nuove generazioni – lungi dall’autore l’intento didattico / moralista, per carità – oramai assuefatte a una certa mitologia spiccia di eroi da tubo catodico – dal Grande Fratello a XFactor, passando dal (N)espresso Clooneiano – tanto da non riuscire più a costruirsi addosso una propria identità in primis personale, ma poi neanche culturale.

“Mi sono arrivate le cialde con tutti i gusti. (…) All’amaretto o alla vaniglia speziata?” (p77)

“Regàle, come gli aveva consigliato lui: – Pensa sempre a Kate Middleton -” (p148)

“Nella sua mente, il presentatore gridava al microfono: – Viene da un piccolo paese della Puglia… ma ha conquistato l’America… con il suo disco d’esordio ha scalato tutte le classifiche… ha venduto milioni di dischi nel mondo… Aretha Franklin l’ha definita la sua unica erede… ecco a voi la nuova regina dell’R&B… la Whitney Houston del Tavoliere… ladies and gentlemen… Nancy Casarano! -” (149)

“Nancy Casarano, per te Xfactor finisce qui” (p149)

“Il bacio al ralenti sugli scogli venne interrotto da un grande Hip Hip Hurrà!, che coprì il sottofondo di My Heart will go on” (p192)

Salvaguardare e difendere, va detto, deve funzionare come con la pratica del retwitt – which is not endorsement. Se da un lato la così vituperata provincialità italiana regala cammei che ci strappano un sorriso lieve di delicato affetto, autoironia e disincanto, e che raramente troviamo in altri luoghi e in altri laghi (mi viene in mente soltanto quel genio della Rowling, al momento), dall’altro ci ricorda, sempre attraverso le parole di LBianchini, qualcosa di più profondo e meno romance:

“Se nella vita non vorrai avere problemi, gli uomini lasciali comandare, o almeno lasciaglielo credere. L’amore è innanzitutto non rompere i coglioni” (p25-26)

Così, il sorriso che ci prende leggendo le prime pagine di #iocheamosolote si tinge di amaro. Ma è un amaro che fa bene, perché spronandoci a fare meglio, attraverso anche una sana autocritica, profuma (ancora e nonostante tutto) di speranza.

Buona lettura 🙂

Official hashtag: #iocheamosolote
E se vi fa piacere, continuate a seguire le nostre #LBianchiniquotes, che tanti amici (che ringraziamo) hanno retwittato

"Niceville", di Carsten Stroud

Più riguardo a Niceville Il 28 settembre 2011, poco meno di due settimane prima dell’annuale kermesse di Francoforte, tutti gli editori presenti all’evento culturale simbolo della “Mainhattan” europea ricevono via email il primo capitolo di un romanzo intitolato “Niceville”, a firma anonima. Il giorno successivo arriva il secondo capitolo, e poi il terzo.

Il passaparola dirompente – perché i tre capitoli sono davvero interessanti – produce una reazione a catena che fa del titolo una delle novità più contese dalle case editrici europee (ma non solo) e il successivo battage pubblicitario(compreso booktrailer e website dedicato) lo rende uno dei casi letterari più commercializzati dell’anno. Mistero anche sull’autore, che si rivela soltanto dopo più di un mese dall’exploit di Francoforte: Carsten Stroud, di natali tedeschi ma residente in Canada, già scrittore, sia da solo sia insieme alla moglie, di racconti e romanzi vincitori di diversi premi letterari.


Gli ingredienti per il successo – o per lo meno, per la creazione di un caso letterario – ci sono tutti, e tutti compresi in quei primi tre capitoli che l’autore aveva circolato con incontestabile abilità e un pizzico di furbizia.

Ci troviamo (pare) di fronte ad un thriller di stampo moderatamente classico. 
Siamo a Niceville (Nic-EVIL-le), tranquilla cittadina del profondo sud degli Stati Uniti. Prati verdi e curati, edifici in stile, antiche famiglie fondatrici (nota a margine, pare in voga ultimamente l’ambientazione urbana circoscritta, una sorta di “camera chiusa” socialmente allargata dentro cui nulla è così come appare). Il detective Nick Kavanaugh, ex militare dell’esercito, coadiuvato da una squadra ben fornita – e ben dettagliata – di colleghi e subalterni indaga sulla sparizione di un ragazzino di dieci anni, Rainey Teague, misteriosamente “svanito” a metà del tragitto tra casa e scuola.

Peccato che le telecamere di sicurezza di un negozio di anticaglie presso la cui vetrina si era intrattenuto alcuni secondi mostrino delle sequenze inquietanti che poco hanno a che fare con un rapimento “da protocollo”. Peggio ancora quando il bambino viene ritrovato dopo alcuni giorni nel cimitero cittadino, vivo ma in stato di shock, sepolto dentro una cripta che appare incongruamente sigillata da decenni.

Un anno dopo, il detective viene chiamato ad indagare su altre due sparizioni che presentano tratti inquietanti perché comuni al caso Teague.

Nel frattempo, due poliziotti corrotti si organizzano per rapinare la filiale di una nota banca nazionale, per un bottino di oltre due milioni di dollari e quattro omicidi a carico. Intanto, dall’altra parte della città il tale Tony Block, marito violento e misogino, appena condannato per stalking nei confronti di moglie e figlia, si appresta a compiere la propria, personale vendetta “against the world”.

Tutti avvenimenti soltanto a prima vista scollegati l’uno dall’altro.


CStroud osa quel che pochi hanno tentato – e ancora meno sono gli autori riusciti a colpire nel segno (uno su tutti, SKing) – : ossia mescolare il genere del thriller (sottogenere: poliziesco) con quello dell’horror (sottogenere: ghost story).

Ne risulta un ibrido fortemente instabile, piegato com’è a metà strada tra una risoluzione della trama che passa attraverso la spiegazione logica del reale e la morale comune (nel caso del sottogenere poliziesco impersonata dai tutori della legge e forte di una struttura consecutivamente chiara e riconosciuta), e tra, al contrario, una mescolanza di avvenimenti paranormali che hanno come obiettivo proprio il disallineamento della struttura narrativa di partenza e l’accettazione di ben determinati codici propri della narrativa fantastica.

I puristi di entrambi i generi potrebbero storcere il naso – e l’hanno fatto, visti i giudizi sul web, specie quelli italiani (che sono stati i primi, visto che Longanesi si era aggiudicata per prima i diritti di pubblicazione). Eppure è innegabile l’estrema funzionalità del testo: lineare ed equilibrato, riesce a mantenere sempre alta la tensione senza sacrificare le parti descrittive, strizzando naturalmente più di un occhio alla cinematografia, in puro stile USA. 
Non ultimo il fatto che in certi punti CStroud stupisce per l’acuto senso ironico (la scena del padre ubriaco che sistema in mano al figlio un tosaerba, vista con gli occhi di uno dei protagonisti, è magistrale) e per la profonda (pare) conoscenza di autori e opere, sia letterarie sia cinematografiche, di spy-thriller.

Chiaramente il testo va affrontato senza pretesa di immedesimazione: siamo di fronte a un divertissement estivo, per altro neppure così leggero, data la quantità di rimandi interni e personaggi (nota a margine: munitevi di un taccuino o inviate una email alla casa editrice con preghiera di un summary a inizio testo) cui dovrete prestare la massima attenzione. Eh sì, perché non ve la caverete così, sforzandovi di arrivare alla fine (e ci arriverete, non riuscirete comunque a mollare prima): perché, what a surprise, non stiamo parlando di un romanzo autoconclusivo, ma di una trilogia: il secondo volume, “The Homecoming”, è già pronto, e il terzo, “The Departure”, in lavorazione.


D’altra parte, chi ci provò a fare il mischione cinematografico, con gran successo, fu Chris Carter, “già” nel 1993. Che dire poi del duo David Linch / Mark Frost? Il tormentone, se ve lo ricordate, è datato 1990.

Buona lettura 🙂

"I Dodici", di Justin Cronin

Più riguardo a I dodici Io ve lo consiglio, il sequel di “The Passage”, semplicemente perché Cronin riesce nell’impresa e sarebbe un peccato perdersela, l’opera di questo dotato discepolo di Stephen King.
Il testo affascina: per impianto narrativo, trama, linguaggio.
Cronin ama immergere il lettore in una orchestrata trama di piani temporali sovrapposti che intreccia e organizza con abilità, guidandolo sapientemente tra rimandi di luoghi, tempi e protagonisti le cui correlazioni tra loro sono o rese subito evidenti o – molto spesso – lasciate in sospeso, affidate all’abilità del fruitore del testo che Cronin rende quindi parte attiva all’interno del processo narrativo.
La tecnica del flashback (e del flashforward) offre la possibilità, sia all’autore, sia al lettore, di gestire lo sviluppo dei personaggi e i conseguenti collegamenti, mentre l’espediente narrativo della narrazione esterna, utilizzata a tratti, attraverso l’inserimento di stralci di finta documentazione ufficiale risalente ad un periodo successivo a quello in cui si sviluppa la narrazione e di piccoli spoiler relativi ai personaggi principali, aiuta il lettore nella gestione della trama distopica creando coinvolgente aspettativa e suspance.
La narrazione trova un suo valido equilibro tra scene di azione ben congegnate e parti descrittive. Queste ultime dimostrano l’inconsueta abilità di uno scrittore evidentemente a proprio agio all’interno di quella sub-parte della narrativa fantascientifica più specificamente apocalittico-distopica che necessita, per mantenere credibilità e struttura, di una parte narrativa forte e particolareggiata, ma equilibrata e strategicamente ben sviluppata: in questo, Cronin ha imparato la lezione, studiando non solo Matheson e McCarthy ma anche il più datato Ballard, creando un mondo distopico dalle caratteristiche concrete e reali, mai eccessive, ridondanti o inutili per l’economia della trama, e per questo coinvolgenti e appaganti per il lettore che non se ne sente infastidito.
I personaggi sono tutti, protagonisti e comprimari, ben delineati e traspare evidente l’attenzione, per non dire il fascino, dell’autore nei confronti della parte negativa rappresentata dai dodici individui, le creature frutto dell’esperimento militare drammaticamente fallito le cui conseguenze devastanti Cronin ha immaginato, e raccontato, nel primo volume. Fascino che non si limita ad un superficiale apprezzamento “cinematografico” ma lo travalica nel nome di un’intima com-passione verso il genere umano e le sue debolezze.
Nota di merito alla traduzione di GL Staffilano: si apprezza perché, mai anonima, rende appieno la dinamicità della narrazione senza perdere in compostezza e varietà, in un crescendo di aggettivazione sempre attenta e puntuale, e fluidità nell’organizzazione e nel mantenimento della struttura sintattica originale.
Nota a margine: il perché dell’etichetta #booksformums, nonostante la mole: perché in #ereader funziona. La lettura scivolerà e grazie alle numerose suddivisioni tra capitoli e paragrafi si adatterà agilmente a tempi ristretti. Provare per credere.

Buona lettura 🙂

"La Trilogia Steampunk", di Paul Di Filippo

More about La trilogia Steampunk, vol. 1 Piccolo breviario steampunk, e per chi volesse affrontare la materia per la prima volta e per i fedeli puristi nel caso in cui volessero ritornare alle origini e alle linearità di un sottogenere letterario “di nicchia” poi inevitabilmente trasformato dal trascorrere degli anni e dalla fama crescente. 
Un must have, dunque, non fosse altro perché PdiFilippo (Providence, Rhode Island, classe 1954) altri non è se non colui che per primo ebbe l’ardire di utilizzare il termine steampunk ficcandolo direttamente in prima pagina, all’interno di un titolo, e classificandone così, imperituramente, il genere. 
Parliamo di breviario steampunk perché la Trilogia contiene in sé, per temi e struttura, alcuni dei tratti fondamentali di questo sottogenere letterario fantastico/fantascientifico che, di fatto, nelle opere di altri autori successivi si sono un po’ persi, o si stanno perdendo, a favore di altri tipi di narrazione vicina al romance più o meno commerciale (i.e. qui) e/o a temi di carattere esplicitamente sociale (regimi militari, colpi di stato, realtà politiche alternative etc). 
Uno di questi temi “a grado zero” è rappresentato dall’ironia e in special modo dal dissenso, espresso attravero la satira, nei confronti del tempo passato rappresentato (in questo caso, l’epoca Vittoriana) che quindi in qualche modo diviene anche critica verso il presente, in un gioco consapevole di continui rimandi metaletterari. Ecco il senso del “punk” che va a formare il neologismo assieme allo steam – del vapore e delle aeronavi, due dei tratti caratteristici delle ambientazioni di genere, che tuttavia, nel caso di PdiFilippo, non sono certo accessori, ma neppure sostanziali, poiché l’autore (altro tema zero del nostro breviario) predilige al particolare del “gadget” (*), che pure non manca, quello della contestualizzazione e della ambientazione. 
The Steampunk Trilogy è pubblicata in USA nel 1995 e consta di tre racconti distinti: “Victoria” (USA 1991, Italia, Ed. Nord, 1996), “Hottentots” – più che un racconto, un romanzo breve, e “Walt and Emily” (entrambi inediti in Italia): tutti e tre meritevoli di essere letti, riletti e copiosamente citati proprio perché, pur nelle loro evidenti e necessarie differenze di temi e stile, condensano in sé quelle peculiarità omogenee che hanno fatto dello steampunk delle origini un genere così particolare e definito. 
Il testo è corredato dalle belle immagini di Luca Oleastri e dall’interessantissima prefazione a firma Salvatore Proietti (*)
Buona lettura 🙂

"L’ultimo uomo nella torre", di Aravind Adiga

More about L'ultimo uomo nella torre Meh sì, lo sappiamo: tra voi ci sono molti nasi fini di ballardiana memoria. Déjà-vu, quindi, a leggere “L’ultimo uomo nella torre”? Abbastanza, giacché di queste dinamiche “sociogeografiche” (o meglio: psicogeografiche) ne aveva discusso abbondantemente il nostro di cui sopra, giusto qualche anno in anticipo rispetto ad Aravind Adiga. Nelle opere della maturità, l’occhio acuto di Ballard era passato dall’analisi fantascientifica di un ambiente esterno (ie “Il mondo sommerso” – 1961) a quella, meno fiabesca e più consapevole, relativa all’ambiente interno, di cui “Il condominio” (aha!) datato 1975 e “Super-Cannes” (2002) sono testi paradigmatici. 
Sempre medesimi i temi su cui lo scrittore all’avanguardia della narrativa inglese – nato nel 1930 a Shangai, internato in un campo di prigionia a seguito dell’attacco a Pearl Harbour e tornato in patria solo nel 1946 – si interrogò spesso nelle sue opere: 
  • la violenza con connotazione non individuale ma sociale, specie se espressa in un contesto fortemente strutturato (il campo di prigionia, il condominio, il residence di lusso) che al contrario dovrebbe limitare i propri istinti antisociali garantendo e preservando la quotidianità 
  • la ricontestualizzazione del brutto e del fuori moda rispetto allo stile, alla pulizia delle linee (degli oggetti e… delle persone), e al design, quasi che il dilagare degli aspetti primitivi dell’esistenza fosse, piuttosto che da rifuggire, quasi da desiderare 
  • il mondo nuovo tendente al caos, attraverso la costituzione di un nuovo ordine sociale frutto di una re-interpretazione del presente 
  • la malattia mentale come strumento d’eccellenza per la comprensione della realtà mutata di cui al punto 3 
E quindi? Quindi prendiamo a prestito qualche nota qua e là, pescando nell’infinito mare dell’avventura di Yogesh A. Murthy detto Masterji, professore in pensione, vedovo da poco più di un anno, una figlia morta bambina a causa di un incidente ferroviario e un figlio sposato ad una moglie acida che limita al minimo i contatti tra padre e figlio e tra nonno e nipote. Avventura che inizia nel momento in cui lo scaltro costruttore edile (il “palazzinaro”) Dharmen Shah offre ai condomini dello stabile A della Vishram Society due volte e mezzo il valore dei loro appartamenti; stabile che Shah desidera abbattere per poi costruire al suo posto un super complesso residenziale in stile “gotico” con tanto di tocchi indu e Art Deco. Quel che accade è noto, se ci riferiamo sempre al nostro Ballard d’annata (1975 & 2002): 
Le differenze di ricchezza fra i condomini non passavano inosservate – l’estate prima Mr (…) aveva portato la famiglia nel (…), e l’agente immobiliare Mr (..) aveva una Toyota Qualis – ma si trattava di semplici alti e bassi nell’uniformante squallore (…). La vera distinzione consisteva nell’andarsene dallo stabile” (pag 31) 
Qual è la definizione di una città morente (…)? Glielo dirò, visto che lei non lo sa: una città che smette di sorprendere” (pag 47) 
Nei vecchi condomini la verità è una cosa comunitaria, un consenso d’opinione (…) a prezzo di una certa quantità di rabbia accantonata, di una certa quantità di orgoglio ingoiato, sarebbe stato riammesso nella vita comunitaria dello stabile” (pag 203 e 206) 
Strattonò il cavo del telefono per staccarlo dal muro” (pag 220) 
Bloccò la porta con il tavolino di tek (…). ‘Dunque sono rimasto l’ultimo uomo del condominio’, pensò” (pag 242) 
Ora (…) usciva solo due volte al giorno (…). Prese a concedersi un sonnellino pomeridiamo” (pag 253) 
Non lo consideravano più un essere umano… uno che ha bisogno di acqua e di luce” (pag256) 
Sta trasformando delle brave persone in cattive persone. Sta cambiando la nostra natura. Perché vuole che siamo noi a farlo (…). Quello che gli altri costruttori fanno a quelli come lui in situazioni come questa” (pag 297) 
(…) spinse il divano contro la porta, per barricarsi in vista di un secondo attacco. (…) Riempì una pentola d’acqua, accese un fornello e mise l’acqua a bollire. Gliel’avrebbe versata in testa quando fossero tornati. In ginocchio, esaminò la bombola del gas. Magari poteva fargliela esplodere in faccia?” (pag 318) 
La polizia non è venuta. Perché non l’ha chiamata?” (pag 324) 
Ma (…) si rischia di finire in prigione! (…) E vivere in questo edificio per il resto della vita sarebbe meglio che finire in prigione?” (pag 336) 
Il merito di Adiga è indubbiamente quello della contestualizzazione. Ex corrispondente del “Times” direttamente da Mumbai, dove risiede, e vincitore del prestigioso Man Booker Prize nel 2008 con “La tigre bianca” (Einaudi), Adiga possiede la capacità di scrutare con occhio clinico e imparziale una città in costante e continuo mutamento, rendendone esplicite tutte le intrinseche contraddizioni. La Mumbai del cemento e dei fantasmagorici centri residenziali in divenire, progettati dai più valenti ingengneri nazionali e internazionali ma costruiti, mattone dopo mattone, da innumerevoli (e sacrificabili) schiere di immigrati senza fissa dimora che in cambio di una paga irrisoria si intossicano i polmoni con le fibre di amianto. La Mumbai degli slum cresciuti catapecchia dopo catapecchia ai margini dell’aeroporto intenazionale, tra gli scarichi dei 747, le cloache a cielo aperto e le mille antenne paraboliche montate sui tetti di lamiera. La Mumbai del sistema delle caste, oramai in declino, il cui “ordine” viene ora sostituito dall’anarchica corruzione dei pubblici uffici e dalla burocrazia anglo-indiana, infinita e inestricabile. 
Che poi, la questione delicatamente inquietante è pure un’altra; che in certi casi si potrebbe avere il sentore sì di un déjà-vu, ma non ballardiano, stavolta: 
Guarda i treni di questa città. Guarda le strade. I tribunali. Niente che funziona, niente che si muove; ci vogliono dieci anni per costruire un ponte” (pag 61) 
(…) sedurli con sorrisi e strette di mano, arruffianarsi i bambini piccoli come fanno i politici” (pag 86) 
Odiava quelle assemblee condominiali: ogni volta che tenevano la riunione annuale della cooperativa, lui si sentiva in imbarazzo per i battibecchi fra vicini, le accuse meschine (…). Come donne al mercato del pesce” (pag 103) 
(…) era iniziata una stagione di forza di volontà: l’alleanza di corruzione, filantropia e inerzia che li aveva protetti così a lungo si stava disintegrando” (pag 136) 
L’area (…) come avrebbe retto a tutte quelle nuove abitazioni… e cosa ne sarebbe stato della viabilità?” (pag 155) 
(…) questi vecchi dissidi, queste vecchie mechinità… devono finire. E’ questo il motivo per cui nel nostro paese non concludiamo mai niente” (pag 170) 
(…) Tutti lo sanno, ma nessuno vuole prendersi la responsabilità di dire: ‘Rallentiamo. Fermiamoci. Pensiamo a quel che sta succedendo” (pag 213) 
Siamo un popolo cavilloso (…) un popolo melodrammatico (…) vediamo troppi film” (pag 244) 
Buona lettura 🙂

"L’alba di Talulla", di Glenn Duncan

More about L'alba di Talulla Nuovo, appassionante capitolo della saga del Moderno Lupo Mannaro, che vede protagonista non più il caro, oramai estinto, Jacob Marlowe (di cui avevamo parlato qui) ma la rispettiva consorte, Talulla Mary Apollonia Demetriou, Lulu per gli amici più intimi. Glenn Duncan non ci fa rimpiangere la figura maschile protagonista del primo volume, presi come siamo nel vortice della narrazione e dall’energia, vigorosa, erotica, animalesca, di un’eroina femminile che finalmente si riappropria con destrezza di tutte le caratteristiche tipiche di un personaggio di successo. 

Talulla Rising è racconto horror, gothic novel, pulp fiction, pregno com’è di fenomeni soprannaturali, sangue – bevuto e versato – e atmosfere mistiche (da una Londra di fascino Vittoriano alle mura bianche di calce e luce lunare del monastero sconsacrato, in terra Greca). Eppure è anche spy story, grazie al tema ben identificato dei complotti internazionali tra società segrete paragovernative e cellule deviate che si contendono, in una lotta senza esclusione di colpi, fra tradimenti, doppi giochi e azioni sul campo degne di Ludlum, il controllo e il dominio su licantropi e/o vampiri (o il merito della loro estinzione definitiva), ma anche diario epistolare, riflessione intima, raccolta di haiku

Qui, in redazione, noi Talulla ce la immaginiamo bella tonda, femminile, braccia forti e seno evidente. Chè siamo un po’ stanchi di queste figurette pallidine, davanti e dietro piatte come tavole da stiro, lacrima facile, spalle curve, occhio languido e sgomento. La forza e la concretezza di Talulla stanno in una compresenza che diviene ad un certo punto paradigmatica: come in lei convivono l’essere umano e il mostro sovrannaturale che – ribadito perentoriamente nel corso di tutta l’opera – non possono essere disgiunti l’uno dall’altro ma al contrario si compenetrano a vicenda, inscindibili, così Talulla è donna e madre, combattente coraggiosa ma allo stesso tempo figura femminile delicata, romantica, appassionata, che ricorda con ardore, nostalgia e rimpianto la breve stagione d’amore passata con l’amato ma che, con evidente senso pratico (senso pratico che l’autore spesso esemplifica attraverso il ricorso alla voce della madre defunta, che Talulla immagina di udire ancora), considera inaccettabile il ruolo di giovane vedova votata alla castità imposto dalla corrente morale (umana). 

Duncan gioca con noi, agile, e lo fa su diversi livelli, stratificati, analizzando vari temi cui occorre prestare attenzione. 

Fortissime per esempio, per lingua e significato, le pagine iniziali sulla maternità (e stupisce – ma forse no – che a scriverle sia stato un maschio): l’atto fecondo di dare la vita attraverso il parto ha come necessaria conseguenza l’espulsione del bambino dal ventre della madre ma non altrettanto necessariamente – e succede spesso – la nascita immediata del sentimento di amore materno verso il neonato. 
La maestria di Glenn Duncan in questo caso è duplice. Senza perdersi in filosofiche interpretazioni dell’argomento, da una parte accenna alla questione, finto vago, attraverso un espediente magico e perfetto: il ricordo ossessivo di Talulla per uno spot pubblicitario di una nota marca di pannolini per neonato. Nel più chiaro e tipico dei cliché moderni sulla maternità, la madre rappresentata in televisione ha pelle e capelli come fosse appena uscita dal centro estetico, indossa vestiti di un bianco verginale, puliti e stirati, e sorride, composta nel suo amore immenso verso la creatura (naturalmente anch’essa sorridente, pulita e vestita di tutto punto) che tiene tra le braccia. Talulla immagina, nel delirio dei pensieri pre (e post) maternità, che la donna in questione, con una torsione di busto degna dei migliori stop-motions di Tim Burton, giri il capo verso l’esterno del televisore, scoccando uno sguardo indignato e disgustato verso la Madre Indegna Del Momento. 

Dall’altra parte, Duncan tende un filo rosso che si dipana lungo tutto il progresso della narrazione e che parte dall’idea di Talulla di aver consapevolmente (e quindi colpevolmente) abbandonato il neonato maschio nelle grinfie dei rapitori – che con un assalto mirato lo hanno strappato alle braccia materne pochi minuti dopo la nascita – a causa della sua tardiva reazione all’assalto; reazione tardiva dettata dall’indifferenza (e forse anche dal fastidio) provata nei confronti della creatura uscita dal suo ventre di mostro. Peccato che questa interpretazione della questione (lo sappiamo noi, lo sa Duncan, ma non lo sa Talulla) proprio non regga. 

In verità non ce n’è una che non ci piaccia, di figura femminile presente nell’opera, anche perché Duncan non fa mistero della sua viscerale passione per il sesso femminile che trasuda da ogni suo approccio descrittivo verso l’altro sesso: si va dalla bella Madeline, bionda lunare sempre pronta stupire se stessa e chi la circonda, all’amore senza tempo della madre-vampira, per arrivare alla chioma rossa – tutina di lattex e coscia tornita – di Josephine, tutta compresa nel suo ruolo di vampira-in-carriera. 

Malgrado le scene pulp, il sesso violento, il sangue versato, la tematica horror e lievemente trash, Talulla rising è per noi un libro dalla femminilità prorompente. Le donne sono i personaggi chiave del romanzo, eroine a tutto tondo per altro in contrapposizione con maschi che per una volta – santo cielo! – non vengono presi, in primis dall’autore, troppo sul serio: si va dai machi super pompati e anabolizzati che passano la loro vita a giocare con pistole e fucili sparattutto (!) nel tentativo di sdoganarsi da vecchie madri e sorelle iperprotettive a cui avevano votato infanzia e adolescenza, a energumeni paleopreistorici – ascella pezzata e microcervello, pugni, alitosi e aggeggio sempre pronto allo stupro – a giovani lupi mannari che, una volta rapiti dall’estasi dionisiaca, dimenticano qualsiasi responsabilità etica, civile, morale. 

Se per certi versi Talulla rising dovrebbe essere seguito con distacco, senza tante pretese di immedesimazione, assaporando gli eccessi, le atmosfere pulp e il divertimento che ne consegue, dall’altra occorre di necessità soffermarsi con attenzione sulla parte più intima del romanzo, per godere appieno della scrittura e dell’arte di un narratore che affabula e rapisce. 

*** 
Un ringraziamento particolare agli amici di @Bookrep e @isbnedizioni (@albaditalulla) che con pazienza e perizia sono riusciti a domare un file #ebook particolarmente… capriccioso. Grazie!

"Matched", di Allie Condie

More about Matched Ebbene sì, questa volta parleremo di Young Adult, genere letterario che vuoi per età anagrafica vuoi per temi narrativi non si annovera (o meglio, non riesce ad annoverarsi, mica lo scartiamo noi a priori) tra le nostre letture quotidiane. 
La “proposta” (poi si capirà il perché delle virgolette) è arrivata dal’amica Miriam, che, rimembrando i suoi fasti passati di cultrice delle Lettere, domenica scorsa mi ha apostrofato con un Γνῶθι σεαυτόν (gnôthi seautón) così imperativo da non consentire dibattito alcuno. 
Ovvero, cosa rispondere se la tua primogenita 13enne sfoglia “Matched” in libreria e ti dice che sì, è quello, il libro che vorrebbe in regalo. 
Secondo il vecchio adagio Miriamesco, anzi due, per cui: 1. “Per combattere il nemico (ovvero l’AM – Adolescente Medio, ndr), devi conoscerlo” 2. “Ho tre figli di cui uno un pieno svezzamento, cara, figurati se adesso ho il tempo di leggere (*), è andata a finire che mi sono ritrovata a scaricare il suddetto “Matched” dal web (santi @Bookrep) con l’ordine perentorio di leggerlo e recensirlo, via email naturalmente, alla diretta interessata; deadline “suggerita”: 72 ore. La mia obbedienza è stata immediata, cieca e assoluta. Anche perché Miriam è donna verace, di braccia possenti e carattere sanguigno: quindi, sempre meglio rifletterci. Prima, possibilmente. 
La questione è che mai richiesta fu più inutile. Di ore, dicevo, ce ne abbiamo messe non più di otto. Trascinati dalla trama, e – ovviamente, come c’era da aspettarsi – da una scrittura agile, eppure (surprise!) né sciatta né standard (come ben esemplificato in un recente articolo @La_lettura, a firma L. Ricci), abbiamo affrontato questo urban-fantasy-distopico romanzo sentimentale (ma non solo) che ha dalla sua alcune peculiari e interessanti qualità. 
Prima fra tutte il particolare per l’universale, bel grimaldello per far leva sulla curiosità intellettuale delle nuove generazioni. 
La scelta dell’autrice, ossia contestualizzare la parte romance della trama, chiaramente molto evidente, all’interno di un futuro prossimo che risponde adeguatamente ai canoni della narrazione distopica, è chiara e netta: una (ancora) non ben definita Società, guidata da un Leader carismatico, governa una fetta consistente del Pianeta Terra. Tutto pare aver avuto origine da una catastrofe tecnologica non (ancora) ben identificata, che ha modificato radicalmente le abitudini di vita del genere umano. 
E’ mantenuta, anzi esaltata nel corso di tutta la narrazione, una delle caratteristiche fondamentali della narrazione distopica: l’accento e la focalizzazione sulla vita sociale e di relazione. In “Matched” La “Società” (in senso lato, un particolare tipo di corporazione o gruppo di potere, tipica presenza della narrazione distopica) ha preso il sopravvento sul consueto vivere civile, minandone le caratteristiche salienti (libertà di culto, espressione, movimento, circolazione delle merci etc – qui in particolare si innesta la vicenda sentimentale, grazie all’entrata in scena del “match” appunto, l’accoppiamento “guidato” dei giovani da parte della Società, secondo rigide analisi volte a promuovere una progenie sana e forte), e favorendo tra l’altro la nascita e la proliferazione di società segrete e movimenti di ribellione clandestina. 
La contestualizzazione è precisa, seppur semplificata nelle sue caratteristiche distopiche dato il target primario a cui l’opera si riferisce. Non abbiamo (ancora) dati rilevanti sulla costituzione della Società, né sulla sua struttura né sulla sua organizzazione (e chissà se li avremo – annotazione importante); manca una parte più specifica riguardo altri aspetti del vivere civile e morale, per esempio il rapporto con la stampa o quello con il sentimento religioso. Eppure, solo il fatto che ci sia ritrovati ad affrontare una contestualizzazione così tipica ci offre la possibilità di illustrare al giovin lettore quel particolare, e senz’altro curioso, sottogenere della fantascienza e del fantasy che prende il nome di narrativa ucronica (e diacronica). E magari, chissà, ad avvicinarlo alla narrativa di genere, ma più “adulta”, da cui l’opera deriva e prende spunto. 
L’altra questione che ha molto sorpreso, e che differenzia quest’opera rispetto ad altre YA, è l’attenzione verso il libero arbitrio (il cui uso va imparato e allenato con la pratica) e verso le conseguenze che ogni scelta, o non-scelta, produce su se stessi e sugli altri. 
Negli ultimi anni ci siamo un po’ assuefatti ad eroi ed eroine (fatto salvo Harry Potter, sovrano detentore, almeno nei primi libri, del supremo titolo di “Colui-che-fa-le-peggio-stupidate-e-non-se-ne-accorge-se-non-al-capitolo-trenta”) per le quali il meccanismo di scelta o viene costantemente inibito – perché il fato governa su tutto – o relegato a un mero pretesto narrativo fine a se stesso che a conti fatti non inficia la vita né di chi agisce, né di chi subisce. Niente di più falso e fuorviante. 
La protagonista di “Matched”, Cassia, pur nell’ingenuità dell’età e nella semplificazione data dall’impostazione narrativa scelta dall’autrice, affronta i drammi piccoli e soprattutto grandi dell’esistenza con le sue sole forze, ossia senza l’intervento né di eventi soprannaturali, né creature magiche o demoniache; e nemmeno grazie alla presenza di particolari doti personali, magari sconosciute e “venute fuori” con la pubertà (al pari dell’acne). 
Ci troviamo di fronte, finalmente, ad una ragazza che affronta delle responsabilità crescenti (tra cui, per altro, anche la questione del matrimonio) con altrettanta crescente consapevolezza, nel tentativo (vedremo poi, se riuscito) di preservare non soltanto se stessa e il proprio futuro, ma anche quello che, di sé, è oramai il passato e deriva in primis dalla propria famiglia di origine, di cui Cassia riconosce, in modo profondo e chiaro, il ruolo educativo (vedi il rapporto con il nonno, simbolo vivente, attraverso il manufatto che le porta in dono, del valore del passato e della memoria). 
Per altro, in una realtà quale la nostra, dominata da un surplus di connessioni e informazioni, è interessante la riflessione, che potrebbe derivare dalla lettura dell’opera, sull’importanza dell’espressione artistica e culturale di qualità: opere dell’ingegno umano quali musica, teatro, danza, scrittura, fotografia, arte. 
A Miriam ho consigliato il bollino giallo; come succede in tivù. E non per questioni di mera censura (sacrableu!) ma perché credo che “Matched” potrebbe dare il meglio di sé – perché si presta bene all’esperimento e offre diversi spunti interessanti – qualora un adulto proponga, al termine della lettura, una discussione leggera e per caso sui temi di cui sopra affrontati dall’autrice.
Sorvolando sulla parte romance, che va vissuta, come dire, in tutta l’intimità della beata adolescenza. 
E speriamo che il secondo e terzo volume siano all’altezza del primo.
ps. per altre, più compete informazioni su distopia e ucronia, cliccate qui


(*sostituire a piacere la parola “leggere” con: dormire/andare in piscina/ depilarmi/ fare se**vietato ai minori**) 

"Bambino 44", di Tom R Smith

More about Bambino 44 Lettura di evasione, verrebbe da dire. E’ che l’immagine è così vivida, di questo Daniel Craig un po’ più sdrucito e un po’ meno palestrato dell’originale, ma sempre affascinante, piegato dalle avversità (e che avversità) della vita, che – inutile – si sospira, a metà tra l’ammirazione e l’istinto, tutto femminile, della crocerossina perduta. Cioè, ti fai tutto il film: l’eroe, l’avventura, le avversità, l’immaginifico della contestualizzazione fantastica, il lieto fine.
Peccato che, se messa così, la cosa funzioni soltanto in minima (e misera) parte.
Giacché, dopo le prime 30 pagine di goduriosa illusione, si scopre che:

L’eroe non è eroe per niente, anzi. Leo Demidov (che poi alla fine, non siamo proprio così sicuri neanche sul suo nome di battesimo) è un tipo che per qualcosa come una quindicina di anni si è letteralmente bevuto – e sparato su per il naso – coscientemente e consapevolmente, ogni qualsiasi sostanza possibile, dalla metamfetamina ai jingle di partito: piccoli, innocui aiutini necessari e indispensabili per arrestare, torturare e massacrare senza sforzo e senza rimpianto una pletora di ignoti e anonimi “dissidenti” esterni ed interni al sistema (e i muscoli se li è fatti, deliberatamente, proprio a tal fine).

L’avventura non è poi così avventura, visto che si cita niente di meno che – il tutto rivisitato certamente in chiave letteraria e anacronistica, ma pur sempre “storia vera” – il “Mostro di Rostov”, psicopatico colpevole di aver ucciso, sventrato e divorato decine e decine di bambini/e e adolescenti sovietici, negli anni tra il 1978 e il 1990.

(Nota a margine, come non pensare a questo punto al nostro caro amico Hannibal Lecter, il vicino di casa che tutti desideriamo avere e da cui non pochi hanno avuto l’onore di essere invitati a cena. Clarice Starling chiusa in quella dannata cantina è così vicina da darci i brividi).

Già qui ci sarebbe di cui riflettere, visto che ci stiamo infilando – trasportati a nostra insaputa dalla sapienza dell’autore – nel complicato tunnel della contestualizzazione.
A dire la verità, il dubbio si era già insinuato in noi a partire dall’identificazione geografica, precisa, puntuale, all’inizio di ogni capitolo (CentoKm? Nord, sud? E che bisogno c’è di indicarlo?) ma via, siamo lettori ingenui, possiamo sorvolare, intrippati come siamo da tutto il finto-contestuale che ci assale quotidianamente in libreria.

Peccato che poi ad un certo punto si parli di Seconda Guerra Mondiale (uhm uhm, suona qualche campanello? No, ancora no) e poi di Grande Guerra Patriottica (niente?) e, alla fine, di un certo qual personaggio, tale Jozif Djugasvili, detto, orbene sì, Stalin. E qui se ne vanno a farsi benedire tutti d’un colpo gli altri due punti: avversità e contestualizzazione fantastica.

Perché il paesaggio lunare di gelo glaciale, estati torride, lande desolate e foreste impenetrabili non appartiene a un qualsiasi mondo di fantasia, creato ad arte e misura di romanzo apocalittico post-nucleare, ma a quella misteriosa, antica, nascosta eppur così vasta porzione di terra al di là dell’Europa che prende il nome di Repubblica Sovietica – sempre lì, anche oggi, a tre ore di volo da noi, modifica di status sociale a parte.
Povertà, miseria, fame, carestia, guerra e morte non sono spunti immaginari per una narrazione di pura evasione. Così come non lo sono le tipiche esperienze di urbanizzazione post-Second War: casermoni grigi più simili a carceri che ad abitazioni, strade buie, edifici appena costruiti e già in rovina, vapori mefitici che ammorbano l’aria, treni stipati di passeggeri. Per non parlare di milizia cittadina, polizia segreta, prigioni, camere di tortura, gulag.

Morale della storia: ci piacerebbe, ma spiace, niente compromessi. Né all’esterno, né, tantomeno, all’interno della narrazione.
Nello stesso modo in cui Leo Demidov si trova a dover necessariamente fare i conti con il sistema deviato, innaturale e immorale a cui per tanti anni ha prestato fede, nell’ottica di un’obbedienza cieca a assoluta, il lettore è costretto ad uscire, sdradicato a forza, dall’esperienza confortante della fiction letteraria per affrontare un testo che soltanto a prima vista è solo quello che sembra, ovvero un thriller di spessore, sostenuto da una trama compatta, densa di colpi di scena, scarna al punto giusto, quasi minimale, ma che nasconde in sé l’anima calda della testimonianza politica che necessita di uno schieramento, dell’evidenza dei fatti, del racconto popolare, della Storia. Orribile, atroce, ineluttabile. Naturalmente, lieto fine escluso.

(Nota conclusiva per il pubblico femminile: a fine cott(lett)ura, correggere con una leggerissima spolverata di invidia indiscutibilmente rivolta alla bella e intelligente protagonista, nonché moglie del sopraddetto Craig-surrogato. 
Come dire, oltre il danno la beffa. 
Già, per altro, s’ode in lontananza il commento a metà tra l’inacidito e il velatamente stupefatto dell’ homo sapiens di turno – inteso, proprio homo – eventualmente coinvolto nella lettura, che, all’ennesimo saggio ultrabdominal del protagonista, o di fronte a uno dei suoi più clamorosi coup de théâtre in pieno stile MacGaiveriano, risoluzione inattesa di una situazione di alto pathos drammatico, esclamò scocciato: ma che fiaba. E chiuse lì la questione, con un grugnito di atavica, neandertaliana memoria.

Touchèma è l’arte del romanzo, e non si può prescindere – e perché, se Hannibal Lecter e Clarice Starling avessero preso non le sembianze di Antony Hopkins e Jodie Foster, ma quelle di due meri sconosciuti un po’ flaccidi e scipiti, dite che ci sarebbero piaciuti così tanto come ci sono piaciuti? Ohnno, certo che no. Quindi, dello spettacolo, almeno per questa volta, facciamocene tutti una ragione. Ne vale la pena).

"Red Chapel", di Mike Resnick

More about Red ChapelGrazie a 40K abbiamo scoperto Mike Resnick. Alla buon’ora, direte voi. Ebbene sì, vergogna assoluta, ma tant’è. Come a dire che le defaillances sono proprie anche di chi ce la mette tutta. Ora, temiamo che il tipo in questione ci crei dipendenza, e la cosa sarebbe grave visto il numero di pubblicazioni ( “I’ve published tens of novels and well over over two hundred short stories dice lui nella sua biografia. Annamobbene).

La questione è che disgraziatamente la produzione dell’autore contiene in sé quella trasversalità di utilizzo che rende la faccenda oltremodo spinosa.


E’ sera, fa freddo fuori, i vetri sono pieni di brina, il giardino condominiale è una pista di ghiaccio per pattinatori professionisti, i bambini dormono ed è pure Halloween? Ok, non è che proprio proprio amiamo Jack O’ Lantern alla follia, ma, via, uno scheletrino non ce lo leva nessuno.


Così, valà, mi leggo di Jack The Ripper, che tanto sono solo 37 pagine, giusto il momento a cavallo della mezzanotte, chè domani, all’alba, sarà già troppo tardi e fuori luogo.

E supponiamo – ci proveremo, poi vi daremo notizie – che “Keepsakes” 2011 letto al momento giusto, potrebbe dare risultati eccezionali.

Insomma, il pensiero allo specchio: rifletto sul mood, e POI scelgo il libro (una sorta di “cherrypicking” de no’ artri), perché DI SICURO, tra tutto quello che questo signore all’apparenza modesto s’è inventato, qualcosa di buono c’è.
Gli amici di Zazie mi sa che ci andrebbero a nozze e il lettore rischia, vedi sopra, la dipendenza.

Ma siì, ma siì (segue gesto vago con la mano destra, di polso, rotatorio da sotto in su, della serie go ahead, via, lascia correre, panta rei)… perché c’è il fascino della short story, quella cosa che vedi e non vedi, una finestra aperta su un mondo già cominciato, e che poi qualcun altro chiude così, all’improvviso, e per una volta – finalmente – ti senti trascinato via, in balìa dello scrittore che, con il lettore, fa quel che vuole lui. E’ l’arte del togliere al posto del mettere, caratteristica principe del racconto ben riuscito. 
Un so-ma-non-so e e non posso sapere, intuizioni di particolari minimi eppure pregnanti, descrizioni accennate ma vivide e significative, dialoghi serrati perché vincolati dall’economia della tipologia narrativa.

Perché delle volte è molto più semplice puntare al malloppone in tre volumi piuttosto che a un minimo sindacabile composto da 37 pagine fronte e retro, come a dire, eh, mo’ te voglio, a rifletterci sopra.

"Io sono Febbraio", di Shane Jones

More about Io sono febbraio Un poeta in prestito alla narrativa, questo Shane Jones, per una fiaba preziosa, di quelle che si raccontano ai bambini nelle notti di febbre, mentre il sonno va e viene e sotto le coperte fa sempre o troppo caldo o troppo freddo.


Una fiaba di mostri e creature fantastiche dalla faccia di uccello e ali di mantelli neri, spettri e fantasmi e spiriti maligni.
Poesia sussurrata da bisbigli infantili, piccoli oggetti di ogni giorno, di quelli che si trovano, spaiati come vecchi calzini, sparsi in giro per casa da manine minuscole e appiccicose e dimenticati per mesi sotto divani di stoffa e dietro ad armadi di legno pesante: matite smangiucchiate, fogli di carta azzurra ripiegati e sdruciti, monete, bottoni, disegni appena abbozzati, briciole di pane. E poi gli odori: miele e zucchero, menta e sapone, erba e sole sulle guance dopo un pomeriggio nel prato, riccioli di capelli umidi di sudore.

Funziona così, “Io sono Febbraio”. La poesia del quotidiano, quel tanto che basta a rendere la magia delle ore che passano senza appesantirla di inutili ed eccessivi rimandi a finezze di vita che non competono alla maggior parte di noi, e di cui non ci sentiremmo parte.

Così, la tisana depurativa diventa solo foglie di menta, l’ecomoda a impatto zero è soltanto, alla fine, prato e legna, e case piccole e speciali, e movimenti lenti e maglioni di lana uno sopra l’altro per combattere il freddo dell’inverno. 
Una saggezza di nonni, parole mandate a memoria nel corso degli anni, passate ai nipoti da vecchi zii e bisnonne incanutite, scritte a matita sulla carta del pane e poi infilate, ripiegate in più parti, nella tasca della giacca di lana pesante: vitamina C, bagno caldo, idratare il corpo.
E poi il cibo per la mente, in un caleidoscopio di introspezione, cura di sè (“nutrire il proprio giardino interiore”, fare yoga e meditazione, trasformare le paure in desideri) e della propria famiglia – i giochi con i figli per esempio – vedi gli aquiloni dipinti sulle braccia di Bianca, da sua madre – quasi rituali apotropaici, celebrati nell’intimità del nucleo familiare, contro la tristezza e la sfortuna.
L’inverno come lo intendevano i nostri nonni, fatto di casa, caldo perché altrimenti ti ammali, riflessione e attesa per l’estate che verrà, contro la negazione più assoluta e radicale di tutto ciò che sia omologato e disgiunto da qualsiasi rapporto con la Natura e il nostro essere di Uomini, in continuo mutamento ed evoluzione.

Nota alla lettura:
Noi questo “Io sono Febbraio” l’abbiamo letto in ebook (le segnaleremo sempre, le verisoni eReader, con una tag apposita). Astrattezza della forma e della pagina, concentrazione massima sulla parola e sul contenuto. Questo ci piace dell’ebook. Per una volta, abbiamo dovuto cercarcele da soli le associazioni, chiudendo gli occhi e assaporando la parola (e in questo, non c’è che dire – vedi la voce “scelta inconsapevole” – ci ha aiutato l’intrinseca poetica del testo), lontani dalla foto di copertina, dallo spessore della carta, dalle pagine da piegare e fissare e sostenere. L’ebook è lettura astratta e rimandi nuovi che esulano dai sensi che conosciamo di più. E occorre, qui, aggiungerci anche la questione colonna sonora.