#Tiracconto… gli Anni di Piombo (parte ii)

Mi sto preparando alla serata conclusiva di #Milanoricorda, il ciclo di tre eventi proposti da OcraLab di cui vi avevo parlato qualche settimana fa.

Nel mezzo, il 20 marzo scorso, il secondo incontro – affollatissimo – durante il quale i lettori non solo hanno potuto incontrare Giorgio Fontana e dialogare con lui riguardo la genesi del suo “Dittico sulla giustizia” ma anche ascoltare le testimonianze dei magistrati Gianfrotta e Spataro riguardo i fatti accaduti ai colleghi Guido Galli ed Emilio Alessandrini. Momenti densi di ricordo che hanno coinvolto tutti gli spettatori in sala, anche i più giovani.

A conclusione della serata due allievi della Scuola di Teatro Sergio Tofano (Marco Macchia e Bruno Orlando) hanno portato in scena una delle sezioni più complesse del dittico di Fontana – l’autore stesso ha raccontato al pubblico la difficoltà della stesura – ossia la parte in cui, in “Morte di un uomo felice”, il magistrato Giacomo Colnaghi si confronta con il ventiduenne leader della banda armata responsabile dell’omicidio di un politico democristiano, in un dialogo serrato che riesce a racchiudere in sé tutti i significati, e le mistificazioni, dei cosiddetti Anni di piombo. (Cfr. cap 17, Da pag.184 a pag.199).

Su Twitter la serata è stata seguita e segnalata dall’ #Tiracconto… gli Anni di piombo e #Milanoricorda. Qui il precedente post su ADC e qui le modalità per partecipare all’ultimo incontro, quello dell’11 Aprile prossimo sempre presso il Laboratorio Formentini.

Di blog indipendenti, biblioteche, prestito digitale e SlowReading

20170225_105755

Intro. 65mila nuovi titoli all’anno: regole di sopravvivenza per lettori forti

Diciamolo apertamente, l’ossessione del lettore forte è sempre e soltanto una: recuperare la materia prima. Il lettore forte ci pensa da mattina a sera e pure durante la notte perché, lo capìte bene, di fronte al panorama editoriale italiano fatto di 4608 case editrici (sì, quattromilaseicentootto) e “65mila i nuovi titoli su carta nel 2015, cui si aggiungono 63mila ebook”* c’è da perderci la testa e, siamo onesti, anche il portafogli. Questa bulimia letteraria si sparge ovunque e contagia un po’ tutti: l’editore, il libraio (specie se di catena), il lettore (che si deve destreggiare tra più di 150 uscite al giorno in un contesto in cui non è sempre vero che a prodotto costoso corrisponde libro di qualità) e chi a vario titolo si occupa di editoria.

1. Il “book”-blogger indipendente, un lettore forte molto particolare. Modalità di approvvigionamento: l’alternativa esiste, è il circuito bibliotecario

Dentro a questo ricco minestrone ci mette del suo (tadaà!) anche la figura un po’ stramba del “book”-blogger indipendente, che o è cliente platinum della Gringotts Wizarding Bank oppure per far quadrare i conti** – al netto degli invii omaggio che, come sapete già, per il”book”-blogger indipendente non rappresentano la best option – deve di necessità affidarsi a un buon circuito bibliotecario.

In realtà la questione è più ampia e riguarda proprio la bulimia di cui al capoverso precedente, perché ha a che fare con il mio scarso apprezzamento – personale si intende – verso quel “tutto e subito” a cui ci vuole abituare un certo tipo di compravendita. Senza stare qui a sciorinarvi pipponi non richiesti sulla mia avversione verso l’e-commerce, vi dirò soltanto che a me la biblioteca piace perché c’è caso che, per viverla, sia necessario aspettare e dedicare del tempo non tanto alla lettura in sé ma alla scelta di cosa leggere.

2. Il #ConvegnoStelline 2017: “Tecniche e strategie di condivisione”

Per non parlare del ruolo sociale che le biblioteche hanno sempre ricoperto, e di tutto il lavoro che c’è dietro ai progetti “da spazio pubblico a spazio partecipato” che da anni stanno coinvolgendo il mondo della biblioteconomia.  Settimana scorsa ad esempio si è svolto qui a Milano l’annuale #ConvegnoStelline, due giornate di riflessione sui temi più importanti della biblioteconomia contemporanea. Quest’anno l’attenzione si è focalizzata sul concetto di biblioteca aperta: “trasversale, convergente, inclusiva, capace di utilizzare le opportunità offerte dalla tecnologia per realizzare un progetto culturale dallo straordinario valore sociale”, seguendo un percorso di analisi e riflessioni partite due anni fa con gli studi sulla biblioteca digitale e sull'”architettura dei servizi e dei contenuti professionali”.

3. MLOL: la prima rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale

Tra le iniziative collaterali proposte dal Convegno Stelline c’è stata anche la serie di incontri promossa da MLOL, che è la prima rete di biblioteche pubbliche per il prestito digitale – ed è lo strumento che da un po’ di tempo utilizzo anch’io quando decido di servirmi dei servizi bibliotecari.

Schermata 2017-03-28 alle 14.57.48Non c’è da fare nient’altro se non iscriversi a una delle biblioteche aderenti (al momento più di 5000), e poi tutto funziona come un normale prestito bibliotecario: si consulta gratuitamente l’offerta digitale della struttura di riferimento e si sceglie quello che occorre. Se quel che occorre non è al momento disponibile, si prenota, e poi le notifiche arrivano in email (ndr: per un testo ho aspettato… 1 giorno. Per un altro, molto richiesto e appena uscito, 4). Le opzioni sono molte, dai prodotti per la consultazione a quelli abilitati per il download, fino alle risorse open. Qui trovate tutte le informazioni. ***

4. Conclusioni …e buona lettura

Insomma la verità è che andare in biblioteca non è tanto l’atto pratico del recarsi lì. Andare in biblioteca significa informarsi sulle novità, muoversi per tempo, operare una scrematura, richiedere il testo e forse anche mettersi in lista per averlo. Ah, il tanto vituperato principio dell’attesa.

Mi dà poi l’impressione che la modalità del prestito (ndr: qui da noi è possibile chiedere 6 testi cartecei e 3 digitali al mese) favorisca inoltre la ricalibrazione del processo di lettura: se da una parte limita la quantità del leggibile – Dio, ti ringrazio – dall’altra abitua il lettore (quello debole, soprattutto) a un ben determinato ritmo di lettura – che oggi abbiamo un po’ perso(?) – e che solo con la pratica può diventare il proprio, personale modo di leggere.  Penso che il lettore diventi capace di operare scelte consapevoli nel momento in cui entra in biblioteca – o in libreria – solo quando è pienamente consapevole di quel che è in grado/ha voglia di leggere. In altre parole, dal comodino zeppo di libri intonsi che non leggeremo mai perché “l’ho comperato ma non mi piace”, ci salva soltanto l’esercizio pratico della lettura; e la biblioteca serve proprio a questo, a metterci in gioco come lettori, rendendoci consapevoli dei nostri limiti e dei nostri punti di forza.

Quindi… buona lettura.

____

*Purtroppo non sono cifre campate in aria. Sono i dati AIE 2016, e li trovate qui 

** Per un blog indipendente il problema fondamentale è uno solo: rimanerlo. Insomma navigare nel vasto mare magno della rete (traduzione: “in modo che qualcuno, almeno qualcuno, ti legga”) creando un delicato equilibrio tra quella roba un po’ misteriosa che è la brand reputation e tutte quelle cose da fare che creano la “linea editoriale” del blog stesso (altrimenti detta concept – non so quale dei due termini sia il più brutto, se ne trovate uno migliore fatemelo sapere). In mezzo a tutto questo c’è la delicata questione dell’invio dei prodotti omaggio, che nel nostro caso sono rappresentati dall’oggetto-libro: un prodotto un po’ particolare per via delle implicazioni etiche a presupposto di ogni post-consiglio di lettura- recensione (chiamatelo come vi pare) che il blogger decide di pubblicare sul suo spazio on-line.

***Il prodotto MLOL è affiancato dalle diverse offerte personalizzate tra cui MLOL Scuola e MLOL Plus, catalogo ebook delle biblioteche italiane disponibili al prestito tramite abbonamento e titoli in vendita.

“Miami”, di Joan Didion (trad. Teresa Martini)

miami (1)

“(Miami non è) esattamente una città americana nell’accezione comunemente data a questo termine fino a poco tempo fa, ma piuttosto una capitale tropicale: ricca di pettegolezzi e povera di memoria, smisuratamente edificata sulla chimera del denaro in fuga e ammiccante non tanto a New York, Boston, Los Angeles o Atlanta, ma Caracas e Città del Messico, l’Avana e Bogotà, Parigi e Madrid” (pag.13-14)

“Non sono mai passata attraverso il controllo di sicurezza di un volo per Miami senza provare una sensazione di leggerezza mista a un innalzamento del livello di guardia, dovuto alla coscienza di aver lasciato il mondo civilizzato per entrare in un’atmosfera più fluida in cui lo scetticismo riguardo all’osservazione delle istituzioni democratiche nella fascia temperata degli Stati Uniti regnava sovrano” (pag.21)

“La sensazione era quella di trovarsi in una capitale sudamericana a un paio d’anni da un cambio di governo. (…) Un’entropia tropicale sembrava prevalere, facendo andare in malora i grandi progetti anche quando venivano portati a termine” (pag.24-25) (…) “Le gru e le scavatrici continuavano la loro danza nel celebre e scintillante panorama, il quale, galleggiando tra una palude di mangrovie e la barriera corallina, continuava a esercitare una specie di pericolosa attrazione, simile a un miraggio” (pag26)

cc_no_splash_wmain

Ramiro Gomez (b. Los Angeles, 1980) – “Luxury, Interrupted. / No Splash”. Questo acrilico su tela fa parte di una serie di dipinti in cui l’artista – nato e cresciuto a Los Angeles ma figlio di immigrati messicani – reinterpreta alcune celebri opere di David Hockney inserendo al loro interno le figure faceless di umili lavoratori Latinos (giardinieri, domestici, cameriere)

“Tra il livello stradale e la lobby del’Hotel Omni International di Biscayne Boulevard ci sono due piani di negozi, cinema e altre attrazioni. Il centro commerciale è progettato in maniera che i teenager, in maggioranza neri e di sesso maschile, che di sera fanno avanti e indietro sui nastri trasportatori mentre aspettano di entrare al cinema, nella *Passeggiata Spaziale*, nel *Mare di Palline* o mentre sono semplicemente alla ricerca di qualcosa di interessante, possano vedere in alto la sala delle feste dell’Hotel Omni e il piano della lobby, ma non possano raggiungerla, dal momento che una griglia di acciaio chiude l’accesso alle scale dopo il tramonto e gli uomini della sicurezza tengono sotto controllo gli ascensori. (…) Soprattutto durante i fine settimane, quando la sorveglianza è ridotta al minimo e l’hotel è occupato da uno sfarzoso quince o da uno di quei galà di beneficenza che riempiono il calendario cubano locale, la sinistra musica che sale dal nastro trasportatore dal piano di sotto sembra voler ricordare la presenza di un mondo oscuro, violento e sottomesso che non vede l’ora di emergere” (pag.40-41)

“In generale il tono di Miami, il modo in cui la gente appariva, parlava e si incontrava era cubano, L’immagine che la città aveva allora cominciato a dare si se stessa era improntata a un fascino del tutto nuovo, fatto di colori vibranti, di vizio e di oscuri traffici all’ombra delle palme, ovvero le stesse caratteristiche (nella mente degli americani) dell’Avana pre-rivoluzionaria” (pag.45-46)

“Di fatto esistevano in Florida due culture parallele, separate, e non esattamente sullo stesso piano. La differenza più importante era che una delle due, quella cubana, mostrava un seppur limitato interesse per le attività dell’altra. (…) Gli *anglo* erano interessanti ai cubani solo fino al punto in cui potevano etichettarli come immigranti *determinati ad assimilarsi*” (pag.49)

“Non c’era motivo di voler sapere di più riguardo al cibo cubano, perché i ragazzini cubani preferivano gli hamburger. Non c’era motivo di sforzarsi di pronunciare correttamente i nomi cubani, perché erano troppo complicati, e comunque sarebbero stati americanizzati dalla seconda generazione se non già dalla prima. *Jorge L. Mas* c’era scritto sul biglietto da visita di Jorge Mas Canosa. *Raùl Masvidal* era il nome con cui Raùl Mavidal y Jury aveva partecipato alle elezioni a sindaco di Miami. Non c’era bisogno di sapere niente della storia di Cuba, perché era proprio dalla loro storia che gli immigrati stavano scappando” (pag.51-52)

Gardener-Gomez-2

Pare che questa idea gli sia venuta mentre si guadagnava da vivere come babysitter dopo aver lasciato l’accademia d’arte di LA (CalArts), e che abbia cominciato col dipingere i suoi  Latino domestic workers all’interno di alcune patinate riviste di fashion e design. E pare anche che la cosa gli abbia portato un gran fortuna. Io l’ho scelto per la parte iconografica di questo strambo post perché mi ha affascinato il modo in cui è riuscito a sgretolare l’opera “acquatica” di Hockney riposizionandola nell’esperienza concreta di una normalità quotidiana diversa. Processo che forse non si discosta poi tanto da quel che è riuscita a fare la Didion con “Miami”, raccontando la Guerra Fredda attraverso il punto di vista d’eccezione dell’enclave cubana presente in Florida dagli anni ’60.

“Arthur M. Schlesinger Jr. fa addirittura sparire del tutto questi eventi (ndr: i gruppi i infiltrazione CIA e FBI nelle Keys della Florida e il *problema di smaltimento* delle reclute cubane  – la brigata 2506 per la Baia dei Porci) dal suo libro I mille giorni di Kennedy, un’opera essenzialmente antistorica, in cui tutta la faccenda degli esuli cubani è ridotta a poche ispirate righe (…)” (pag.74-75)

“Credo che per la CIA l’importante fosse cercare di fare in modo che gli esuli non fossero costretti ad affrontare la dura realtà, ovvero che non potevano fare ritorno in patria perché i loro più stretti alleati avevano raggiunto un accordo alle loro spalle” (pag.77)

“A Miami c’erano esuli che si definivano comunisti anticastristi, e c’era anche una folta schiera di esuli socialisti che condividevano con i primi unicamente il fervore anticastrista. Esistevano anche due importanti gruppi di esuli anarchici, molti dei quali poco più che vent’enni, tutti ancora anticastristi ma divisi, da *divergenze di personalità*” (pag.104-105)

Il reportage “Miami” viene dato alle stampe nel 1987 e assume immediatamente i connotati di una testimonianza unica degli anni della Guerra Fredda, perché narrata da un osservatorio esclusivo, quello della città degli esuli cubani.

***

Per capire Joan Didion è inutile scriverne, specie su un bloggino come ADC. Bisogna leggerla e basta. E quando si è finito, c’è caso che occorra ricominciare da capo, perché il new journalism della Didion deve penetrare sotto pelle e fino a che non è arrivato lì, poco si può fare.

“New Journalism: American literary movement in the 1960s and ’70s that pushed the boundaries of traditional journalism and nonfiction writing. The genre combined journalistic research with the techniques of fiction writing in the reporting of stories about real-life events. The writers often credited with beginning the movement include Tom Wolfe, Truman Capote, and Gay Talese. As in traditional investigative reporting, writers in the genre immersed themselves in their subjects, at times spending months in the field gathering facts through research, interviews, and observation. Their finished works were very different, however, from the feature stories typically published in newspapers and magazines of the time. Instead of employing traditional journalistic story structures and an institutional voice, they constructed well-developed characters, sustained dialogue, vivid scenes, and strong plotlines marked with dramatic tension”. (Credits: Encyclopaedia Britannica – continue here)

“Cresceva in me il convincimento che nulla a Miami potesse essere completamente immobile, o del tutto solido. Anche le consonanti dure scomparivano nel dialetto locale, in inglese come in spagnolo, Addirittura il denaro si muoveva secondo verbi idraulici (…). Questa particolare atmosfera faceva sì che Miami non sembrasse una città, ma una fiaba, una storia d’amore ai tropici, una specie di sogno a occhi aperti in cui tutto è possibile ” (pag28-29)

Nota: questo libro è stato preso in prestito attraverso il Sistema Bibliotecario Digitale della città di Milano, ossia… gli amici di MLOL. In uno dei prossimi post vi spiegherò bene di cosa parliamo quando parliamo del primo “network italiano di biblioteche digitali pubbliche” e come si fa a usarlo. Niente di più facile (e bello), ve lo garantisco.

“Qualcosa, là fuori”, di Bruno Arpaia

arpaia1

“Nessuno ricordava più con esattezza quando era cominciato tutto. Forse perché non c’era stato un vero e proprio inizio, forse perché si era trattato di una lenta e implacabile alleanza di eventi impercettibili, di alterazioni minime che, almeno in apparenza, cambiavano poco o nulla, finché, quasi di colpo, ci si era ritrovati in quel disastro. Teoria delle catastrofi: una teoria di fine Novecento che riguardava i mutamenti improvvisi causati da piccole, successive alterazioni in un sistema, come il passaggio da un bruco a una farfalla, un nuvolone che si trasforma bruscamente in pioggia, ma anche quello sfacelo in cui, quasi senza rendersene conto, il mondo era precipitato” (pag 13-14)

E’ delicato, Bruno Arpaia, nel raccontarci l’orrore di quel che a breve l’essere umano potrà combinare – o che forse ha già combinato. Non vorrebbe farci male eppure ci riesce benissimo col solo potere dell’evidenza scientifica a cui si affida anche per la costruzione di quest’ultimo romanzo. Non si misura più con la spy-story com’era accaduto ad esempio con “L’energia del vuoto” ma con la climate-fiction, portando in scena una distopia post-apocalittica (siamo nell’anno 2050) all’interno della quale narra le vicende di un gruppo di migranti clandestini, multietnico e ormai apolide, che dalle zone del Mediterraneo cerca disperatamente di raggiungere i paesi scandinavi e artici, ultimo baluardo di salvezza e del vivere civile dato il clima ancora mite. Da una parte, migliaia di chilometri quadrati ormai abbandonati dai rispettivi stati sovrani, desertificati e ostaggio di terribili bande criminali che lottano per la sopravvivenza. Dall’altra l’estremo Nord, che ovviamente di questi moderni profughi proprio non ne vuole sapere.

Il viaggio è lungo, estenuante e naturalmente l’esito molto più che incerto. Un paradossale lusso esclusivo di chi – a fronte di ingenti sacrifici – si è potuto permettere il pagamento dell’enorme, sproporzionata cifra richiesta dai guerriglieri prezzolati che guidano (e che dovrebbero in qualche modo “proteggere”) questa carovana di esuli tra i quali alla fine si conteranno morti e dispersi a migliaia. Una traversata visionaria tra pianure di fango e sterpaglie bruciate, scheletri di città in rovina e capannoni abbandonati che non è altro se non l’escamotage grazie al quale Arpaia mette in scena – attraverso le memorie e i racconti in flashback dei protagonisti, uno su tutti l’anziano professore di Neuroscienze Livio Delmastro – le cause e gli effetti di tutta quella serie di processi di matrice antropica che, dati alla mano, potrebbero portare al definitivo collasso ambientale del nostro pianeta.

Il testo è molto crudo e lascia poco spazio al meccanismo catartico – ancor meno al guilty pleasure e alla sospensione del giudizio che spesso accompagna la lettura della fiction distopica – proprio perché è forse improprio parlare di fiction distopica tout-court. La realtà descritta da Arpaia – con un approccio più simile a quello della narrative non-fiction che a quello del romanzo distopico classico – è possibile, probabile, e per certi versi addirittura già in atto, basti pensare a quei conflitti mediorientali le cui cause sono di origine ambientale prima che politica, o all’inequivocabile innalzamento delle temperature e all’erosione costiera. Nella postfazione al testo è lo stesso Arpaia a elencare le sue fonti, tra cui ad esempio il saggio di Gwynne Dyer “Le guerre del clima” e i rapporti IPCC.

Di certo il tema è attuale e sentito, e non può più essere altrimenti soprattutto a fronte delle ultime prese di posizione del governo Trump che mira a circondarsi di esponenti del mondo politico ed economico dichiaratamente contrari alla tesi dell’origine antropica degli attuali climate changes. (Nota: di questo fatto se n’è occupata nell’ultimo numero anche @La_Lettura con un articolo di Serena Danna all’interno del quale vengono messe a confronto le tesi del famoso negazionista William Happer con quelle dello studioso Mark Cane – che da più di venti anni studia il fenomeno di El Niño. Oppure anche, per parlare delle ultime letture qui su blog, Michel Floquet in “Triste America” riferendosi ai programmi negazionisti supportati dalle lobby dell’industria estrattiva US).

***

“Mentre percorrevano il lungolago, Livio prese il binocolo e vide di fronte a sé la costa scoscesa e ormai priva di boschi, i paesini abbandonati sulla montagna brulla, le scalinate che una volta portavano alla riviera, i ruderi saccheggiati delle antiche ville signorili e, in alto, le dolomie dalle rocce dentate, piene di guglie e torri. In basso, invece, oltre il parapetto su quello che era stato il lungolago, Livio scorse uno spettrale pendio incavato fra le Prealpi. Un chilometro più in là, a una profondità di un centinaio di metri, si estendeva una fanghiglia marrone”

E’ innegabile che tanta parte della fascinazione che l’opera porta con sé sia dovuta all’abilità dello scrittore nell’evocazione di scenari distopici di grande impatto. Dall’oceano piatto, morto e oleoso che invade senza scampo un nord Europa ormai quasi del tutto sommerso, a quel che resta della siderurgia teutonica ridotta a un ammasso di capannoni in rovina, sepolti dalla polvere, Arpaia raccoglie un’eredità ballardiana difficile da maneggiare proprio perché forse nessuno al pari di “JG” è riuscito mai nell’impresa di ritrarre un mondo distopico in maniera così tanto scientifica e credibile ma così poco compiaciuta.

Arpaia ce la fa, dimostrando arte, coscienza e rispetto verso la lezione di Ballard, che nelle sue opere più riuscite ha coltivato così ossessivamente l’idea di un’ambientazione distopica mai ridondante, mai fine a se stessa ma – e qui sta il paradosso – sempre a servizio della speculazione scientifica e dello spinta alla riflessione personale, sebbene indiscutibilmente necessaria all’economia del racconto.

[Nota: di climate change e di altre calamità se ne parla spesso su ADC, specie sul Twitter: seguite #TheSixthExtinction, ad esempio, o lo stesso #QualcosaLàFuori, hashtag che viene utilizzato da molti, Arpaia compreso, per segnalare le ultime notizie riguardanti le sopraddette vicende US]