"La morte delle api", di Lisa O’Donnell

Più riguardo a La morte delle api Ci aveva pensato anche JKRowling, in questi ultimi anni, a entrar nei panni di una moderna Cassandra mai creduta ma noi, belli caldini nel nostro bozzolo di densa nebbia Harrypotteriana, così magica e naive, non ci avevamo fatto troppo caso: Dolores Umbridge e la villetta suburbana dei coniugi Dursley erano così lontane. Poi, ovviamente non sazia anzi spinta da sacro furore e puntiglio, per tentare di aprirci gli occhi rincarò la dose parlandoci della lieta e ridente cittadina di Pagford. E finalmente anche il suo message in a bottle arrivò a destinazione.
 
Con “La morte delle api” Lisa O’Donnel, un’altra scrittrice UK (almeno di origine – scozzese: ora vive a LA) si imbarca nella difficile avventura del raccontare il Grande Impero alle giovani generazioni. Non di come lo si vorrebbe che fosse (ancora), o di come lo si immagina che sia (ancora), ma di come in effetti è. Sono molti i tratti che accomunano i lavori degli scrittori che si cimentano in una simile impresa (da Zadie Smith a Nick Hornby) e su questi tanti uno spicca in particolare, ben presente anche nell’opera della O’Donnell: l’assoluta lucidità di giudizio, che grazie al fatto di essere sostenuta da una profonda cultura letteraria, storica e antropologica, non scade mai né nel romance sentimentale né, al contrario, in un didascalico e asettico naturalismo. 
 
Una storia a tre voci, narrata in prima persona pezzo per pezzo (come la camminata del gambero, due passi avanti e uno indietro) da tre punti di vista diversi e complementari: quello delle sorelle Marnie e Nelly Doyle – rispettivamente di quindici e dodici anni – e dell’anziano vicino di casa Lennie.
 
“Oggi è la vigilia di Natale. – ci illumina Marnie nell’incipit, con quel misto di rudezza e spavalderia a cui presto ci abitueremo – Oggi è il mio compleanno. Oggi compio quindici anni. Oggi ho seppellito i miei genitori in giardino. Non mancheranno a nessuno”. (p9)
 
Si perché la provincia suburbana in cui Lisa O’Donnell ci proietta tutto d’un colpo non è quella pittoresca dei cottage ottocenteschi, degli inner-pub cari ai turisti di tutto il mondo, dei golosi cupcakes burrosi e della Royal Family in abiti confetto. E’ il regno di Mark, Spud, Sick Boy, Tommy e Francis: un mondo lontano, fatto di villette fatiscenti circondate da giardini-discarica dentro le quali adulti quarantenni, disoccupati, perennemente ubriachi e strafatti giocano a fare i genitori occupandosi alla bell’e meglio di figli appena preadolescenti e già corrotti dalla delinquenza, dall’alcool e dalle pasticche, nella più assoluta indifferenza generale che regna sovrana all’interno di questi quartieri-dormitorio.
“Adesso ci sono immigrati con lauree che si prostituiscono, vendono droga e fanno tutto quello che devono per sopravvivere all’inferno che chiamiamo asilo politico. Immagino che i veri eroi siano quelli che vengono qui e sopportano i buoni alimentari, gli abusi della gente, i vestiti di seconda mano e le case diroccate, per non parlare delle montagne di scartoffie necessarie per farsi accettare in un Paese che non conosce neppure la tua lingua” (p18-19)
 
“Insegnano persino il gaelico, anche se non capisco a che diamine serva. (…) Dovrebbero insegnare lo spagnolo e il francese, e anche il tedesco, le lingue del mondo (…) e invece devi pensare alla Scozia (…) sempre a rimestare nel passato, con un Parlamento che dà la priorità alla lingua parlata in posti senza nessuna opportunità lavorativa, piccole isole dove allevano mucche e si sposano tra parenti” (p52)
 
Un girone infernale di una banlieue multietnica all’interno della quale Marnie non si dimostra eccezione: a quindici anni fa sesso non protetto con chi le capita a tiro – e con chi la costringe a farlo – e si è già sottoposta ad un aborto; beve, prende pasticche (quando capita le smercia anche), è sboccata e fa di tutto per non piacere a nessuno – e per la verità all’inizio non piace neppure al lettore. E’ irritante e sgradevole, questa ragazza-bambina che avrebbe tutte le carte in regola per emergere (una su tutte, la passione per lo studio e per la scuola che la porta ad ottenere sempre i voti migliori della classe) e che invece fa di tutto per perdersi, vittima di una disperazione profonda e inenarrabile:
 
“Noi siamo qualcosa che le era accaduto e anche se ci teneva le mani e ci baciava la fronte e qualche volta ci rimboccava le coperte, noi suoi occhi c’era sempre un battito, come se pensasse *Che ci faccio qui*” (p56-57)
 
“L’intelligenza dovrebbe essere la ricompensa per le vergini non fumatrici di questo mondo, non per un’adolescente moralmente corrotta con due tossici sepolti nel giardino di casa” (p33)
 
La trama è tutta qui, poche parole messe in fila da Marnie, un pugno di briciole che una ragazza interrotta ci lancia sotto al tavolo, come dar degli avanzi a un cane di casa un po’ disprezzato. Eugene e Isabell sono morti – in che modo lo sapremo poi – e le due ragazze ne hanno seppellito i corpi in giardino, terrorizzate all’idea dell’arrivo dei servizi sociali. Sì, perché tempo un anno e Marnie avrà sedici anni e diventando maggiorenne potrà occuparsi per legge di se stessa e della sorella Helen – detta Nelly. Ragazza bellissima, dal talento musicale perfetto, e affetta da una grave forma di autismo. E’ una corsa contro il tempo quella di Marnie e Nelly, che si impegnano con tutte le loro forze per nascondere la verità dei due corpi distesi sotto pochi centimetri di terra dura e incolta, in un crescendo di bugie e inganni costruiti ad arte per celare l’orrore scavato nel giardino e nell’anima.
 
Siccome però il diavolo, come si dice, fa le pentole ma non i coperchi, ecco lo zampino dell’imprevisto che fa cu-cu dalla porta sul retro, impersonato da tutta una congrega di comprimari che regalano alla trama la varietà di cui necessita per sostenersi fino all’epilogo della vicenda.
Abbiamo Lennie, il vicino di casa, ora vecchio e malato, che si prende l’onere di accudire le due ragazze fintanto che i genitori non torneranno (partiti, a quanto dice Nelly, per un lungo viaggio in Turchia) nel tentativo di salvare se stesso purgandosi del male commesso in passato. Mick, il proprietario del carretto dei gelati, alias lo spacciatore a cui Eugene deve una cospicua somma, più che mai deciso a recuperare il bottino visto che Vlado, il pusher della zona, un quarantenne di origini russe che di segreti ne nasconde più d’uno, lo stringe d’assedio e lo minaccia di morte nel caso in cui non riesca a consegnare la cifra dovuta. E poi ancora, come se non ne avessimo già a sufficienza, il nonno MacDonald, ubriacone di vecchia data, che riemerge dal nulla dopo decenni di latitanza illuminato – pare – dalla luce divina della conversione religiosa e convinto più che mai a riallacciare i rapporti con la figlia Isabell; le amiche di Marnie, Kimberly “Kimbo” e Susie; e infine il giovane Kirkland, di buona famiglia, innamorato di Marnie o forse soltanto delle pastiglie che lei ogni tanto gli vende.
 
Se Marnie è il buio che inghiotte, Nelly è la purezza del sentimento e dell’innocenza che rimane tale anche nell’orrore, ma non per consapevole sforzo e presa di posizione quanto per un puro atto di inconscia follia. Ti stringe il cuore questa bambina spaurita ignara delle brutture del mondo eppure così presente a se stessa, pronta a tutto pur di difendere le persone amate – Marnie su tutti.
 
“La morte delle api” è una fiaba horror da leggere tutti insieme, nonni e nipoti, papà e figli, nella notte di Halloween; ma è anche, e soprattutto, un dipinto crudo e veritiero del mondo che ci circonda. L’abilità dell’autrice, che non per nulla con questa opera ha vinto il Commonwealth Prize 2013, è la grande sensibilità mostrata nell’affrontare temi difficili attraverso una narrazione sempre lieve e delicata eppure scevra da qualsiasi emendamento di carattere censorio. Una scrittura precisa che senza tanti giri di parole ma mai in maniera cruenta e gratuita racconta alle giovani generazioni quel qualcosa di “meno buono” che esiste in quella parte di mondo allo specchio in cui le api muoiono.
 
Buona lettura 🙂

ps. Domande, domande, domande. La trama non vi è nuova? Perché qui noi si parlava di “grado zero”? CVD.

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