Appunti di carta

“Città sommersa”, di Marta Barone

“Chi ero io? Non me lo chiedevo mai. (…) E poi non sentivo alcun bisogno di chiedermelo. Vedevo il tempo dietro di me come una sorta di unica, lunga giornata, nella cui luce chiara e piana tutto quello che era stato la mia vita sembrava avvenuto poche ore prima e totalmente evidente” (pag18-19)

#CittàSommersa è uno scritto molto onesto perché parte da una domanda intensa: fino a che punto possiamo spingerci per difendere la nostra zona di conforto. Non è solo un romanzo (le parti effettivamente “romanzate” sono poche, relegate nel mondo onirico dell’illusione), non è soltanto un memoir che ripercorre i momenti più bui della nostra Repubblica, quelli degli anni di piombo torinesi e della lotta armata di Prima Linea; è soprattutto un percorso (auto)biografico di formazione, il racconto del diventare adulti. L’onestà sta nella limpidezza con cui l’autrice non si fa scrupoli nel dichiarare la propria inadeguatezza: “Non sapevo, ma nemmeno cercavo: ero cieca come il mio nuovo padre morto e senza occhi”. Mi pare un fatto raro questo, che certe *giovani generazioni* si interroghino su alcune questioni con tale trasparenza d’animo, cioè partendo dalle proprie mancanze: mi dà l’impressione che nella narrativa contemporanea si prediliga il racconto del sé esperienziale, enfatizzando chi il proprio vissuto nelle sue presunte peculiarità, chi le proprie opinioni sui fatti del mondo, date spesso per inconfutabili. Ecco, Marta Barone da questi subdoli tranelli si tiene bene alla larga.

Non è un caso che “Città sommersa” cominci proprio con la descrizione di una vita sospesa. Non è un caso che Marta Barone parta proprio da questo suo vivere dentro l’acquario (la luce, il vetro, la città, l’assenza di confronto: quel senso di cose che scivolano via e non si riescono ad afferrare, una luminosità diffusa che appena cerchi di catturarla sparisce).

“Abitavo in un monolocale al terzo piano di un palazzo degli anni venti. Aveva il pavimento di legno e una piccola cucina bianca incastonata in un angolo ed era invaso dalla luce fino a sera – una cosa che più tardi avrei trovato opprimente”. “Poteva passare un’intera giornata senza che parlassi con qualcuno”. “Tutto in verità sembrava riguardarmi assai poco. Avevo un po’ di denaro a disposizione (…), il che mi permetteva di vivere ancora per qualche mese senza uno stipendio fisso (…) La crisi era un’entità astratta, fumosa, certo irritante ma che non poteva avere davvero un effetto a lungo termine sulla mia vita”

C’è il senso del precario, il non sapere quale sia il proprio posto, e c’è l’idea del crescere, la sensazione avvertita della necessità – come un cambiar pelle che a un certo punto deve arrivare.

(NdR: che poi io sia di Ballardiana memoria con la questione del sommerso, è un altro conto. D’altra parte anche Ballard aveva il pensiero per la luce che si specchia sulle rovine di quel che siamo, su quello che di nascosto, sott’acqua, c’è ancora: scheletri di animali preistorici, mutazioni genetiche, palazzi annegati, il nostro passato, il germe del futuro – alla fine i protagonisti del Mondo Sommerso sono *esploratori* – cadaveri, piante enormi, calore e luce immensa, ma crepuscolare)

Il percorso di crescita dell’autrice comincia intorno ai ventisei anni, poco dopo la morte del padre – uomo complicato e sfuggente. La ricerca del padre comincia dal ritrovamento quasi casuale di alcune carte processuali. Il vecchio scatolone, dimenticato per anni in fondo a un armadio, viene aperto all’improvviso; novello vaso di Pandora non rigetterà chissà quale verità nascosta: al contrario si libererà di un unico, piccolissimo seme, quello del dubbio. Marta Barone si mette così sulle tracce di quel padre che, a mano a mano, corrisponderà sempre meno alla figura del genitore e sempre più allo sconosciuto “L.B.” (il “nuovo padre”). “Città sommersa” racconta un cammino parallelo, nel presente e nel passato; due dimensioni, quella del padre e della figlia separate dal tempo, che si incontrano nel ricordo e nel recupero della Storia e delle storie individuali; nel meccanismo dello “svegliarsi” – che vale per entrambi – dall’intorpidimento della quotidianità; del prendere coscienza, del chiamarsi fuori da certi sistemi. Un percorso all’interno del quale si rimescola l’idea di un confronto – le età che corrispondono, uguali, non è un caso – che spinge all’azione, intesa anche come percezione del senso di colpa, sia conseguenza sia motore della riflessione.

Questa strada per Marta Barone comincia proprio con l’apertura al dialogo fuori dalla zona di conforto. Marta srotola gli anni, consulta archivi, cerca numeri di telefono, chiede colloqui con amici di suo padre fino a quel momento sconosciuti, si rivolge da Milano a Torino. Il percorso della figlia è il risveglio del sé, si fa strada lentamente come l’idea della consapevolezza – che non può piovere dall’alto, ma deve essere cercata e invocata – ed è chiaro, non si può pretendere indolore.

Marta Barone è figlia del suo tempo, quel tempo in cui noi figli venivamo educati al silenzio: di certe cose, semplicemente, non si parlava. Sicché è finita che noi figli di un certo tempo (io e Marta Barone, curiosamente, per ragioni che più opposte di così non si potrebbe) certi eventi li possiamo vivere soltanto attraverso il recupero delle nostre percezioni – quelle che durante l’infanzia ci erano negate. Il problema è il modo in cui avviene questo recupero, ossia attraverso il ricordo: che per stessa definizione è soggettivo, spesso unilaterale, frammentato, incompleto e corrotto. E se da una parte ci sentiremo per sempre rovinati da uno sciocco senso di colpa (“Possibile che non avessi visto su di lui nessun segno, mai, del passato? Cosa avevo ignorato, cosa avrei potuto chiedergli? Avrebbe cambiato qualcosa? Forse non ero stata abbastanza attenta”) dall’altra non perderemo mai l’urgenza di capire. Per via del fatto che abbiamo a che fare con questioni di cui ormai si sta perdendo la memoria; bisognerebbe sbobinare i ricordi eppure non si riesce, protetti come sono da quell’abitudine al non dire; si conservano sotto chiave scatole di cartone piene di storie e sale la paura del momento in cui riusciremo a trovarle, e ansiosi come avessimo scoperto un tesoro ricchissimo le apriremo e le troveremo ormai vuote. “Città sommersa” in questo significato è un medicamento e io mi auguro che l’autrice continui, nel suo cammino professionale e personale, a vivere out of comfort zone.

NdR: di tutto qui non si riesce a scrivere, per ovvi motivi di spazio. Ad esempio sul Twitter si è parlato dello stile e della metrica di #CittàSommersa – e anche di tante altre cose. Ringrazio l’editore per l’invio della copia.